OGGETTO: Sulla natura informale del potere
DATA: 27 Aprile 2026
SEZIONE: Società
FORMATO: Visioni
Il potere contemporaneo non coincide né con la fantasia paranoica di una regia onnisciente né con la rappresentazione rassicurante di un sistema trasparente. Opera più spesso in una zona intermedia, fatta di ambienti, linguaggi, accessi, selezioni e conformismi che non devono comandare apertamente per orientare il plausibile e delimitare il dicibile.
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Trump ha usato il caso Epstein finché gli è servito a puntare il dito contro il sistema, a indicare un potere protetto, vischioso, inconfessabile. Poi, quando quello stesso dito ha smesso di colpire solo il nemico e si rivolto contro di lui, il tono è cambiato. Quello che prima poteva essere agitato come indizio decisivo è diventato esagerazione, fissazione, rumore. Il punto, però, non è l’ennesima incoerenza di Trump. È che in questo slittamento si vede abbastanza bene il vicolo cieco in cui si muove oggi il discorso pubblico sul potere. Da una parte c’è il complottismo, che trasforma ogni opacità in cabala, ogni convergenza in trama, ogni zona grigia in prova di un centro occulto che sa e coordina tutto. Dall’altra c’è il discorso rispettabile, che per difendersi da questa caricatura finisce spesso per compiere l’errore opposto: tratta l’opacità come fantasia, liquida come paranoia tutto ciò che non rientra in una rappresentazione pulita e procedurale del potere.

Eppure entrambe le letture, a ben vedere, mancano il bersaglio. Il problema non è solo che esistano due errori speculari. È che entrambi inciampano sulla stessa difficoltà: pensare la forma ordinaria del potere contemporaneo. Il complottismo sbaglia perché immagina troppo ordine, troppa coerenza, troppa intenzionalità centralizzata. Ha bisogno di credere che dietro ciò che non capisce ci sia qualcuno che capisce tutto. Trasforma reti in regie occulte, ambienti in piani, convergenze in cospirazioni. Il discorso rispettabile, per reazione, tende a fare il contrario: poiché l’idea di una regia totale è implausibile, allora anche l’opacità diventa sospetta; poiché la fantasia paranoica esagera, allora ciò che resta dovrebbe essere per forza trasparente.

È qui che il ragionamento si spezza. Il fatto che il potere non funzioni come una cospirazione onnisciente non significa affatto che funzioni alla luce del sole. Significa, più banalmente e più scomodamente, che la sua forma è più opaca, più distribuita e meno teatrale di quanto immaginino sia i paranoici sia i loro avversari. Tra la fantasia di un centro occulto e l’innocenza del sistema esiste una zona intermedia molto più ordinaria e molto più decisiva: quella fatta di relazioni, accessi, linguaggi condivisi, codici di riconoscimento, conformismi, soglie implicite di rispettabilità. È lì che il potere contemporaneo opera più spesso. Non imponendo sempre dall’alto, ma rendendo alcune cose plausibili e altre improponibili prima ancora che vengano davvero discusse.

Per dare consistenza a questa zona intermedia, però, bisogna distinguere fenomeni diversi che nel discorso pubblico vengono continuamente confusi. Non tutta l’opacità è uguale, e non tutto ciò che sfugge alla trasparenza va chiamato complotto. Il primo livello è la cospirazione vera e propria: un gruppo ristretto che si coordina consapevolmente per ottenere un risultato preciso, nascondendo mezzi, intenzioni o responsabilità. Le cospirazioni esistono, e negarlo sarebbe infantile. Il Watergate appartiene a questa logica: un’operazione circoscritta, una catena di coperture, una regia consapevole. In Italia, per molti aspetti, anche la P2 ha mostrato una forma di potere che agiva attraverso segretezza, connivenze e disegno occulto. Ma proprio per questo la cospirazione non può diventare la chiave universale con cui leggere ogni convergenza opaca. Il secondo livello è quello delle reti informali di influenza. Qui non c’è necessariamente una regia unica né un piano centralizzato. Ci sono piuttosto relazioni stabili, accessi privilegiati, luoghi di riconoscimento reciproco, ambienti in cui il potere si incontra, si rassicura, si seleziona e si riproduce.

È il caso, per esempio, dei grandi summit e dei circuiti elitari in cui mondi economici, politici e mediatici si frequentano e consolidano un lessico comune: non decidono tutto in segreto, ma contribuiscono a rendere alcune priorità più plausibili di altre. Anche il caso Epstein, al netto della mitologia che gli si è addensata attorno, dice qualcosa di simile: non prova affatto un’orchestrazione onnisciente, ma mostra fino a che punto relazioni opache, protezioni informali e prossimità tra figure molto diverse possano concentrarsi in ambienti di potere difficili da leggere con categorie troppo semplici. Il terzo livello è il più importante e il meno capito: il delirio collettivo d’ambiente. Qui il coordinamento esplicito diventa quasi superfluo, perché i soggetti coinvolti condividono già lo stesso orizzonte morale, gli stessi incentivi, le stesse paure, lo stesso perimetro di rispettabilità. Non serve che qualcuno impartisca una linea, perché molte cose sono già state rese ovvie a monte e molte altre già rese impensabili. Il trumpismo MAGA, da questo punto di vista, è meno una setta perfettamente organizzata che una bolla morale autosufficiente, capace di trasformare la fedeltà di campo in criterio di verità. Ma lo stesso schema, in forma diversa, si ritrova anche nella rapidità con cui una parte del mondo militante ha reagito allo scontro tra Trump e Leone XIV: non discutendo davvero il conflitto, ma riconoscendo quasi subito la voce da delegittimare e il campo da confermare. Ed è qui che il potere contemporaneo mostra la sua forma più tipica. Non tanto il segreto che ordina, quanto l’ambiente che seleziona.

A questo punto il potere smette di apparire anzitutto come comando e comincia a funzionare come filtro. Gli ambienti che contano non impongono sempre una linea in modo esplicito: molto più spesso fanno capire quali parole aprono porte e quali le chiudono, quali toni risultano seri e quali sconvenienti, quali dubbi sono ammessi come segno di intelligenza e quali vengono subito letti come rozzezza, fanatismo o regressione. Il conformismo, qui, non si presenta come censura brutale. Si presenta come misura, equilibrio, maturità. È così che il potere si riproduce senza bisogno di esibirsi troppo. Sale chi rassicura, chi sa stare nel perimetro, chi interiorizza i codici dell’ambiente abbastanza bene da farli sembrare riflessione autonoma. Non vengono selezionate soltanto persone competenti o incompetenti, ma soprattutto persone compatibili: compatibili nel linguaggio, nel tono, nel rapporto con il conflitto, nel senso di ciò che è dicibile e di ciò che non lo è. Dopo un po’, questo filtro smette perfino di apparire come filtro. L’ambiente viene scambiato per realtà, il suo orizzonte per l’orizzonte del mondo. E allora il problema non è più soltanto chi detiene il potere, ma la forma in cui esso diventa atmosfera.

Da qui bisogna trarre la conclusione. Il potere contemporaneo va pensato meno come un disegno onnisciente e più come un ambiente. Il complottismo sbaglia perché immagina troppo ordine, troppa regia, troppa compattezza. Il discorso rispettabile sbaglia perché, per sfuggire a quella caricatura, immagina troppa trasparenza, troppa innocenza, troppa leggibilità. In mezzo c’è una verità più opaca e più scomoda: il potere opera spesso come clima, come selezione, come rete di riflessi e conformismi che non ha bisogno di impartire ordini continui per orientare ciò che appare plausibile, serio, responsabile. Il punto, allora, non è scegliere tra la paranoia di chi vede un disegno occulto ovunque e l’ingenuità di chi continua a parlare del potere come se fosse trasparente. Il punto è riconoscere la sua forma più ordinaria e più sfuggente: quella di un ambiente abbastanza saturo da scambiare il proprio interesse per buon senso, il proprio conformismo per serietà, la propria cecità per misura del reale.

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