Il 2 di gennaio di quest’anno, la Farnesina ha brindato a un nuovo primato nazionale in fatto di commercio estero. A ruota articoli sensazionalistici che richiamavano il memorabile ruolo di quarta potenza economica, come nel 1990. Secondo i dati OCSE relativi al terzo trimestre 2025, l’Italia avrebbe sorpassato Giappone e Corea del Sud diventando il quarto esportatore mondiale. Senza inserirsi nel ricorrente dualismo, usuale delle notizie economiche, tra italico disfattismo e altrettanto italica amena mitizzazione, è il caso di circostanziare questo dato.
In primis, è bene ribadire con maggiore chiarezza (rispetto al comunicato stampa della Farnesina) che il dato esaminato si ferma al terzo trimestre del 2025, mentre sull’arco dell’intero anno sembra realistico il sorpasso della Corea, ma non quello del Giappone. Quello della Francia invece è ormai storicamente consolidato. Inoltre il cambio monetario del periodo di riferimento ha sicuramente gonfiato il dato dei paesi europei. Di più, è l’oggetto delle esportazioni misurate dall’OCSE a rendere parziale il nostro sguardo. Nella statistica richiamata, sono riportate solamente le esportazioni di beni fisici: non il totale di beni e servizi, che comprende anche logistica, assicurazioni, servizi digitali, consulenza e i proventi da proprietà intellettuale. Riferendoci ai dati della Banca Mondiale relativi al 2024 per beni e servizi, l’Italia partiva decisamente ridimensionata, al punto da rendere impossibile il sorpasso nel 2025. La Francia, ad esempio, totalizzava oltre un trilione di dollari, rispetto ai nostri 774 miliardi. Giappone e Corea 917 e 831, rispettivamente.
Se quindi troviamo incoraggianti conferme sulla qualità del comparto manifatturiero trainato dalle medie imprese internazionalizzate e dai distretti; si conferma la mancanza di grandi gruppi capaci di competere nei servizi ad alto valore aggiunto e nei prodotti finiti “di massa”. Sempre per segnalare una nostra qualità, rileva la varietà di settori industriali che alimentano le vendite all’estero, decisamente più diversificata rispetto a una Francia che fa affidamento principalmente sui grandi nomi del lusso e sulle bottiglie di vino. Da ciò consegue un minor rischio sulla stabilità delle vendite, perché siamo meno sensibili a scossoni provenienti da singoli attori, mercati o materie prime. Perché proprio il rischio è diventato il termine da correlare alle esportazioni. In un mondo che per trent’anni ha creduto di muoversi verso un’unica direzione liberoscambista, sotto l’egida americana, l’apertura internazionale era un moltiplicatore di benessere. Oggi, in un mondo che si sta riorganizzando in senso multipolare e competitivo, la stessa apertura diventa anche un moltiplicatore di vulnerabilità. È lampante come le ritorsioni commerciali siano uno strumento di politica estera sempre più normalizzato perfino tra “alleati”.

E l’Europa, non solo l’Italia, è la zona economica più esposta a tali scenari. La Germania è il caso patologico: con il 45,6% del PIL frutto di vendite all’estero nel 2022, nel frattempo ridimensionatosi al 41,4% nel 2024; questo non perché Berlino abbia improvvisamente deciso di cambiare filosofia, ma perché il mondo intorno ha smesso di essere quello che rendeva quel modello sicuro e redditizio. Italia e Francia, pur meno estreme, restano comunque economie molto più aperte delle altre grandi del pianeta, attestandosi al 30% di esportazioni sul PIL. Gli Stati Uniti si fermano invece all’11.1%. La Cina, che resta la fabbrica del mondo e il maggiore esportatore in valore assoluto, ha progressivamente ridotto il peso dell’export sul PIL cercando di spostare il valore verso il mercato interno: dal dato del 35% nel 2006, oggi l’export si ferma al 20% del PIL.
Per fare un’ultima valutazione su questo versante, vale la pena introdurre la misura dell’apertura intenzionale delle economie, che pesa sul PIL sia le esportazioni, sia le importazioni. Dove queste ultime rappresentano un fattore gravato da rischi internazionali ancora più marcati. Ebbene, nel 2024, se gli Stati Uniti si fermano al 25% e la Cina al 37%; l’Italia arriva al 63%. Infine il grado di apertura del mercato unico europeo sull’estero, quindi eliminando il peso del commercio interno all’Eurozona, secondo l’EUROSTAT è al 44,8% nel 2023.
Alla luce di queste considerazioni, il punto sul quale interrogarsi, non è pertanto se l’Italia sia “quarta” o “sesta” in una classifica costruita su un perimetro statistico più o meno favorevole, ma se questa Nazione voglia finalmente adottare uno sguardo da Paese sovrano che governa la sua economia, imprimendole un modello utile in un momento di sconvolgimenti internazionali, oppure se continuerà a prendere per date le regole, più o meno morbide, caldeggiate da poteri esterni e interni, continuando perciò a focalizzandosi su soli risultati amministrativi del proprio stretto spazio di manovra.