Negli ultimi quattro mesi abbiamo assistito a un susseguirsi di offerte pubbliche di scambio e altre operazioni di scalate più o meno ostili tra intermediari finanziari, con epicentro proprio nel nostro paese. Molti osservatori avvertivano dell’avvicinarsi di una grande stagione di operazioni straordinarie nel mondo bancario. La tendenza globale è indirizzata alla creazione di colossi bancari sempre più grandi e competitivi, con il modello statunitense come riferimento. D’altro canto, la digitalizzazione sta spingendo proprio in questa direzione: economie di scala negli investimenti tecnologici; minore fidelizzazione dei clienti e più pubblicità; soprattutto minor carico sugli sportelli fisici, con la necessità di razionalizzare le reti di filiali, senza voler rinunciare al presidio del territorio. Dopo qualche anno di ubriacatura generale per l’aumento del margine di interesse, ora le banche devono tornare a risicare per aumentare gli utili a fine anno. A sorprendere però, è soprattutto la velocità con la quale si è passati dalla quiete totale a una serie di operazioni straordinarie assai avvincenti, che ormai coinvolgono quasi tutti i grandi istituti del nostro paese. Una dimostrazione che l’ecosistema finanziario non si gioca solo su numeri astratti e decisioni economiche, ma su una lotta vivida per il potere (e la sopravvivenza) tra istituti, fazioni, imperi familiari e ovviamente gli stati; fatto di azioni improvvise, attese tattiche, sgambetti, scambi di favori e interventi pubblici.
Gli ultras liberisti storceranno il naso, ma non si può condannare l’attivismo del governo nella scaramuccia. L’azione è legittima se volta a difendere l’interesse nazionale in un settore capace di influire sugli equilibri economici e strategici del paese. L’accessibilità del credito alle imprese rimane uno dei fattori chiave della crescita della cosiddetta “economia reale”. A maggior ragione in un momento nel quale è percepito come sempre più problematico dai piccoli imprenditori, proprio in virtù del concentramento bancario, che nel nostro paese procede a fasi alterne dagli anni Novanta, e della perdita delle banche popolari e locali, vocate al supporto dei più piccoli.
Lo sanno bene a Sondrio: nella valle delle banche locali più solide e virtuose, dal 2021 il Credito Valtellinese è stato inglobato nel gruppo francese Credit Agricole, comportando una immediata restrizione sul fronte creditizio. Ma non si tratta di sole lamentele corporative degli imprenditori, che forse erano un po’ troppo ben abituati alle storiche dinamiche di potere locale delle banche popolari e cooperative. Sono molti gli studiosi che concordano sui pericoli dell’eccessivo concentramento bancario, in quanto distorsivo della concorrenza e portatore di maggiori rischi sistemici. Ad oggi però, le autorità di regolazione italiane ed europee, così come quasi tutti gli altri attori pubblici e politici, sembrano non dare credito a queste voci critiche, accogliendo invece con favore i progetti di fusioni e acquisizioni, con il non celato obiettivo di assistere alla nascita di colossi bancari europei capaci di lanciare la sfida oltre i confini nazionali e continentali. L’imperativo draghiano della competitività straccia il vecchio tormentone europeo della concorrenza.
Al di là delle valutazioni di carattere economico sul perdere la proprietà, i profitti e le sedi dirigenziali dei propri intermediari finanziari e di quelle di carattere strategico sull’utilità in termini di influenza dell’economia reale e capacità di spingere nella direzione della politica economica del governo, è cogente, per uno Stato altamente indebitato qual è il nostro, assicurarsi che il vasto ammontare di titoli del debito pubblico sul mercato non subiscano fluttuazioni, specialmente quelle indotte volutamente. La guerra finanziaria è a pieno titolo branca della guerra ibrida. Faremmo meglio a non dimenticare come nel bel mezzo della crisi finanziaria del 2008 le minacce cinesi di ulteriore destabilizzazione del debito pubblico americano fossero concrete. Qualcuno dice che siano state una valida ragione alla base del cambio di intenzioni del governo Usa sul salvataggio della Fannie e della Freddie.
Nei riguardi di tali rischi, sul lato italiano si evidenzia che nel 2020 la sola Generali era giunta a possedere 63 miliardi di euro di titoli di stato. Nel 2024 il dato complessivo delle banche italiane era di oltre 650 miliardi. Quanto è facile scatenare una piccola crisi del debito contro un paese come l’Italia, priva per giunta di una banca centrale nazionale e vicino alla pericolosa soglia del rating “non-investiment grade”? Anche per questa ragione non si può lasciare alla mera logica liberoscambista l’organizzazione dell’ecosistema bancario e assicurativo.
L’esperienza valtellinese è poi utile per introdurre l’ingombrante presenza francese nella finanza italiana, dalla quale il governo fa bene a diffidare. Credit Agricole è il sesto gruppo bancario per numero di filiali ed è in continua espansione; BNP Paribas (BNL) il settimo. Soprattutto non vanno dimenticate le puntate offensive transalpine passate, eloquenti avvertimenti sulla capacità dei “cugini” di agire con consapevolezza di sistema-paese e piglio coloniale all’estero, mantenendo il proprio cuore a Parigi anche quando si lavora a Milano. Fino al 2020 a capo di Unicredit sedeva un Jean Pierre Mustier intenzionato a fondere l’istituto con la banca per la quale lavorava precedentemente, ossia Societè Generale. Vincent Bollorè era azionista di peso in Mediobanca e giocava di concerto con il connazionale Philippe Donnet, (tuttora) a capo delle Assicurazioni Generali. Si vociferava che i due volessero combinare le nozze di quest’ultima con la concorrente francese Axa, dalla quale proveniva professionalmente Donnet. Si badi che la parola “fusione” non rende esattamente l’idea di come in entrambi i casi, a scrivere l’accordo si sarebbero sedute al tavolo una parte più grande e una di minori dimensioni; con il secondo ruolo stranamente sempre ricoperto dalla realtà italiana. Stellantis docet.
Forse proprio una mossa antifrancese potrebbe aver dato il via alla danza delle banche, ufficialmente apertasi a novembre con l’offerta pubblica di Unicredit sulle azioni del gruppo della ex Banca Popolare di Milano (BPM). Si vociferava che i transalpini, che già da anni sono i primi azionisti a Piazza Meda con il 9%, si stessero preparando a salire al 19% del capitale. Obiettivo: incorporare anche BPM nella vorace crescita del gruppo o proporsi come primo azionista nella possibile fusione BPM-Monte Paschi di Siena? Forse invece solo una voce di corridoio. In ogni caso i dirigenti di Piazza Gae Aulenti hanno voluto verosimilmente prevenire la costruzione di un poderoso terzo polo bancario, alle loro spalle, che fosse Credit Agricole-BPM o BPM-MPS.

Quest’ultima ipotesi godeva poi dell’appoggio di alcune frange della coalizione di governo. In particolare, la Lega ha subito tuonato contro l’offerta pubblica di Orcel, perché infrangeva il sogno di un terzo polo vocato al rapporto con la piccola-media impresa: filosofia più affine all’unione BPM-MPS, rispetto alla più internazionale Unicredit. Secondo altri invece, la mossa di Unicredit beneficiava di una benedizione delle altre frange del governo, in chiave antifrancese. In realtà, se Unicredit vorrà completare la conquista di BPM, è probabile che dovrà accordarsi con l’azionista francese e pagare una buonuscita. Essendo i due istituti bancari italiani molto radicati nelle stesse aree, con la fusione sarà necessario liberarsi di numerose filiali “doppione”, che probabilmente andranno all’affamata Credit Agricole. Ma forse, la vera contropartita chiesta da Parigi è sulle società di gestione risparmi, dove questi sono forti grazie alla controllata Amundi e vorrebbero liberarsi (che a volte coincide con l’appropriarsi) dell’italiana Anima. Un concorrente potenzialmente pericoloso se dovesse entrare nell’orbita di Unicredit e BPM, che fino a ora si appoggiavano principalmente proprio ad Amundi. Anima è infatti oggetto di un tentativo di scalata proprio da parte della ex Popolare di Milano, ancora in corso. Su questa sotto-partita però, è plausibile che a Roma caldeggino un’Anima campione nazionale della gestione dei risparmi. Tra l’altro, l’azienda è già specializzata in strumenti come i PIR, tanto cari alla politica economica degli ultimi governi.
Ma al di là dei desideri infranti del partito del Ministro Giorgetti, nella Capitale si guardava già oltre in merito al cosa fare con Monte dei Paschi di Siena, che dall’epoca del salvataggio di stato vede ancora come primo azionista il Tesoro. Nell’azionariato della banca senese si erano infatti già ritagliati un posto sia Delfin, la finanziaria della famiglia Del Vecchio, sia l’imprenditore romano Gaetano Francesco Caltagirone, che gode di buoni rapporti con il partito di maggioranza relativa. Entrambi anche azionisti sia delle Assicurazioni Generali, sia di Mediobanca. Quest’ultima è a sua volta lo scrigno della quota di controllo delle Generali: il 13% delle azioni. L’obiettivo delle due dinastie è chiaramente l’assemblea dei soci che a maggio rinnoverà le cariche sociali delle Assicurazioni. Assemblea che potrebbe finalmente dare il ben servito al francesissimo amministratore delegato Donnet, che nel frattempo si è affrettato a firmare un accordo per portare in dote il tesoretto patrimoniale delle assicurazioni alla società di gestione risparmi Natixis, della cui nazionalità sono certo avrete inteso. E pare che questa operazione, comprensibilmente, non piaccia per nulla a Roma. Ecco allora che una MPS a triplice trazione sovranista, famiglia Del Vecchio e Caltagirone si è lanciata in una piroetta assai difficile, dalla quale non abbiamo ancora visto l’atterraggio: scalare Mediobanca. Molti commentatori stentano a credere che la banca senese abbia la forza di prendere il controllo di Piazzetta Cuccia. Si vedrà. Nel frattempo, Unicredit e il fondo americano BlackRock (i cui tentacoli arrivano sia in Piazza Gae Aulenti, sia in Piazzetta Cuccia) sono entrati in partita sulle Generali, con un ingresso non da poco sul capitale sociale. Sono pronti a far fallire i piani della cordata governativa? E se la dinastia Del Vecchio o Caltagirone fossero invece i primi a non volersi impegnare nel matrimonio MPS-Mediobanca, ma intendessero più la cosa come un’avventura primaverile in occasione dell’assemblea delle Generali?
In ogni caso, per portare a compimento i propri propositi, Palazzo Chigi e Via XX Settembre hanno ancora due armi non indifferenti nel fodero. Il cavaliere nero: Cassa Depositi e Prestiti. La banca pubblica che negli ultimi anni è diventata una vera e propria holding di partecipazioni pubbliche. Un intervento di scalata ostile di CDP concertata con un istituto privato sarebbe sicuramente coraggioso e non esente da critiche o conseguenze diplomatiche, ma probabilmente si rivelerebbe risolutivo nel pantano di offerte pubbliche bloccate nel quale siamo oggi.
Seconda arma: il potere aureo, o golden power. La legge italiana conferisce al governo ampio potere interdittivo delle operazioni straordinarie tra banche e istituzioni finanziarie. Sebbene sia nato per prevenire scalate dall’estero, anche l’operazione di Unicredit su BPM potrebbe essere bloccata, a detta di molti commentatori.
Il governo dovrebbe seriamente agire nell’ottica del ridimensionamento della cricca francese nella finanza italiana, traguardando la creazione di un campione nazionale nella gestione del risparmio con Anima e cercando di salvaguardare allo stesso tempo le esigenze dell’economia reale e non solo degli azionisti delle banche. Anche sul terzo polo bancario BPM-MPS, auspicabile per diverse ragioni, si sarebbe posto il problema di non consegnarlo direttamente alle mani di Credit Agricole, che ne sarebbe stata azionista di peso, magari pronta a una successiva scalata.
Infine, rimane aperta l’altra grande partita dell’assedio di Unicredit a Commerzbank, giunto ad aver espugnato il 30% delle azioni del secondo istituto tedesco. Questa volta siamo noi italiani a cacciare una grossa preda internazionale, approfittando anche di una legislazione germanica che limita i poteri di opposizione del governo. Da considerare però che una fusione Unicredit-Commerzbank, benché partirebbe da un vantaggio dimensionale italiano, finirebbe per sbiadire ulteriormente l’identità italiana di Unicredit, già diluita nell’azionariato e ulteriormente indebolita dall’attivismo del socio americano BlackRock che mette becco su molte decisioni strategiche. E sarebbe da evitare a ogni costo il binomio: risparmio italiano (portato in dote da Unicredit) – attività estere. A tal proposito, un eventuale intervento della CDP di concerto nella scalata procederebbe a consegnare nelle mani pubbliche una quota del nuovo soggetto Unicredit-Commerzbank finalizzata a tutelare l’interesse nazionale nel nuovo colosso europeo. Ad oggi, il 12% del capitale della banca tedesca è ancora in mano al governo di Berlino, che ha bloccato la cessione delle proprie quote proprio in funzione anti-italiana. I prossimi mesi saranno sicuramente ricordati come la primavera calda della finanza italiana.