Come spesso accade dalle nostre parti, siamo maestri nell’arte di personificare l’assurdo. I molteplici punti di vista che attraversano il nostro continente – spesso più inclini all’ideologia che alla strategia – continuano a ruotare intorno alla formula della “pace giusta”, avvitandosi su ciò che dovrebbe essere, mentre si rifiutano ostinatamente di fare i conti con ciò che è. Così, il recente – e già vetusto – piano di pace in 28 punti (portati poi a 19), redatto dagli apparati americani e poi intestato all’“onnisciente” Trump, è stato prontamente bollato come “controverso” o “squilibrato a favore dell’invasore” – formula logora e ormai vuota ma ancora abusata nei salotti mediatici – solo perché non se ne coglie la reale portata strategica. Un piano destinato, verosimilmente, al naufragio diplomatico, anche per incapacità nostra.
La guerra in Ucraina è stata, fin dal principio, una delle più a-strategiche dell’epoca contemporanea. Ha prodotto esattamente ciò che andava evitato: ha fratturato l’Occidente, creato resistenze interne, incrinato le relazioni tra noi e gli Stati Uniti – impegnati oggi in una profonda ridefinizione della propria identità antropologica – mentre noi restiamo ancorati ai nostri schemi, affannandoci a trovare di volta in volta il “cattivo” di turno. Nel frattempo, ci prepariamo meticolosamente a una carneficina, via riarmo collettivo. Nel farlo, abbiamo anche ottenuto il risultato di saldare – sia pure provvisoriamente e per convenienza – due rivali come Russia e Cina, in un’alleanza tattica che rimodella gli equilibri globali in senso opposto ai nostri interessi. Nemmeno loro, probabilmente, avevano previsto un simile esito. Fiat iustitia, pereat mundus – sia fatta giustizia, anche se il mondo perisse – nell’aforisma attribuito a Ferdinando I d’Asburgo. “Pace giusta” è, in sé, una contraddizione in termini: se è davvero pace, non può essere “giusta”, se non dal punto di vista di chi la proclama. La mia pace è giusta, la tua no. Quindi la tua idea di pace non esiste nemmeno, perché io mi rifiuto di riconoscerla.
E questo rifiuto nasce dalla convinzione – profondamente radicata – che la mia idea di mondo sia universale. Un’ubriacatura da fine della storia che si è trasformata nella nostra forma mentis. Ecco la radiografia psichica di ciò che stiamo vivendo: un conflitto travestito da battaglia morale, sempre più ideologico, sempre meno governabile. Insistere nel proseguire questo conflitto a oltranza significa chiudere gli occhi davanti all’evidenza: non è una guerra che possiamo controllare, perché nessuna guerra è tale. L’unica vera alternativa sarebbe ammetterlo a noi stessi e pensare una soluzione di compromesso fra le parti. Continuare a raccontarci il mito della “pace giusta”, rischia di condurci verso l’autodistruzione.
Nella grammatica crudele della guerra, ci sono vincitori e vinti. Nel caso ucraino abbiamo perso tutti. L’Ucraina ha perso sul più importante dei fattori, quello umano. In pochi anni, Kiev ha subito un drammatico tracollo demografico: si stima che la popolazione sia passata da circa 44,3 milioni nel 2021 a 37,9 milioni nel 2024, con una perdita pari a oltre il 7,6%. Un quarto del Paese si è svuotato, soprattutto per effetto dell’emigrazione di massa — in prevalenza donne e bambini – che difficilmente faranno ritorno. A questo si aggiunge un crollo del tasso di natalità, oggi tra i più bassi al mondo, e una mortalità che, secondo diverse fonti, supera ampiamente la capacità di ricambio generazionale. Anche restando alle cifre più prudenti, parliamo di centinaia di migliaia di militari uccisi o feriti, decine di migliaia di civili morti, intere coorti di uomini in età da lavoro e da combattimento assorbite dal fronte o dall’esodo. a luglio 2025 sono stati verificati 286 civili ucraini uccisi e 1.388 feriti, il numero più alto degli ultimi tre anni per un solo mese.
A questo si somma la fuga di capitale umano qualificato – medici, tecnici, ingegneri – che alimenta le economie europee mentre svuota quella ucraina. La retorica della “resistenza ad oltranza” tende a rimuovere questo dato strutturale: si parla di armi, di linee del fronte, di pacchetti di aiuti, ma molto meno del fatto che, anche ammesso un esito militare meno negativo dell’attuale, ci troveremmo comunque di fronte a un Paese drasticamente ridotto per popolazione, invecchiato, segnato da traumi e con un’intera generazione dispersa tra i campi profughi. È questa emorragia lenta, silenziosa, che rende paradossale la retorica occidentale sulla “pace giusta”: si discute in astratto di principi, mentre sul terreno si consuma, giorno dopo giorno, la sostanza umana dello Stato che si dice di voler salvare. Inoltre, l’inchiesta anticorruzione “Operazione Midas”, guidata dalla NABU e dalla procura specializzata SAPO, ha svelato una rete di tangenti e contratti gonfiati legati alla società statale Energoatom. Con il conflitto in una fase di evidente impasse e la prospettiva di un negoziato che torna a farsi strada, far affiorare casi eclatanti di corruzione consente di ridimensionare, agli occhi delle opinioni pubbliche occidentali, l’immagine dell’Ucraina come vittima assoluta e alleato irreprensibile. È un modo, più o meno esplicito, per preparare il terreno a una graduale riduzione degli aiuti e all’apertura verso una soluzione diplomatica, senza apparire come un disimpegno improvviso.
Questa dinamica riflette una dialettica interna gli occidenti in lotta per stabilire quale linea seguire: da un lato, si insiste sul sostegno militare illimitato a Kiev, in nome della resistenza e della sicurezza collettiva; dall’altro, una corrente che, servendosi della narrativa legata alla corruzione, lavora per un disimpegno progressivo. Si tratta di due visioni complementari: l’una legittima la continuità dell’impegno, l’altra ne prepara l’uscita. Così si costruisce un margine di flessibilità negoziale — mantenendo, all’occorrenza, margini di manovra sia sul campo che al tavolo della diplomazia. Ad ogni modo, Kiev ha perso il diritto a definire il proprio destino, ammesso lo abbia mai avuto, schiacciata tra potenze che fingono di rappresentarla mentre usano il suo suolo come teatro di uno scontro per procura, fra cui anche i “volenterosi”, eccellenti a fare la guerra con la pelle degli altri. Stati Uniti e Russia, ognuno a modo suo, presenteranno, prima o poi, questa disfatta collettiva come una vittoria. Solo gli imperi, per stazza, struttura, peso specifico, apparato militare, possono permettersi la finzione. I deboli, no: devono pagare il prezzo senza nemmeno la possibilità di mascherare il fallimento. C’est la vie.

Per la Russia, questa guerra si è rivelata un disastro: quella che doveva essere una guerra lampo si è trasformata, dalla primavera del 2022, in una lunga e sanguinosissima guerra di attrito, data l’inattesa resistenza ucraina, rafforzata da un robusto supporto occidentale – in primis statunitense e britannico. Nel solo 2025 Mosca ha perso in media 100–150 soldati per ogni chilometro quadrato conquistato; il totale delle vittime russe si avvicina ormai al milione, una cifra paragonabile alla somma delle guerre sovietiche e russe dal 1945. Eppure, queste perdite non hanno cambiato gli obiettivi politici del Cremlino: Mosca continua a vedere il conflitto come parte di una lotta storica contro l’Occidente che promette vendetta, e Putin come il mezzo per garantirsi un posto tra i “grandi leader” russi, con una tolleranza al rischio e al costo umano straordinariamente alta, soprattutto perché il consenso interno resta solido.
La Russia non è ancora al collasso, come invece si sente strillare nei salotti mediatici da quasi quattro anni. L’economia continua a reggere grazie all’enorme spesa militare, alle catene di approvvigionamento adattate, al debito contenuto e al sostegno di Iran e Corea del Nord. Ma a pesare ancora di più è il silenzioso appoggio cinese – tattico e strategico – che contribuisce a prolungare un conflitto destinato a logorare gli europei e permette a Pechino di assorbire a basso costo gli idrocarburi russi. A ciò si aggiungono i ricavi energetici, elementi che consentono a Mosca di finanziare sia la guerra sia la spesa sociale per almeno altri 2–3 anni. L’industria bellica, pur provata dalle sanzioni e dalle perdite di oltre 3.000 carri armati e migliaia di mezzi, opera ormai a ciclo continuo e punta a produrre decine di migliaia di droni l’anno; circa il 40% del bilancio federale 2025 è destinato alla difesa. Il consenso interno rimane elevato (intorno al 70%), anche se aumenta il sostegno ai negoziati e crescono le preoccupazioni per inflazione, carenze e attacchi ucraini in territorio russo, che incrinano la facciata di normalità promossa dal Cremlino.
Sul piano demografico, nonostante circa un milione di vittime, il Cremlino mira ad ampliare l’esercito fino a 1,5 milioni di effettivi, attraverso ampie campagne di coscrizione e 30–40.000 nuovi arruolamenti volontari al mese. Tuttavia, l’aumento esplosivo dei bonus di reclutamento segnala difficoltà crescenti: se questi incentivi diventassero insostenibili, Mosca sarebbe costretta a modificare le proprie tattiche o a ricorrere a una nuova mobilitazione obbligatoria, con il rischio di alimentare malcontento interno.
La Russia ha già pagato un costo umano e materiale altissimo – e ha perso anche molto del suo prestigio internazionale, con l’Ucraina occidentale fuori dalla sua orbita e con la presenza di forze e strutture americane sul suolo ucraino. Tuttavia, conserva ancora risorse sufficienti per prolungare l’offensiva. Quello che certamente non ha è la capacità militare per invadere l’Europa, nonostante le narrazioni catastrofiste che circolano nel nostro dibattito mediatico, pericolose perché influenzano il percepito tanto dei decisori quanto delle opinioni pubbliche.
Il vero scenario inquietante non è quello – altamente improbabile – dei carri armati russi che attraversano i confini occidentali, ma quello di una guerra che, a forza di protrarsi, finisce per somigliare sempre più al collasso bellico della prima metà del Novecento. Un conflitto logorante, fuori controllo, che potrebbe degenerare al punto da riportare in superficie la minaccia nucleare come atto finale.
Eppure, continuiamo a tenerla fuori dal discorso pubblico, come se bastasse non nominarla per esorcizzarla. Assorbiti dall’urgenza di ignorare le conseguenze – perché solo immaginarle ci atterrisce – rischiamo di restare imprigionati nell’accidia, fino a precipitare nel fallout, epilogo devastante di un lungo preludio. Invece di percorrere la strada del compromesso credibile, l’unica via prudente e responsabile per scongiurare ciò di cui potremmo presto pentirci, continuiamo a voltare lo sguardo altrove, quando basterebbe solo un briciolo di coraggio per affrontare le nostre paure e iniziare a governarle.
Pechino non è mossa da simpatia per Mosca. La guerra in Ucraina le serve per un obiettivo più grande: dividere gli europei dagli americani, sabotare l’unità dell’Occidente, prevenire un fronte compatto anti-cinese nell’Indo-Pacifico. In questa prospettiva, la convergenza tra Cina e Russia trova il suo senso nel divide et impera. Intanto, la Cina avanza i propri interessi nella Siberia orientale e in Asia Centrale, approfittando dell’indebolimento russo per consolidare la propria influenza. Da parte loro, gli Stati Uniti sanno bene che sganciare la Russia dalla Cina sarebbe strategicamente utile. Ma non ne hanno né il tempo né l’energia. La priorità strategica americana, oggi, è l’entropia interna: una crisi antropologica e istituzionale che rischia di compromettere ogni ambizione globale. Così, il contenimento cinese viene per ora demandato alla “prima linea” dell’Indo-Pacifico, guidata dal Giappone. Con l’Europa lasciata in uno scenario incandescente, priva di bussola, ai comandi di una macchina da guerra che non può controllare, contro un nemico costruito a tavolino per giustificare il nostro agire altrimenti insensato.
I più sconfitti di tutti siamo noi: un disastro strategico, morale, umano. Era evidente fin dall’inizio –per chi non si faceva ingannare dalla retorica – che questo conflitto fosse privo di sbocchi. Una guerra destinata a logorare chiunque vi si ostinasse, incapace di produrre esiti positivi. Tantomeno una pace, e men che meno quella “giusta” che continua ad abitare i discorsi dei Paesi “volenterosi”, divenuti ostaggi delle proprie illusioni.
La vera natura di questo scontro è più oscura di quanto si voglia ammettere. La guerra in Ucraina si è trasformata in un conflitto trascinato dalla sua stessa inerzia, dove la logica del “non possiamo fermarci ora” ha sostituito ogni razionalità strategica. Parafrasando Edward Luttwak, chi si difende finisce per attribuire alla guerra per procura uno scopo autonomo — spesso illusorio, ma necessario per giustificare ulteriori sacrifici. E quando le aspettative iniziali vengono deluse – come è accaduto – la guerra si prolunga nell’illusione che la vittoria sia vicina, sempre a un passo. Così si legittimano nuove perdite, nuovi lutti. In nome del nulla.
Clausewitz aveva descritto questo meccanismo. Nella sua idea di “tendenza all’estremo”, la guerra, una volta iniziata, tende a sfuggire al controllo di chiunque ne abbia accettato i presupposti. Ogni mossa dell’avversario genera una contro-mossa più intensa, alimentando una spirale autonoma che travolge la politica. «La guerra – scriveva – è il regno dell’incertezza», dominata da una forza oscura capace di trascinare gli Stati verso fini che essi stessi non avevano previsto. È la logica di una deriva incontrollabile, quella in cui la politica smette di guidare la guerra e ne diventa ostaggio.
Da noi, l’incapacità di accettare le brutture della realtà genera illusioni consolatorie, che prima o poi si schiantano contro il muro che la realtà stessa, inesorabilmente, tende a porre davanti l’uomo. Nel Vecchio Continente continuiamo ad avanzare, più per inerzia che per consapevole determinazione, lungo una traiettoria che ci spinge sempre più in basso. E se davvero insisteremo nel discendere fino in fondo questa scala verso l’inferno, è lecito temere che l’ultimo gradino possa coincidere con l’evocazione, dall’oltretomba della Storia, degli spettri delle guerre mondiali che credevamo eternamente placati. Così, ciò che pensavamo sepolto potrebbe non esserlo mai stato davvero. Nell’oscurità degli abissi della nostra memoria, qualcosa continua ad agitarsi.