La lotta politica italiana è stata spesso turbata da elementi esterni alla normale dialettica parlamentare. Tra tali condizionamenti si annoverano i dossieraggi, un’arma al contempo raffinata, in quanto la sua creazione tecnica è complessa, e dozzinale, perché sovente composta da pettegolezzi e indiscrezioni non verificabili. Nel corso della storia, soprattutto repubblicana, sono innumerevoli gli episodi che vedono i politici e i servizi segreti influenzarsi a vicenda con i primi che tentano di sfruttare i secondi per il proprio tornaconto e i secondi che si costruiscono la propria sfera di potere raccogliendo informazioni senza controllo sui primi. La disinvoltura nell’utilizzo delle risorse d’intelligence, d’altronde, ha comportato la creazione di innumerevoli archivi privati da cui, quando serve, escono le necessarie informazioni. Il fine ultimo è condizionarsi, controllarsi e ricattarsi a vicenda.
L’OVRA, onnipresente servizio segreto fascista, aveva raccolto, nel corso dei suoi quasi vent’anni di storia, una quantità enorme di documenti. Non stupisce, dunque, che alla fine della Seconda Guerra mondiale furono molti coloro che cercarono di mettere le mani sul materiale. Schede informative, elenchi di confidenti e prove di pagamento potevano condizionare carriere e decidere destini. Proprio per questo, non furono poche le manomissioni degli archivi durante la fase terminale del fascismo. Le svariate casse di documenti furono in un primo momento piazzate a Valdagno e poi furono trasportate a Roma. Qui furono prese in custodia da Guido Leto, ex alto dirigente dell’OVRA. Egli ne fece un uso magistrale, riuscendo a riposizionare sé stesso e i suoi collaboratori all’interno del nascituro apparato di sicurezza post-fascista. Lo storico Mimmo Franzinelli scrive così nel suo «I tentacoli dell’OVRA»:
Si può ipotizzare un uso ricattatorio degli incartamenti sugli informatori (i fascicoli «rossi») con l’impegno al silenzio in cambio di garanzie per gli ex appartenenti all’Ovra.
Leto entrò in contatto con tutti: cattolici, socialcomunisti e Alleati. Facendo leva sulla sua profonda conoscenza dello sterminato archivio dell’OVRA, seppe passare indenne l’epurazione e i processi nonostante avesse svolto il ruolo di capo della polizia politica della Repubblica Sociale Italiana. Per quanto riguarda i dossier, con ogni probabilità, essi si riversarono nell’archivio del ministero dell’Interno.
Una parte importante dell’apparato securitario del regime mussoliniano confluì senza enormi scossoni nell’intelligence repubblicana che ne ereditò le storture. A dieci anni dalla fine del conflitto bellico, nel 1955, l’allora ministro dell’Interno Fernando Tambroni scelse Domenico De Nozza e Walter Beneforti come gli uomini chiave dell’Ufficio Affari riservati, il servizio segreto del Viminale. I due arrivavano da Trieste e mantennero l’incarico per poco meno di un anno. Alle loro spalle, oltre a Tambroni, agiva anche il vicecapo della CIA nel Belpaese, Robert Driscoll. La questura del capoluogo friulano si era distinta, nel dopoguerra, per l’efficienza e l’utilizzo di una strumentazione tecnicamente avanzata che aveva permesso schedature di grande precisione. Con queste abilità e cospicui finanziamenti da oltreoceano, De Nozza e Beneforti rafforzarono la struttura dell’UAR, rendendolo un rivale del SIFAR, il servizio segreto militare. Nel corso della gestione triestina degli Affari riservati furono stilati dossier di natura politica, soprattutto sulla sinistra e sui rivali democristiani di Tambroni. Quest’ultimo, insieme ad Antonio Segni, appoggiò, in un primo momento, l’azione dell’UAR. Le intercettazioni ambientali e telefoniche e l’infiltrazione di confidenti furono le modalità predilette di De Nozza e soci, i quali, tuttavia, caddero presto in disgrazia. L’eccessiva indipendenza e disinvoltura e la rivalità sempre maggiore con il SIFAR decretarono la fine dell’esperimento. Il frutto di questo «lavoro sporco», in ogni caso, non venne disperso e andò a ingrossare le fila dei fascicoli del SIFAR.
Quest’ultimo è il caso di dossieraggio più eclatante della storia d’Italia. Si parla di 157mila fascicoli, intestati a politici, giornalisti, funzionari, imprenditori e perfino sacerdoti. Il tutto fu promosso e coordinato dal generale Giovanni De Lorenzo. Egli fu a capo dal SIFAR per quasi sette anni, dal 1955 al 1962 ma, in realtà, la sua influenza si estese anche successivamente potendo contare su appoggi ben radicati. Secondo lo storico dell’intelligence italiana Giuseppe De Lutiis, le attività di dossieraggio iniziarono nel biennio 1959-1960 con una modalità molto semplice: i singoli centri del SIFAR sparsi per l’Italia raccoglievano informazioni sulla vita pubblica e privata dei parlamentari della propria circoscrizione di riferimento. Se, nel corso dell’attività di controllo, emergeva un altro nome, sconosciuto al SIFAR, si apriva un ulteriore fascicolo. La schedatura di massa andò avanti per anni finché, nel 1967, esplose il caso. Si decise, dopo vari tentativi di insabbiamento, di procedere alla valutazione e all’eventuale distruzione dei dossier. Ne fu incaricato il generale Aldo Beolchini che, a capo dell’omonima commissione, decretò la distruzione di 34mila fascicoli sui 157mila totali. Il Parlamento, nel 1971, ratificò unanimemente la decisione ma fu solo nel 1974, con Giulio Andreotti tornato al ministero della Difesa, che si procedette con l’effettivo falò. Il problema è che questi enormi fascicoli, leggendario quello di Amintore Fanfani, composto da almeno quattro cartelle grandi come dizionari secondo le testimonianze dell’epoca, continuarono a circolare come fotocopie nei corridoi del potere. I dossier, infatti, fecero la fortuna di alcuni personaggi che ne utilizzarono il potenziale ricattatorio per ottenerne benefici. Secondo molti, ad esempio, Licio Gelli, capo della loggia massonica coperta P2, riuscì a mettere mano su una parte del prezioso archivio del SIFAR. Basti pensare che nel 1979, l’informatissimo direttore di OP Mino Pecorelli, pubblicò un numero del proprio settimanale in cui si ricostruiva l’intricata vicenda evidenziando come, a quasi due decenni di distanza, quei dossier non avevano perso il proprio oscuro potere. Una vicenda che si sviluppò praticamente negli stessi anni dello scandalo SIFAR ma molto meno conosciuta riguarda il «Servizio informazioni generali e sicurezza interna», il SIGSI. A capo di questo ente c’era Federico Umberto D’Amato, dirigente tanto rispettato quanto temuto e uomo di riferimento per diversi servizi segreti esteri.

Nel decennio turbolento per eccellenza, gli anni Settanta, non poteva mancare un caso di dossieraggio, per quanto passato incredibilmente sottotraccia nella pubblicista mainstream. Si parla del M.FO.BIALI, un voluminoso fascicolo da quasi 400 pagine. Il committente, con ogni probabilità, era Giulio Andreotti, il quale aveva chiesto all’ammiraglio Mario Casardi di controllare Mario Foligni, un faccendiere che aveva creato il Nuovo Partito Popolare, possibile rivale della DC e dell’unità politica dei cattolici. Casardi e Andreotti si rimbalzarono le responsabilità e non si seppe mai chi avesse dato l’input a chi. Fatto sta che il M.FO.BIALI, cioè «Mario Foligni Libia», venne materialmente stilato dall’Ufficio D del SID, guidato da Gianadelio Maletti. Presto gli uomini dei servizi si resero conto che il controllo sul NPP era la parte mento interessante delle attività di Foligni. Quest’ultimo, come risultò da intercettazioni ambientali e pedinamenti, aveva messo in piedi un gigantesco sistema di contrabbando del petrolio dalla Libia insieme a Raffaele Giudice, comandante della Guardia di Finanza, e al segretario particolare di Giudice stesso, il colonnello Giuseppe Trisolini. I due, insieme a un altro alto dirigente delle Fiamme Gialle, Donato Lo Prete, erano al centro di svariati episodi di corruzione, tutti minuziosamente controllati dai solerti agenti dei servizi. Il SID, tuttavia, si era messo in moto in maniera totalmente illegale e il M.FO.BIALI, parte cruciale del più ampio secondo scandalo dei petroli, girovagò in maniera occulta tra vari uffici finché, in qualche modo, finì nelle mani del già citato Mino Pecorelli. Il direttore dell’Osservatore Politico ne pubblicò alcuni spezzoni tra 1978 e 1979 nella serie «Petrolio e manette». Il dossier, che non fu mai consegnato alla magistratura, è un esempio chiaro del lavoro occulto dei servizi, utilizzati per ragioni politiche al di fuori della propria competenza.
Con la fine della Guerra Fredda e il conseguente disorientamento degli apparati, emersero tutta una serie di archivi para ufficiali, spesso creati a seguito di dossieraggi sostanzialmente illegali. Uno degli esempi più noti è l’archivio Cogliandro, frutto del lavoro clandestino dell’ex colonnello del SISMI Demetrio Cogliandro. Quest’ultimo era stato capo del controspionaggio tra 1974 e 1982 e, dopo aver lasciato il servizio, divenne un collaboratore esterno dell’allora numero 1 dell’intelligence militare italiana: l’ammiraglio Fulvio Martini. Sfruttando conoscenze e contatti, tra cui diversi giornalisti, Cogliandro raccolse informazioni e pettegolezzi su importanti uomini politici italiani. L’attività, retribuita con fondi riservati, andò avanti dal gennaio 1989 al maggio 1991. Lui e Martini si trovavano a cadenza regolare senza lasciare alcuna traccia ufficiale. Gli appunti, ritrovati tra 1995 e 1996, si concentravano sulle lotte interne al Pentapartito con particolare riferimento ai politici più importanti dell’epoca. Sono numerose, infatti, le note relative a Ciriaco De Mita, all’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga e a Giulio Andreotti. Dagli appunti dell’archivio Cogliandro emergevano comportamenti illeciti, tra cui il pagamento di tangenti, ma nulla fu passato alla magistratura.
La storia dell’archivio di via Appia, invece, è leggermente diversa. Il 3 agosto 1996 fu perquisita la casa di Federico Umberto D’Amato, morto due giorni prima. Nella sua abitazione furono trovati diversi fascicoli di politici, molti dei quali inerenti alla loro vita privata. Un paio di settimane dopo, in un deposito della Polizia situato sulla circonvallazione Appia a Roma, fu scoperto dal perito e professore Aldo Giannuli un altro archivio con dossier, reperti e fascicoli creati dalle strutture d’intelligence del ministero dell’Interno e mai regolarmente protocollate. L’immenso patrimonio, cresciuto di fatto nell’ombra, si stava pesantemente deteriorando, a causa dell’incuria in cui era caduto.
Ma il dossieraggio non è un fenomeno rimasto fermo agli anni della Guerra Fredda e quelli immediatamente successivi. Il caso Telecom-SISMI, senza tralasciare le inchieste recentissime sulla «Squadra Fiore» o su Equalize dimostrano come il fascicolo sia una pratica sempreverde nel mondo politico italiano. Continuità e fratture, così, si possono evidenziare con discreta precisione. Da una parte, si nota la costanza nella creazione di archivi paralleli, l’utilizzo di giornalisti per raccogliere notizie e la voluta negligenza nella protocollazione. Per quanto riguarda le novità, con la tecnologia odierna ci sono maggiori possibilità di penetrazione e non sono più i servizi segreti in prima persona a portare avanti queste operazioni. Nei casi recenti, infatti, i protagonisti sono spesso ex agenti che usano gli ufficiali in servizio come uno strumento per accedere più facilmente a banche dati e archivi. Ma la grande vera continuità è l’utilizzo del dossier come elemento di disturbo nella vita politica democratica e come mezzo efficace di pressione e ricatto all’interno delle élites.