OGGETTO: L'America dopo Israele
DATA: 07 Maggio 2026
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Analisi
Cresce oltreoceano la disaffezione per Tel Aviv ed il suo sodalizio con Washington: tra frustrazione, cambiamenti demografici e complotti, l’America di domani non sarà più il “fratello maggiore” di Israele.
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

È opinione di taluni che le coppie più longeve siano quelle in cui uno dei due partner è più innamorato dell’altro. Perché un’unione così sbilanciata dovrebbe sopravvivere ai colpi del tempo meglio di una dove l’intensità dei sentimenti sia equamente suddivisa s’intuisce con abbastanza facilità: uno, la parte forte, può far leva sull’affetto smodato della propria metà per concedersi autonomie di norma precluse a chi ha invece meno ascendente; l’altro, la parte debole, vive in perpetuo tanto l’eccitazione della conquista quanto il timore della perdita, in un altalenarsi emotivo sì perverso ma comunque funzionale a far durare la vita insieme, per sgradevole che sia. Così descritto, tale meccanismo si può rintracciare tanto nelle relazioni tra individui, quanto in quelle tra Paesi – che, d’altronde, sono anch’essi fatti in ultima analisi di persone. Il rapporto tra gli Stati Uniti ed Israele ne è in tal senso un esempio assai calzante: nonostante i tanti colpi bassi, Washington resta ancora in luna di miele con la nazione ebraica, che da par suo, conscia della propria presa sull’alleato d’oltreoceano, non esita ad esercitarla con notevole spregiudicatezza.

Rivelatesi inefficaci le chiavi di lettura ortodosse, si può provare a spiegare in questo modo l’atavica disponibilità della Casa Bianca a tollerare le fibrillazioni sempre più violente del suo pupillo mediorientale. Preso tra i due fuochi del sionismo politico, che in Israele intravede l’unica testa di ponte ideologica e militare realmente salda a disposizione degli USA nell’Asia Minore, e di quello religioso, forte a un tempo delle enormi risorse finanziarie degli ebrei americani e dell’appoggio pressoché incondizionato di circa trenta milioni di cristiani evangelici – «migliori amici» di Tel Aviv, stando a Benjamin Netanyahu – in questi quasi tre anni di guerra a tutto campo l’esecutivo a stelle e strisce ha perdonato all’omologo praticamente ogni trasgressione, e non di rado è anzi arrivato a coprire le più gravi, per esempio prestando sostegno politico alle incursioni aeree sul Libano che appena qualche settimana fa avevano interrotto il cessate il fuoco con l’Iran negoziato proprio dall’attuale amministrazione. Che sia per sincero affetto o per una qualche inedita forma di masochismo, chiaramente D.C. intende ancora preservare lo storico sposalizio, no matter what.

L’equilibrio nello squilibrio di cui poc’anzi è però fragile di natura: basta uno sgarro, un’angheria, nei casi più eclatanti una scappatella di troppo ad opera dell’amato perché l’amante si svegli dal suo torpore romantico e butti giù il malcapitato dalla sua comoda pergola. Se dunque i vertici della politica statunitense paiono ancora preda della sbandata per Israele, gli elettori si direbbero pronti a troncare la pluridecennale liaison senza troppi complimenti. I sondaggi parlano chiaro: secondo Pew Research non meno del 60% degli americani, a prescindere dall’appartenenza partitica, ha un’opinione sfavorevole dello Stato levantino; analoga stando ad altre rilevazioni la percentuale dei contrari ad ulteriori aumenti degli aiuti finanziari e militari destinati alla sua difesa, mentre cresce con costanza il numero di quanti vorrebbero ridurli o addirittura interromperli del tutto. Particolarmente compatti i giovani della Gen Z, la fascia anagrafica presso la quale risulta in assoluto più intensa l’antipatia verso Israele – e, di riflesso, si riscontra un certo apprezzamento per i suoi avversari, da Hamas all’Iran.

Un mutamento a dir poco drastico, ma non per questo imprevedibile: lo sdegno trasversale per la carneficina di Gaza, senza dubbio il motore più evidente del sentimento anti-israeliano che va attraversando gli States, s’innesta su istanze preesistenti e dalle radici molto più profonde. Da un lato l’ormai cronica stanchezza imperiale della compagine WASP, focalizzatasi giocoforza sullo scatolone di sabbia del Medio Oriente negli anni drammatici della Global War On Terror – i cui reduci, oggi quarantenni, costituiscono un blocco votante corteggiato da ambo i lati, a riprova dell’impatto duraturo del conflitto sul panorama politico del Paese – fino ad esplodere nell’elezione del non-interventista (almeno a parole) Trump; e non è dunque  un caso che ci sia appunto questo segmento della popolazione dietro al vorticoso calo di consensi del Presidente, tacciato di aver abbandonato il tenue neo-isolazionismo caratteristico dell’agenda America First in favore di un avventurismo suicida che inevitabilmente richiama la peggior tradizione del neoconservatorismo, nemesi forse battuta ma mai davvero sconfitta.

Dall’altra l’ascesa fulminea della Brown America, di fatto una nazione parallela capace dopo pochi anni di crescita esponenziale di esprimere il sindaco del più importante centro urbano del Paese. Zohran Mamdani rappresenta in maniera plastica quello che va affermandosi come il futuro nerbo elettorale e dirigenziale del Partito Democratico: millennials immigrati di seconda generazione, formatisi tra gli atenei costieri dellaIvy League e le barricate del movimento Occupy Wall Street, che al riformismo moderato preferiscono una miscela di anticapitalismo e terzomondismo alla Edward Said inevitabilmente antitetica al tradizionale sionismo dell’establishment blu. La vecchia guardia si sta scoprendo sempre meno capace di arginare la sua marginalizzazione da sinistra, complice lo scorrere inclemente del tempo; Chuck Schumer e Liz Warren, giusto per citare un paio delle leve più anziane, non sono eterni, e la cooptazione di figure come Alexandria Ocasio-Cortez, decaduta com’è dalla posizione di faro del socialismo democratico made in USA, non sembra aver fatto altro che accelerare il radicalizzarsi già in corso di una porzione non più trascurabile dei sostenitori dell’asino.

Il campo filoisraeliano d’Oltreoceano si trova insomma a fare suo malgrado da bersaglio di una manovra a tenaglia senza precedenti nella sua storia; tanto si evince dalle dichiarazioni allarmate di una moltitudine di esponenti e realtà di spicco del sionismo a stelle e strisce, colpiti dal repentino deterioramento dell’immagine di Tel Aviv presso quello che pure resta il suo più importante alleato. La morsa degli assedianti fatica però a stringersi, fiaccata dalle reciproche diffidenze di quella che, più che essere una coalizione ideologica solida, si presenta come il risultato di una convergenza passeggera. Riesce infatti assai difficile immaginare come la destra America First possa sposare la lente decoloniale che la controparte insiste ad applicare alla questione israelo-palestinese, o in che modo le sinistre woke intendano approcciarsi alle logiche nazionaliste e nativiste che motivano gli inaspettati compagni di lotta: la comune avversione per Israele e per l’influenza che continua ad esercitare sull’agenda estera di Washington non basta ad eliminare l’ostilità tra quelli che restano schieramenti ferocemente opposti su pressoché tutto il resto.

Neppure aiuta che nel divario tra le due anime del fronte anti-israeliano si sia insinuato un cospirazionismo dai tratti tragicomici, ben illustrato dalla centralità che la vicenda Epstein ha assunto nella narrazione dei suoi distinti tronconi. L’uno e l’altro, ciascuno coi suoi personaggi, sono portatori di una propria interpretazione degli eventi e delle loro implicazioni: il neonazista Nick Fuentes, voce stridula dell’ultima Alt-Right, indica senza remore nell’etnia del magnate-pedofilo l’origine dell’orrendo affare, mentre il belloccio comunista-col-Rolex Hasan Piker e i suoi emuli cercano con modesto successo d’incastrarlo nelle categorie marxiane, suggerendo una correlazione tra censo e devianza da risolversi, neanche a dirlo, con la rivoluzione proletaria. Posizioni autoreferenziali e distanti dal sentimento dell’Average Joe, verosimilmente interessato in primis a non pagare più il prezzo della schizofrenia israelo-repubblicana alla pompa di benzina, e che però minano nondimeno la legittimità altrimenti indiscutibile di questa spinta autonomista, lasciandone i fianchi esposti alle solite, strumentali accuse di estremismo antisemita.

Roma, Aprile 2026. XXXIII Martedì di Dissipatio

Manca soprattutto una strategia intelligibile, a cominciare dalle consultazioni di novembre. Sebbene si possa star abbastanza certi che l’impennata del caro vita abbia azzoppato l’esecutivo in carica, che va incontro alla prospettiva di governare con le mani legate per i prossimi due anni, i risultati dei midterms non saranno per forza il riflesso di una rivalutazione critica del rapporto con Israele, né ad essa funzionali. L’introversione tipica dell’elettore medio (e l’astensionismo, conseguenza scontata di mesi di tumulto) potrebbero cioè spianare la strada ad una soluzione di comodo, impostata su una revisione della componente finanziaria della relazione – ai sensi di un memorandum d’intesa siglato nel 2016, gli aiuti statunitensi a Tel Aviv ammontano ogni anno a circa quattro miliardi di dollari, perlopiù in materiale bellico – che ne lasci al contempo intatto l’aspetto politico. Lo suggeriscono tra le altre cose le parole dello stesso Netanyahu, che già nel maggio scorso prospettava la necessità per Israele di «staccarsi» dal sostegno USA, privo secondo il Primo Ministro della usuale affidabilità.

Il rischio per gli animatori nascente movimento è allora di trovarsi entro breve a dover accettare  passivamente il passaggio ad un modello di supporto on demand, tarato come ora sui bisogni contingenti dello Stato ebraico, destinatario dall’ottobre del 2023 di almeno dodici miliardi di dollari in stanziamenti straordinari, quale esigua contropartita per l’accennata revisione degli aiuti fissi. Una situazione che non solo ne fiaccherebbe il sostegno, ridimensionando in maniera drastica il notevole capitale politico a disposizione oggi, ma che potrebbe perfino giocare in favore del sionismo più aggressivo. La perdita, anche parziale, dell’appoggio americano andrebbe con tutta probabilità ad accentuare la sindrome da accerchiamento che da sempre attanaglia la società israeliana, fornendo ai fautori dell’espansionismo ebraico tout court una leva estremamente potente: non è inverosimile che la supposta fine della special relationship con Washington, unita al consueto timore di una nuclearizzazione iraniana e al mutato quadro geostrategico regionale, spinga Israele ad adottare misure sempre più drastiche, forzando per giunta il riaffacciarsi del consorte scontento.

La questione getta un’ombra anche sulle prossime Presidenziali, segnate fin d’ora dalle perplessità rispetto al modo in cui i candidati intendano rapportarsi a Tel Aviv e, prima ancora, alla galassia del lobbismo sionista. Dato per scontato che non sarà un radicale contendersi lo Studio Ovale con il GOP, può darsi che un posizionamento filopalestinese (non anti-israeliano; il distinguo è importante), se non altro nella forma, risparmi ai democratici una batosta analoga a quella subita da Kamala Harris in Michigan nel 2024, anche a fronte di un’agenda blanda. Quanto al partito dell’elefante, i persistenti dubbi attorno alla successione di Trump lasciano per ora poco spazio ad analisi approfondite; di certo c’è che tanto J.D. Vance quanto Marco Rubio si ritroveranno entrambi zavorrati dall’eredità ancora in divenire dell’affare Hormuz, che non accenna d’altro canto a risolversi, men che meno in via favorevole. Se e come ne prenderanno le distanze – defilarsi dietro le quinte o imbastire arzigogolate polemiche teologiche non sarà sufficiente nel 2028 – determinerà la traiettoria di entrambi, col Presidente a fare al solito da incognita: il tycoon newyorkese ha dimostrato proprio in queste settimane di non amare le critiche che gli arrivano dai suoi, e non si può dunque escludere che decida di mettere i bastoni tra le ruote a chi tra i due favoriti dovesse rinnegare il suo operato in politica estera.

E Israele? La partita di Tel Aviv in America è ancora lunga, ma l’andamento pare chiaro: persa senza appello la battaglia dell’informazione su Gaza e Libano, il sionismo statunitense arretra sistematicamente, arroccato tra i suoi fautori storici, gli over 50, ed un nucleo di ebrei in contrazione. Tutti gli altri, a partire dai giovani, si sono disamorati alla causa che fu di Theodor Herzl, rimpiazzata dal fanonismo, da pulsioni di retrenchment, o dalla noia pura e semplice. Cosa ne sarà dei circa sette milioni di israeliti che vivono aldilà dell’Atlantico: le ipotesi oscillano tra il progressivo isolamento – con l’annessa radicalizzazione – e l’aliyah, l’esodo verso la Terra Promessa dei figli di Abramo. Che, è palese, non sono più gli Stati Uniti.

I più letti

Per approfondire

Lo Zar americano dell'antiterrorismo

In un periodo di feroci critiche verso l’intelligence Usa, Brett Holmgren è stato chiamato a dirigere il National Counterterrorism Center (NCTC), che collabora con l’FBI per la gestione delle minacce interne. Vicino al Partito Democratico, Holmgren dovrà agire durante quello che Michael Morell - ex Direttore della CIA - ha definito “il periodo più pericoloso dal 2001”. All’orizzonte preoccupano le Olimpiadi e il voto di novembre.

Usa, storia di un amore contrastato

La storia di amore e odio tra Italia e Stati Uniti è attraversata dalle diffidenze spocchiose degli intellettuali e dalle facili simpatie pop. Libri, slogan e colonne sonore del più complicato dei nostri rapporti.

Un po' di numeri sull'arsenale iraniano

Il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln scivola tra le acque azzurre del Golfo Persico, carica di siluri e aerei pronti al decollo, un promemoria costante della presenza americana nella regione. Donald Trump segue ogni mossa, alternando segnali di apertura e minacce pubbliche all’Iran. Ma la Repubblica Islamica è caparbia. Teheran e Washington misurano la propria deterrenza in un confronto che intreccia arsenali, alleanze e tecnologia, con il rischio concreto che la diplomazia venga superata dalla logica della saturazione e della rappresaglia.

Sonnambuli sul bordo del precipizio

Il nuovo documento tattico americano, insieme al presunto leak che ne ha amplificato la portata politica, si inserisce in un quadro segnato da tensioni ibride tra Washington e le cancellerie europee, e da una crescente normalizzazione del rischio bellico. La distanza percettiva tra alleati, unita all’incapacità di leggere la profondità psicologica dei conflitti, espone il continente a scelte dettate più dall’inerzia che da una reale lucidità strategica.

Piccoli passi verso la sovranità digitale

Huawei, Whatsapp, TikTok, VK: gli anni Venti sono segnati dalla lotta per il dominio della politica statuale sul cyberspazio di Internet.

Gruppo MAGOG