Il politico di professione

Capire la politica grazie agli insegnamenti di Max Weber.
Capire la politica grazie agli insegnamenti di Max Weber.

Con le recenti votazioni in sede di Parlamento europeo si è scompaginato nuovamente lo schieramento politico italiano. La votazione sugli eurobond, sul Mes e la risoluzione del Parlamento europeo ha confermato ancora una volta che i partiti italiani non sono ancorati a “destra” o a “sinistra” e che queste ormai non risultano altro che distinzioni fallaci, utili solo a facilitare il dibattito. Cerchiamo di capire come non abbia più senso ad oggi operare una distinzione tra le visioni politiche dei diversi partiti con l’aiuto di Max Weber, professore di Economia politica a Friburgo e poi ad Heidelberg e figura centrale della cultura tedesca tra ottocento e novecento. Dopo la Prima guerra mondiale egli prese parte alla fondazione del Partito democratico tedesco e contribuì alla redazione della costituzione della repubblica di Weimar, un importante modello di democrazia parlamentare in Europa. 

Al tempo della crisi della potenza tedesca, il nostro tenne due conferenze sul lavoro intellettuale come professione a Monaco nel novembre del 1917 e nel gennaio del 1919, rispettivamente sulla “Scienza come professione” e sulla “Politica come professione”, nel quale esse assumo un senso diverso nella teoria dei valori che Weber venne definendo negli ultimi anni di vita. Nella conferenza sulla politica come professione, il professore aprì all’analisi della figura del politico di professione partendo dalla definizione dell’arena che lo interessa: lo Stato moderno. Da un punto di vista sociologico questo gruppo politico, che in quanto tale si avvale della forza fisica, si distingue dai suoi predecessori per il dato specifico di “pretende per sé (con successo) il monopolio legittimo dell’uso della forza fisica” mentre per tutti gli altri gruppi sociali o singole persone si attribuisce il diritto all’uso della forza solo in misura in cui esso sia disposto a concederlo. Dunque, su questa base, la politica si connota come

“aspirazione a partecipare al [monopolio del] potere o a esercitare una qualche forma di influenza sulla distribuzione del potere […].

Con una acuta osservazione, ci viene fatto notare che ciò corrisponde anche all’uso linguistico poiché, quando una questione o una decisione si dice “politica”, si intende dire che

gli interessi relativi alla distribuzione del potere, al mantenimento del potere o al trasferimento del potere sono decisivi per la risposta alla questione o condizionano la decisione.

Max Weber

Ora, questa relazione di potere di alcuni uomini che chiamiamo Stato, deve necessariamente fondarsi su un uso legittimo della forza. Weber individua tre fondamenti di legittimità del potere: in primo luogo, l’autorità dell’«eterno ieri». È il caso del potere tradizionale, un “costume consacrato da una validità risalente a tempi immemorabili e da una disposizione consuetudinaria alla sua osservanza”. Ad oggi, l’autorità del Pontefice massimo, per intenderci. In secondo luogo, il potere «carismatico» ovvero “l’autorità del dono di grazia straordinario e personale” che ingenera dedizione e fiducia personale nelle superiori qualità del capo. È il caso del condottiero eletto in guerra, del detentore di un potere plebiscitario o del capo di un partito politico. Infine, in terzo luogo, il potere in forza della «legalità», ovvero in “forza della fede nella validità di una norma legale e della competenza oggettiva fondata su regole razionalmente statuite”, ovvero il fondamento dello Stato di diritto contemporaneo. 

Il primo fondamento di legittimità del potere fonda una personalità politica che non lotta per esercitare il potere o influenzarlo poiché si basa su una norma fondamentale che si assume eterna, incontrovertibile e non soggetta alle contingenze dei tempi, per cui l’unico suo obiettivo è l’aderenza alla norma affinché essa esista quanto più è incarnata.

Il secondo tipo ci interessa più da vicino. “È qui, infatti, che affonda le sue radici il concetto della professione [politica] nella forma più elevata.” La dedizione al carisma del grande condottiero, del demagogo o dell’uomo giusto “significa che egli è ritenuto personalmente da altri uomini un capo per intima vocazione e che questi gli obbediscono non in virtù del costume o di una norma, ma perché credono in lui.” Con questo si delinea per noi la prima figura del politico di professione: è colui che vive per la sua causa, mira interamente alla sua opera e organizza la sua vita su di essa. È colui che vive «per» la politica. Ovviamente il successo della sua impresa politica non dipende solo da lui ma anche dall’apparato che lo sostiene e che ricomprende la seconda figura del politico di professione, la quale ora illustriamo ma con una dovuta premessa, un piccolo excursus storico, affrontato mirabilmente dal Weber di cui si riporta un estratto fondamentale:

lo sviluppo dello stato moderno ha avuto ovunque inizio nel momento in cui il principe mette in moto il processo di espropriazione di quei «privati» che accanto a lui esercitano un potere amministrativo indipendente: di coloro cioè che possiedono in proprio i mezzi dell’amministrazione, della guerra, delle finanze e beni di ogni genere utilizzabili in senso politico. L’intero processo rappresenta il perfetto parallelo con lo sviluppo dell’impresa capitalistica attraverso la progressiva espropriazione dei produttori indipendenti. Alla fine, vediamo che nello stato moderno il controllo di tutti i mezzi dell’impresa politica viene di fatto a concentrarsi in un unico vertice e che nessun funzionario singolo è più proprietario personale del denaro che spende o delle attrezzature militari di cui dispone. […] Prendono avvio proprio da qui gli sviluppi più recenti, vale a dire il tentativo, che si sta compiendo sotto i nostri occhi, di procedere all’espropriazione di questo espropriatore dei mezzi politici, e dunque dello stesso potere politico.

Il riferimento all’«espropriazione degli espropriatori» è a Marx, Libro I del Capitale. Oggi potremmo dire che quell’espropriazione avviene ma non proprio come prospettata da Marx.

Karl Marx

Nel corso di questo procedimento di espropriazione hanno fatto la loro comparsa, dapprima al servizio del principe e poi, con l’instaurazione del potere in forza della «legalità», come suoi surrogati, le prime categorie di politici di professione in un altro significato, ovvero coloro che vivono «della» politica. Persone che non aspirano direttamente al potere o a un’influenza su di esso ma che vivono al servizio di coloro che lo detengono o che lo amministrano in nome della legalità, per un ritorno materiale o per un contenuto ideale della vita. 

Così Weber, afferma che “ci sono due modi per fare della politica la propria professione: si vive «per» la politica oppure «di» politica. Anche se le due alternative non si escludono a vicenda, chi vive «per» la politica “costruisce in senso interiore tutta la propria esistenza intorno ad essa”, mentre chi vive «della» politica “cerca di trarre da essa una fonte durevole di guadagno”. A questa conclusione segue l’ovvia considerazione che il meno abbiente difficilmente potrà vivere per la politica, anche se casi di questo tipo sono più che presenti. Mentre il facoltoso sarà più facilitato ad intraprendere l’impresa politica, sia perché “indipendente”, sia perché più facilmente disposto a creare quell’apparato organizzativo che lo sostiene e che per la maggior parte sarà composto da professionisti che vivono «della» politica. 

Con l’estensione e fino all’universalizzazione del diritto elettorale, si avviò la trasformazione della politica in «impresa» per cui  “tutte le lotte tra i partiti non si svolgono soltanto per fini oggettivi, ma anche per il patronato delle cariche, il quale rappresenta il premio o bottino che il capo politico elargisce a quel gigantesco apparato di associazioni a carattere democratico, comitati elettorali, esperti e professionisti necessari a svolgere un’attività ininterrotta di campagna elettorale e che determinano per la maggior parte il successo dell’impresa. Come corollario fece la comparsa “il dittatore del campo elettorale.” Un capo selezionato sulla necessaria presenza di un elemento cesaristico-plebiscitario, ossia la potenza del discorso demagogico. Dalla tecnica apparentemente sobria di lasciar parlare i fatti si passò, già all’epoca del professore e fino ad oggi, ad “eccitare le masse […] con mezzi puramente emozionali.” 

Max Weber

Per Weber la formula del politico sorta dalla democratizzazione del sistema politico si riduce ad una “dittatura che si fonda sullo sfruttamento dell’emotività delle masse.” Lo studioso, nell’acceso clima anti-comunista del momento, non rinuncia ad affondare la parvenza democratica del sistema partitico quando afferma che “la direzione dei partiti ad opera di capi plebiscitari determina la rinuncia alla propria anima da parte del seguito, ovvero, per così dire, la proletarizzazione spirituale”. Così le possibilità della democrazia si ridussero o a “una democrazia subordinata a un capo e organizzata mediante la «macchina». Oppure a una democrazia senza capi vale a dire il potere dei «politici di professione» senza vocazione, senza le intime carismatiche che per l’appunto fanno un capo”. 

Weber individua le qualità decisive per l’uomo politico nella passione, nel senso di responsabilità e nella lungimiranza. “Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una causa, al dio o al demone che la dirige.” E ancora “l’uomo politico deve dominare sé stesso, ogni giorno e ogni ora, un nemico del tutto banale e fin troppo umano: la vanità comune a tutti, la nemica mortale di ogni dedizione a una causa e di ogni distanza e, in questo caso, dalla distanza rispetto se stessi.” Così si pone il problema ultimo dell’etica della politica in quanto causa. Dell’etica dei principi, che è aderenza totale ai valori scelti senza interesse delle conseguenze, e dell’etica delle responsabilità, secondo la quale si deve rispondere delle conseguenze del proprio agire. Conclude che soltanto chi è sicuro di non cedere anche se il mondo non soddisfa le aspettative dovute ed è in grado di seguire la sua scelta etica, ha la vocazione per la politica.

Ora, con queste chiavi di lettura, possiamo agilmente comprendere l’alternanza senza alternativa della compagine politica italiana, la quale sembra alimentata per la maggioranza da professionisti che vivono «della» politica e che non sembrano incarnare una scelta etica differente gli uni dagli altri. Di qui ne viene il carattere interscambiabile delle forze politiche senza che ne consegua un cambiamento. Ammesso che non tutti siano professionisti che vivono della politica, sembra difficile individuare una forza politica dotata di questo carattere inflessibile per la realizzazione della propria scelta etica di fondo, per un motivo, potremmo dire, qualitativo.

 

Se, come sembra, la maggioranza dei professionisti vive della politica, l’unica etica di qualità possibile è l’etica che non intacca lo status quo, senza la quale non ci sarebbe sostentamento. Questa scelta risulta in parte obbligata, poiché oggi il potere pubblico si fonda sulla «legalità» – terzo tipo di fondamento individuato da Weber – e dunque la scelta etica a fondamento della politica italiana è stata in gran parte fissata nella costituzione, e sarebbe auspicabile vederla attuata più di quanto già lo sia. Ma in parte, al di là del riformismo e dei diversi punti di vista assunti dai partiti su questa o quella questione economica o sociale, la visione dell’uomo e della comunità che viene proposta da tutti i partiti è sempre la stessa, mentre solo una diversa concezione dell’uomo e della comunità organizzata possono davvero dirsi il sintomo di una scala di valori differente, e quindi un’alternativa di cui discutere della validità.

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