L'interesse europeo è un tabù

I paesi europei guardano a Est per non guardarsi dentro. La Russia è il nemico perfetto: abbastanza concreta da giustificare il riarmo, abbastanza esterna da accogliere la proiezione di fallimenti maturati altrove. Più agevole prepararsi alla guerra che rivedere i propri schemi mentali. La non-minaccia russa ricompatta in superficie ciò che si disgrega nel sottosuolo europeo: guerra fuori per non nominare il conflitto dentro. In questa contraddizione si colloca l’immigrazione: tabù innominabile, tema che non può essere affrontato senza il rischio di essere etichettati come nostalgici di un passato che non trova pace. Ma ciò che viene ignorato si incancrenisce.

Il Risorgimento è dimenticato

Appunti su una mancata politica storico-culturale: gli ottant'anni della Repubblica sono passati quasi inosservati, la targa inaugurata a Modena ha celebrato chi si oppose all'unificazione, i musei del Risorgimento sono vuoti. Mentre la Francia porta Marc Bloch al Pantheon e l'Iran inaugura statue di Shapur I, l'Italia ha smesso di raccontarsi. Senza un racconto condiviso, non c'è classe dirigente - solo una costellazione di corporazioni tribali che si autotutela.

Rivoluzione corsa

Dai fischi alla Marsigliese con Jacques Chirac presente alla morte in carcere di Yvan Colonna, dalla guerriglia del FLNC ai nazionalisti al governo dell'isola: la Corsica non ha mai smesso di resistere al centralismo francese. Oggi il percorso verso l'autonomia è formalmente avviato, ma il cammino è tortuoso, lo scetticismo diffuso e le linee di frattura ben visibili. Parigi concede poco e tardi, l'isola non dimentica.

Il grande reset fra Londra e Bruxelles

La Gran Bretagna guarda di nuovo ad un vecchio Continente in crisi. Mentre Jackson si riaffaccia a Washington, in ore che diventano sempre più buie, il populismo divampa ed intimorisce un sistema politico in vita da oltre un secolo. Ma a quale prezzo?

Il pride del Generale

Nel mese del Gay Pride, in Futuro Nazionale riemerge il nuovo orgoglio degli Anni Venti: la rivoluzione del piccolo-borghese dimenticato, di chi si percepisce scarto della società, espulso dalla sua classe sociale. Come Trump, Salvini, e tanti altri prima di lui, Roberto Vannacci punta fieramente sulla schiuma della terra e sui rifiuti della società. Coglie così uno dei sintagmi fondamentali della sintassi politica odierna: in un mondo in cui le opportunità sono infinite, la maggioranza rimane mediocre.

Fujimorismo in salsa democratica

Il ballottaggio del 7 giugno tra Keiko Fujimori e Roberto Sánchez si è chiuso con poche centinaia di voti di differenza, in un Paese che da dieci anni cambia presidente quasi ogni anno. Dietro lo stallo c'è una società profondamente spaccata: costa contro entroterra, capitalismo contro progressismo, la memoria del terrorismo di "Sendero Luminoso" contro quella delle sterilizzazioni forzate dell'era Fujimori. Il fujimorismo vince, ma consolidare il potere è affare ben più complesso.

Un partito-meme conquista l'India

Gli "scarafaggi" si sono organizzati. Quando un giudice della Corte Suprema indiana ha definito i giovani disoccupati che criticano le istituzioni "scarafaggi infestanti", non immaginava che in dodici ore sarebbe nato un partito, che in una settimana avrebbe raccolto venti milioni di follower e un milione di iscritti. Il "Cockroach Janta Party" dimostra che il digitale non è solo uno strumento di controllo, ma può ancora essere un'arma nelle mani di chi non ha nient'altro.

Teoria del partigiano Vannacci

Capire Roberto Vannacci attraverso Carl Schmitt rivela qualcosa che il dibattito corrente non coglie: non è un politico con un programma, ma una figura tellurica che si nutre dell'identificazione del nemico interno. La remigrazione, di conseguenza, non è una proposta percorribile, ma un grido di battaglia. Il 3,5% di sostenitori che, stando ai sondaggi, lo voterebbe cerca proprio questo: pura appartenenza.

Non c'è più un piano per il 2027

La sconfitta nel referendum è stata il vero spartiacque di questa legislatura. Così ora Giorgia Meloni naviga a vista verso il 2027, mentre nei palazzi dell’opposizione circolano già le liste dei ministri. Donald Trump ha fatto saltare il banco: Conte vuole scalzare Schlein, D’Alema e Renzi vogliono fare i kingmaker, mentre l’unica ancora di salvezza si chiama Jordan Bardella.

La Chiesa come contropotere

Nel surreale scontro fra Trump e Leone XIV emerge, ancora una volta, il vero volto del Vaticano. In epoca di polarizzazione il suo ruolo, intrinsecamente contrario alla politica di potenza, risponde ad una domanda diffusa e fondamentale: quella di moderazione e di dialogo morale. Che poi, alla fine, è la domanda di chi subisce il gioco delle grandi potenze.

Il campo largo non è un progetto politico

La politica italiana ha sempre dimostrato una capacità di adattamento sconfinata: coalizioni incoerenti tenute insieme dal magnetismo del potere, una classe dirigente occasionata più che edificata, vincoli esterni che definiscono a priori il perimetro del praticabile. Modalità di gestione del potere che hanno garantito stabilità finché anche il contesto lo era. Ora che l'ordine internazionale cambia struttura, quella stessa resilienza rischia di diventare il moltiplicatore della sua rigidità.

Morto un Orbán se ne fa un altro

La vittoria di Péter Magyar in Ungheria determina la conclusione del governo di Orbán, che dopo sedici anni è stato vittima della condizione di isolamento politico in Europa nella quale è finito rimanendo fedele al fronte sino-russo. Il destino di Budapest è destinato a cambiare, con un allineamento a Bruxelles promesso (sinora a parole) e un allontanamento da Mosca.
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