L’introduzione dell’educazione sessuale nella scuola e la discussione attorno al consenso sessuale sono due discussioni calde nel panorama nazionale ed internazionale. Uno dei principali esempi socialdemocratici apportati, è la Svezia, che introdusse l’Educazione Sessuale fin dal 1955. Nei termini di consenso sessuale invece è intensa la discussione nel mondo anglofono fin dal volume di Carole Pateman “The Sexual Contract” (1988). Attualmente il panorama politico italiano propone due schieramenti avversi nell’essere favorevoli o meno sul tema dell’introduzione:
Quali esempi inoltre vengono addotti a favore dell’opinione B? A discapito della lunga tradizione svedese nell’educazione sessuale, con i grandi numeri di immigrazione attuali, non è sufficiente tale introduzione a ridurre i casi di stupro e violenze nei contesti minoritari e culturalmente differenti. Per non parlare del possibile minare valori tradizionali con sottaciute espressioni inclusive. I sostenitori dell’opinione A al contrario, ritengono inutile andare a prendere tali casistiche, poiché è pur sempre un fattore di miglioramento per molteplici altri aspetti e che comunque potrebbe costituire un primo approccio e un possibile inizio per nuove pratiche positive.
Ma l’intera discussione, entrambe le posizioni ed entrambi i problemi soggiacciono alla solidità dell’istituzione addetta a tale scopo: la scuola. Il consenso, l’affettività, la componente sociosanitaria e psicologica della sessualità sono da inserire nella scuola quale veicolo di risoluzione e panacea dei mali. La scuola si è già fatta carico di molteplici aspetti della liquida società odierna: educazione civica, orientamento, primo soccorso, sicurezza, bisogni educativi speciali, inclusione, bullismo e ora anche la sessualità e l’affettività. Oltre alla didattica ovviamente. Viene da porsi una domanda dunque: alla famiglia quali responsabilità educative spettano? Siamo davvero sicuri che delegare alla scuola tutte le funzioni e scopi educativi sia la via giusta da perseguire? Oppure la famiglia contemporanea sta dimostrando, per svariati motivi sociologici e culturali, tutta la sua disfunzione e mancanza di responsabilità?
John Dewey vedeva scuola e famiglia come alleati fondamentali in un processo educativo continuo e collaborativo, con la scuola che deve compensare i limiti della vita familiare moderna. Sottolineava la necessità di un dialogo costante e di un percorso condiviso tra le due istituzioni per creare un ambiente che promuovesse l’esperienza, la democrazia e la partecipazione attiva degli studenti. Il padre della scuola democratica raccomandava un equilibrio che ormai è rotto da diverso tempo. Hannah Arendt invece:
“L’istruzione è il punto in cui decidiamo se amiamo il mondo abbastanza da assumerne la responsabilità e allo stesso tempo salvarlo da quella rovina che, fatta eccezione per il rinnovamento, tranne che per l’arrivo del nuovo nato e del giovane, sarebbe inevitabile. E anche l’istruzione è dove decidiamo se amiamo abbastanza i nostri figli per non espellerli dal nostro mondo e lasciarli a se stessi, né per prendere dalle loro mani la possibilità di intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa di imprevisto da parte nostra, ma per prepararli in anticipo per il compito di rinnovare un mondo comune.”
– Hannah Arendt, Between Past and Future, Six Exercises in Political Thought, Viking Press, New York, 1961
La società odierna sta sbilanciando il processo educativo a favore dei genitori, i quali sono sempre più sollevati da responsabilità educative (ma non da quelle psicologiche e sociali). Il genitore, che nell’ottica montessoriana deve essere il custode della crescita e dello sviluppo dell’Uomo, finisce per trasformarsi in ostacolo. Questa discussione deontologica sul senso d’introdurre o meno l’Educazione sessuale è uno specchietto per le allodole per un problema enorme che mina la società odierna. La sua introduzione rischia di essere un mero palliativo per cure che hanno altre gnoseologie.
Questa accusa si basa sul concetto di genitore deresponsabilizzato. Ma per quale motivo è da definirsi “deresponsabilizzato”? Lo è volontariamente? Si possono dedurre dei profili possibili medi:
“Nell’istruzione, al contrario, non ci può essere tale ambiguità per quanto riguarda l’attuale perdita di autorità. I bambini non possono buttare via l’autorità educativa, come se fossero in una posizione di oppressione da parte di una maggioranza adulta, anche se anche questa assurdità di trattare i bambini come una minoranza oppressa bisognosa di liberazione è stata effettivamente cimentata nella pratica educativa moderna. L’autorità è stata abbandonata dagli adulti, e questo può significare solo una cosa: che gli adulti si rifiutano di assumersi la responsabilità del mondo in cui hanno portato i bambini.”
– Hannah Arendt, Between Past and Future, Six Exercises in Political Thought, Viking Press, New York, 1961
La scuola si ritrova di fronte a genitori che non riescono o non vogliono assolvere alcuni compiti. Dunque l’istituzione è chiamata a compensare. Questa è la soluzione che è stata adottata dalla maggior parte dei sistemi scolastici mondiali; l’educazione scolastica diventa onnicomprensiva e pervasiva di tutti gli ambiti per sopperire al lento decadere della famiglia tradizionale che è servita da argine per molto tempo ai svariati bisogni educativi della società. Ma questa scuola a tutto tondo, molteplice e così sfaccettata nei suoi scopi ha ancora oggi lo stesso successo novecentesco? O è oberata? La scuola si è posta nella prospettiva della competizione interna, la validità delle proposte, il numero degli iscritti, il prestigio sociale, i finanziamenti. La scuola rientra nella logica di mercato e nel marketing genitoriale, l’accattivarsi il supporto e il consenso dei “clienti”: i genitori appunto. La quantità si spaccia per qualità. La scuola diventa sempre più prona alle due nuove tipologie di genitori, dicotomici nel loro presentarsi:
I figli quindi o sono troppo protetti o abbandonati, e in ogni caso frutto delle frustrazioni e/o delle ansie genitoriali. E gli svedesi? Il modello perfetto? Loro hanno addirittura creato un termine speciale: i Curling Parents. I genitori che lisciano il ghiaccio ai figli per farli scorrere meglio nelle lastre della vita. A discapito di metafore, non è detto che un termine sia un rappresentante assoluto di una società, ma è pur sempre una manifestazione di un qualcosa che non va. Il problema ormai è esteso in qualunque società occidentale mentre i migranti, certe volte, non riescono minimamente a seguire i figli, creando dei contesti di disagio e assenze educative, se non vero e proprio abbandono. Sarebbe facile addossare tutta la colpa ai genitori, ma è sicuramente più facile scaricare le colpe alle mancanze delle istituzioni; ente impersonale che sicuramente non soffre di disagi psichici che potrebbero emergere invece dalla consapevolezza di non essere un genitore perfetto.
Ispirarsi a modelli svedesi non fa che nascondere un problema ancora maggiore relativo alla didattica. Il dover coprire una gamma di saperi, sottili e difficili, poiché non concernono soltanto una conoscenza, ma addirittura delle dimensioni psicologiche e sociologiche. L’argomentazione sull’educazione sessuale diventa una ignoratio elenchi, una fallacia sofistica. È possibile che al monte ore scolastico si debba aggiungere una ulteriore forma educativa, pur sapendo che il monte ore complessivo non aumenta, ma va a togliersi alle materie canoniche? Ma anche ipotizzando che siano cumulative tali ore, come le prenderebbero gli studenti? Gli darebbero il giusto peso? Il consenso sessuale, che diventa un obiettivo per far comprendere agli studenti che esso corrisponde ad un “sì della donna + si dell’uomo”, è davvero di così facile assimilazione e cura? Siamo sicuri di non trovarci di fronte a necessità che meritano una trattazione più approfondita del solito X ore obbligatorie da istituire a scuola? Siamo sicuri di non trovarci di fronte ad un problema che i genitori è bene che trattino a casa, filtrando l’enorme mole di messaggi devianti e modelli deviati che arrivano spesso dalle piattaforme online?
Questo richiamo ad una presa di coscienza genitoriale e scolastica non è molto distante dai diversi richiami televisivi offerti da eminenti vaneggiamenti psicosociali di Recalcati, Galimberti o Crepet. Ma ciò non basta assolutamente. La società odierna rende il genitore sempre più estraneo dalle dinamiche dei figli e il rapporto familiare, sempre più un rapporto monetario di elargizione monodirezionale spacciato per affetto. La comunicazione di valori, credenze ed efficacia, una parossistica scenografia teatrale dove l’adolescente inscena l’obbedienza a casa per poi sguazzare fuori nel relativismo morale assoluto presupposto dalle mode imperanti del mercato. L’adolescente non è mai stato tanto indirizzato e guidato da binari della moda, delle frustrazioni genitoriali, dalle aspettative funzionali sociali, dalle necessità del capitale finanziario, la sua naturale forza ribelle perfettamente incanalata nei giusti mercati e utilizzi. Il genitore odierno, mediamente anziano, estraneo alle logiche comunicative dei figli e alla loro aberrante monotonia espressiva, non si accorge nemmeno di tale mancanza poiché stanco o bisognoso di un aperitivo estraniante. Non a caso le intelligenze artificiali stanno diventando i consulenti filosofici e psicologici preferiti di queste nuove generazioni. La società e i genitori li trattano come una diligenza ferroviaria e loro obbediscono, a discapito dei loro moti interiori centrifughi, al lasciarsi indirizzare, poiché l’esperienza li punisce anche con la mancanza di armi concettuali adatte. Non sanno stare attenti nemmeno un secondo, ultra stimolati da un bombardamento di beni da consumare e divorare con i sensi, il figlio-prodotto del genitore-moneta è pronto. Il silenzio o il vaniloquio rappresentano le nuove frontiere della comunicazione parentale, mentre energie psichiche frutto di frustrazioni si riversano su generazioni di neo-geni che sguazzano nel mondo del “va tutto bene” e “siete tutti belli”. Ad ignorabimus è colpa della scuola, si scomodino loro.
Certo un mistero altissimo e più forte
dei nostri umani sogni gemebondi
governa il ritmo d’infiniti mondi,
gli enimmi della Vita e della Morte.
Ma ohimè, fratelli, giova che s’affondi
lo sguardo nella notte della sorte?
Volere un Dio? Irrompere alle porte
siccome prigionieri furibondi?
Amare giova! Sulle nostre teste
par che la falce sibilando avverta
d’una legge di pace e di perdono:
«Non fate agli altri ciò che non vorreste
fosse a voi fatto!» Nella notte incerta
ben questo è certo: che l’amarsi è buono!
-Guido Gozzano, Ignorabimus, La Via del Rifugio, 1907