Fine dell’Operazione Militare Speciale

Il superamento di ogni sottile linea rossa da parte della “coalizione dei volenterosi”, unita alla fine della speranza di una mediazione statunitense, spinge il Cremlino verso una ridefinizione della strategia bellica. La “guerra” ora non appare più un tabù.

Paranoia, unità, smembramento

Ivan Ilyin scrisse in esilio, dalla Svizzera, pensando ad una Russia che non esisteva più. Non poteva sapere che decenni dopo la sua morte sarebbe diventato il punto di riferimento del sistema di potere che avrebbe sepolto l'Unione Sovietica. "I nostri compiti" (Ibex Edizioni, 2026) è, ad oggi, una delle fonti dirette più rilevanti per capire come pensano i russi.

Settanta metri al giorno

L’ammonimento americano alla Polonia sull’ipotesi d’un incursione russa - addirittura terrestre via Kaliningrad o Bielorussia - getta un’ulteriore luce sinistra sulla questione allargamento del conflitto armato russo-ucraino. Mosca rallenta sul campo sarmatico-eusino e subisce la precisione dei sabotaggi, conscia tuttavia dell’esaurimento delle difese aeree Patriot ucraine, così come dell’incapacità della Vecchia Europa di affrontare davvero il nodo guerra. L’Italia rimane tra le solite paure e i soliti pronunciamenti pacifisti, volti al solo tornaconto personale di una certa parte politica.

Il lungo inverno demografico di Russia e Ucraina

Mosca ha oscurato i propri dati demografici dalla primavera del 2025, mentre Kiev scende sotto un figlio per donna e conta tre morti ogni nato vivo. Da entrambe le parti le perdite militari si sommano a un declino che precede la guerra e che quest'ultima ha solo accelerato.

Lettere aperte, porte chiuse

La lettera di Zelensky serve a mostrare apparente disponibilità alla pace, a togliere argomenti agli americani che accusano Kyiv di voler prolungare la guerra, a parlare ai russi sopra la testa di Putin e a convincere gli occidentali che l’Ucraina può ancora far male. Letta da Mosca, non appare come una mano tesa, ma come una provocazione pubblica. Se lo scopo è una pace reale - non giusta - serve rovesciare i paradigmi che in quasi cinque anni hanno prodotto soprattutto un fallimento collettivo. Non si può pretendere che la parola parta sempre dagli altri. Può e deve cominciare anche da noi. Se la linea seguita non ha portato alla vittoria, né alla pace, né a un equilibrio più stabile, insistere è ottusità.

La tempesta prima della calma

Vladimir Putin ha aperto inequivocabilmente alla possibilità di inaugurare un processo negoziale, dicendosi disposto ad accogliere rappresentanti dell’UE a Mosca che non abbiano speso parole ostili nei confronti della Russia. Anche Kiev afferma di essere pronta a sedersi al tavolo delle trattative, chiedendo però che i colloqui vengano effettuati in una Paese terzo. Le intenzioni degli attori sembrano lasciare intendere che il termine della guerra si stia avvicinando, nonostante i recenti avvenimenti sul campo di battaglia contraddicano questa possibilità.

Passeggiando per Sochi

Si parte da Yerevan e si arriva a Sochi, la città che Stalin amava, che Pushkin celebrò e che le Olimpiadi del 2014 resero celebre al mondo. Si passeggia sotto un radar affacciato sul lungomare , si mangia da Rostic's - il KFC che non si chiama più così - si beve oolong in una sala da tè diventata centro di gravità del viaggio. Poi suonano le sirene, e le atmosfere da eterna vacanza si spezzano. La città però non smette di vivere: palpitante e con lo sguardo fisso sull'orizzonte in attesa di onde che non siano solo quelle del mare.

Gianfranco Fini: «Con la Russia occorre fare i conti, prendendo atto che l'illusione di un suo avvicinamento alle democrazie liberali è naufragata»

«I cinesi hanno una visione del tempo diversa dalla nostra. Una volta un collega cinese mi disse: sappiamo che voi siete contrari al ritorno di Formosa alla madrepatria; non è che non vogliamo dirvi quando accadrà, è che non lo sappiamo. Ma accadrà. Si tratta pertanto di un dossier non solo strategico, ma simbolico e culturale su cui Pechino non credo cederà»

Cosa sta succedendo in Mali

La perdita di Kidal segna un passaggio critico nella crisi maliana e ridefinisce la postura russa nel Sahel. La ritirata dell’Africa Corps evidenzia una strategia più selettiva, mentre attori jihadisti e tuareg sfruttano l’erosione del controllo statale. Ne emerge un sistema più frammentato, in cui sicurezza, risorse e alleanze si riorganizzano secondo logiche fluide, mettendo sotto pressione l’intero impianto regionale costruito negli ultimi anni.

Russi e ucraini combattono anche nel Mediterraneo

Una gasiera russa colpita da un barchino esplosivo ucraino nel Mediterraneo centrale, duecento militari di Kiev dislocati tra Misurata e Zawiya, istruttori ucraini a fianco dei ribelli tuareg nel Sahel: il conflitto si estende fino al giardino di casa italiano. Mentre Mosca consolida la propria presenza nel Fezzan e Eni annuncia nuove scoperte di gas al largo della Tripolitania, Roma si ritrova spettatrice in un teatro che non può permettersi di ignorare.

Marzio G. Mian: «Normalizzare i rapporti con i russi non è ancora possibile, ma in Italia c’è voglia di cambiare»

«Io viaggio con poche certezze. Forse una: quella di portare a casa la pelle»

L'ultima fase della guerra in Ucraina

A quattro anni dall'invasione, l'Operazione Militare Speciale ha smesso di essere uno scontro territoriale per diventare il laboratorio della guerra del futuro. Tre fasi distinte - manovra, trincea, digitale - hanno ridisegnato ogni paradigma bellico: droni al posto dei carri armati, algoritmi al posto dei generali, fuoco indiretto al posto dei fucili. Una trasformazione che nessun esercito al mondo potrà più ignorare.
Pagina 1 di 20