Effetto Sigonella

Il non-accordo su Hormuz e l’alterco tra Meloni e Trump sono due manifestazioni, su scale diverse, della medesima crisi dell’egemonia americana. Il primo mostra l’incapacità di Washington di ristabilire l’ordine che pretende di garantire; il secondo certifica che gli Stati Uniti non intendono affatto abbandonare il continente, ma faticano ormai a far valere la gerarchia atlantica con la naturalezza di un tempo. Le letture superficiali riducono a schermaglia personale ciò che invece riguarda la struttura profonda del rapporto tra Roma e Washington.

I problemi di un modello basato sull'export

Un primato statistico celebrato come svolta storica rivela in realtà i limiti strutturali di un’economia fortemente aperta, esposta a shock geopolitici e commerciali. Tra dati parziali, dipendenza dai beni fisici e debolezza nei servizi avanzati, il nodo centrale diventa la sostenibilità di un modello fondato sull’export in un mondo sempre meno cooperativo.

Hormuz è una questione mediterranea

Nel Medio Oriente acceso dal triangolo di fuoco composto da Stati Uniti, Israele e Iran, l’Italia deve fare la propria parte per preservare il suo interesse nazionale. La visita di Rubio riapre per Roma la possibilità di proporsi come terreno diplomatico della crisi. Per l’Italia, Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez e Mediterraneo appartengono allo stesso apparato circolatorio: se gli stretti si chiudono, noi soffochiamo dentro il Mare nostrum. La pace ci serve per evitare l’asfissia.

Tutti gli Occidenti possibili

Il solco aperto da Trump con tutti gli alleati europei, e infine anche con l’Italia, invita ad una riflessione più profonda. Sulle due sponde dell’Atlantico, diverse idee di Occidente, diverse idee di Europa. Meloni cerca di tenere assieme le due anime, mostrandosi contemporaneamente europeista e filoamericana, sebbene in patria la vorrebbero nazionalista. Un equilibrismo fra estremi difficile da mantenere. All’indomani del fallimentare bilaterale con Rubio è venuta la Giornata dell’Europa: un invito a scoprire e confrontare i molteplici percorsi paralleli che la Premier cerca di abbracciare simultaneamente.

Andrea Minuz: «La destra italiana ha prodotto in questi anni un'enorme quantità di dibattito sull'egemonia e pochissima cultura degna di imporsi per forza propria»

«Del resto, non è mica facile: questi sono lavori di lungo periodo, e i progetti di lungo periodo e la politica oggi non vanno d’accordo. Tutto si consuma subito: slogan, annunci, proclami, post su Instagram»

Teoria del partigiano Vannacci

Capire Roberto Vannacci attraverso Carl Schmitt rivela qualcosa che il dibattito corrente non coglie: non è un politico con un programma, ma una figura tellurica che si nutre dell'identificazione del nemico interno. La remigrazione, di conseguenza, non è una proposta percorribile, ma un grido di battaglia. Il 3,5% di sostenitori che, stando ai sondaggi, lo voterebbe cerca proprio questo: pura appartenenza.

Piccola missione marziana

Mentre Stati Uniti e Cina si contendono il primato sulla colonizzazione di Marte a colpi di miliardi, l'Italia prova una strada diversa: il progetto "Small Mission to Mars" non punta sulla scala, ma sulla specializzazione. Costruire materiali direttamente sul pianeta usando la regolite marziana, ridurre i costi strutturali della permanenza umana, diventare fornitore indispensabile della futura economia extraterrestre. Una scommessa che vale più del suo nome.

Il campo largo non è un progetto politico

La politica italiana ha sempre dimostrato una capacità di adattamento sconfinata: coalizioni incoerenti tenute insieme dal magnetismo del potere, una classe dirigente occasionata più che edificata, vincoli esterni che definiscono a priori il perimetro del praticabile. Modalità di gestione del potere che hanno garantito stabilità finché anche il contesto lo era. Ora che l'ordine internazionale cambia struttura, quella stessa resilienza rischia di diventare il moltiplicatore della sua rigidità.

Il senso della Lega Nord

Umberto Bossi non inventò il malcontento del nord: lo trovò già pronto, lo tradusse in linguaggio politico e lo portò fin dentro le istituzioni che aveva giurato di distruggere. Gianfranco Miglio gli aveva fornito l'architettura teorica, ovvero il federalismo, le macroregioni, la critica dello Stato unitario. Ma quando si trattò di scegliere tra riformare il sistema ed entrarvi, Bossi scelse il potere. Fu l'origine dei suoi problemi e di quelli della sua creatura.

La scelta di Marina Berlusconi

Dalle parole della primogenita del fondatore di Forza Italia si evince l’esigenza di cambiamento. Al di là delle celebrazioni di rito per il lavoro svolto da Antonio Tajani, è chiaro che Forza Italia si trova ad un bivio: essere guidata da un profilo che ricordi da vicino Silvio Berlusconi o lasciarsi trasportare dalla necessità di voltare pagina? Il futuro è nelle mani di Marina, che è chiamata ad una presa di posizione, anche in tempi piuttosto brevi.

L'Italia galleggia, la politica affonda

Un referendum che avrebbe dovuto misurare il Paese ha misurato invece la sua paralisi: tutto si trasforma in voto politico, ogni riforma in campo di battaglia ideologico, ogni questione strategica in propaganda. In un paese che ha fatto di tutto politica, il dibattito pubblico si è ridotto a macchietta - e il quieto vivere è diventato l'unica vera ideologia trasversale.

Garlasco, o della coazione a ripetere

La cronaca nera come dispositivo narrativo permanente della televisione italiana. Il caso Garlasco diventa il paradigma di una macchina mediatica incapace di fermarsi. Come nella teoria freudiana della coazione a ripetere, il mezzo televisivo replica all’infinito lo stesso racconto, trasformando il vuoto informativo in intrattenimento e sacrificando verità, complessità e creatività sull’altare dell’audience.
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