OGGETTO: L’eredità invisibile di Shinzo Abe
DATA: 21 Novembre 2025
SEZIONE: Geopolitica
AREA: Asia
Il mare, più della terra, definisce l’identità strategica del Giappone. Sotto la nuova guida di Sanae Takaichi, Tokyo rilegge l’eredità di Abe e prepara un nuovo ciclo di assertività militare per contenere l’espansione cinese. Tra demografia in declino, turismo soffocante e un sistema internazionale instabile, riemerge un Paese che non vuole più limitarsi alla difesa passiva, ma ritrovare centralità nel grande equilibrio indo-pacifico.
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L’8 luglio 2022, durante un comizio nella prefettura di Nara, Shinzo Abe venne colpito a distanza ravvicinata con un’arma artigianale. L’attentatore, Tetsuya Yamagami, ex membro della Marina giapponese, dichiarò di aver agito spinto da un risentimento personale verso la Chiesa dell’Unificazione, ritenuta responsabile del dissesto economico della sua famiglia, associando Abe a tale organizzazione. L’episodio rivelò un nodo irrisolto della società giapponese, dove religione, storia collettiva e trauma personale possono intrecciarsi in forme impreviste.

Da quella ferita emerge Sanae Takaichi come erede naturale. Eletta Primo Ministro del Giappone il 21 ottobre 2025, è considerata la figura più vicina all’eredità politica di Shinzo Abe, con cui aveva un rapporto stretto sia personale sia strategico. Takaichi incarnerebbe la visione di un Giappone più assertivo sul piano militare e diplomatico, portando avanti la linea del cosiddetto “pacifismo proattivo”, teorizzato da Abe per superare le limitazioni imposte dalla Costituzione pacifista e rafforzare il ruolo delle Forze di autodifesa.

Viene descritta come una figura conservatrice, nazionalista, orientata al rafforzamento della postura difensiva e alla revisione dell’articolo 9, in continuità con l’architettura concettuale di Abe sia sul piano strategico sia su quello tattico (economico). Ma le etichette servono solo a semplificare. Per comprendere serve leggere fra le pieghe della materia organica.

Ciò che sta avvenendo non riguarda il carattere di un singolo, ma la memoria di una nazione. Dopo decenni di quiete forzata, il Giappone ricomincia a pensarsi come attore centrale nel bilanciamento dell’Asia, come guardiano delle rotte da cui passa la sua esistenza. Nel 2014, intervenendo allo Shangri-La Dialogue, Abe aveva già formulato in modo chiaro questo principio, presentando il Giappone come garante dell’apertura dei mari, sostenendo che la reinterpretazione dell’articolo 9 fosse necessaria per consentire al Giappone di assumersi responsabilità più ampie all’interno dell’alleanza con Washington.

In realtà la revisione è stata pensata in risposta al deterioramento delle condizioni di sicurezza dell’Asia-Pacifico, insieme alla percezione che gli Stati Uniti, a differenza di convinzioni passate, non interverrebbero più automaticamente in difesa di altri, se non di sé stessi. Fra due mali, meglio scegliere quello che pare sulla via del tramonto. Questa traiettoria suggerisce che la svolta giapponese non sia attribuibile alla volontà o al carattere di un singolo leader. Si tratta piuttosto dell’emersione di un orientamento profondo, di più ampio respiro, inscritto nel corpo della nazione, che si manifesta quando muta il sistema di forze esterne e interne. Chi occupa la carica politica segue semplicemente una corrente più grande di sé.

Il mare è l’alfa e l’omega degli equilibri che si agitano nell’Indo-Pacifico. Essere o non essere potenza marittima è dilemma che definisce ambizioni e traiettorie geopolitiche. Il Giappone è un impero marittimo per vocazione; la Cina aspira a diventarlo per necessità. Le isole nipponiche non delimitano il mare, è il mare che dà forma all’arcipelago, lo tiene insieme, lo nutre e lo fa respirare. In esso il Giappone ha sempre riconosciuto l’origine della vita, dello slancio creativo e della propria epopea. L’acqua è destino. Per questo, quando decide di aprirsi o di espandersi, lo fa con la rapidità di una civiltà che conosce il mare come una seconda pelle.  Alla fine dell’Ottocento, la modernizzazione imperiale prese la via marittima. In pochi anni il Paese costruì una flotta moderna e proiettò la propria influenza in Manciuria, Corea e nel Pacifico. Non si trattò di imitazione occidentale, ma di un ritorno a una vocazione antica, interrotta solo durante l’isolamento forzato dello shogunato. L’arrivo delle “navi nere” nel 1853 aveva spezzato quell’equilibrio, e meno di mezzo secolo dopo la battaglia di Tsushima (1905) consacrò il Giappone come potenza navale, capace di sconfiggere l’Impero russo in mare aperto. 

Prima ancora, nel 1894, era stata la Cina la rivale principale. La guerra per il controllo della Corea segnò la prima grande prova della nuova Marina imperiale. Alla foce del fiume Yalu, la flotta giapponese inflisse una dura sconfitta alla marina cinese, stabilendo la propria superiorità navale. Il conflitto si concluse con il Trattato di Shimonoseki (aprile 1895), che assegnò al Giappone Taiwan e le Pescadores, trasformate rapidamente in colonie amministrate stabilmente fino al 1945. Dopo Tsushima, la nuova flotta non fu considerata un punto d’arrivo ma l’inizio di un ciclo. Il Giappone adottò la mentalità del “Copia, migliora, innova”: acquistare navi estere, studiarle pezzo per pezzo, replicarle, migliorarle. Iniziò con le torpediniere negli anni 1880 e passò gradualmente alla costruzione autonoma di incrociatori e poi di corazzate. 

Roma, Novembre 2025. XXIX Martedì di Dissipatio

Quel metodo, tanto umile quanto ambizioso, è un lascito culturale da cui trarre insegnamento. Invece di rincorrere l’originalità a ogni costo o temere l’imitazione, occorrerebbe recuperare il coraggio di apprendere, assimilare e poi superare. I giapponesi non copiarono passivamente, ma metabolizzarono conoscenza per trasformarla in potenza. Un atteggiamento che andrebbe riscoperto in ogni ambito, anche dalle nostre parti. Alla fine della Prima guerra mondiale, l’industria navale nipponica poteva competere con quelle britannica e statunitense. Intorno al 1920, la Marina imperiale era ormai la terza forza navale al mondo. Questo slancio fu spezzato solo con la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, quando l’ordine imposto dalle potenze vincitrici portò allo scioglimento della Marina imperiale e all’adozione della Costituzione pacifista. 

Non fu una scelta interna, ma una sospensione forzata della storia marittima giapponese. L’istituzione della Kaijō Jieitai, la Forza di autodifesa marittima, rappresentò allora una forma ridotta, vigilata e contenuta dell’antica Marina. Ufficialmente concepita per difendere le acque territoriali, essa ha continuato però, con discrezione, a preservare competenze, tradizioni operative e una memoria di sé. Un filo sottile che ha mantenuto vivo, sotto la superficie, il rapporto tra il Giappone e il proprio mare.

Sul piano essoterico, il Giappone si presenta come difensore di Taiwan e garante del cosiddetto “ordine indo-pacifico libero e aperto”. L’isola, annessa da Tokyo nel 1895 e amministrata per mezzo secolo, conserva ancora oggi un legame storico e culturale fortissimo con il Giappone. La colonizzazione giapponese, pur segnata da un dominio autoritario, portò a Taiwan modernizzazione, infrastrutture e istruzione, contribuendo a plasmare una società che ancora oggi guarda con favore al Sol Levante. Oggi oltre il 75% dei taiwanesi considera il Giappone il proprio miglior amico al mondo. Al secondo posto compare la Corea del Sud, indicata solo dal 4% degli intervistati, seguita da Cina e Stati Uniti, entrambi fermi al 3%.

Per Tokyo, difendere Taiwan significa proteggere un alleato naturale, ma anche salvaguardare la propria sicurezza nazionale: la caduta dell’isola nelle mani di Pechino rappresenterebbe una minaccia diretta alle rotte marittime che sostentano l’economia giapponese e metterebbe a rischio il suo stesso accesso all’Oceano Pacifico. Non è un caso che il senatore ed ex ufficiale delle Forze di Autodifesa giapponesi Sato Masahisa abbia dichiarato che “Giappone e Taiwan hanno una relazione tanto stretta quanto il mare che li separa”La cooperazione militare tra le due sponde è oggi più stretta che mai, con scambi di intelligence, un dialogo crescente in ambito militare e un costante allineamento con la strategia statunitense.

Ma dietro questa narrazione difensiva si nasconde un livello esoterico, più profondo. La difesa di Taiwan è il mezzo attraverso cui il Giappone mira a contenere e neutralizzare l’espansionismo cinese. L’interesse di Tokyo non è solo proteggere un’isola sentimentalmente affine, ma impedire che la Cina acquisisca il controllo degli oceani, proiettandosi verso il Pacifico e minacciando le vie del commercio mondiale, in altre parole imporsi con le cattive.

A questo proposito, le relazioni tra Tokyo e Pechino si sono ulteriormente incrinate. In un messaggio diffuso su X, l’ambasciata cinese ha ribadito la volontà di perseguire la riunificazione pacifica con Taiwan, ma non ha mancato di rinnovare la minaccia del ricorso alla forza contro qualsiasi iniziativa ritenuta separatista. La dichiarazione della premier giapponese Sanae Takaichi, che ha evocato un possibile intervento nipponico in nome dell’autodifesa collettiva, è stata recepita da Pechino come una provocazione inaccettabile. Ne è scaturita la crisi diplomatica più grave da oltre un decennio. In risposta, la Cina ha lanciato un avvertimento ai propri cittadini, invitandoli a evitare viaggi in Giappone: un gesto che sa di ammonimento e fa presagire l’approssimarsi della tempesta sullo Stretto di Taiwan.

Le nostre sono società invecchiate, disilluse, incapaci di credere ancora in qualcosa — nessuna esclusa, nemmeno il Giappone è stato risparmiato da questa nevrosi sottopelle. Entrato nell’orbita americana dopo la Seconda guerra mondiale, ha ereditato non solo un assetto istituzionale e strategico, ma anche parte dell’orizzonte psicologico occidentale. 

Anche Tokyo deve confrontarsi con l’invecchiamento demografico e con una generazione giovane che fatica a sostenere il peso della competizione sociale, priva di slancio, sfiducia nel futuro, logorata da un senso di impotenza silenziosa.

Questa condizione, che Francis Fukuyama – intellettuale americano di origini giapponesi – aveva già intuito più di trent’anni fa descrivendo l’“ultimo uomo” come figura terminale della storia, è oggi pienamente manifesta: individui apparentemente appagati, ma interiormente svuotati, segnati da una malinconia esistenziale che nasce dalla perdita del desiderio di lotta, rischio, trascendenza, di lasciare un’impronta nella storia. La convinzione che il benessere bastasse a saziare ogni bisogno ha silenziato l’anelito all’oltre.

Ad appesantire la situazione si aggiunge il serio problema dell’overtourism. Nel 2024 il Giappone ha superato il record pre-Covid con circa 36,9 milioni di visitatori stranieri, oltre i livelli del 2019. Nel dibattito interno si è imposto il concetto di kankō kōgai, “inquinamento” o “abuso turistico”, che indica il momento in cui il turismo smette di essere una ricchezza condivisa e diventa un disturbo permanente.

I residenti iniziano a evitare interi quartieri turistici, molte scuole rinunciano alle gite tradizionali a Kyoto per via dell’affollamento e dell’aumento dei costi, cresce la percezione che i salari restino fermi mentre gli stranieri, favoriti dallo yen debole, affollano spazi, servizi e luoghi simbolici.

In parallelo, si riaccende il dibattito sull’immigrazione. Figure come Hidenori Sakanaka, ex direttore del Bureau dell’immigrazione, hanno da tempo proposto l’accoglienza di milioni di immigrati per sostenere il tessuto produttivo nazionale e contrastare il declino demografico. Ma la società giapponese appare ancora incerta, divisa tra la necessità economica di aprirsi e la paura identitaria di perdere sé stessa. L’immigrazione resta una soluzione percepita come necessaria ma mai pienamente accettata, ulteriore irrisolto che grava sulla tenuta psico-sociale.

Eppure, gli ultimi anni dimostrano che nemmeno le società ritenute “senili”, stanche o strutturalmente in difficoltà sono immuni alla chiamata del conflitto. La Russia, da quasi quattro anni, combatte una guerra fratricida. Gli Stati Uniti, segnati da fratture interne crescenti e tensioni legate alla gestione dei confini, continuano a occuparsi della manutenzione del loro impero globale. Israele, pur attraversato da divisioni profonde al suo interno, prosegue una campagna incessante contro l’ombra del terrorismo. L’ “Unione” europea, priva di un’identità culturale unitaria e ben lontana dall’essere pronta a sostenere un conflitto di tipo novecentesco, ha comunque ripreso a riarmarsi per la percepita minaccia moscovita.

La guerra può germogliare dal timore del declino, dalla sensazione di essere accerchiati, dalla volontà di riaffermare la propria esistenza prima che altri ne decretino il tramonto. In certi contesti, è la percezione — lucida o distorta — di sé stessi e degli altri a risvegliare impulsi latenti. Il Giappone non si farà sordo alla chiamata della storia. Con la sua storia e la sua identità, non potrà eludere il proprio destino.

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