OGGETTO: I problemi di un modello basato sull'export
DATA: 22 Maggio 2026
SEZIONE: Economia
FORMATO: Analisi
AREA: Italia
Un primato statistico celebrato come svolta storica rivela in realtà i limiti strutturali di un’economia fortemente aperta, esposta a shock geopolitici e commerciali. Tra dati parziali, dipendenza dai beni fisici e debolezza nei servizi avanzati, il nodo centrale diventa la sostenibilità di un modello fondato sull’export in un mondo sempre meno cooperativo.
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Il 2 di gennaio di quest’anno, la Farnesina ha brindato a un nuovo primato nazionale in fatto di commercio estero. A ruota articoli sensazionalistici che richiamavano il memorabile ruolo di quarta potenza economica, come nel 1990. Secondo i dati OCSE relativi al terzo trimestre 2025, l’Italia avrebbe sorpassato Giappone e Corea del Sud diventando il quarto esportatore mondiale. Senza inserirsi nel ricorrente dualismo, usuale delle notizie economiche, tra italico disfattismo e altrettanto italica amena mitizzazione, è il caso di circostanziare questo dato. 

In primis, è bene ribadire con maggiore chiarezza (rispetto al comunicato stampa della Farnesina) che il dato esaminato si ferma al terzo trimestre del 2025, mentre sull’arco dell’intero anno sembra realistico il sorpasso della Corea, ma non quello del Giappone. Quello della Francia invece è ormai storicamente consolidato. Inoltre il cambio monetario del periodo di riferimento ha sicuramente gonfiato il dato dei paesi europei. Di più, è l’oggetto delle esportazioni misurate dall’OCSE a rendere parziale il nostro sguardo. Nella statistica richiamata, sono riportate solamente le esportazioni di beni fisici: non il totale di beni e servizi, che comprende anche logistica, assicurazioni, servizi digitali, consulenza e i proventi da proprietà intellettuale. Riferendoci ai dati della Banca Mondiale relativi al 2024 per beni e servizi, l’Italia partiva decisamente ridimensionata, al punto da rendere impossibile il sorpasso nel 2025. La Francia, ad esempio, totalizzava oltre un trilione di dollari, rispetto ai nostri 774 miliardi. Giappone e Corea 917 e 831, rispettivamente.

Se quindi troviamo incoraggianti conferme sulla qualità del comparto manifatturiero trainato dalle medie imprese internazionalizzate e dai distretti; si conferma la mancanza di grandi gruppi capaci di competere nei servizi ad alto valore aggiunto e nei prodotti finiti “di massa”. Sempre per segnalare una nostra qualità, rileva la varietà di settori industriali che alimentano le vendite all’estero, decisamente più diversificata rispetto a una Francia che fa affidamento principalmente sui grandi nomi del lusso e sulle bottiglie di vino. Da ciò consegue un minor rischio sulla stabilità delle vendite, perché siamo meno sensibili a scossoni provenienti da singoli attori, mercati o materie prime. Perché proprio il rischio è diventato il termine da correlare alle esportazioni. In un mondo che per trent’anni ha creduto di muoversi verso un’unica direzione liberoscambista, sotto l’egida americana, l’apertura internazionale era un moltiplicatore di benessere. Oggi, in un mondo che si sta riorganizzando in senso multipolare e competitivo, la stessa apertura diventa anche un moltiplicatore di vulnerabilità. È lampante come le ritorsioni commerciali siano uno strumento di politica estera sempre più normalizzato perfino tra “alleati”. 

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

E l’Europa, non solo l’Italia, è la zona economica più esposta a tali scenari. La Germania è il caso patologico: con il 45,6% del PIL frutto di vendite all’estero nel 2022, nel frattempo ridimensionatosi al 41,4% nel 2024; questo non perché Berlino abbia improvvisamente deciso di cambiare filosofia, ma perché il mondo intorno ha smesso di essere quello che rendeva quel modello sicuro e redditizio. Italia e Francia, pur meno estreme, restano comunque economie molto più aperte delle altre grandi del pianeta, attestandosi al 30% di esportazioni sul PIL. Gli Stati Uniti si fermano invece all’11.1%. La Cina, che resta la fabbrica del mondo e il maggiore esportatore in valore assoluto, ha progressivamente ridotto il peso dell’export sul PIL cercando di spostare il valore verso il mercato interno: dal dato del 35% nel 2006, oggi l’export si ferma al 20% del PIL.

Per fare un’ultima valutazione su questo versante, vale la pena introdurre la misura dell’apertura intenzionale delle economie, che pesa sul PIL sia le esportazioni, sia le importazioni. Dove queste ultime rappresentano un fattore gravato da rischi internazionali ancora più marcati. Ebbene, nel 2024, se gli Stati Uniti si fermano al 25% e la Cina al 37%; l’Italia arriva al 63%. Infine il grado di apertura del mercato unico europeo sull’estero, quindi eliminando il peso del commercio interno all’Eurozona, secondo l’EUROSTAT è al 44,8% nel 2023

Alla luce di queste considerazioni, il punto sul quale interrogarsi, non è pertanto se l’Italia sia “quarta” o “sesta” in una classifica costruita su un perimetro statistico più o meno favorevole, ma se questa Nazione voglia finalmente adottare uno sguardo da Paese sovrano che governa la sua economia, imprimendole un modello utile in un momento di sconvolgimenti internazionali, oppure se continuerà a prendere per date le regole, più o meno morbide, caldeggiate da poteri esterni e interni, continuando perciò a focalizzandosi su soli risultati amministrativi del proprio stretto spazio di manovra.

I più letti

Per approfondire

Geopolitica della lingua italiana

“Dovunque suona accento della lingua nostra, dovunque la nostra civiltà lasciò tradizioni, dovunque sono fratelli nostri che vogliono e debbono rimanere tali, ivi è un pezzo della patria che non possiamo dimenticare”

"Quando sono coinvolti russi e americani il ruolo europeo e italiano è marginale". Parla Lucio Caracciolo

In viaggio verso il Vecchio Continente, Joe Biden ha rilanciato con enfasi, in nome dell'atlantismo, l'asse euro-americano. Abbiamo parlato con Lucio Caracciolo, direttore di Limes, per capire meglio il significato di questo nuovo paradigma geopolitico.

Il crepuscolo della filosofia

Ne "La morte del sole" Manlio Sgalambro osserva, dal punto di vista di una società in piena "crisi dei valori", la storia filosofica occidentale, alla ricerca della verità.

Oriente e Occidente, di nuovo

La guerra delle spie è la risposta italiana di fedeltà alla chiamata "America is back" di Joe Biden. Un maremoto, un terremoto, il segnale inequivocabile del ritorno dello scontro tra Oriente e Occidente.

Uomini all'ombra della storia

Con Eminenze grigie (Liberilibri, 2024), Lorenzo Castellani indaga con intelligenza lo spazio politico e amministrativo che Schmitt definisce “anticamera di influssi e poteri indiretti”, per tracciare i connotati dei reggitori ignoti e ignorati, iperborei di palazzo che all’ombra del potere orchestrano i destini della storia.

Gruppo MAGOG