C’è un piacere intellettuale particolare – quasi crudele – nel rileggere Vilfredo Pareto in un’epoca in cui la propaganda ha raggiunto una perfezione tecnica che persino lui, lucidissimo vivisettore delle ideologie, faticherebbe a immaginare. Guerra e propaganda, raccolta di scritti e articoli che Pareto andò elaborando negli anni del primo conflitto mondiale, non è un libro facile. Non lo era allora, non lo è oggi. Pareto è, prima di tutto, il teorico delle élite. La sua opera maggiore, il colossale Trattato di sociologia generale (1916), è il tentativo – forse il più sistematico della sociologia europea – di costruire una scienza del sociale che si sottragga alle illusioni moralistiche e alle mistificazioni ideologiche. Al centro di questa costruzione vi è una semplice tesi: la storia è il cimitero delle aristocrazie, la circolazione delle élite è la legge fondamentale della vita politica, e le masse non governano mai davvero, né potrebbero farlo. Governano sempre ristretti gruppi minoritari, che si legittimano attraverso ciò che Pareto chiama “derivazioni”, le giustificazioni razionali, morali, religiose, ideologiche che le élite producono per coprire i loro “residui”, vale a dire le pulsioni e le tendenze psicologiche profonde che orientano davvero il comportamento umano.
In questo schema, la propaganda è, semplicemente, il linguaggio naturale del potere. È la forma che le derivazioni assumono in tempo di guerra, quando la posta in gioco è massima e l’urgenza di mobilitare le masse non ammette sottigliezze. Guerra e propaganda nasce in questo quadro teorico, ma lo mette alla prova con il materiale grezzo della storia contemporanea. Pareto osserva la Grande Guerra non come un interventista o un neutralista nel senso banale del termine: la osserva come uno scienziato che assiste a un esperimento di proporzioni straordinarie. E ciò che vede conferma ogni suo convincimento.
Le nazioni belligeranti, tutte indistintamente, producono propaganda. Non c’è lato della trincea che sia esente da questa necessità. Inglesi, francesi, tedeschi, italiani: ciascuno costruisce la propria narrativa della guerra giusta, del nemico barbaro, del sacrificio necessario, della civiltà da difendere. Pareto non si accanisce contro una parte sola – e questo è, forse, l’aspetto più urticante del suo metodo. Analizza la propaganda dell’Intesa con la stessa impassibile precisione con cui smonta quella degli Imperi centrali. Non c’è preferenza morale che incrini la sua analisi; non c’è nazione amica cui concedere il beneficio del dubbio. La simmetria è il suo stile, e la simmetria è già, di per sé, una presa di posizione radicale.
Questo è il nucleo di ciò che si potrebbe chiamare la neutralità analitica paretiana – e vale la pena insistere su questo concetto, perché è il contributo più originale e più contestato del suo metodo. Quella di Pareto è una neutralità epistemologica: il rifiuto sistematico di lasciare che le proprie preferenze ideologiche, nazionali, morali, contaminino l’analisi del fenomeno. È il programma – ambizioso fino all’arroganza – di una sociologia che voglia essere scienza nel senso pieno del termine, e non ideologia mascherata da scienza.
Max Weber, suo quasi-contemporaneo, aveva elaborato un principio analogo con la sua nota distinzione tra giudizi di fatto e giudizi di valore, con la Wertfreiheit – la libertà dai valori – come canone metodologico delle scienze sociali. Ma c’è una differenza di tono tra i due. Weber è tormentato dalla sua stessa distinzione, consapevole che il confine tra conoscenza e valutazione è mobile e difficile da presidiare. Pareto sembra invece attraversarla con una disinvoltura quasi sprezzante, come se la questione fosse risolta una volta per tutte. In lui la neutralità ha qualcosa di polemico, quasi di vendicativo.

Non si capisce Guerra e propaganda senza tenere conto del contesto in cui Pareto scrive. Residente a Céligny, sul lago di Ginevra, in una Svizzera che la guerra circonda senza toccare, egli occupa una posizione geograficamente e psicologicamente periferica rispetto ai grandi entusiasmi bellici. Quella perifericità è una condizione di osservazione privilegiata, ma anche una fonte di isolamento intellettuale. In Italia, gli interventisti di ogni colore – nazionalisti, socialisti rivoluzionari, futuristi – gridano all’unisono. Persino Mussolini, che Pareto aveva letto con interesse, si era convertito spettacolarmente all’interventismo. In questo clima, la lucidità analitica di Pareto sa di insulto.
E tuttavia – ed è questo uno degli aspetti più complessi della sua figura – Pareto non è un pacifista. Non crede che la guerra sia evitabile, né che lo sia il ricorso alla forza nella vita politica. Il suo realismo è totale: la violenza è una delle costanti storiche, i “residui” della combattività umana non si eliminano con le buone intenzioni o con i trattati internazionali. Ciò che gli ripugna non è la guerra in sé, ma la menzogna sistemica con cui la si giustifica. È la propaganda, appunto – non nel senso deteriore di semplice falsità, ma nel senso strutturale di produzione organizzata di credenze funzionali al potere.
Qui Pareto anticipa temi che altri svilupperanno con maggiore fortuna storiografica. Walter Lippmann, in Public Opinion (1922), avrebbe descritto con analoga lucidità la fabbrica dei “simboli” politici e la manipolazione del consenso nelle democrazie di massa. Harold Lasswell, pioniere degli studi sulla propaganda, avrebbe sistematizzato negli anni Venti e Trenta l’analisi delle tecniche di persuasione di massa. Ma Pareto precede questi sviluppi con uno sguardo che è al tempo stesso più cinico e più ampio: non si limita alla tecnica, risale alle strutture profonde, ai residui, alle derivazioni. La propaganda non è per lui soltanto una tecnica del potere: è la manifestazione più visibile di come il potere funziona sempre, in pace come in guerra.
C’è un passo, tra i più citati di Guerra e propaganda, in cui Pareto descrive il meccanismo con cui le élite trasformano gli interessi particolari in cause universali. Ogni guerra viene presentata come la guerra della civiltà contro la barbarie, della libertà contro la tirannide, del diritto contro la forza bruta. Ogni potenza belligerante si proclama difensiva, ogni aggressione viene reinterpretata come risposta necessaria a una minaccia preesistente. Pareto smonta questo meccanismo mostrando i singoli ingranaggi, ne descrive il funzionamento, registra con distacco quasi divertito la regolarità con cui si ripetono.
Questa regolarità è, per Pareto, la prova della sua teoria. Se le derivazioni cambiano – oggi si combatte in nome della civiltà cristiana, domani in nome della democrazia liberale, dopodomani in nome del proletariato internazionale – i residui rimangono gli stessi. Le pulsioni di combattività, di appartenenza al gruppo, di dominio, di conservazione del potere acquisito: queste costanti attraversano le epoche e le ideologie, indifferenti ai travestimenti retorici che si trovano a indossare.
È qui che il metodo di Pareto tocca il suo limite più nobile e, forse, la sua zona d’ombra. La neutralità analitica consente di smontare ogni ideologia, ma non offre strumenti per scegliere tra esse – o meglio, nega che questa scelta abbia un fondamento razionale. Rimane la scelta, ma essa è affidata ai residui, alle pulsioni, alle preferenze non dimostrabili. In questo senso, il sistema paretiano è radicalmente antinormativo: descrive il mondo con una precisione implacabile, ma si rifiuta di prescrivere come dovrebbe essere. È una sociologia senza redenzione.
Rileggere Guerra e propaganda oggi significa misurare la distanza – e la vicinanza – tra il laboratorio storico in cui Pareto scrisse e il nostro presente. Le tecniche di propaganda si sono affinate in modo esponenziale; i «simboli» di cui parlava Lippmann circolano ora alla velocità delle reti digitali; le derivazioni si producono in tempo reale, si consumano e si sostituiscono con una velocità che avrebbe stupito persino il sarcastico ginevrino. Eppure i residui, quelli, sembrano immutati. Le pulsioni di appartenenza, di combattività, di identificazione nel gruppo contro il nemico: non un atomo di esse è cambiato.
Pareto non è un autore consolatorio. Non promette liberazione, non indica vie d’uscita, non addita profeti. È, in questo senso, il più crudele degli specchi che la sociologia europea abbia mai costruito. Ma è anche – e Guerra e propaganda lo dimostra con particolare intensità – uno degli strumenti analitici più onesti di cui disponiamo per guardare in faccia il funzionamento del potere. La sua neutralità è una forma di rispetto per il lettore: non gli dice cosa pensare, gli mostra come si produce il pensiero altrui. In un’epoca in cui la propaganda è ovunque e quasi nessuno la chiama con il suo nome, questo è già moltissimo.