OGGETTO: Una storia di serpenti e dati
DATA: 18 Marzo 2026
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
AREA: Altrove
Immergersi nella lettura de “La città dei Serpenti” di Lorenzo Monfregola (Polidoro, 2025) è un’esperienza ipnotica che stimola il lettore da ogni punto di vista. Fin dalle prime pagine si rimane sorpresi da un’atmosfera avvolgente, trascinati dal ritmo disorientante di una narrazione stretta tra i fuochi del fanatismo e della tecnologia. L’Agente Kajus, protagonista e voce narrante, è ingranaggio di una società-macchina micidiale, nel quale il linguaggio e le azioni umane sono scandite da tempi e logiche matematicamente precise, funzionali a un equilibrio terribilmente fragile.
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“[…] Sono stato io a iniziare a professare, dopo l’arrivo dell’Anaconda! Sono stato io a capire che il Cobra era confuso, sono stato io a sentire la sofferenza del Crotalo blu che ingoiava la sua coda. Sono stato io, e i Serpenti l’hanno sentito: i Serpenti non ci hanno uccisi! Nonostante degli umani li abbiano assassinati! Io li ho sentiti. Io mi sento protetto e sicuro come quando in una Vasca capisco che non verrò morso!” (pp. 174-175)

È una sensazione di claustrofobia quella che il lettore prova lasciandosi condurre dal narratore nella descrizione della città soprannominata “Il Teschio”, isolata dall’esterno dal “Muro del Caldo”. In questo scenario post-apocalittico, che ruota attorno al superamento della “Grande Accelerazione”, la società umana deve la sua sopravvivenza all’intervento dei Serpenti, entità biomeccaniche che hanno fermato “la macchina” intenzionata a sterminare gli uomini. Paura e devozione, ossessione e stupore si alternano nel racconto del rapporto perverso tra Serpenti e abitanti della città.

Rigidamente stratificata per categorie somatiche, la città sembra reggersi su una finta armonia, un bilanciamento delicatissimo nelle interazioni tra Bianchi, Neri e Impuri. Si tratta di una sorta di sistema di controllo social-biologico, garantito attraverso tecnologie futuristiche che combinano chimica e informatica. Al di sopra di queste tensioni si colloca il Nagastrem, un’intelligenza suprema che si manifesta fisicamente attraverso i Serpenti, annidati in una fitta rete di tubi sopraelevati che vigilano sulle pur minime deviazioni dall’ordine stabilito.

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

La storia si dipana seguendo le vicende quotidiane di Kajus, personaggio indottrinato e mosso da un “morso” sacro, capace all’occorrenza anche di far prevalere l’istinto sul calcolo razionale. Il suo corpo porta il segno fisico della devozione al sistema: il braccio destro completamente squamato, segno che lo identifica come difensore dell’equilibrio. Kajus non è un eroe e neanche un personaggio che ispira naturalmente simpatia. Come recita liturgicamente a cadenza quasi regolare, è un “Agente fedele ai Serpenti”. “Noi siamo il solo ordine, noi siamo la sola vita. Noi siamo gli Agenti, fedeli ai Serpenti”.

Il procedere della narrazione viene scandito da riti e abitudini di una brutalità primordiale. Attraverso abluzioni in “Vasche”, dove gli Agenti sono messi alla prova nella fede dai Serpenti, professioni di lealtà all’Intelligenza Serpente e violenze scatenate dall’impulso irrefrenabile del fanatismo, l’autore descrive in maniera drammaticamente verosimile, con un linguaggio colorato ora dal sangue, ora da liquami e oggetti metallici, il sistema di controllo e repressione congegnato per mantenere l’equilibrio all’interno del “Teschio”.

Un’anomalia pare però profilarsi con il ritrovamento di una serie di cadaveri segnati da misteriose macchie argentate sul petto. Questo “argento” non è un semplice veleno, ma l’inizio di un cambiamento che l’intelligenza del Nagastrem non riesce a processare. Kajus, indagando su questi corpi, sotto la guida della carismatica Duka Angizia, si scontra con un fenomeno che mette in crisi ogni certezza.

Mentre il lettore segue l’evolversi della ricerca di Kajus, si accorge anche della trasformazione politica innescata dall’anomalia. La chiamano “Insurrezione Argentata”, un movimento sovversivo che usa il simbolo della macchia per dare il via a una rivolta senza precedenti contro l’ordine gelosamente custodito dai Serpenti e dei Datachief.

>>> Assaliti tre Tubi nelle sottozone Impure 23-29-13. Colpi di mitragliatrice, un razzo, gettata vernice argentata. Tubi assaltati anche con spranghe e armi taglienti. Serpenti usciti nelle aree: hanno allontanato una folla crescente, nessuna vittima umana >>> Due formazioni di Bianchi hanno attaccato una pattuglia della Polizia Nera nella Zona Intermedia, sottozona 133. Scontri a fuoco. Almeno 13 vittime >>>” (p. 228)

Ben presto si rivelerà essere un collasso ancora più profondo delle fondamenta della città: Serpenti che iniziano a mordersi la coda, tentando di divorarsi in una spirale di autodistruzione. L’autore inframmezza così immagini dal potente valore simbolico all’avvicendarsi spesso caotico e impazzito di scene di violenza e frenesia collettiva. Affascinante è anche l’uso di un lessico originale, fatto di tecnicismi immaginari – syntex, skermi, netzer, jüakka – e di riferimenti temporali matematicamente esatti, come i conti alla rovescia di “777 secondi”, “6223 secondi”.

Accompagnando il lettore nel racconto di una città che si scopre tanto ordinata quanto fragile, il romanzo ci proietta in una distopia che, pur richiamando alla memoria scene e personaggi della letteratura e dalla cinematografia del genere, non smette di sorprendere dall’inizio alla fine. E qualcuno potrà trarre un monito chiaro dal racconto: “La città dei Serpenti” sembra metterci in guardia dal nutrire una fiducia cieca negli algoritmi e nell’intelligenza artificiale, soprattutto se utilizzate come mezzi di prevenzione e risoluzione delle tensioni umane.

«Quello che sappiamo è che il Fiume finisce qui, dopo aver toccato ogni Megadrone…» replica Mheide «e pensiamo che… i Megadroni siano fatti per andare in cielo, come i droni, ma con noi dentro, per portare noi umani… nel cielo…».” (p. 375)

Che cosa resta dopo la distruzione? A uno sguardo di insieme, non tutto pare perduto. Il “Viva la Morte!” degli Agenti cede il passo alla ricerca di un’armonia sociale perduta, risalente al passato dimenticato prima della “Grande Accelerazione”. Il cerchio si chiude offrendo una visione quasi consolante, dove l’umano, prima spinto oltre ogni limite di sopportazione, sembra finalmente poter ritrovare se stesso grazie a una nuova prospettiva di rinascita, in viaggio verso altri mondi.

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