La morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492 fu il segnale di un declino che l'Italia non avrebbe più fermato. Leggendo Michele Ciliberto nel suo ultimo saggio - Il cerchio delle umane cose (Laterza, 2026) e rileggendo Machiavelli e Guicciardini, emerge una costante che attraversa i secoli: il trionfo del particolare sul collettivo, la chiamata dello straniero per regolare i conti interni, l'incapacità di pensarsi grandi. Un male antico che cambia forma ma non natura.
Il MAXXI di Roma ospiterà il prossimo 10 ottobre 2026, per un’intera giornata, la seconda edizione di Bayram, l’iniziativa che quest’anno assume come titolo e come chiave interpretativa “Il salto quantico”, un’espressione mutuata dalla fisica quantistica per descrivere quella transizione discontinua e irreversibile che sembra oggi attraversare gli equilibri tra guerra e pace, in un momento storico che appare sempre meno come frattura improvvisa e sempre più come una riscrittura progressiva delle regole con cui si era abituati a leggere il mondo. Proprio qui, al Museo MAXXI di Roma, circa un anno fa abbiamo lanciato una piattaforma culturale generazionale chiamata “Bayram”. Dopo una giornata intensa che ha visto la partecipazione di circa 80 ospiti e 2mila partecipanti, abbiamo provato immaginare il futuro interrogandoci su una domanda necessaria, esistenziale, futurologica: “come sarebbe il mondo se le cose andassero diversamente?” Ora non vogliamo fermarci, vogliamo continuare il nostro viaggio interstellare e tracciare un solco narrativo e di riflessione profonda per decodificare il presente e ricodificare il futuro: Sabato 10 ottobre 2026 dalle ore 10 quella stessa “generazione cosmica” che un anno fa si è riunita qui è chiamata a fare “il salto quantico”, sì, perché “Il salto quantico” sarà proprio il titolo di questa seconda edizione di Bayram. Nella fisica quantistica, questo concetto descrive un cambiamento radicale, una transizione discontinua e irreversibile, un passaggio di stato energetico che non segue i parametri e i perimetri tradizionali. Le “regole del gioco” stanno mutando. Tecnologie quantistiche ed intelligenza artificiale stanno rifondando simultaneamente la sicurezza, la diplomazia, la finanza, la politica, l’energia, la guerra e la pace. La profezia è prima di tutto un codice con le sue leggi non scritte.
Nata come centrale permanente di idee e visioni, Bayram si propone di mettere in relazione discipline che la tradizione accademica ha spesso tenuto separate, dalla fisica alla teologia, dalla poesia alla tecnologia, dalla filosofia all’astrofisica, nella convinzione che solo un confronto aperto tra linguaggi distanti possa restituire una qualche capacità di orientamento in un’epoca dominata dal calcolo delle probabilità piuttosto che dalla certezza delle leggi. Le tecnologie quantistiche e l’intelligenza artificiale occuperanno una parte centrale della riflessione, imponendo una lettura che tenga insieme l’innovazione scientifica e le sue ricadute etiche, la tecnopolitica emergente e le sue implicazioni sul piano internazionale. Il MAXXI, con la propria vocazione a ospitare l’incontro tra arte, architettura e ricerca contemporanea, offre la cornice naturale per una giornata che si annuncia come punto di riferimento nel dibattito culturale italiano sui temi della tecnologia, della geopolitica e del futuro condiviso.
Mentre la crisi iraniana ridisegna gli equilibri del Medio Oriente, il Golfo Persico si afferma come uno degli epicentri della trasformazione dell'ordine internazionale. Tra il confronto con Teheran, la militarizzazione delle rotte commerciali e il progressivo riposizionamento americano, le monarchie della regione cercano di emanciparsi dal tradizionale ruolo di comprimarie, rivendicando una crescente autonomia strategica e diplomatica. In questo scenario, l'Europa è chiamata a ripensare il proprio ruolo, mentre si avvicina il vertice di Riyadh tra Unione europea e Consiglio di cooperazione del Golfo. Delle prospettive di un accordo con l'Iran, del futuro degli Accordi di Abramo, della competizione tra grandi potenze e del ruolo dell'Italia nel nuovo Medio Oriente abbiamo parlato con Luigi Di Maio, rappresentante speciale dell'Unione europea per la regione del Golfo ed ex ministro degli Esteri italiano.
-Donald Trump ha respinto l'ultima proposta di Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz e riprendere i negoziati. Lei ha più volte sostenuto che, alla fine, non esiste alternativa a un accordo. Quali margini restano per una soluzione diplomatica?
Lo scenario rimane estremamente fluido, ma i margini per un'intesa non sembrano esauriti, come dimostra il ruolo di mediazione assunto dagli stessi paesi colpiti da Teheran. La priorità resta però raggiungere un accordo che garantisca la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e il rispetto del diritto internazionale. In questo senso, tanto l'incontro previsto a Salalah, in Oman, tra i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l'Iran e l'Iraq, poi annullato, quanto il cosiddetto «Piano dei sette giorni» hanno prodotto preoccupazioni significative tra i Passi della Regione. Entrambe le iniziative prevedono infatti disposizioni temporanee sul transito marittimo. Secondo alcune ricostruzioni, Iran e Oman avrebbero raggiunto un'intesa provvisoria, accompagnata da successive misure per ristabilire la fiducia reciproca e ripristinare le condizioni precedenti. Il timore di molti attori internazionali è tuttavia che tale soluzione finisca per consolidarsi, compromettendo il pieno ripristino del regime di navigazione previsto dal diritto internazionale. Prima ancora di aprire i capitoli sul nucleare, i droni o le proxy, occorre ricordare che il nodo del ritorno ad una libera circolazione nello Stretto di Hormuz è una condizione essenziale per poter costruire una vera soluzione diplomatica.
-Un eventuale nuovo accordo sul nucleare iraniano non potrebbe prescindere da Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Egitto, Turchia, Israele e Pakistan. Che ruolo dovrebbero avere questi Paesi?
Credo che quanto realizzato dall'Unione europea oltre dieci anni fa con il JCPOA debba essere motivo di orgoglio. Si arrivò a un accordo sul nucleare molto ambizioso. Detto questo, all'epoca la percezione dei Paesi della regione era chiara: avete negoziato senza coinvolgerci. Oggi ci troviamo in uno scenario diverso, nella quale i Paesi del Golfo hanno acquisito una notevole forza diplomatica e una propria capacità di iniziativa. Per questo, a mio avviso, qualsiasi processo riguardante il nucleare o una futura architettura di sicurezza regionale deve essere guidato dai Paesi della regione e non può avvenire sopra la loro testa. Questo non vuole dire che noi europei non possiamo supportarli e svolgere un ruolo in questo quadro. Ma affinché un processo diplomatico e politico possa inverarsi anche dopo la firma di un accordo, occorrono il pieno coinvolgimento e la piena consapevolezza dei Paesi interessati. È esattamente di questo che stiamo discutendo.
-Hormuz e Bab el-Mandeb, due arterie della globalizzazione, sono diventati strumenti di pressione strategica. Sta finendo l'epoca nella quale la sicurezza delle grandi rotte commerciali globali poteva essere data per acquisita? E cosa seguirà ad essa?
Ogni scenario futuro deve essere pensato ragionando su come garantire la libertà di navigazione. Per decenni, a questa libertà si è accompagnata la capacità di deterrenza degli Stati Uniti nei confronti di attori statali e non statali. Quella capacità esiste ancora, ma Washington sta dicendo agli alleati europei e del Golfo che dobbiamo occuparci maggiormente, anche dal punto di vista militare, della sicurezza delle nostre regioni. È ciò che stanno facendo i paesi della regione con il Multinational Maritime Defense Alliance (MMDC) promosso dall'Arabia Saudita. Ma è anche ciò che sta succedendo con le due missioni dell'Unione Europea Aspides nel Mar Rosso e Atalanta nel Golfo di Aden. C'è poi l'iniziativa promossa da francesi e britannici, con l'adesione di molti Paesi europei, per una missione di protezione della navigazione a Hormuz quando saranno rimossi i blocchi. Il futuro è pertanto difendere la libertà di navigazione assumendoci maggiori responsabilità. E questo vale sia per noi europei che per i Paesi della regione. Perché la sicurezza del Golfo è la sicurezza dell'Europa, e direi anche viceversa.
-Dalla crisi dell'ordine multilaterale stiamo passando a un ordine multipolare? E il Golfo può essere considerato il laboratorio di questa trasformazione?
Il multilateralismo purtroppo si è indebolito, e questo ha spinto molte forze nel mondo verso il cosiddetto multipolarismo. Siamo, infatti, nel pieno di un processo nel quale le scosse telluriche che produce questa transizione sono molto forti. Proprio per questo dobbiamo puntare a proteggere e rilanciare il dialogo e la cooperazione internazionale. Serve pertanto un lavoro comune per costruire un processo strutturato di medio periodo che consenta di creare una nuova equazione di sicurezza regionale. Quando parliamo di questo, parliamo necessariamente di un approccio multilaterale e in tal senso serve un maggiore coinvolgimento delle Nazioni Unite. Credo infatti che l'elezione del prossimo segretario generale sarà un passaggio molto importante soprattutto al fine di rilanciare un rinnovato protagonismo dell'ONU.
Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio
-Il 24 ottobre Riyadh ospiterà il secondo vertice tra Unione europea e Consiglio di cooperazione del Golfo. Lei ha parlato di ambizioni elevate, dalla sicurezza alla difesa, dall'economia alle nuove tecnologie. Che significato ha questo vertice?
Non posso entrare nel dettaglio delle conclusioni, perché il negoziato è ancora in corso. Ma vorrei sottolineare un elemento: è molto significativo che i capi di Stato e di governo dell'Unione europea, insieme ai rappresentanti delle istituzioni europee, si incontreranno a Riyadh con i vertici dei sei Paesi del Golfo e del Consiglio di cooperazione. Già questo è un fatto molto rilevante, soprattutto considerando la situazione che la regione sta attraversando. Dico quindi che non dobbiamo sottovalutare il valore diplomatico del vertice in sé, in un momento così particolare.
-Gli Houthi hanno nuovamente aumentato la pressione sul Mar Rosso e sull'Arabia Saudita. Per anni abbiamo parlato di Hezbollah, milizie irachene e Houthi come di proxy iraniani. Quanto controllo esercita oggi Teheran su questi attori?
Sappiamo che tutti questi agenti rientrano in una strategia regionale dell'Iran. Le azioni degli Houthi, soprattutto contro la libertà di navigazione a Bab el-Mandeb e contro l'integrità e la sovranità dell'Arabia Saudita, sono assolutamente inaccettabili e dobbiamo mostrare la nostra solidarietà verso Riyadh. Ma c'è un secondo punto altrettanto importante: dobbiamo riattivare il processo di pace delle Nazioni Unite che aveva coinvolto anche alcuni di questi attori. Adesso bisogna capire come aggiornare quel percorso aperto prima della tragedia del 7 ottobre e farlo ripartire. Altrimenti il rischio è di entrare nuovamente in una dinamica esclusivamente militare.
-Prima della crisi di Gaza la normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele sembrava poter coronare il progetto diplomatico di Tel Aviv. Oggi che futuro hanno gli Accordi di Abramo?
Tutti auspichiamo che possano essere uno strumento per armonizzare e normalizzare le relazioni tra i Paesi arabi e Israele. Perché in qualsiasi futura architettura di sicurezza del Medio Oriente devono esserci tutti gli attori della regione. La questione, però, è che nell'attuale situazione di tensione e polarizzazione, anche per quello che è successo e sta succedendo a Gaza, per un Paese come l'Arabia Saudita è molto complicato portare a termine un processo di normalizzazione nei confronti di Tel Aviv. Su questo dobbiamo essere molto chiari. Il mio auspicio è però che un clima di maggiore distensione possa svilupparsi nel medio periodo.
-Le monarchie del Golfo rafforzano il legame con Washington e, contemporaneamente, diversificano i rapporti con Cina, India ed Europa. Che posizione possono conquistare in questo scenario?
Questi Paesi stanno costruendo partenariati con diversi attori sul piano geopolitico. Ma mi sento di dire che, per quanto riguarda la sicurezza e la difesa, il partenariato che privilegiano rimane quello con gli Stati Uniti e con i loro alleati.
-E tra dieci anni, con l'approfondirsi dei rapporti con la Cina e con i BRICS, avrà ancora senso parlare di appartenenza del Golfo all'architettura occidentale?
Questo, sinceramente, dipende da noi. Credo che le relazioni si costruiscano sempre da entrambe le parti. Con il mandato che mi è stato affidato lavoro ogni giorno per rafforzare i rapporti tra gli Stati membri dell'Unione europea e i Paesi del Golfo. Non si tratta di un processo meccanico, di qualcosa che avviene indipendentemente dalle nostre scelte. È un processo politico e pertanto va costruito giorno dopo giorno.
-L'Italia è al centro dello spazio che collega Mediterraneo, Mar Rosso, Golfo e India, anche attraverso il progetto IMEC. Il governo Meloni ha investito nei rapporti con le monarchie della regione. Roma può svolgere un ruolo di ponte tra Europa e Medio Oriente?
Quanto è stato costruito negli ultimi anni tra l'Italia e i Paesi del Golfo è davvero notevole. Pensiamo al vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo che si è svolto alla fine dello scorso anno in Bahrein, sotto la presidenza bahreinita. Giorgia Meloni è stata invitata come ospite d'onore: era l'unica leader straniera presente a un vertice interno del GCC. L'Italia, come è noto pubblicamente, dispone anche di assetti schierati in Arabia Saudita nel quadro degli accordi bilaterali di difesa. Vediamo quanto la crisi attuale, pur avendo il suo epicentro nel Golfo, pesi anche sull'Italia, sia dal punto di vista economico sia da quello degli equilibri geopolitici. Esiste dunque un interesse politico comune da perseguire. Credo che l'Italia abbia svolto un ottimo lavoro, favorito anche dalla sua rinnovata stabilità politica.
«Vediamo quanto la crisi attuale, pur avendo il suo epicentro nel Golfo, pesi anche sull'Italia, sia dal punto di vista economico sia da quello degli equilibri geopolitici. Esiste un interesse politico comune da perseguire. Credo che l'Italia abbia svolto un ottimo lavoro, favorito anche dalla sua rinnovata stabilità politica»
«A mio avviso non si comprende l'AfD se la si considera semplicemente come il ritorno del nazismo. Certamente al suo interno esistono componenti estremiste o deprecabili e la storia tedesca impone una vigilanza particolare. Ma dal punto di vista delle strutture profonde una parte del suo immaginario politico richiama piuttosto la tradizione nazionale prussiana e bismarckiana»
«Polonia, Paesi baltici, Paesi nordici e Germania lo hanno già capito. La Germania possiede ormai il maggiore bilancio militare d'Europa e sta espandendo le proprie forze armate a un ritmo notevole, limitata non dalla disponibilità di denaro, ma dalla capacità industriale. Gran Bretagna, Francia e Italia, invece, a mio avviso non hanno ancora pienamente compreso le implicazioni della fase attuale. Continuano a spendere troppo poco e a sperare che la crisi possa in qualche modo passare. Ma devono capire che non passerà»
«Berlino cerca spazio attraverso un approccio velleitario sempre più protezionistico e unilateralmente atlantista. Continuare su questa linea sarebbe un ulteriore errore non solo per la Germania, ma anche per tutta l'Ue. L'Europa dovrebbe essere un continente commercialmente aperto, capace di intrattenere rapporti con una pluralità di attori. Chiudersi in una logica di blocco è probabilmente la scelta peggiore»
«L’ONU funziona solo se gli Stati che lo compongono vogliono farlo funzionare. In passato i segretari generali parlavano con tutte le parti in gioco; oggi spesso nessuno di esse vuole incontrarli. La crisi dei trattati di non proliferazione nucleare, il linguaggio militarista applicato alle migrazioni e il ritorno dei nazionalismi con caratteri imperiali sono il segno dell’indebolimento delle regole comuni. Un concerto di fattori che evidenziano lo scivolamento nel particolarismo nazionale contro progetti collettivi di dialogo e cooperazione»
«In quasi tutti i Paesi nei quali ho lavorato ho incontrato una domanda d'Italia superiore alla nostra capacità di risposta. Esisterebbe uno spazio enorme per noi: economico, culturale, diplomatico e industriale. Ma non riusciamo a occuparlo. Abbiamo istituzioni deboli, priorità spesso sbagliate e una pubblica amministrazione che non risponde con la velocità necessaria. Le imprese provano a muoversi, ma non possono farlo sempre da sole, soprattutto nei mercati nei quali la presenza dello Stato è determinante»
Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.
Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».
Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.
La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran.
Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:
«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».
L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.
Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima.
Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.
La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.
La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.
Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.
Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.
Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.
Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.
I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.