Francesco de Martini, il generale più decorato della Seconda guerra mondiale, morì anonimamente nella sua casa di Grottaferrata. Nei secoli precedenti si parlava di kleos, la gloria immortale. Una figura, per essere degna di nota, doveva venir raccontata nel corso dei secoli. Eppure, anche con le medaglie seppellite dalla distrazione della storia, Francesco de Martini ha lasciato il segno nel dialogo tra nazioni e sul potere del proprio ingegno.
La storia di de Martini va oltre ogni schema previsto per un personaggio come lui. Nato lontano dai contesti borghesi o nobiliari italiani, vide la luce nella Damasco ottomana. Invece di trascorrere la gioventù nelle migliori accademie militari d’Europa, il futuro generale fuggì all’età di quindici anni per vivere in una tribù beduina, dove si sentiva tutt’altro che uno straniero. Il futuro Generale, pur lavorando nell’esercito italiano, era un puro nomade. In un’occasione, disse al Corriere della Sera: “Conosco po’ l’italiano ma parlo e scrivo meglio l’arabo e tengo a memoria buona parte del Corano. Parlo anche amarico meglio di molti abissini”
L’ingresso nella vita militare avvenne quando de Martini era già, per i canoni dell’epoca, un uomo formato: aveva ventitré anni. Si recò al distretto militare di Bari, da dove fu inviato al deposito carri armati di Roma, l’unico reparto a cui poteva accedere a causa degli studi interrotti prematuramente. Nonostante lo scarso interesse per la scuola, Francesco de Martini l’aveva abbandonata in seguito a un evento che lo avrebbe segnato per sempre: insieme alla sua famiglia venne internato in un campo di concentramento per italiani.
Tuttavia, non era il territorio capitolino a riservargli le avventure che lo avrebbero distinto durante gli anni della guerra. Il generale diede prova di sé nel luogo che conosceva meglio: il deserto. Il Ministero della Guerra lo scelse per dirigersi in Etiopia e addestrare i soldati locali all’utilizzo dei carri armati. Fu in Africa che strinse un’amicizia inaspettata con un sovrano di discendenza biblica, educato tra i gesuiti francesi e il clero copto, negli anni a venire definito un tiranno: Tafari Maconnen, noto come Hailé Selassié. Francesco de Martini entrò facilmente nel suo cerchio ristretto di fedelissimi.
Era il 1928 quando Ras Tafari, nel tentativo di un colpo di Stato organizzato dalla corte fedele all’Imperatrice, rimase bloccato nella sua residenza, circondato dai rivoltosi. Francesco de Martini entrò in scena in modo quasi cinematografico: sfondò il cancello del palazzo con un carro armato Fiat 3000, riuscendo a far salire a bordo Selassié. Un gesto che stravolge la visione della storia odierna. Un generale italiano mise in salvo il futuro capo di Stato che, anni dopo, avrebbe denunciato alla Società delle Nazioni i crimini commessi da Benito Mussolini durante la campagna d’Etiopia. Nel pieno della campagna d’Etiopia, era il 1936, l’aria in Africa era diversa. Gli italiani avevano conquistato la città di Addis Abeba e l’esercito si trovava a contrastare continuamente gruppi di combattenti etiopi. Francesco de Martini si guadagnò il soprannome affibbiatogli dagli storici: il Lawrence d’Arabia italiano. Comandava non un reggimento, ma una banda irregolare composta dalla gente che conosceva meglio: reclute arabe delle tribù locali, dallo Yemen all’Eritrea, le stesse presso cui aveva trovato rifugio durante l’adolescenza.
La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare, la sua prima onorificenza, recitava: “Comandante titolare di una banda irregolare dimostrava spiccate doti di ardimento e volontà in operazioni di polizia e di rastrellamento nei dintorni di Addis Abeba. Durante l’attacco della città da parte di formazioni ribelli sceglieva appropriata posizione e, combattente e comandante audace, attaccava decisamente con la sua banda forze superiori avversarie, volgendole in fuga dopo aver loro inflitto perdite e aver preso di assalto due mitragliatrici. Addis Abeba-Entotto, 28-29 luglio 1936”.

Presto si arrivò all’ingresso dell’Italia in guerra. Francesco de Martini aveva preso parte a operazioni in Albania ed era diventato tenente proprio nel 1940, ma fu ancora una volta in Africa che arrivò la seconda medaglia. Ancora una volta si trovò al comando di una banda irregolare etiope. “Alla testa dei suoi ascari, impegnava un’audace e cruenta lotta riuscendo infine a rintuzzare l’aggressività dei ribelli, cui catturava armi e munizioni, e a portare a compimento la sua missione”. Questa azione confermò de Martini come uno dei pochi europei in grado di destreggiarsi nel deserto e nelle lingue locali come un beduino, portandolo a diventare responsabile dell’Ufficio I dello Stato Maggiore del Governo dell’Africa Orientale. A pochi mesi dal nuovo incarico, durante una missione dietro le linee britanniche, venne catturato. Non una sconfitta, bensì l’ennesimo atto di forza.
Neanche la malaria contratta durante la prigionia riuscì a placare l’ingegno di de Martini. Ricoverato in ospedale, fuggì pochi mesi dopo la cattura trovando un’imbarcazione che lo avrebbe portato a Gedda, in Arabia Saudita. Durante il viaggio clandestino attraverso il Medio Oriente, non venne meno il suo ruolo militare: sabotò e distrusse un carico inglese di munizioni. Francesco de Martini fu un uomo libero e fedele a sé stesso. Lo dimostrò anche la storia. Era arrivato l’Armistizio di Cassibile: l’8 settembre 1943 l’Italia si ritrovò costretta a scegliere tra Mussolini e la Corona. Il generale prese una decisione inaspettata per un uomo con il suo passato. Credeva che aderendo alla Repubblica Sociale sarebbe diventato una pedina del Reich e sapeva che il condottiero di bande beduine non aveva nulla a che fare con i gerarchi fascisti. Rimase fedele a Vittorio Emanuele III, che considerava un vincolo sacro e indissolubile, continuando a servire il Regno del Sud.
La figura di de Martini seppe distinguersi anche dopo la guerra, il soggiorno in Eritrea e il conferimento della Medaglia d’Oro. La conclusione del conflitto mondiale segnò la trasformazione dell’uomo d’azione in stratega. Promosso per meriti di guerra, venne trasferito nell’Ufficio I, equivalente dell’intelligence dell’esercito. All’antico complice di Ras Tafari venne affidata una missione su misura: riallacciare i rapporti tra Etiopia e Italia. L’ambasciatore etiope negli Stati Uniti avrebbe fatto scalo a Napoli e il colloquio con de Martini segnò uno dei primi passi verso il riavvicinamento tra le due nazioni.
Il 3 giugno 1947, Francesco de Martini inviò un documento al Capo d’Ufficio che recitava: “Per ciò che riguarda Tito, egli temerebbe di perdere, in una guerra fra i due blocchi, la sua attuale posizione; mentre, ottenuto tutto ciò che poteva ottenere dall’URSS e dovendo ormai soltanto pagarne lo scotto, cercherebbe, con psicologia tutta balcanica, di evitarlo appoggiandosi agli anglo-americani, dei quali dovrebbe altrimenti subire il primo urto”.L’anno dopo, la previsione del distacco tra Unione Sovietica e Jugoslavia si sarebbe avverata. In un momento insospettabile, il generale dimostrò la capacità di osservare oltre gli schemi geopolitici.
Le continue metamorfosi del generale hanno lasciato che la sua identità sbiadisse, fino a essere dimenticata. Il suo mito è stato liberato dal superfluo, dalle speculazioni e dalla polarizzazione politica. Francesco de Martini morì a Grottaferrata nell’anonimato più totale, lontano dai riflettori che avevano illuminato i suoi anni più intensi, e forse fu proprio quell’oscurità a preservare la sua storia dalle mistificazioni cui la retorica novecentesca avrebbe potuto sottoporla. La sua vicenda attraversò imperi, guerre e alleanze che si capovolgevano nel giro di pochi anni, e in ognuno di quei passaggi de Martini seppe muoversi con la stessa disinvoltura con cui, ragazzo, si era mosso tra le tende dei beduini d’Arabia. Restano le medaglie, i documenti d’archivio, le testimonianze di chi lo conobbe nel deserto o nei corridoi dello Stato Maggiore, frammenti sufficienti a restituire il profilo di un uomo che scelse la fedeltà alle proprie convinzioni piuttosto che l’appartenenza a una fazione, e che per questo sfuggì tanto alla propaganda quanto all’oblio.