Confessione

Aurelio Picca, l'ultimo patriarca d'Italia

«Per me lo scrittore serve solo se ha il coraggio di essere sempre eversivo, come lo fu Ugo Foscolo, che aveva combattuto per Napoleone e che, quando gli austriaci fecero un elenco degli intellettuali dell'epoca, sotto il suo nome scrissero: "Pericoloso sotto ogni Stato". L'intellettuale deve essere così: contro tutti, sempre». La confessione di Francesco Subiaco e Francesco Latilla ad Aurelio Picca. Foto di Maurizio Valdarnini.
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La via dei Laghi, col suo traffico sornione e spensierato, già annuncia Velletri… tra ville liberty, boschi sacri e camionette di paninari dai colori fosforescenti. «Accomodatevi, arriverò a breve!», ci dice al telefono con un tono duro e gentilissimo allo stesso tempo, mentre tra semafori e negozietti dal fare retrò processioni di studenti liberati dalle galere scolastiche e vecchie turiste russe paonazze, esita il luogo del nostro incontro nella ragnatela urbana. Un bar che mischia la convivialità elettrica delle taverne rock anni Ottanta e una certa eleganza distante da caffè di giubbe policrome, in cui anche tra le ombre di clienti e passanti sembrano confondersi la Belle époque e i bar sport con i santini del Pentapartito. Non appena entriamo ci viene chiesto se siamo gli amici del “Poeta”, e di fronte al nostro assenso ci scortano verso una sala riservata dove veniamo sfamati nell’attesa del padrone di casa. Dopo due Stinger e due Boulevardier, il nostro ospite appare dinanzi a noi. Aurelio Picca emerge dal fondale della sala come si esce dalla quinta di un palcoscenico, accogliendoci con giubilo, con la sua aura da antico patriarca, da “masnadiero malapartiano”. Dopo un rapido scambio di battute e aggiornamenti, entriamo nel vivo dei suoi pensieri. Inizia a raccontarci della sua Italia, della sua opera, delle beghe e dei tranelli di certo culturame italiano, di delinquenti conosciuti in un’osteria a Nettuno, delle bolge dei mercati rionali. Racconti in cui si alternano storie di miracoli e poligoni di tiro, i preventivi di qualche Ferrari o Jaguar introvabile, a leggende ancestrali di un Lazio mitico e magico. Un intreccio senza fine di sacro e profano, di cronaca nera e critica d’arte, che bene i introduce nel flusso dei suoi ricordi, nella bottega della sua opera. La sua aura carica di mistero, che ne delinea un profilo da alchimista, si poggia su un dinamismo ruggente e psichedelico che ci lascia immaginare che anche l’ultimo custode di palazzi immateriali e antichi santuari possa sfrecciare su una Honda 750 Four sotto arcipelaghi stellari e falci lunari, verso i bastioni di Orione o le porte di Tannhäuser.

Parlare con Aurelio Picca, scrittore poeta ed artista, è come trovarsi di fronte ad uno dei Rex Nemorensis descritti da Frazer nel suo Golden Bought: una sorta di re sacerdote, di sovrano mago e guerriero, esiliato nel nostro tempo, a custodire misteri originari e oscuri, in un mondo in cui il rito è estinto. Picca è, infatti, “una forza del passato”. Un grande patriarca della letteratura che regge il peso di una cultura millenaria e popolare, ctonia, nel cui rituale si alternano candore e crudeltà, innocenza e ferocia. Il suo mondo è fatto di apparizioni quotidiane, di vitalità, di tenerezza, di personaggi che vivono la vita in tutta la sua cruda e dura potenza. Tra le facce di carnevale degli uomini delle botteghe del mondo di ieri e lo sguardo estremo di coloro che abitano gli arsenali umani della periferia romana. Ed è proprio in questo teatro magico in cui la grazia e il disincanto costruiscono il palcoscenico dove le figure ritratte nei suoi romanzi inscenano drammi atemporali, dall’anima ancestrale, tra croci di legno e balocchi, arene e ippodromi. Un dialogo tra vita e morte, antico ed eterno, è quello che accompagna tutte le sue opere. Dove l’antichità pagana e quella paleocristiana sembrano non essere mai terminate mentre (r)esiste, tra le pieghe di un quotidiano (riscattato dallo stile), il numinoso e con esso l’originaria vitalità della carne. Qui siamo trasportati davvero nell’altrove, tra le pagine di un narratore a-generazionale che, nel tempo sospeso in questo lontano presente, sembra aprirsi a drammi che sondano l’invisibile. È di una personale ed atemporale mitologia dell’origine che il nostro autore è rivestito, come i luoghi da egli ritratti. Le spiagge in cui Lallo lo Zoppo e i suoi banditi (protagonisti del romanzo “Il più grande criminale di Roma è stato amico mio”) sequestravano le loro vittime, sembrano le stesse (non solo nello spazio ma anche nel tempo) in cui sbarcò per la prima volta Enea; le acque in cui trova la sua fine l’Alfredo di “Bellissima” si confondono con quelle in cui Palinuro si fonde tra le schiume del mare; per non parlare delle imprese di Chinaglia e Benvenuti che collimano, fino a completarsi, con quelle di Ercole tra la grotta di Craco e le sue fatiche impossibili. Attraverso questo continuo riesumare dall’abisso delle acque per risplendere a nuova luce, Picca realizza una invisibile, ma palpabile, simmetria tra presente e eterno in cui il tempo non esiste. In cui solo il sangue e il numinoso sembrano trovare spazio come in un rituale di parole che gronda di lacrime e mirra, sudore e incenso, con le sue apparizioni e le sue presenze – ad ogni pagina.

Non bisogna però cadere nell’errore di trovare in Picca un mero custode di echi dei passati perduti. I suoi romanzi sono libri di fiamme e non di cenere, di metamorfosi eterne e non di vecchi rimpianti; in cui un lirismo devastato coincide con un verismo visionario, costruendo un’autobiografia devastata dell’Italia che mischia ritualità e terrestrità, spirito e corpo. Un memoriale italiano che ripercorre la perdita dell’innocenza con la morte di Ermanno Lavorini in “Addio”; la mutazione antropologica dell’Italia travolta dal disincanto del suo benessere in “Tuttestelle”; la fine dell’Italia dura, della roba e del sangue, della terra, dei santi dei patriarchi, tramite la cronaca familiare interiore (dura e nostalgica) di “Se la fortuna è nostra”, a metà tra “I malavoglia” e “Amarcord”. Testi in cui sonda l’altrove e la corruzione, l’ambiguità e il mistero, come in quel romanzo di visioni e simmetrie invisibili dagli echi foscoliani e immagini psichedeliche, che è “I mulatti”. Oppure facendosi narratore epico che mostra una Roma criminale ed artista, arcipelago di solitudini e necropoli infestata, tra Chinaglia e Cesare, in “Arsenale di Roma distrutta”.

Mostrando l’Italia conquistata dalla mediocrità e dalla comunicazione, in cui “Si respira un’atmosfera da piccolo, sciatto, cinico, mestruato carnevale appenninico”, ma anche L’Italia Barbara dei suoi regni spirituali, dei suoi riti dimenticati, dei suoi cimiteri affollati di presenze, di vita, di rinascita.

Un ritratto epico e corale di una terra che “non è a forma di stivale bensì di arcangelo, una volta provvisto di ali meravigliose” di cui trova la sua sintesi in quel poemetto epico e trascurato, civile e antiretorico (antiengagement) che è “L’Italia è morta, io sono l’Italia”, in cui il paese e il suo destino sono crocifissi in un rosario di parole e immagini fatto di luoghi, di luci, di immagini, di apparizioni, di altezze in una geografia spirituale e magica dell’Italia. Come ha scritto Davide Brullo, Picca “compone un lebbrosario della contemporaneità”, un bestiario in cui i personaggi dei suoi romanzi sembrano parte di un sogno fatto di macerie e reliquie, tra la santità di Maria Goretti e la feroce dolcezza dei personaggi di “Sacrocuore”. Destini e visioni che vengono evocate e devastate da uno stile e una lingua che provengono dai dimenticati regni italiani, dalle antologie del Risorgimento, dall’argot violento e candido dei bastimenti umani che navigano nelle periferie e nei borghi.

Lo stile di Picca è, infatti, febbrile e feroce, ruvido e dolce, tenero e spietato, mistico e mitico. In cui il cielo sembra quello dei più crudeli quadri di Rothko e i paesaggi tratti dalle tele dei pittori del Gran Tour, filtrati dalla devastazione feroce del dripping di Pollock. Con una lingua preziosa e antica, in cui visione e destrutturazione, barocco ed espressionismo astratto, si alternano e confondono. Dove uomini usciti dalle bolge di Ensor e Grosz si trasformano in bari, crocifissori, becchini di atmosfere caravaggesche, tra un Seicento carnale quanto sacrale e un Ottocento fiabesco e d’appendice; cadaveri viventi tra beretta e incenso, reliquie e gioielli, marmo e sangue. Picca tratta i mondi e le voci che racconta con la confidenza che un medium ha con i suoi spettri, come un sacerdote arcaico che riesce a sentire sussurri e grida di mondi fuori dal tempo. Mondi che si possono rivelare soltanto dietro a costellazioni di simboli e misteri. In conclusione, di Aurelio Picca si può dire quello che Roy Campbell, l’Aragorn del Novecento, disse di sé stesso: “Io sono l’antico cacciatore delle pianure/Passa il mondo: sono il sognatore che resta, /l’Uomo, netto contro l’ultimo orizzonte”.

Per meglio entrare nel laboratorio di questo “fuorilegge delle lettere” dissacratore e vitalista abbiamo deciso di intervistarlo nella sua Velletri sotto il cielo di una invincibile estate.

-Qual è uno dei suoi più vividi ricordi?

Mio nonno Aurelio. Era una guida per me, un riferimento, un maestro. Era un uomo duro e magnifico; un vecchio repubblicano anticlericale, sanguigno e austero. Mi ricordo un pomeriggio estivo nel bar in cui lavorava (e dove io a dieci anni iniziai a servire i caffè). Nonno vide dall’interno del bar due energumeni che litigavano tra di loro in maniera roboante. Ora non ricordo per cosa litigassero, ma lo facevano in modo pletorico, alzando inutilmente i toni, in un continuo scambio di improperi abbastanza noioso. Io li fissavo, quando ad un certo punto uscì mio nonno dal bar e gli lanciò un coltello sul tavolino – con una gamba zoppicante – su cui prima stavano prendendo il caffè dicendogli: «Ma la volete finì? Dateve na ficcagliata [coltellata ndr] in gola così ve state zitti». I due uomini un po’ arrabbiati si separarono e poi se ne andarono scocciati. Mentre ci ripenso quel mondo mi sembra così lontano, così distante. Oggi una scena così sarebbe impensabile…

-Che tipo d’Italia era?

Era un’Italia sacra. Sembrava uscita da un miracolo, da una visione. Un termine di cui nessuno parla più… quando invece la visione è una forza di una energia e di una potenza che vale una vita intera. Ma soprattutto era una patria di botteghe, di spade di legno, di processioni, di delinquenti, di patriarchi. Un mondo feroce, ma anche innocente, dotato sicuramente di una umanità superiore rispetto a quello mediocre di oggi. Quella era veramente una patria segreta e vitale, crudele, ma pura. Non come adesso…

-Come vede l’Italia di oggi?

Spenta, insofferente, illusa dai propri miti di progresso. Il problema vero è che viviamo come se avessimo perduto la forza del passato. Siamo privi di un obiettivo comune da raggiungere insieme, di un destino da percorrere. Non abbiamo più un obiettivo o un cammino da perseguire, ma soltanto dei piccoli miseri desideri. Si è persa la forza di riconoscerci nel sacro e nella comunità, di credere in una costruzione collettiva; tutto si è fatto fungibile ed effimero. Non siamo più una civiltà al tramonto… siamo oltre il crepuscolo; qualsiasi cosa accade ha il sapore più del subumano (o del postumano) che dell’umano. Tutto è labile, irriconoscibile, mascherato, non sappiamo più dire chi siamo e dove siamo diretti. Siamo in grado solo di rimpiangerci, di illuderci, di “divertirci”. Ci è dato solo di cantare stonati e inconsapevoli, come nell’ultimo miserabile carnevale dei servi della gleba.

-Nemmeno nei borghi o nella provincia, tra gli Appennini e le bellezze nascoste del paese ci si può più ritrovare?

Nulla è più segreto. Tutto è profanato, tutto è in vendita e muore in odore di pubblicità… Sono così ridicole quelle folle pletoriche di gente che vanno a riscoprire i famosi borghi “nascosti”. Quei borghi che proprio il turismo e la pubblicità hanno saccheggiato del loro antico fascino. Non rimane nulla del loro incanto, se non macerie truccate di didascalie. Stanno rubando le mie patrie, rendendole delle caricature pubblicitarie. Sono, infatti, diventate delle cartoline, dei souvenir del consumismo. Nessun luogo è più nascosto o sacro, tutto è pubblico ed esplicito. Anche i luoghi appartati della mia infanzia ora sono solo dei grandi fast food sociali, stracolmi di B&B e ristoranti, che vengono immortalati da foto, da selfie, da istantanee, che però perdono ogni rapporto col piacere di vivere l’attimo. Addirittura, la vita interiore è diventata una cosa pubblica assoggettata alla tecnica e alla comunicazione. Di quella “Forza” e di quel “Mondo” che ho conosciuto, oggi non c’è quasi più traccia…

-E che spazio ha ancora il sacro?

Il sacro è stato schiacciato e consumato. È appassito, ma non è ancora morto, per fortuna. Nonostante l’impegno di molti…

-Cosa potrebbe farlo risvegliare?

Per far rigenerare il sacro questo dovrebbe essere un tempo di “martiri”, di testimoni. Ma il clero non so se potrà reggere questo confronto… La chiesa, soprattutto, dovrebbe tornare a essere fragile, dovrebbe rinchiudersi, scacciare tutti coloro che non sono rigorosamente legati a Cristo, anche rischiando di estinguersi. Un rischio che correrebbe lo stesso senza ritornare alle sue radici, rimanendo una istituzione tra le istituzioni, uno Stato tra gli Stati, una ideologia tra le ideologie. Bisogna rimanere in pochi. Chiudere le chiese, tornare a quella dimensione originaria quasi catacombale. Vivere come perseguitati. Solo così potrà salvarsi la chiesa. Vedo che questa Chiesa, che continuo a rispettare profondamente, ha perso totalmente il senso del sacro, dello spirito, del rito. Oggi il Vaticano si apre al mondo perdendo il suo mistero. Benedetto XVI è stato colui che ha cercato di riportare lo spirito e il sacro al centro della Chiesa. Insegnando che non bisogna laicizzare la chiesa, modificare il sacerdozio, fare delle riforme. Bisogna tornare allo spirito, al segreto, al sacro. Papa Ratzinger lo aveva capito, ma il suo insegnamento oggi è andato perduto e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

-Philippe Aries ha insegnato che il mondo moderno oltre alla dimensione del sacro ha perduto anche la coscienza della morte. Che rapporto ha Aurelio Picca (e la sua opera soprattutto) con la morte?

La morte è fondamentale. È una esperienza che la nostra società rimuove continuamente. A nessun bambino i genitori fanno più vedere un defunto. Si è smarrito il culto dei morti su cui sono nate le grandi civiltà del passato, non solo occidentali. La parola morte si vorrebbe rimuovere, dimenticare, ma invece essa rimane attaccata alla vita indissolubilmente. Bisognerebbe fare ogni giorno una preghiera alla morte. Invece la si vuole cancellare perché la nostra società ha adottato nuovi miti: la giovinezza, l’ambizione, il successo, tutto ciò che è performante, come se ognuno di noi volesse vivere sempre come una Ferrari, ma ciò è impossibile. Quando si dice che si è allungata la vita è in realtà una menzogna che ci diciamo. Si è allungata la vita solo nella sofferenza… nella sopravvivenza. La morte viene cacciata dalla ordinarietà dell’esistenza trasformandosi nel principale tabù del nostro tempo. Una cacciata che è palese anche nella ricerca di ridimensionare la liturgia funebre, i suoi riti e i suoi luoghi. E al continuo ricorso alla cremazione.

-Una sorta di “nuovo editto di Saint Cloud” come lo ha più volte definito…

Esattamente. Così facendo si recide il legame, il contatto, la confidenza con la morte distruggendone la sacralità. Io devo avere il senso della morte sempre vicino, mentre gli uomini tendono ad allontanarla da sé, anche fisicamente. Già Foscolo nei Sepolcri non accettava che i morti fossero ammucchiati fuori le mura delle città, proprio a causa dell’Editto di Saint Cloud. Ora sembra che si voglia addirittura far scomparire i corpi dei morti, cremandoli. Si dice che così possiamo tenere le loro ceneri con noi, ma è una menzogna: si bruciano perché non vogliamo più vedere i camposanti… perché “non c’è spazio”. Ma questo è una sottrazione di umanità, di civiltà, di cultura. I bambini non sanno più cosa siano i cimiteri. I vecchi non muoiono più in casa, ma lontano, nelle cliniche e nelle case di riposo. Muoiono non fra le mani doloranti dei loro parenti, ma fra le mani fredde ed esauste dei medici. E così si elimina l’elemento più sacro che esiste: la morte. L’abbiamo tolta di mezzo, senza però averla risolta o accettata.

-A Junkopia aveva affermato che stava lavorando a quattro opere. Può anticiparci qualcosa?

Sapete… io nasco come poeta, prima, e divento scrittore di racconti, più tardi. Mi percepisco, quindi, più come un narratore puro che un romanziere classico. Quando scrivo punto la mia attenzione sull’arte della parola e sulla sua musicalità. Un’abitudine che nei primi anni Novanta ho trasportato dalla poesia al racconto breve e che è stata la base di un mio vecchio libro intitolato “Racconti dell’eternità”. Un’opera in cui volevo misurarmi con la brevità e l’essenzialità tramite racconti brevissimi che dovevano condensare in poche estreme parole il reale nella sua totalità espressiva. Atmosfere, sensi, emozioni, azioni, stati d’animo, visioni. Ogni parola doveva condensare tutti questi aspetti, caricando qualunque termine del proprio massimo significato, così da concentrare l’essenza delle cose in piccolissimi racconti quasi miracolosi. Volevo “sfidare” (è una battuta ovviamente) Parise e Verga – anche perché erano i miei riferimenti narrativi principali. Ora, aldilà del risultato di quel tentativo, sto cercando di scrivere un romanzo che raccolga quella sfida e la superi.

-Ha un nome?

Si, ma non lo voglio ancora svelare. Però posso dirvi che sarà un romanzo grande, ma estremamente verticale, in cui i capitoli raccontano la vita di questo uomo devastandone ogni aspetto ed evento tramite lo stile, cercando di condensare in poche parole e poche immagini l’essenza di un anno, in piccole immagini che ne contengono il massimo significato di una vita. Affidando a poche piccole immagini, visioni e descrizioni gli esiti di tutta un’esistenza. Potrà essere la luce di una stanza, il fascino di un dettaglio o la violenza di un ricordo, la voce di un sussurro che scompare nella notte. Tutti elementi che cercheranno di incastrare la totalità degli eventi, delle emozioni, della realtà in una spirale verticale.

-Un libro di miracoli…

Più che altro un libro in cui non trova spazio il vuoto della quotidianità. In cui anche l’ordinario è preso nella sua essenza segreta e sacrale. Rimandando al numinoso, al segreto delle cose. Un romanzo che immagino come una torre, o una cattedrale che si staglia verso il cielo, la cui cifra è certamente la verticalità. Dove la quotidianità che ci circonda si dissolve, facendo rimanere solo il nettare delle cose… che è poi quello che mi è sempre interessato mostrare sia nei romanzi che nei racconti.

-Perché?

Non mi interessa il quotidiano se non cela in sé la porta del mistero.

Non mi è mai interessato. Si tratta di una concezione che ha accomunato tutta la mia opera, dalle prime poesie ad oggi.

-È in un certo senso poesia in forma di prosa.

Ma sapete io non ho mai smesso di fare poesia, e non mi sono mai dimenticato di portare nei racconti e nei romanzi quello stile, quella verticalità, quel tono che avevo nelle poesie. Ho sempre trovato tra la mia poesia e la mia prosa una profonda continuità. Ad esempio, qui a Velletri mi chiamano “poeta”, ed io non li smentisco dicendogli che ora sono un romanziere e uno scrittore, proprio perché non vedo una distinzione se non formale tra la mia attività poetica e quella in prosa. Anche perché, dopo le mie prime raccolte ho continuato a scrivere sia poesie che alcuni poemetti, tra cui “L’Italia è morta, Io sono l’Italia” che è l’unico vero poema civile scritto in Italia dopo “Le ceneri di Gramsci”. Purtroppo, però nel nostro Paese non c’è attenzione per questo tipo di opere. Siamo prosciugati dalla comunicazione…

-A tal proposito “L’Italia è morta, io sono l’Italia” si inserisce in una tradizione di una poesia civile che, pur non essendo impegnata, è certamente epica. Come nasce in lei questo anelito epico?

Sicuramente è di ascendente foscoliano. Ho sempre amato Foscolo, perché come me era un ragazzo senza padre che è dovuto diventare padre di sé stesso. Nella mia vita ho attinto molto da quel suo stile spezzato (autobiografico) che univa indissolubilmente vita e morte, ribellione e ordine, libertà e martirio e per questo sono molto legato a lui. Foscolo come me era un uomo che a vent’anni aveva già visto e conosciuto tutto. Poteva anche morire a vent’anni, come sarei potuto morire a quell’età anch’io. Sembra un paradosso ma è così: dopo i vent’anni la mia vita è stata un archivio di esperienze, ma nella sua essenza essa era già completa. Anche per questo Foscolo è stato il mio maestro, il mio fratello separato, il mio riferimento. Quando ho letto l’Ortis mi sono ritrovato in quel romanzo come in uno specchio. C’è poi il fascino spirituale di Foscolo il cui mito è il primo della letteratura italiana moderna. Fu infatti molto prima di D’Annunzio un esteta armato, un poeta vate, uno scrittore soldato e soprattutto un maestro di ribellione.

-Un modello di scrittura e di vita…

Per me fu soprattutto un modello umano. Il mio modello umano. Leggendo Foscolo ho capito cosa dovrebbe essere un vero scrittore.

-Ovvero?

Vedete, per me lo scrittore serve solo se ha il coraggio di essere sempre eversivo, come lo fu Ugo Foscolo, che aveva combattuto per Napoleone e che, quando gli austriaci fecero un elenco degli intellettuali dell’epoca, sotto il suo nome scrissero: “Pericoloso sotto ogni Stato”. L’intellettuale deve essere così: contro tutti, sempre. Rivoluzionario nel senso di essere in opposizione, conservatore nel senso di tenere viva la memoria. Se è capace di essere così ha un senso, ma siccome gli intellettuali di solito non sanno fare altri mestieri, hanno fatto dello scrivere una carriera sicura invece che una battaglia permanente. Una impostazione dell’intellettuale che mi viene anche dalla mia famiglia che fu repubblicana rivoluzionaria, mazziniana e pacciardiana.

-Quale insegnamento le ha lasciato questa educazione sentimentale mazziniana?

La religione del dovere. La mia famiglia non era repubblicana perché votava Spadolini o La Malfa, ma perché credeva ad una visione della vita come missione, come dovere, come martirio. Una visione ribelle per cui ogni potere che non si conciliasse con una cultura del dovere intransigente (e per certi versi eroica) era sospetto, ingiusto, nemico. Non era una questione politica, figuriamoci partitica; era una cifra stilistica, un mandato spirituale. Mio nonno, che fu il patriarca della mia famiglia, mi diceva sempre che solo il dovere e il sacrificio facevano davvero un uomo. Il nome che portavi dovevi conquistarlo. “Non essere sé stessi, ma diventare sé stessi”. Un’idea di repubblicanesimo che è sempre eversiva e che non c’entrava nulla con la semplice lotta tra Monarchia e Repubblica, ma che è qualcosa di più ampio, di totalizzante. È il repubblicanesimo di Foscolo, in cui i doveri redimono e conquistano i diritti. Un sentimento rivoluzionario che però si concilia con il ritorno all’ordine, con la patria. Per la nostra famiglia Mazzini era come un santo, difatti ho custodito per anni un orologio che mio nonno aveva dato a mio padre e che gli era stato regalato proprio da Pacciardi, un grande personaggio della nostra storia nazionale. Quell’oggetto lo conservai come una reliquia, ma purtroppo mi fu rubato in una circostanza un po’ paradossale…

Roma, Febbraio 2024. XIV Martedì di Dissipatio

-In che modo?

Una sera andammo a Capannelle verso le due di notte con un mio amico, di ritorno da una serata molto intensa. Era una zona di passaggio isolata e buia in cui c’erano soltanto i fuochi di alcune prostitute. Regnava il buio. Mentre eravamo in macchina mi avvicinai ad uno di questi fuochi, che sembravano quasi dei fuochi fatui, dove c’erano alcune di esse. Ne chiamai qualcuna per chiedere un accendino (non avevamo altre intenzioni…) e mi si avvicinò una di loro, spenta e molto appariscente, probabilmente era una transessuale (e da lei giusto l’accendino avrei potuto volere), anche se mi colpì di più che da lontano sembrava quasi una strega. Abbassai il finestrino e le chiesi se avesse da accendere. Lei si avvicinò e con una destrezza inquietante provò ad entrare in macchina per derubarmi. Mi mise una mano sulla giacca e con l’altra tentò di aprire la portiera. Pensai che volesse rubarmi il portafogli, ma quando la scacciai e ripartimmo di corsa notai che non era riuscita nel suo intento. Solo quando a tarda notte tornai a casa capii, per un gesto di abitudine, che mancava qualcosa. C’erano gli anelli, c’erano il portafogli e altre cose che portavo con me, c’erano le chiavi di casa. Mancava solo una cosa: il mio orologio. Non me ne ero nemmeno accorto. Il giorno dopo tornai lì, ma non trovai nulla. Non c’era nessuno. Provai un dolore lancinante, avevo perso per sempre uno dei tre unici regali che mi erano rimasti di mio padre.

-Quali erano gli altri?

Un anello, una rivoltella e… quell’orologio.

-Ha vissuto una vita contesa tra dovere e eversione, ribellione e reazione. Come ha conciliato questi estremi?

Cercando di fare della mia libertà un dovere e del dovere una forma di libertà. Una scelta che mi costò molto in termini umani. Tanto che da giovane, chi non mi conosceva bene mi vedeva come una sorta di anarchico di destra. Una definizione equivoca ed erronea anche se coglie alcune verità di quello che sono. Perché io sono stato e sono ancora un ribelle, che non vuole assoggettarsi ad ogni conformistico potere, e che crede profondamente nella propria libertà. Anche se vivo la mia eversione possibile e necessaria proprio perché credo in un intransigente ordine morale (che è l’opposto del moralismo), nell’onore, nella parola data.

-In una intervista su Repubblica dei primi anni Duemila ha affermato che una figura cruciale per lei è stata sua madre, di cui però non hai mai parlato nel dettaglio anche se è la protagonista indiretta di due suoi romanzi straordinari come “Sacrocuore” e “Un giorno di gioia”. Che rapporto aveva con lei?

Con Edda (così si chiamava mia madre) ho avuto un rapporto complesso, intenso, straziante. Quando morì mio padre ci legammo visceralmente. Anche perché ero un bambino ipersensibile e ancora innocente… Dopo due anni però la convivenza tra mio nonno e mia madre divenne insostenibile e ci dovemmo separare. Lei se ne andò col suo nuovo compagno e io rimasi sostanzialmente emarginato dalla sua vita. Soffrii molto quell’abbandono. Quando però morì il mio patrigno (che tra le tante cose era togliattiano) mia madre dovette inventarsi mille lavori e il nostro rapporto iniziò a ricucirsi, ma sempre e solo in maniera provvisoria. La mia famiglia poi era molto atipica e particolare: quando avevo tra gli otto e i nove anni capitava spesso che mia madre, tra mille difficoltà per motivi di lavoro, non era riuscita a fare la spesa e allora dovevo andare a mangiare da solo in trattoria. Ho vissuto molte contraddizioni.

A dieci anni già lavoravo come cameriere nel bar di mio nonno e lì conobbi in prima persona il mondo degli anni Settanta. Un mondo feroce, spietato, ma anche magnifico. Ero un bambino che fu buttato da piccolo in un mondo di adulti e che da subito conobbi nelle sue sfaccettature e nelle sue contraddizioni. E in tutti questi aspetti il rapporto con lei ha avuto un ruolo cruciale. Con mia madre ebbi certamente un rapporto irrisolto. Era spesso distante ma mi avvicinava molto spesso a sé, soprattutto quando ne aveva bisogno. Un rapporto intensissimo, logorante, difficile. A volte mi sono sentito abbandonato e in più occasioni quell’amore fortissimo che provavo per lei è appassito, per poi rigenerarsi troppe… troppe volte. La volatilità di mia madre era il contraltare della durezza di mio nonno, i due perni della mia infanzia. Una volta si mise a fare la gemmologa e più volte mi portò a lavoro con sé. Forse proprio a lei devo il mio amore per i gioielli, per gli anelli, per i preziosi. È stato un piacere straziante averla come madre; fu il rapporto più intenso della mia vita, con i suoi non detti, con i suoi silenzi. La ringrazierò per sempre. “Sacrocuore” in fondo è suo…

-E come ha immortalato questo rapporto nelle sue opere?

 In “Sacrocuore” ho raccontato la storia della sua morte, il suo addio, mentre in “Un giorno di gioia” ho espresso tutta la mia emotività (vera!) nei suoi confronti, nascondendola dietro una storia in cui la protagonista, Tilda, è una criminale in fuga dalla Francia, negli anni Cinquanta-Sessanta, con suo figlio truccato con gli smalti dell’epoca. Anche se il libro squisitamente spietato, perché l’amore è sempre spietato, su di lei non so se lo scriverò mai. Ed in caso lo facessi lascerei la pubblicazione postuma.

-Che rapporto ha con le donne?

Le donne fin da bambino mi hanno portato nella luce dei santuari, insegnato a fare la pasta, a cucinare, a stirare, a riattaccare bottoni. Mi hanno insegnato a fare la spesa con mille lire. Le donne mi hanno fatto godere, mi hanno amato, mi hanno deluso, mi hanno fatto del male. Le donne non le conosco bene. Ma sono misteriose e imprendibili come me. Amo la loro verginità primordiale e il morso alla mela che ci ha castigati al libero arbitrio. Le ho viste lavorare come cento uomini e affrontare la vita con un coraggio sconfinato e pieno di pietà. Le donne mi hanno insegnato a perdonare. Ma io non perdono.

-Cosa altro le hanno insegnato?

Ad amare i gioielli. Mia madre soprattutto mi insegnò questo. Anche se ciò deriva forse dalla mia famiglia in generale.

-Ha tanti anelli e preziosi con sé. Cosa significano oltre ad un ricordo per lei?

Per me non si tratta di un ornamento, ma un segno. È una parte del mio carattere. I miei genitori, come i miei nonni, portavano gli anelli non come una decorazione o una forma di ostentazione, era come una araldica; la testimonianza dell’appartenenza alla nostra famiglia. Io li porto per le stesse motivazioni, è il ricordo di un sodalizio che non potrà spezzarsi mai. Come in un certo senso lo sono anche i cappelli che colleziono da tempo e che da vecchio probabilmente comincerò ad indossare, come facevano anche mio nonno e Landolfi. Ma questa è un’altra storia…

-Per tornare agli anni Settanta e al loro mondo che mischia pistole e palloni, negli ultimi anni sono sorti molti filoni di “narrativa criminale”, tra il noir e il poliziottesco, ricchi di maldestri cliché. La storia di Alfredo Braschi, invece, che sfugge ad ogni riduzione o etichetta, sembra un romanzo-visione in cui alle atmosfere sulfuree e quasi western si unisce una introspezione esistenzialista, assomiglia più alle “Conseguenze dell’amore” di Paolo Sorrentino che ai “romanzi criminali” di Stefano Sollima. Come nasce questo romanzo che concilia visione e crudeltà, ferocia e candore?

Nasce dalla leggenda e dal fascino che provavo per il personaggio principale di questo romanzo. Laudovino De Santis (detto “Lo Zoppo”) è, infatti, una figura unica, un criminale delicato. Fin da ragazzino mi piaceva molto il mito di questo bandito della vecchia guardia, che aveva la tbc e che scappava dal carcere con una fune fatta di lenzuola. Lallo Lo Zoppo poi incarnava alla perfezione quel mondo criminale degli anni Settanta che io non avevo frequentato ma che per i motivi che vi avevo anticipato, ho imparato a scrutare, sentendone le voci, gli odori e le atmosfere. Un mondo nato prima della Banda della Magliana e che poco ha a che fare con quelle mitizzazioni. Il mondo di quei filoni era un mondo già contemporaneo, quello in cui si formano i protagonisti del mio libro è cosa ben diversa. Io ho visto la Roma livida degli anni Settanta, non quella militante corrosa dal piombo e dalla politica, bensì quella feroce e vitale travolta dalla storia. Una Roma crudele e innocente, dolce e brutale, in cui la vita e la morte sono intrecciate perennemente. Sono gli anni Settanta che ho conosciuto durante la mia adolescenza nei bar, nei viaggi, negli incontri che mi hanno accompagnato fino a vent’anni. La storia di Braschi è in un certo modo anche un viaggio in quella realtà che non c’è più. Per come era e per come l’ho vissuta.

-C’è quindi una forte componente autobiografica…

Certamente, anche se ammetto di non sapere quanto di mio abitasse in quei personaggi; allo stesso modo non saprei spiegare quanto mi sia profondamente ritrovato, o immedesimato, in loro. Ad un certo punto della stesura del romanzo mi sono immerso così tanto nella vita di Alfredo Braschi, il narratore e amico di Lallo Lo Zoppo, da andare a vivere nell’albergo di Miralago in cui lui viveva. Mi identificai completamente col suo passato, col suo modo di pensare e vivere, tanto che volevo comprarmi proprio la 412 Ferrari che portava Braschi; tutto questo per essere come lui, per respirare i suoi odori, seguire i suoi ritmi, frequentare i suoi incubi… Tramite questo romanzo ho vissuto quella tensione tra morte e vita, turbamento e pace, tra misericordia e spietatezza che mi ha permesso di confrontarmi con i miei fantasmi.

-Può farci qualche esempio?

Penso ad esempio, al racconto del rapporto complesso tra Braschi e sua figlia Monique, violentata da bambina da una persona a lui ignota e scomparsa senza lasciare nessuna traccia. In quella sua ricerca impossibile della vendetta verso questa ombra del passato ho espresso molte delle mie paure e dei miei turbamenti. Rivivendo una paternità sempre rimandata e spesso non accettata. Altri cenni di un possibile contatto autobiografico credo siano da rintracciare nei ricordi di quella Roma perduta e il confronto con il tempo, con la morte, con il dolore. Riscoprendomi così anche io come un patriarca senza figli. In un certo senso poi il rapporto tra Lallo e Braschi è quasi un rapporto padre-figlio, un tema che ho vissuto identificandomi sia in Laudovino che in Braschi e che mi ha fatto molto riflettere. Ho rivissuto in questa autobiografia devastata momenti di dolcezza e di dolore, amori assoluti e tradimenti miserabili. Cosa sia davvero la pietà e cosa dovrebbe essere l’amicizia.

-Che cos’è per lei l’amicizia?

Un sentimento assoluto. Un patto che non può essere tradito. Posso comprendere di più un tradimento amoroso che quello di un amico. È come un vincolo di sangue, che è sacrilego ed imperdonabile infrangere. Un tema che accompagna tutto il libro. Soprattutto nel finale…

-Nel finale del “Il più grande criminale di Roma è stato amico mio” c’è poi anche un messaggio, un esito cristologico se vogliamo…

Certamente. In questo romanzo ho innestato molto di un cristianesimo delle origini, ricco di pietà e misericordia, di carnalità e umanità. Nel finale Braschi riesce a trovare lo stupratore di sua figlia, ma poi decide di non ucciderlo. Non gli interessava più dopo una vita intera passata in quella ricerca, aveva visto tutto degli altri e di sé. Aveva raggiunto il suo scopo, era finalmente libero ed aveva capito che in fondo tutti siamo colpevoli e innocenti allo stesso tempo. E che il giudizio umano e quello della legge sono profondamente fragili e illusori. Un finale catacombale e clandestino che guarda il mondo con pietà e distacco, con uno sguardo finalmente pieno di pace. Allo stesso tempo però è anche un romanzo intriso di paganesimo, sia nei luoghi sia nelle sue atmosfere. Io sono nato infatti sui Colli Albani vicino al Lago di Nemi e al tempio di Diana, così ho sempre avuto un forte legame con quel mondo originario ed antico in cui poi è nata la civiltà romana. Ho pensato che in quel romanzo fosse importante ritrovare una luce primordiale, il battesimo di sé.

-Nei suoi romanzi emerge, infatti, un fascino antico, prelatino, come di un mondo ancestrale e lontanissimo, da età dell’oro. Un mondo silvestre ma anche cimiteriale e ctonio che raccoglie le atmosfere immaginali del Golden Bough di Frazer o delle voci sepolcrali dell’antologia palatina…

In questo aspetto la mia cultura e la mia antropologia si sposano. Una dimensione sepolcrale ha infatti accompagnato tutta la mia infanzia. Il primo giardino della mia infanzia è stato il campo santo, in cui venivo portato fin da bambino a visitare la tomba di mio padre, il quale fu per me fin dall’infanzia un principe invisibile. Le tombe e le croci del cimitero furono il paesaggio delle mie infanzie, in cui tra i sepolcri iniziai ad affacciarmi alla vita nella mia innocente purezza. Tra le ombre illimitate dei cipressi e il tanfo di fiori appassiti. Un mondo che poi divenne la mia patria spirituale tramite la poesia cimiteriale, le odi, i poemetti della tradizione italiana e soprattutto tramite i “Sepolcri” di Foscolo. Anche se non sono stato io a cercarlo, è stato quel mondo a trovarmi. E non mi ha più lasciato, come un destino.

-E invece il suo retaggio ancestrale?

L’aspetto “originario” invece deriva dai luoghi in cui sono nato e dalla cultura che essi avevano. Un sentimento antimoderno, una via del ritorno che poi si è rafforzato tramite la lettura dei grandi maestri della letteratura italiana, come gli stessi Dante, Foscolo, Verga. Una connessione con un mondo ancestrale che è data da quell’insieme di cattolicesimo e paganesimo che si intreccia nei vecchi boschi sacri e nelle tradizioni dei Castelli Romani, tra ombre di fauni e icone bizantine, di cui un esempio è il sincretismo della processione della Madonna delle Grazie di Velletri. In cui si vedono i riflessi del paganesimo dei culti di Iside e le estasi di un cristianesimo medievale antico e lontano. Sono nato sui Colli Albani, terra boschiva, vulcanica, un luogo di acque e di luce, di ritualità cristiane e di pellegrinaggi pagani. Da lì ho guardato il mare di Circe. Sono nato in un luogo più antico di Roma e del nome che porta. Una terra che non c’entra un cazzo con lo sciame dei borghi da souvenir di cui credono di sapere qualcosa i turisti o gli esperti. I Castelli Romani sono, infatti, un blocco antropologico e culturale più antico di Roma. È lei che viene dai Colli Albani, con tutta la cultura pagana delle sue origini. La mia geografia e quella dei miei ultimi romanzi ha del resto per luoghi deputati la via dei Laghi, il profilo dei Castelli, fino a Velletri e la costa, fino a Lavinio dove “Lallo lo zoppo” nascondeva i sequestrati tra i lidi dove è sbarcato Enea.

-Da queste ritualità deriva il suo cristianesimo così intriso di paganesimo?

Certamente. Anche perché nonostante abbia avuto questa educazione repubblicana e un nonno profondamente anticlericale ho sempre creduto in Dio, nel numinoso e nella poesia della liturgia. Soprattutto la figura del Cristo è portatrice di una esperienza universale che mi ha sempre affascinato e che ho sentito profondamente nella mia vita. Mi sono sempre percepito come un cristiano antico, catacombale, che anche nella morte e nelle descrizioni dei cadaveri ha sempre cercato una sacralità profonda. Anche se non mi definirei mai uno scrittore cattolico, né vorrei mai essere così definito…

-Un senso del sacro inscindibile dal concetto di visione ha animato, ad esempio, uno dei suoi libri più interessanti: “I mulatti”.

Si tratta di un romanzo in cui la visione è assolutamente centrale, tanto che molti lo definirono quasi psichedelico. Anche se dietro l’apparenza di storie scollegate, racchiude una forte rete di connessioni-collegamenti-destini. Se ne accorse Maria Corti che in un convegno disse: «Picca è uno degli scrittori più strutturati che si possano immaginare». Una definizione a cui tengo molto perché va al nocciolo dei miei romanzi e che è cruciale per capire “I mulatti” tra gli altri. Poiché esso seppur ha una trama fatta di visioni e di dettagli, di immagini e di verticalità, è retto da una rete di invisibili simmetrie e sottili corrispondenze. Che si intrecciano in un unico destino. Un discorso che vale anche per un mio testo spesso frainteso come “Via volta della morte”.

-Può spiegarsi meglio?

Nel periodo che ho passato a Urbino la città stessa si è rivelata essere la maschera di Federico di Montefeltro. Una città assolutamente teatrale, ricca di simmetrie e rimandi esoterici, che in ogni dettaglio riconducono al Duca, che sembra infestare questi luoghi. Tutto rimanda a lui e ne custodisce il fantasma e il ricordo come un santuario. Un significato che ho nascosto tra le pagine del romanzo che alcuni hanno scambiato, invece, per un giallo provinciale… Anche in quel caso ho cercato di affrontare molti dei temi che poi ho portato in altri romanzi. Tra questi temi vi è sicuramente quello del mistero.

-Che ruolo ha il mistero nella sua opera?

Io non pretendo di risolvere nei miei libri il mistero, rivelando il segreto delle cose. Vorrei, invece, sondarlo. Non per esiti religiosi, ma per mostrare i nessi della realtà, le simmetrie che la parola riesce a squarciare e a scoprire, rivelandolo nella sua invisibile complessità. Credo, infatti, che noi siamo solo dei piccoli ignobili strumenti di una trama più grande e complessa. Di fronte a questa constatazione noi non dobbiamo cercare scorciatoie, vie d’uscita o antidoti, dobbiamo solo restare vigili, prestare attenzione, saper ascoltare, con lo spirito e con il corpo di fronte alle corrispondenze del numinoso. Capendo che anche di fronte alla morte gli assenti sono in realtà solo degli invisibili…

-Può farci un esempio?

A 28 anni, più o meno alla stessa età di quando è morto mio padre, dopo tanti anni dalla sua assenza ebbi alcune esperienze che mi aiutarono a capirlo. Lo sentivo in un certo senso vicino. Cominciavo ad assomigliargli così tanto che volta andai in visita da mia zia e quando mi aprirono alla porta rimasero sorpresi dalla impressionante somiglianza che c’era tra me e lui; dai gesti, da quelle movenze che avevo sempre creduto mie e che in realtà erano sue. In quell’occasione capii che nella realtà ci sono delle corrispondenze, c’è una trama, una sintonia, un destino che noi volgarmente chiamiamo mistero, ma che è qualcosa di più grande e complesso.

-Tornando alla sua opera abbiamo constatato nei suoi scritti oltre ad una certa liricità, soprattutto una forte densità emotiva e culturale….

Io da subito ho cercato di collegare la “Parola” con l’“Espressione”. Nonostante mi consideri un ottimo comunicatore, nella scrittura ogni parola è non solo l’espressione di un sentimento o la pura comunicazione di una frase o di una esperienza, ma è qualcos’altro. Se dovessi trovare una metafora vi direi che la mia scrittura è come un terremoto. Non lo dico per esaltarmi o idolatrarmi. Non me ne frega nulla. Lo dico perché essa come il terremoto non è solo un atto esterno che irrompe nella realtà, ma la conseguenza ultima, il risultato finale, l’effetto superficiale di profondi moti interiori, di forze sotterranee, di scontri e momenti interni al mio sottosuolo. Ogni mia frase, quindi, nasce dal confronto con la dimensione della Parola, cioè la bellezza, la tradizione letterarie e la cultura, con l’Espressione, cioè il sentimento, il turbamento, la reazione di fronte al contatto con la rivelazione – col numinoso. Se si legge il finale di “Bellissima” si potrebbe pensare che sia una semplice storia sentimentale drammatica, ma dentro di essa c’è un gioco di significati e allusioni che rimandano al mito, all’originarietà, all’altrove. La morte del protagonista potrebbe essere fraintesa come il suicidio di un ragazzo, ma essa affonda il suo significato nella mitologia e nella iconografia classica. Il protagonista, infatti, non muore in mare; lì sparisce tra le onde, si trasforma, oltrepassa questo mondo, come Palinuro o molti personaggi della mitologia classica. Lui voleva sparire, andare altrove, uscirne pulito… non fuggire o morire.

-La sua opera è quindi una sorta di tettonica dell’animo umano e dell’invisibile. Come comprenderne le sismografie?

Se vi dovessi dire una formula (o un trucco) potrei dirvi che quando scrivo il non detto (ovvero quello che si nasconde nel testo) è molto più importante di quello che viene scritto. Questo deriva dal fatto che il significato dei miei libri spesso è proprio in ciò che non è evidente, in ciò che è nascosto.

-In un certo senso ne “I mulatti”, per tornare ad una delle sue prime opere, il principale non detto è forse dato proprio dal fatto che esso può essere compreso come una sorta di destrutturazione “psichedelica” de “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”…

Sì certamente. Me lo disse una volta anche Emanuele Trevi che mi confidò che per lui se oggi Ugo Foscolo avesse voluto scrivere “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” lo avrebbe scritto come io ho scritto “I mulatti”. Anche perché ho provato a tradurre quella introiezione dell’opera foscoliana attraverso il linguaggio della visione. Un libro in cui poi ho cercato di mostrare la precarietà della bellezza, la sua straordinaria caducità. Io non credo che la bellezza salverà il mondo. È un equivoco, un’illusione. La bellezza non salverà un cazzo. Soprattutto in un mondo che ne fa uno strumento del consumismo. Niente ci salva davvero. Solo la memoria, ed in questo sono foscoliano può preservarci. Il resto è nulla. Monumenti, statue e marmi sono delle illusioni. Conta solo la memoria. Quando morirò vorrò, infatti, una tomba spoglia – semplice.

-Nome, cognome, data di nascita e di morte?

Solo “Aurelio Picca”. Se non ci sono date è anche meglio.

-Per tornare un momento alla sua vita, per qualche anno è stato anche un docente. Come era il professor Picca?

Un professore sui generis. Ne facevo di tutti i colori. Ero altero, ma anche dinamico… forse ero peggio dei miei studenti. Anche perché non me ne fregava un cazzo di quello stereotipo paludato del professore, tutto triste, tutto mediocre, tutto militanza e illusioni. Infatti, quando uscì il mio romanzo “L’esame di maturità”, che fu figlio di quella esperienza, destò molto scandalo. Il protagonista era un professore che faceva i testa coda col Maserati, che veniva vestito in maniera elegante ed eccentrica. Non era ben visto dagli ambienti più dogmatici di certa sinistra. Volevano forse un professore triste e insignificante, un po’ moralista – non li avrei accontentati mai. Oggi un libro come quello sarebbe scandaloso, anche perché la scuola è troppo piena di ignoranza, di alibi, di scuse, di burocrazia. Anche i genitori non sono più gli stessi e cercano solo scuse per giustificare i ragazzi.

-Come è questa scuola?

È un grande parcheggio, un tempo di attesa. Un ufficio. Un luogo burocratico. Chi ci va per imparare? Nessuno. Si va per relazionarsi, per distrarsi. Quando ho insegnato, per qualche anno, li facevo leggere e scrivere, leggere e scrivere… Facevo imparare a memoria i canti di Dante, li responsabilizzavo. Adesso arrivano alle superiori che leggono scorrendo le parole con l’indice. Mentre i loro genitori fanno a gara per trovargli giustificazioni, scuse, modi per non fargli fare un cazzo.

-Che rapporto ha, invece, con la politica?

La politica non mi ha mai interessato, pur conoscendola per l’educazione che mi ha dato la mia famiglia. La ho sempre considerata inferiore alla vita. Per me è sempre stata la schiuma della Storia. Vivere e costruire la vita e sé stessi è quello che mi ha davvero interessato. È quello che troverete nei miei romanzi; non santini o misere indicazioni di voto.

-La sua vita è stata costellata di viaggi, ora come rivede i luoghi della sua formazione?

Mi sono formato viaggiando per l’Italia, conoscendo i luoghi di Malaparte, di Piovene, di Long John. Ora Tuscania sembra uno stazzo di Roma, ed è difficile ritrovare la Tuscia originaria e antica come quella della raccolta “Sangue” di Malaparte. Civita di Bagnoreggio è diventata irriconoscibile, mentre un tempo era inaccessibile, una città segreta. Ora pullula di turisti. Forse ancora l’Appenino conserva un po’ il suo mistero, quando lo visito mi sembra di respirare finalmente. Sono dei paesi animisti, antichi, magici. Roma invece è ancora la città cadaverica più maestosa del mondo.

-Uomo d’azione, ma anche di prodigiose letture…

Io mi sono interessato alla gemmologia, all’architettura, all’antiquariato, alla teologia (da “dilettante vigile”) cercando di tenere viva quella cultura depositata e conservata nel tempo. Non ho mai voluto ingozzare una cultura acculturata bulimica e ricca di libri futili, se non proprio indigesti. Per questo non ho cercato mai l’erudizione fine a sé stessa, perché come diceva Parise, i libri sono come un pasto, se non sono adeguati bisogna scansarli se no diventano indigesti. E gli effetti di questa post acculturazione sono a tutti visibili. In questo senso per me la cultura è saper rimanere vigili, non cedere a facili idolatrie, essere sempre sospetti.

-In un suo recente articolo sul Giornale ha affermato che Italo Calvino è stato l’iniziatore di quel filone stilistico che per certi versi ha un po’ “tradito” le varie tradizioni di scrittura della nostra letteratura. Può spiegarsi meglio?

Mentre il Gruppo ’63 o la Neoavanguardia non avevano la forza per dirottare la lingua italiana nel regno globale della comunicazione – distruggendo i grandi scrittori provinciali – Italo Calvino, al contrario, inventando una lingua neutra, facilmente traducibile, volante, ariostesca, riuscì ad avviare un processo di standardizzazione linguistica che portò a questo risultato. Mettendo in secondo piano i grandi scrittori provinciali (o “asintattici” come dico io) rispetto ad una lingua che produsse romanzi più comunicativi che espressivi o fondati sullo stile. Pensate a Curzio Malaparte (di cui ora se ne dice un gran bene…) che fu emarginato in quanto definito fascista; Giuseppe Berto, idem, anche se “Il cielo è rosso” rimane uno dei romanzi fondanti del Novecento. Per non parlare di Tommaso Landolfi, arcaista, personaggio, giocatore d’azzardo e dissipatore dei terreni di Pico Farnese; oppure Guido Piovene e il suo fascino aristocratico.

Italo Calvino, quindi, spazza via o relega nell’ombra i grandi scrittori dei tanti regni italiani. Una sorte che tocca anche a Luciano Bianciardi che è più mitizzato che letto, purtroppo…

-Può farci qualche esempio di grande scrittore che di fronte a questa tendenza linguistica cadde nel dimenticatoio della critica per motivi stilistici (ma anche ideologici)?

La lista sarebbe ben più lunga ma ne cito solo alcuni. Bilenchi (“Il gelo” è un romanzo che ti gela); Antonio Delfini; Anna Maria Ortese (obliata soprattutto a discapito di Elsa Morante); Tobino, lo scrittore dei matti che con “L’angelo del Liponard” non è inferiore all’anima catramosa di un Conrad. Oppure (vado a braccio) Guido Cavani (“Zebio Còtal”, romanzo della ferocia appenninica). E comunque il grande tradimento che Italo Calvino ha perpetrato alla nostra lingua e letteratura è stato quello di sotterrare, appunto: Verga, Tozzi, Rea. Così ha vinto, con la sua lingua neutra e traducibile in mille lingue, perfino su quella linea (lasciamo indietro Boccaccio e Machiavelli) che da Verga passava a d’Annunzio (“Le novelle della Pescara” offrono dono al grande catanese al quale si baciava la mano) e che fondava la sua armatura espressiva nelle opere dantesche. Una perdita incolmabile per la nostra letteratura…

-Su Fenoglio, però, Calvino scrisse pagine di grande apprezzamento…

Furono come il bacio di Giuda, tanto che Fenoglio fu riconosciuto per il grande scrittore che era solo dopo la sua morte.

-E, invece, quali sono state le letture che la hanno più formata?

Maupassant, soprattutto quello de “I racconti della beccaccia”; Malraux, Celine, Bataille, Drieu La Rochelle, Klossowski, Léautaud. Tutti quegli scrittori capaci di cucire la loro vita ed esistenza con la letteratura. In questi autori, soprattutto francesi, trovai dei riferimenti veri che mi hanno molto segnato. Come mi hanno segnato grandi autori asintattici e spigolosi come Federigo Tozzi e Giovanni Verga. E, poi la prima Ortese, La Capria di “Ferito a morte” e il “Padrone” di Goffredo Parise. Ovviamente la grande poesia italiana e i classici della nostra letteratura.

-Che ne pensa di Pasolini e Mishima?

Preferisco Mishima a PPP, anche alla luce della sua “superiorità morale”. Che sta nel fatto che, sebbene entrambi abbiano contrastato e abiurato il consumismo in tutte le sue declinazioni (le vere e ultime disfatte dei popoli), il primo si dà la morte: grande opera; il secondo la cerca. Uno è da sempre finemente aristocratico; il secondo dopo essersi fatto picchiare e picchiato per una vita intera, a Ostia trova la fine che non sarà mai risolta come i delitti popolari di cronaca nera degli anni Cinquanta.

-E invece i tuoi maestri a livello poetico?

Quando iniziai a scrivere poesie sicuramente un vero riferimento fu per me Gottfried Benn. Una sintonia che colse soprattutto Valerio Magrelli, affermando che esisteva una vicinanza tra le mie poesie con quelle di Benn, soprattutto per la mia capacità di mischiare sontuosità e decadenza.

Una diversità totale anche rispetto ai modelli letterari degli scrittori suoi coetanei fin dagli esordi…

Io non mi sono mai sentito uno scrittore generazionale, ma anzi un narratore a-generazionale. I miei primi racconti pubblicati negli anni Novanta erano in realtà scritti negli anni Ottanta e furono pubblicati in controtendenza a quelli della mia generazione. Loro guardavano agli scrittori americani, alla città, io raccontavo la provincia torva, feroce e dolce, le infanzie devastate. Dove un nano si strozza in bagno e al funerale la sua piccola bara scivola dalle mani dei becchini che la stavano inumando e mi casca in testa come un dispetto o, meglio ancora, uno scherzo fatto alla fin fine al suo unico amico. Non ho mai cercato di guardare, del resto, ai vari Bret Easton Ellis o a Wallace.

-Quali furono gli scrittori americani che la colpirono di più?

Sicuramente Faulkner, Fitzgerald, Miller… è difficile sceglierne uno fra tutti.

-Dai uno sicuramente c’è?

Hemingway.

-Perché proprio lui?

Perché ha una grazia e una femminilità che gli altri nascondono e che invece lui sa vivere e soprattutto raccontare.

-Di Miller cosa le piace invece?

La sua capacità di raccontare il sesso, in maniera carnale, antropologica e sicuramente non psicologica.

-Nei suoi romanzi, invece, c’è più antropologia o psicologia?

C’è quasi solo antropologia. Di psicologia non c’è quasi nulla. Anche se la vita e le esperienze che ho fatto, soprattutto negli ultimi anni, me la stanno imponendo.

-Ovvero?

In questi ultimi anni ho avuto vari incontri ed approcci con la psicoanalisi e vorrei raccontarli, mostrare come li ho vissuti e sentiti.

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Roma, Dicembre 2023. XIII Martedì di Dissipatio

-In “Addio”, ad esempio, affronta la perdita dell’innocenza come una sorta di cacciata infernale. Che ruolo l’innocenza perduta nei suoi romanzi?

Quel romanzo è un libro che come disse Gianni Borgna (che sfortunatamente conobbi troppo tardi) racconta, attraverso la morte di Ermanno Lavorini e la vita del mio alter ego, il momento in cui l’Italia perse veramente la sua innocenza. Borgna capì che non fu Piazza Fontana ma la morte di Lavorini nel ‘69 a mostrare la perdita dell’innocenza del nostro Paese. Come lo furono gli omicidi della Manson family in America, su cui tra l’altro in “Addio” avevo scritto circa cento pagine che dovetti espungere per motivi di spazio (e che poi forse un giorno pubblicherò a parte). Un testo in cui la perdita dell’innocenza di quei bambini coincide con la perdita di quella purezza che l’Italia aveva faticosamente conservato fino agli anni Sessanta. Certamente quando scrivo sono sempre su quel crinale tra ferocia e innocenza, purezza e crudeltà che per me non sono due facce della stessa medaglia ma un sinolo inscindibile. In fondo, nonostante siamo pervasi dalla morte e dalla corruzione, nulla muore veramente e nulla marcisce irrimediabilmente. C’è sempre un sentiero che porta alla rinascita, alla resurrezione (ma non per forza in senso cristiano…).

-Cosa vorrebbe dire ai suoi nemici invisibili?

Che sono delle merde. Che li considero come gli ignavi di Dante, perché vivono nella loro stessa miseria, ipocrisia e merda, appunto.

-Lei è un foscoliano, ma poeticamente si sente più vicino a D’Annunzio o a Leopardi?

Certamente D’Annunzio, che amo a cuor battente. Per me, infatti, la “Pioggia nel Pineto di D’Annunzio” è superiore al “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, anche perché per me il grande Leopardi sta nelle “Operette morali”, dove coniuga fantasia antica e sentire profondo. Sono molto legato però anche a Corazzini (che è morto qui vicino, a Nettuno), molto più giovane di Rimbaud o Baudelaire, scrivendo poesie straordinarie e spesso troppo dimenticate.

-A proposito di Corazzini, Martini riporta che per il “povero poeta sentimentale” la poesia era sentirsi morire. Che cos’è la poesia per Aurelio Picca?

È una realtà che non è facile vedere. Il lusso, il legame, la connessione sfrenata che si stabilisce tra te, le cose che incontri e che riesci a cogliere nel momento della loro massima maturazione e verità. La grande poesia coglie l’essenza del tutto. È un miracolo, dà forma all’inesprimibile. Chiedetemi perché ce l’ho con la neoavanguardia.

-Perché?

In quanto per loro la poesia è solo un dato lessicale, uno strumento formale, un mezzo ideologico. Ma ciò è l’opposto della poesia. Essa può avere varie accezioni, vari stili, ma se non sa sondare il mistero e cogliere l’essenza delle cose non mi interessa.

-Per lei è stato il Vate il primo poeta novecentesco?

No, per me è stato Pascoli. I due veri riferimenti di D’Annunzio furono a mio avviso, infatti, Pascoli e Verga, a cui si ispirò per le “Novelle di Pescara”. Un maestro, quest’ultimo, che anche nei suoi romanzi d’appendice o scapigliati come “Tigre Reale”, “Eva”, “Storia di una capinera”, si è dimostrato come uno dei più grandi scrittori italiani in assoluto ed il più consapevole, fino a D’Annunzio, della lezione della letteratura francese. Capolavori in cui si mischiano un ardore post-romantico con un forte e prematuro sentimento decadente. Andrebbe riscoperto in questo senso anche il Verga non verista, perché è un vero gigante della letteratura. Anche se pure quello verista è quasi dimenticato (fatta eccezione forse solo per “I Malavoglia” che tutti credono di conoscere…).

-I suoi romanzi sono cartografie spirituali in cui vita, spirito e paesaggio si fondono. Può farci un esempio di questi suoi luoghi dell’anima?

Salò certamente, per restare in tema.

-Come mai proprio Salò?

Perché è stato uno dei luoghi più importanti della mia infanzia. Da ragazzo andavo sempre a Salò. A tal proposito un lento vociferare a me ignoto, e riportatomi da creature collaborazioniste, si interrogava se fossi fascista per tale motivo… Salò, uno dei luoghi dove vorrei morire. Anche se ora, in questa fase in cui tutti scoprono tutto come piccoli Cristoforo Colombo, mi è indigesto. Allora mi sono assegnato da solo la cittadinanza onoraria e, dall’onore che diede Venezia a Salò chiamandola “la Magnifica Patria”, io, con profonda arroganza e disprezzo per le altrui genti e proprio godimento, oltre a presentarmi col mio nome aggiungo “il Magnifico”. Non a mia vanità, ma per amore di Salò.

-“E poi e poi e poi senza fine, andare e andare come feci io un millennio di anni fa” così scrive in “Contro Pinocchio”. Rivolgendo lo sguardo nello specchio d’acqua dei ricordi, quante anime hanno abitato Aurelio Picca e quanto Io scrittore Picca sente il peso di essere un patriarca di quella Italia Barbara, di esserne soprattutto forse l’ultimo?

Oggi sento molto pesantemente questa responsabilità. Più c’è il disfacimento dell’arte a puro commercio, del cinema a pura comunicazione, della parola a mero strumento, più sento il peso di questa condizione. Sento che mi arrivano gli echi di quei tanti che su di me si aspettano una tenuta, una resistenza, una opposizione. Una condizione che ho sempre avuto a livello esistenziale ed anche ora che sono più antico (io disprezzo i termini anziani e giovani perché sono imbrogli della civiltà consumista) sento maggiormente. In passato per me vivere o scrivere erano un tutt’uno. Ora che sento il peso degli anni il mio vero dilemma è: vivere o scrivere? Certo non ho smesso di essere me stesso e di amare la velocità, la carnalità, le belle macchine, ma ora sento il dovere di chiudere un cerchio. Di assolvere un compito. Ecco la mia grande responsabilità. Scrivere è “vivere di più” come diceva Antonio Pizzuto, ma questo è vero solo quando sei giovane, nel momento in cui la scrittura moltiplica una vita incandescente e travolgente. Ora invece scrivere mi prosciuga, mi scarica, mi sfinisce. Da ragazzo so che avrei potuto fare tante cose: il pittore, il cantante rock, il quattrocentometrista, l’attore di teatro. Sono mestieri in cui la tua fisicità viene messa completamente in gioco ed hai un ritorno ed un riscontro di vita che ti investe immediatamente. Invece sono piombato nel mondo della letteratura, in cui imprimi tanta energia, tanta forza, tanta fisicità, e puoi anche toccare il sublime (che io chiamo lo “zaffiro”), ma non hai un responso o una prova definitiva. Sei lì ad aspettare, in attesa. Un elemento che rende questo compito ancora più difficile. Forse anche per questo più passa il tempo più vorrei fare lavori fisici. Lavorare in una bottega, riparare un oggetto, coltivare un pezzo di terra. Ma non posso rubare troppo tempo alla scrittura, non so quanto ne avrò ancora…

-Ha ancora delle paure?

Ho paura del tempo che passa e che la mia potenza, che ultimamente ho nascosto per ragioni esistenziali e personali, si spenga. Di questa potenza ho assolutamente bisogno per completare le mie opere in quanto so che non sarò mai uno scrittore senile, e che scriverò solo finché avrò un brandello cospicuo di vitalità. Quando essa finirà io non riuscirò più a scrivere. Perché non sono uno scrittore attraversato dal male. Sono uno scrittore attraversato dalla gioia, dalla vita, dalla sensualità.  Ecco questa è la mia più grande paura.

di Francesco Subiaco e Francesco Latilla

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Ernesto Galli Della Loggia

"I giornali sono uguali tra di loro, troppo spesso noiosi e prevedibili. Non è possibile, ad esempio, che diano così tanto spazio, nelle prime sei o sette pagine, alla politica, solo per il gusto, magari, di fare un favore ad un politico e farselo amico".

L’Italia, il Covid-19 e il futuro dell’Europa

La pandemia non ha fermato la nuova guerra fredda in corso fra Occidente e Oriente e l'Italia è diventata l'epicentro di questo capitolo.

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