La Repubblica Islamica dell’Iran tra Occidente e Russia

La strategia di Mosca di accettare il “pentimento” e l’avvicinamento del presidente turco Erdogan, ha di fatto cambiato gli equilibri strategici nel Medio Oriente.
La strategia di Mosca di accettare il “pentimento” e l’avvicinamento del presidente turco Erdogan, ha di fatto cambiato gli equilibri strategici nel Medio Oriente.

Sul finire degli anni Settanta, la Persia ruota di 180 gradi la sua posizione nel consesso delle nazioni. Da regno morbido e acconsenziente alle necessità occidentali, diventa il trampolino di un integralismo antico, riadattato ai tempi moderni. Per la prima volta da secoli, un’organizzazione politico-giuridica elevata alle dimensioni di Stato sovrano evoca la religione a dimensione essenziale, legata e necessaria alla sua stessa esistenza.  Non è uno Stato qualunque: parliamo dell’Iran, l’antica terra dei Parti che connette il Vicino Oriente con l’Asia profonda; quel ponte inevitabile fra il “bianco” e il “giallo” che nel VIIesimo secolo resiste all’Islam importato dagli arabi e nel XVIesimo ne sfida la Umma, divenendo bandiera mondiale per i musulmani “eretici” seguaci dello sciismo. È per definizione una nazione a sé, connotata da caratteristiche etniche dominanti e tratti culturali riconoscibili. Soprattutto è una nazione demograficamente forte e giovane, proiettata verso il futuro con potenzialità economiche enormi[1]. La rotazione dell’Iran non pone l’Occidente a guida americana di fronte a minacce riflesse come quelle derivate dalla logica della Guerra fredda; la sfida che arriva a Washington e alleati è diretta, priva della mediazione ideologica di altre potenze. Una spina s’infila nel fianco di un’America, ancora convalescente della catastrofe vietnamita. Il conseguente avvicinamento dell’Unione Sovietica a Teheran si può considerare come derivato; una sorta di opportunità storica che Mosca non può permettersi di mancare. La deriva teocratica di Teheran e il parallelo congelamento dei rapporti con USA ed Europa, mettono l’Iran in quarantena. La minaccia non è globale ma strutturale agli equilibri del Medio Oriente. L’integralismo (inteso come “integrità” dottrinale) religioso degli Ayatollah non ha la “giurisdizione universale” della jihad del XXIesimo secolo. La chiamata al martirio di Khomeini rimane per lo più vincolata al perimetro sciita e si scontra con le contraddizioni del mondo islamico e con quelle ancora più grandi del mondo arabo.

L’impasse diventa paradossalmente utile ad un Occidente che nel nuovo spauracchio iraniano congela l’antisionismo e il panarabismo, flussi in ascesa costante dal Secondo dopoguerra in poi. La crescita del più grande e potenzialmente pericoloso nemico di Israele, in via indiretta finisce per aiutare lo Stato ebraico che si ritrova un fronte arabo sempre più disunito e disorientato. Lo spiegano bene i carri armati di Saddam Hussein già nel 1980.  Per arginare lo spazio vitale iraniano, veicolato nelle ondate umane di pasdaran e basij votati alla morte nel nome di Alì, il leader iracheno diventa il paladino dell’Occidente e delle sue pedine nel Golfo. Da giovane nasseriano baathista, Saddam si ritrova difensore di un’identità strumentale: i Paesi del Golfo, che nell’81 si sarebbero uniti nel Consiglio di Cooperazione, foraggiano il fronte iracheno e se da un lato stringono progressivamente con America ed Europa, dall’altro tarpano le ali ai sogni revanscisti e unitari arabi. L’Iran diventa, senza nemmeno volerlo, la misura della distanza tra Medio Oriente e Occidente. Più di tutti fa effetto la rottura con l’Egitto, i cui rapporti con Teheran erano già pessimi ai tempi di Nasser. Il “ritorno a Occidente del Cairo” collide con la rivoluzione khomeinista e divide per quarant’anni il mondo islamico e gli ambienti antisionisti. In questo nuovo equilibrio ha grande gioco la stella nascente saudita, partner dell’Egitto nel suo sguardo a Ovest e sempre più ostile ai fermenti sciiti che vengono dall’altra sponda del Golfo.

L’Iran spacca il Medio Oriente dunque, ma il suo valore strategico ne evita l’isolamento totale. Oltre all’occhiolino di URSS, Cina e Nord Corea, interessate a occupare il vuoto lasciato dall’America di Carter, rimangono vincolati a Teheran gli alawiti siriani, Hezbollah, le sacche sciite sparse tra Iraq e Golfo persico e gli irriducibili arabi dell’antisionismo, che da Hamas fino alla Libia sono costretti a mantenere relazioni controverse con un Paese finanziariamente insostituibile. Con la Prima guerra del Golfo le cose cambiano. Nel ’91 l’ostilità tra Iran e Iraq viene meno e si piantano le basi per costruire la più grande sacca sciita del mondo. L’isolamento dell’Iran, già simbolicamente ridotto con la morte di Khomeini nell’89, diventa ancora meno rigido. Si ha la percezione che prima o poi con la teocrazia di Teheran si dovrà tornare a fare i conti. Il punto di svolta è Iraqi Freedom con la conseguente caduta di Saddam Hussein: salta il coperchio sunnita di Baghdad e l’intero Medio Oriente riscopre l’ombra dell’egemonia iraniana. È solo l’inizio di un percorso progressivo che riporta Teheran al centro delle questioni non solo mediorientali.

La Siria “iraniana

Per comprendere appieno il ritorno dell’Iran a un ruolo di leadership nel Vicino Oriente bisogna attendere le primavere arabe e la guerra in Siria. Dopo l’invasione dell’Iraq del 2003, il plenipotenziario americano Paul Bremer provvede a liquidare le colonne che reggono le istituzioni di Baghdad: forze armate, partito Baath e servizi di sicurezza. Saltano tutti gli ingranaggi che regolano il regime di Saddam e il clan sunnita di Tikrit viene messo al bando. Inizialmente Washington usa la carta sciita per completare l’azzeramento dello Stato iracheno, ma la mossa si rivela presto un boomerang. Come già successo quindici anni prima con l’Operazione Cyclone in Afghanistan, dove molti mujaheddin antisovietici si sono trasformati in islamisti antioccidentali, le milizie sciite si adeguano ai nuovi scenari e si rivelano per gli USA una minaccia peggiore di quella rappresentata da Saddam stesso. Tutti gli errori vengono a galla. Il “grande fratello” Iran incombe e non potrebbe essere diversamente: due terzi degli iracheni sono sciiti e l’occasione del riscatto dopo la feroce repressione di Saddam, è a portata di mano. Gli stessi curdi sunniti[2] del nord, pur non amando Teheran, la preferiscono all’odiato giogo di Baghdad da cui cercano l’affrancamento. La Persia ha finalmente la possibilità di ripetere il progetto millenario di marciare verso ovest e per la prima volta può farlo senza troppe resistenze politiche. Se la coscienza americana tarda a comprendere quanto succede in Medio Oriente, Israele invece ha le idee chiarissime.

Fino al 2003, i nemici di Tel Aviv appartengono a due blocchi distinti: da una parte la teocrazia di Teheran, messa però nell’angolo da buona parte della comunità internazionale; dall’altra la solita famiglia di arabi litigiosi. Simbolo di questa divisione è il pessimo rapporto fra Siria e Iraq: anche se storicamente entrambe parte dell’orbita antioccidentale e foraggiate dai sovietici, Baghdad e Damasco sono rette da due sistemi baathisti in contrasto tra loro. La Siria a maggioranza sunnita è poi nelle mani degli Assad sciiti, mentre l’Iraq a predominanza sciita (unico Paese arabo ad esserlo) è governata da un’élite sunnita. A riprova del fatto, Assad padre partecipa a Desert Storm contro Saddam nel 1991. I tentativi di Baghdad di ricompattare il fronte arabo con il lancio di Scud sullo Stato ebraico, rimangono sterili. A questo si somma la posizione filooccidentale ormai consolidata dell’Egitto, che fino agli anni ’70 era stato invece punto di raccolta dell’antisionismo arabo. La trasformazione dell’Iraq in una terra di nessuno divisa in tre grandi tronconi etnico-confessionali, non può andar bene a Israele. La parabola ascendente degli sciiti iracheni diventa una minaccia reale, alla luce della sempre maggiore penetrazione iraniana. Agli inizi del secondo decennio del XXIesimo secolo, i fatti parlano chiaro: Tel Aviv si ritrova a nord gli sciiti libanesi di Hezbollah sempre più strutturati; a nord e a ovest quelli siriani e iracheni, compattati sotto la supervisione di Teheran.  Il progetto che porta alla nascita dello Stato Islamico si erige proprio su questo terreno: ristabilire un ordine politico alternativo alla macchia sciita che ormai gode di coperture istituzionali senza soluzioni di continuità dalla costa del Mediterraneo all’Oceano Indiano.

Lo Stato Islamico nasce dalle polveri di Iraqi Freedom intorno al 2006. Solo nel 2013 si espande nel territorio di Damasco cavalcando l’idea di un’entità islamista piazzata nel mezzo della mezzaluna sciita. Per potersi espandere in Siria, ha bisogno proprio della primavera araba che nel 2011 investe Damasco, sull’onda del restyling deciso per il Maghreb e il Medio Oriente. Non è un caso. Seppur ostili all’ISIS, fanno parte del progetto antisciita le decine di milizie a base sunnita che combattono in Siria contro Assad figlio. Come sostenuto dai decani della geopolitica, in Medio Oriente non sempre il nemico del tuo nemico è tuo amico (Kissinger, 2017). Lo spauracchio di Israele si chiama Iran ed è condiviso con l’Arabia Saudita, astro consolidato della geopolitica regionale e indiscusso leader dei mercati petrofinanziari di mezzo mondo. Il conflitto tra Teheran e Riad, iniziato in Afghanistan ai tempi di Al Qaeda, si espande in Siria e la posta in gioco è proprio il dominio regionale.  Lo scontro nel 2015 arriva nello Yemen dove Teheran e il suo avente causa Hezbollah, sostengono gli sciiti houthi, mentre Riad appoggia il presidente sunnita Hadi con una campagna militare senza precedenti per la Penisola Arabica. Il connubio Israele-Arabia Saudita è strategico. Al di là dell’ostilità di facciata, gli obiettivi nel breve-medio periodo sono gli stessi. La sempre maggiore impronta saudita all’interno della Lega araba è un’ulteriore garanzia di stabilità per lo Stato ebraico.

Al ruolo indiretto dell’Iran, ormai deus ex-machina del teatro siriano, si affianca quello diretto.  L’organizzazione Al-Sadr, vicinissima a Teheran, controlla un parte consistente delle Unità di Mobilizzazione Popolare (PMU, le milizie sciite irachene) ed è ugualmente ostile per Tel Aviv e Riad. Stesso discorso per Hezbollah che dall’inizio della guerra in Siria è parte attiva nel fronte pro-Assad. Che soldati iraniani siano presenti in forza in Siria (IDF, 2017) e milizie sciite collaborino sul terreno, è una delle chiavi militari della guerra civile siriana. La pressione iraniana sulla Siria è indiscutibile. Teheran prova a ricucire i tessuti strappati dalla dissoluzione dello Stato iracheno prima e siriano poi. L’occasione storica di coagulare i “seguaci di Alì” sotto un’unica bandiera sembra irripetibile, ma soprattutto l’Iran appare davvero come l’unica potenza islamica in grado di evitare l’istituzionalizzazione dell’integralismo sunnita[3] tra Mediterraneo e Golfo Persico. Per raggiungere i suoi scopi geopolitici, l’Iran gioca su una vecchia amicizia e un disegno lungimirante redatto nelle stanze del Cremlino. Senza l’aiuto militare e la copertura politica russi, Teheran non potrebbe muovere un dito in Siria. Soprattutto non potrebbe vincere.

Gli esiti della guerra civile siriana sono sotto gli occhi di tutti. L’intervento diretto di Mosca del settembre 2015 ribalta il finale di un copione già scritto. Se Israele all’inizio acconsente all’intervento di Mosca in cambio dell’impegno a mettere le briglie a Hezbollah (Beaumont, 2015), la guerra per Tel Aviv finisce peggio del previsto. Come sempre, a spaventare Israele non sono gli Assad, ma la contiguità del proprio territorio con Teheran. I confini fra Iraq e Siria passano sotto il controllo delle milizie sciite e quindi dell’Iran. Non era mai successo prima. Due fatti vanno tenuti in grande considerazione:

– secondo la nuova Costituzione irachena, il capo del governo di Baghdad è uno sciita[4]. Il primo ministro, viene anche nominato automaticamente capo delle forze armate;

 – in Libano il peso di Hezbollah è aumentato sensibilmente e il presidente Aoun, ex anti-siriano ai tempi della guerra civile, ha adesso un approccio amichevole con Damasco (BBC News, 2008).

Ora Israele è circondato da Paesi ostili meno divisi tra loro, ma soprattutto coscienti di una nuova forza e di un amalgama temuto anche dalle petromonarchie del Golfo. Il quadrilatero Beirut-Damasco-Teheran-Baghdad sotto controllo sciita rappresenta ora un orizzonte possibile. “La strada per Gerusalemme passa da Baghdad” diceva Khomeini. Non sembra azzardato sostenere che proprio grazie a Iraqi Freedom, il primo pezzo del percorso è stato realizzato.

La percezione dell’Iran in Occidente

Il terrorismo internazionale aiuta la rotazione geopolitica della Persia moderna. Se nei primi anni ’80 erano gli sciiti a incarnare l’integralismo, la jihad[5] (Hamam, 2004) che colpisce senza pietà nelle città europee cambia le carte in tavola. Le immagini di ostaggi occidentali a Teheran diventano storia, mentre non può essere ignorato il fatto che l’Iran combatta militarmente contro l’ISIS in Siria, nonostante una certa riluttanza del mainstream mediatico. Al di là degli evidenti interessi geopolitici, la realtà dei fatti è più forte del politically correct.  Agli occhi degli osservatori più attenti, l’Iran è l’unico argine al “monopolio islamico” saudita. Teheran è il frangiflutti di una potenziale onda integralista sunnita wahabita che da Islamabad può arrivare a Dakar. È l’unica alternativa musulmana al radicalismo che ormai devasta l’Africa e prende sempre più posizioni nell’Asia remota. La minaccia riguarda direttamente l’Occidente: l’immigrazione clandestina sposta il pericolo dall’Africa all’Europa; i sussulti nel Sudest asiatico mettono sempre più a rischio Paesi considerati da sempre fortezze filoccidentali, Filippine e Tailandia su tutti.

L’Iran non è più in cima ai “Paesi canaglia” e i media faticano a tenerlo congelato in un angolo. L’immagine controversa che intanto i sauditi danno di sé, aiuta molto ad accrescere il credito degli ayatollah presso l’opinione pubblica: gli orrori contro i civili nella guerra dello Yemen e le sempre più evidenti connessioni tra Riad e i gruppi jihadisti siriani, diventano di pubblico dominio. Anche la questione curda contribuisce a suo modo a ridurre il rigido isolamento politico dell’Iran. La dissoluzione dello Stato iracheno nel 2003 e la guerra siriana del 2011 danno un rinnovato impulso al disegno di un Kurdistan indipendente. Nonostante la causa curda sia centrale negli schemi occidentali del politicamente corretto, progetti concreti al riguardo però, tardano a decollare (Venturi, 2018). La scomoda verità è molto semplice: un Kurdistan indipendente non fa  comodo a nessuno. Non solo a Turchia e Iraq, demograficamente più esposti al problema, ma anche alla Siria di Assad, impegnata a recuperare sovranità, e all’Iran, coinvolto nella questione separatista curda da una guerriglia interna ritornata molto attiva a partire dal 2016 (Khalidi, 2016; Daily Sabah, 2016; Rudaw, 2017). Parlare con Teheran diventa necessario e il governo iraniano ne prende maggiore consapevolezza. Da una parte continua la sua opera di brandwashing in Occidente, recuperando terreno soprattutto sul piano dell’immagine con l’opinione pubblica; dall’altra, migliora i rapporti con i vicini, centrando due grandi risultati strategici la sovrapposizione all’Iraq; una collaborazione strumentale con la Turchia.

L’evoluzione dei rapporti tra Egitto e Iran

Menzione a sé meritano le relazioni con l’Egitto, a cui si è accennato sopra. La politica di facciata e la dipendenza energetica (Reuters, 2016) vuole un Egitto sempre allineato con l’Arabia Saudita. La realtà è diversa e molto peso hanno proprio le evoluzioni delle relazioni tra Il Cairo e Teheran, esposte a grandi cambiamenti di fronte. Dall’odio dei tempi di Nasser e Pahlavi, si passa all’amicizia del periodo Sadat quando l’Egitto inizia la sua parabola occidentale sublimata con gli accordi di Camp David. La rivoluzione islamica e Khomeini ribaltano ancora il tavolo: è Teheran stavolta a ripudiare l’America; al Cairo viceversa, spetta il ruolo di portaborse dell’Occidente e la diffida del mondo arabo antisionista. L’ostilità fra i due Paesi rasenta spesso la provocazione. L’Iran “vendica” l’esilio dato dall’Egitto a Reza Palhavi con strade intitolate a Khalid al-Islambuli,l’assassino di Sadat. Al cinico sarcasmo, seguono le forniture militari: gli iraniani, i cui arsenali sono riforniti dagli USA, iniziano a guardare a URSS, Cina e Nord Corea; viceversa, ai T-62 egiziani di provenienza sovietica, per tutta l’era Mubarak si affiancano gli Abrams.  I due grandi colossi[6] si guardano in cagnesco per tre decenni, ma con le primavere arabe tutto cambia di nuovo. Il dopo-Mubarak porta con sé delle novità, non del tutto previste nelle cancellerie occidentali. La breve parentesi Morsi comporta la prima visita ufficiale di un presidente egiziano a Teheran nel 2012, ricambiata dall’arrivo di Ahmadinejad nel 2013. Il resto spetta al generale Al Sisi, che su pressioni internazionali scaccia il pericolo Fratelli Musulmani, ma inizia al tempo stesso a riconfigurare la politica estera egiziana secondo note sue proprie: organizza manovre militari con la Russia di Putin; occupa la Cirenaica attraverso il generale libico Haftar; si sgancia dall’azione militare congiunta con i sauditi nello Yemen (nonostante sia stato tra i promotori dell’invasione del 2015); soprattutto riallaccia le relazioni diplomatiche con l’Iran e con la Siria di Assad.

A seguito della posizione di Al Sisi che blocca la risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU con cui si condannano i raid russo-siriani su Aleppo, l’Iran nel 2016 propone l’Egitto come mediatore per la crisi siriana. All’asse Iran-Russia-Siria, si aggiunge così il partner Egitto. Le buone relazioni Iran-Russia ed Egitto-Russia non sono una novità. In passato e a fasi inverse, i due Paesi mediorientali hanno già guardato a Mosca per riequilibrare l’alleanza fra Israele e Occidente. Oggi però, tutto ha un valore diverso. Il feeling fra Il Cairo e Teheran apre scenari inediti, soprattutto alla luce del confronto geopolitico fra Iran e Arabia Saudita.

Ruolo della Russia come mediatore fra Israele e Iran

L’idea di un possibile riavvicinamento a Teheran, secondo un approccio pragmatico, non è più un tabù. Se non come partner politico, quantomeno come potenziale strumento di bilanciamento da cui non si può del tutto prescindere. In altri termini, potremmo parlare di un Iran più utile che benvoluto, ma proprio per questo necessario. Quale che sia il nuovo posizionamento dell’Iran sulla scena internazionale, si pone comunque il problema delle relazioni con l’Occidente, non più gestibili secondo l’ottica di un’ostilità tout court. La vittoria de facto in Siria e il sensibile allargamento dell’influenza di Teheran in Medio Oriente, hanno senza dubbio accelerato questo processo. La posizione dello Stato ebraico, sotto questo profilo è determinante. Due aspetti sembrano centrali:

– La jihad globale, sotto le bandiere di Al Qaeda e dello Stato Islamico, non colpisce direttamente Israele;

– L’Iran, risulta l’unica forza potenzialmente vicina all’ottenimento di armi di distruzione di massa e politicamente in grado di minacciare Tel Aviv.

Al di là di ogni possibile retroscena, ben s’intende che l’ossessione israeliana rimanga il consolidamento di Teheran come potenza regionale[7]. Gli accordi sul nucleare dell’estate 2015 e la linea più morbida decisa dall’amministrazione Obama, allargano la distanza fra Israele e Stati Uniti, ma mostrano come la strada della distensione nei rapporti tra Iran e Occidente sia tutt’altro che facile. Il condizionamento di Tel Aviv sulla geopolitica mediorientale di USA ed Europa continua ad essere forte. In questo senso ben s’intende l’inasprimento dei rapporti tra Washington e Teheran deciso dall’amministrazione Trump (The Washington Post, 2017), teso da una parte a rimediare al disastro siriano della strategia Clinton-Obama (Ismay, 2017), dall’altra a rassicurare l’alleato israeliano, mai così lontano dagli USA come nell’era Obama. Il ruolo della Russia, in quest’ottica appare cruciale. I canali privilegiati che la diplomazia di Mosca ha con Teheran, si sommano all’alleanza strategica che Putin ha stretto in Medio Oriente con gli ayatollah nel secondo decennio del XXI° secolo. La nascita di un polo sciita e la sconfitta della jihad (almeno quella sotto la sigla dello Stato Islamico) è stata possibile proprio in virtù dell’intervento politico e militare di Mosca, i cui strascichi strategici sono più che evidenti. L’unica potenza capace di dialogare con Iran e Israele su un piano di reciproco rispetto è proprio la Russia, ormai unico garante politico affidabile per lo Stato ebraico riguardo ogni deriva possibile di Teheran e dei suoi alleati sciiti. Questa posizione privilegiata assume maggior valore alla luce dell’evoluzione dei rapporti tra Turchia e Russia, a rischio rottura nell’ottobre 2015 (BBC, 2015).

La strategia di Mosca di accettare il “pentimento” e l’avvicinamento del presidente turco Erdogan, ha di fatto cambiato gli equilibri strategici nel Medio Oriente. Il raffreddamento dei rapporti Turchia-Israele (Booth, 2010) e il gelo tra Ankara e Washington seguito al tentativo di colpo di Stato del luglio 2016 aumentano il peso diplomatico di Mosca, capace di sottrarre all’Occidente un partner storico come la Turchia, ormai in aperta collaborazione anche con l’Iran.

L’importanza del trittico Russia-Iran-Turchia nei colloqui di Astana per la risoluzione della crisi siriana, è un’ulteriore conferma di questa nuova dimensione. In sostanza, in Medio Oriente, Mosca aumenta la propria influenza diplomatica, mentre l’asse occidentale atlantista perde peso e pedine importanti.

Conclusioni

Se è vero che l’Iran ha sensibilmente aumentato la sua sfera d’influenza in Medio Oriente, il livello delle relazioni con Teheran appare per ciascun Paese sempre più come un termometro del proprio peso diplomatico nell’area. Le strade possibili per reagire a questo assioma, sono sostanzialmente due:

tentare di ridimensionare e arginare la crescita di Teheran;

assecondare il trend di un ritorno dell’Iran nel consesso delle nazioni.

Il tentativo di destabilizzare il regime degli ayatollah a inizi 2018 con la cosiddetta “primavera persiana” (Dewan, McKirdy, 2018) e il foraggiamento di movimenti jihadisti da parte di potenze occidentali degli ultimi anni, sono ascrivibili al primo scenario. Tra gli obiettivi nemmeno troppo reconditi della rivolta contro Assad, assume un peso consistente proprio il tentativo di arginare la crescente influenza iraniana nella regione. La deriva jihadista, strumentale allo scopo, è stata una variabile non sempre ben calcolata nelle cancellerie occidentali. Gli effetti collaterali in termini di crescita del terrorismo internazionale, sono di tutta evidenza. A meno di implosioni interne, destabilizzazioni del sistema di potere di Teheran programmate dall’esterno in questo momento non sembrano però molto probabili. Il posizionamento di Russia e Cina, partner storici di Teheran anche nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in questo senso appare come una garanzia per gli ayatollah.

Ulteriore stabilità viene dalla innegabile solidità interna delle istituzioni iraniane, che fanno della Repubblica islamica un “regime sistemico”,  non legato al potere di un partito politico, di un clan o di una ristretta oligarchia. Il passaggio indolore dall’era dei falchi di Ahmadinejad al doppio mandato presidenziale di Rouhani, universalmente riconosciuto come riformatore, è forse la prova più concreta di una longevità strutturale degli apparati di potere iraniani, a prescindere dai loro contenuti ideologici.    Un cambio di approccio con l’Iran, soprattutto da parte di Israele e Usa, implica viceversa un difficilissimo sgancio dalle petromonarchie del Golfo, un contenimento del potere politico-finanziario dell’Arabia Saudita e un sostanziale ribaltamento delle linee guida della geopolitica mediorientale. L’orizzonte più verosimile nel breve-medio termine per le potenze meno disponibili ad uno sdoganamento di Teheran sembra  questo punto il mantenimento di uno stato di tensione soft. Un nessuna pace, nessuna guerra che mantenga stabili gli equilibri senza prevaricazioni e senza derive[8].  Israele sa di aver vinto tutte le guerre con gli arabi, ma anche di non averne mai fatte con i persiani. La tecnica del “rischio controllato” applicato in Medio Oriente dal secondo dopoguerra in poi, per quanto più arduo, appare l’unica strada percorribile anche con l’Iran.

Dall’evidente cul de sac geopolitico ne trarranno vantaggio i Paesi capaci di agire unilateralmente e implementare le relazioni politiche ed economiche con l’Iran, anche nell’ultima fase del suo isolamento.  I riflessi di questo processo sugli equilibri globali se sui rapporti di forza fra potenze di rango mondiale, saranno con ogni certezza sostanziali.


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Bibliografia

BBC News (2008). Lebanon’s Aoun in Damascus visit. Tratto il 14 febbraio 2018 da http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/7762508.stm

BBC News (2015). Turkey’s downing of Russian warplane: what we know. Tratto il giorno 8 febbraio da http://www.bbc.com/news/world-middle-east-34912581

Beaumont, P. (2015) Netanyahu meets Putin to discuss concerns over Russian activity in Syria. The Guardian. Tratto il 10 febbraio 2018 da https://www.theguardian.com/world/2015/sep/21/netanyahu-meets-with-putin-over-concerns-of-russian-support-for-assad

Booth, R. (2010). Israeli attack on Gaza flotilla sparks international outrage. The Guardian. Tratto il 9 febbraio 2018 da https://www.theguardian.com/world/2010/may/31/israeli-attacks-gaza-flotilla-activists

Daily Sabah (2016). Iranian soldiers killed in clashes with kurdish militants near iraq border. Tratto il 18 febbraio 2018 da https://www.dailysabah.com/mideast/2016/05/05/ten-iranian-soldiers-killed-in-clashes-with-kurdish-militants-near-iraq-border

Dewan, A., McKirdy, E. (2018) Iran’s Supreme Leader blames ‘enemies’ for protests, death toll hits 21. CNN. Tratto il 13 febbraio 2018 da https://edition.cnn.com/2018/01/02/middleeast/iran-protests/index.html

Hamam, M. (2004). Jihad o non Jihad? A domanda, Dio risponde. Limes 1/2004, pp. 23-33.

Ismay, J. (2017) U.S. Says 2,000 Troops Are in Syria, a Fourfold Increase. New York Times. Tratto l’11 febbraio 2018 da https://www.nytimes.com/2017/12/06/world/middleeast/us-troops-syria.html

Israel Defense Forces (2017). Iranian forces deployed in Syria. Tratto l’8 febbraio, 2018 da https://www.idf.il/en/minisites/facts-and-figures/iran-in-syria/iranian-forces-deployed-in-syria/

Khalidi, A. (2016). Ari Khalidi, PDKI claims to have killed 10 iranian soldiers. Kurdistan24.net. Tratto il 18 febbraio 2018 da http://www.kurdistan24.net/en/news/966f7194-f7c0-4b77-893e-fb9edc1bc89f/PDKI-claims-to-have-killed-10-Iranian-soldiers

Kissinger, H. (2017). Henry Kissinger warns destroying ISIS could lead to iranian radical empire. Independent. Tratto da l’8 febbraio 2018 da https://www.independent.co.uk/news/world/americas/henry-kissinger-isis-iranian-radical-empire-middle-east-a7881541.html

Reuters (2016). Saudi Aramco informed Egypt about suspending oil product supply: official. Tratto il giorno 13 febbraio 2018 da https://www.reuters.com/article/us-egypt-saudi-petroleum/saudi-aramco-informed-egypt-about-suspending-oil-product-supply-official-idUSKCN12A1DH

Rudaw (2017). Renewed clashes between Iran’s IRGC and Kurdish fighters prove fatal. Tratto il 18 febbraio 2018 da http://www.rudaw.net/english/middleeast/iran/060820172

Venturi, G. (2018). Quanta ipocrisia sui curdi in Siria. La guerra con i turchi va bene a tutti. Il Giornale.it. Tratto il 10 marzo 2018 da http://www.occhidellaguerra.it/turchia-curdi-siria-afrin/

Washington Post (2017) Trump calls Iran a terrorist nation like few others’. Tratto il 10 febbraio 2018 da https://www.washingtonpost.com/video/politics/trump-calls-iran-a-terrorist-nation-like-few-others/2017/10/13/810b8214-b025-11e7-9b93-b97043e57a22_video.html?utm_term=.ba553ff872bb


[1] Nel 1979 l’Iran è già quinto produttore di greggio al mondo con 3,17 milioni di barili al giorno (dati OPEC). Nel 2015 raddoppia la sua popolazione che continua a crescere con un tasso dell’1,35%. Nel 2017 l’età media della popolazione è di circa 30 anni (dati Nazioni Unite). Nel 2016 è il 18° Paese al mondo per PIL (dati Banca Mondiale).

[2] Non arabi e con una lingua di origine iranica, sono un gruppo etnico culturale a sé stante, su cui Teheran ha fatto leva durante la guerra Iran-Iraq per destabilizzare il regime di Saddam Hussein.

[3] ISIS e Tahr al Sham su tutti.

[4] Fino alle elezioni del maggio 2018, in Iraq risultano essere primo ministro lo sciita Haydar al-Abadi e ministro degli interni Qasim al Araji, membro dell’Organizzazione Sadr finanziata direttamente dall’Iran.

[5] Il concetto di jihad si riferisce per definizione ad un integralismo di matrice sunnita con obiettivi dichiaratamente anche antisciiti.

[6] Nel 2015, dei circa 420 milioni di abitanti residenti nei Paesi della Lega Araba, 90 milioni sono egiziani. Dei 230 milioni di musulmani sciiti nel mondo, 80 milioni sono iraniani.

[7] Nel 2010, l’Iran è considerato al 12° posto della classifica delle potenze militari mondiali convenzionali e al 7° per numero di effettivi sotto le armi (Global Firepower).

[8] La rigidità su possibili sviluppi di tecnologie nucleari iraniane va considerata come punto inamovibile di ogni strategia politica israeliana anche per il prossimo futuro.

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