OGGETTO: Teoria del partigiano Vannacci
DATA: 05 Maggio 2026
SEZIONE: Politica
FORMATO: Analisi
Leggere Roberto Vannacci attraverso Carl Schmitt rivela qualcosa che il dibattito corrente non coglie: non è un politico con un programma, ma una figura tellurica che si nutre dell'identificazione del nemico interno. La remigrazione, di conseguenza, non è una proposta percorribile, ma un grido di battaglia. Il 3,5% di sostenitori che, stando ai sondaggi, lo voterebbe cerca proprio questo: pura appartenenza.
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La situazione politica odierna italiana ha visto il relativamente recente arrivo del generale Roberto Vannacci quale volto nuovo della destra. Tale elemento vale la pena di essere analizzato in quanto nexus di svariate ideologie e micro-ideologie che pervadono l’Europa e il pensiero politico contemporaneo. Il punto principale della sua proposta: Vannacci si sta ergendo a partigiano della remigrazione italiana. Ma in quale maniera? Vannacci partigiano? Com’è possibile? Occorre tracciare una linea ed individuare una definizione terminologica che trova in Carl Schmitt un’origine fondamentale. Il mondo sembra stia cercando di delimitare la sua necessità conflittuale in territori specifici (Ucraina, Palestina etc) ma quando l’a-specifico per eccellenza, il mare, entra in campo, si entra anche nel pericoloso dell’economia. Possiamo chiaramente vederlo dal controllo dello stretto di Hormuz e delle sue ripercussioni internazionali. Proprio in questa insenatura terminologica si trova un punto decisivo, reso molto chiaro da Franco Volpi ne “L’Ultima sentinella della Terra”, postfazione alla Teoria del Partigiano di C.Schmitt:

Il punto qui decisivo è che la rivoluzione spaziale avvenuta con la moderna scoperta del mare come nuovo territorio conquistabile ha trasformato i concetti di guerra e di nemico, conferendo loro un carattere estremo, totale, assoluto. Questa radicalizzazione ha messo in crisi il sistema dello ius publicum Europaeum – basato sul reciproco riconoscimento di Stati sovrani e sulla limitazione della guerra – e ha reso urgente la ricerca di un nuovo principio di equilibrio, un nuovo nomos, una nuova politica dello spazio in grado di depotenziare i fattori di conflitto e fermare l’intensificarsi dell’ostilità. In questo quadro storico il partigiano si rivela una figura chiave perché richiama e mette alla prova le categorie centrali della teoria schmittiana: l’essenza del Politico, il concetto di nemico e di guerra, il legame tra spazio e diritto. Come Carl Schmitt avverte e compendia: «La teoria del partigiano sfocia nel concetto del Politico, nella domanda su chi sia il vero nemico e in un nuovo nomos della terra».” (TP, pg.163-164)

In quale maniera Vannacci rientra in questo? Vannacci ha utilizzato la sua retorica integralmente per definire l’essenza del Politico, il nemico e la guerra per combatterlo e il legame tra spazio italiano e il suo diritto ad abitarlo. Ma il generale ha saputo ben sfumare i limiti e prendere se stesso come esempio supremo, un ribelle della poltica, un fuori schemi (apparenti) che si sa incuneare nel contesto con estrema furbizia. In tale senso Vannacci è un grande Partigiano di Sè stesso, e anche qua Volpi, riferendosi a Schmitt, ci aiuta a chiarire:

La pungente allusione alla figura del Waldgänger – il Ribelle o l’Anarca -, teorizzata dall’amico Ernst Jünger rimodellando l’Unico stirneriano, è inequivocabile.’ Certo, chi non crede più in nulla e difende soltanto la propria causa può essere a sua volta considerato partigiano in un senso eminente: è «il partigiano di se stesso». Arroccato nella propria cittadella interiore, e convinto che la sua resistenza darà un senso al mondo, il Waldgänger combatte la propria guerra anche quando marcia tra le file di un esercito. È impegnato in una personale lotta di resistenza contro il Leviatano, contro le lusinghe delle chiese, contro il «sistema» e gli «apparati», in difesa di rifugi dell’individualità come l’eros e la morte. Ma in una simile accezione il concetto di partigiano diventa così ampio e cedevole da contenere anche troppo e non definire più nulla.

«Poeti e filosofi» che pretendono di dare lezioni al «docente di diritto civile e di diritto pubblico»? – questa la beffarda conclusione di Carl Schmitt – non producono altro che le belle ed edificanti suggestioni del vago.” (TP, pg. 166)

Roma, Aprile 2026. XXXIII Martedì di Dissipatio

Vannacci affonda le sue radici nella fondamentale delle partigianerie: la difesa della terra (non del mare, concettualmente parlando). E la difesa va attuata fin nella più intima essenza del cittadino. Va attivato quel moto interiore che può renderlo partecipe partigiano nella battaglia. Il risveglio dell’elettore-fedele è uno dei principi psicologici ai quali va affiancata l’individuazione di un nemico sfumato, il migrante. Vannacci si presenta come il prodotto di movimenti politici e giuridici che portano l’Occidente sull’orlo della guerra civile (vedi USA) ancor prima della guerra con un nemico esterno. Vannacci va inserito in quest’ottica di lenta progressione in tal senso e negando questo aspetto “violento”, a parole, conferma soltanto la sua mancanza di consapevolezza o la sua ipocrisia. Difficile quantificare l’intensità delle sue proposte e fin dove sia disposto a premere (probabilmente poco) in questa direzione di guerra senza quartiere al migrante. Vannacci non cerca nemici esterni (ad esempio la Russiao la Cina) ma li trova in una guerra senza quartiere interna e adotta il motto propagandistico della Remigrazione quale bandiera risolutiva. Giustapponendo tale idea nel contesto dell’accettabile contemporaneo, in quel limite tra civile e non che gli consente di sopravvivere alle conseguenze delle sue dichiarazioni da guiscardo. Poiché ha compreso bene, in quanto generale, la proiezione interna della guerra europea a venire, quella civile. Ma in quale modo? Franco Volpi ci aiuta ancora in tal senso:

Dalla guerra duello fra Stati, circoscritta e regolamentata, si passa alla guerra senza limiti, assoluta, totale, che implica la criminalizzazione del nemico (della nazione, del popolo, di classe, di religione) fino a volere il suo annientamento. Nella figura del combattente irregolare si condensa e viene alla luce tutto ciò. Il partigiano, lottando in situazione di inferiorità militare, combatte una guerra asimmetrica con un’azione bellica intermittente in cui fa ricorso a ogni mezzo lecito e illecito per sopperire a quell’inferiorità. In tal modo provoca le rappresaglie dell’esercito regolare, che a sua volta incomincia a «combattere alla partigiana».’ Egli conferisce così un’intensità estrema alla contrapposizione amico-nemico, ed evidenzia con la sua irregolarità – analogamente a quanto accade nello stato di eccezione – la presenza operante del Politico.” (TP, pg.171)

Vannacci, presenza operante del Politico (inteso come forza trainante), si conferma come colui che devia l’Autorità nell’azione, mescolando le categorie. Egli è Politico in quanto Generale e condottiero, non in quanto sostanza; da un punto di vista aristotelico fa leva sulla sua qualità militaresca anziché sulla sua sostanza (in quanto essere umano e leader). I sondaggi danno attualmente il suo progetto “Futuro Nazionale” attorno al 3,5% nei sondaggi ma con buone prospettive di crescita a discapito di altri partiti di destra (Lega e Fratelli d’Italia) o addirittura dal grande gruppo dei non votanti. La sua capacità di integrare, in maniera vaga e aspecifica, tutti quei cittadini ribelli della politica di destra sotto l’egida del partigiano tellurico e protettore della patria, è rapprentativo del suo consenso. Non è un programma che giustifica tale assenso ma la sua mancanza di limiti e delimitazione, la sua “guerra” senza frontiere al nuovo nemico interno della nazione e il suo essere prodotto-risposta ad esigenze terragne come l’appartenenza ad un popolo italiano, ad una stirpe ben codificata.

Indipendentemente dalla bontà o accuratezza degli ideali proposti, ovvero quello di unirsi all’Ultima Sentinella sulla Terra, per dirla con Volpi, contro l’invasione, l’anelito sfocia nel ridicolo e la dimensione da poesia stirneriana assume l’aspetto grottesco da Ultimo Bar della Borgata. Non si tratta di un Rasoio di Ockham politico, una cesura dal passato neoliberale, uno sfratto assoluto dalle dinamiche di potere per perseguire una purezza di popolazione; non è sufficiente piazzare qualche commento su strette di mano su un libro per fare delle opinioni una saggezza. Si tratta del solito compromesso di chi è pronto a trattare con alleanze e accordi, il solito machiavellico sfruttamento delle necessità di sicurezza e appartenenza profonda al paese, per fare della sopravvivenza politica una missione. Vannacci è il vero partigiano, resiste ad ogni invasione, non cede terreno se non a caro prezzo e non teme di guerreggiare in ogni modo e campo. Non si cura apparentemente della difesa del Mare, inteso come spazio meta-politico ed economico, se non nel suo stretto mantenimento. Utilizza categorie drastiche, quale la remigrazione, per adescare il pavido elettore, pur non potendo mantenere mai tale promessa con il sistema politico attuale. Di conseguenza, anche per chi desidererebbe essa si realizzasse concretamente, la soluzione Vannacci manca decisamente del mordente e dello strappo che una tale misura dovrebbe avere con qualunque ordinamento nazionale e internazionale oggi esistente.

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