Quanto costa la dipendenza dal dollaro

Da sette anni l'Irlanda tenta di criminalizzare il commercio con gli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania. La legge ha il sostegno trasversale del parlamento, il parere favorevole del Procuratore Generale e la legittimazione della Corte Internazionale di Giustizia. Eppure resta in stallo: Dublino ospita i data center di Google, Amazon e Meta, Apple e Pfizer pagano le tasse lì, e Washington ha già fatto sapere che ci sarebbero conseguenze qualora iniziative venissero intraprese.

I problemi di un modello basato sull'export

Un primato statistico celebrato come svolta storica rivela in realtà i limiti strutturali di un’economia fortemente aperta, esposta a shock geopolitici e commerciali. Tra dati parziali, dipendenza dai beni fisici e debolezza nei servizi avanzati, il nodo centrale diventa la sostenibilità di un modello fondato sull’export in un mondo sempre meno cooperativo.

L'Anticristo è fra noi

Quattro giornate a Palazzo Taverna per un ciclo di conferenze a cura di uno degli uomini più importanti del mondo. Noi c’eravamo e raccontiamo, in esclusiva per i lettori del Dispaccio, di cosa si è parlato: dalla stagnazione tecnologica all’architettura globale del controllo, dal katechon all’America come ultima Roma.

C'era una volta il demone letterario

Il legame tra politica e letteratura ha alle spalle un passato nobile fatto di preziose e vicendevoli influenze. I grandi leader e capi di stato moderni, ma ancor prima re e imperatori, si sono sempre abbeverati alla fonte letteraria traendone la legittimazione e il fondamento del proprio potere. Oggi le cose sono molto cambiate. Il diplomatico Fernando Gentilini, in "I Demoni. Storie di letteratura e geopolitica" (Baldini Castoldi, 2023), si occupa proprio di questo cambiamento epocale. Il cui esito è tutto da immaginare.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La legge della giungla

Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.

Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.

Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.

È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.

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Il giornalismo della sorveglianza

Una scatola da scarpe in orbita può documentare crimini di guerra, smontare versioni ufficiali e mappare villaggi rasi al suolo prima che qualsiasi reporter arrivi sul posto. La nuova generazione di satelliti commerciali ha trasformato la sorveglianza dall'alto in uno strumento giornalistico potente e accessibile. Il problema è che nessuna norma tiene il passo con ciò che siamo già in grado di vedere.

La tempesta prima della calma

Vladimir Putin ha aperto inequivocabilmente alla possibilità di inaugurare un processo negoziale, dicendosi disposto ad accogliere rappresentanti dell’UE a Mosca che non abbiano speso parole ostili nei confronti della Russia. Anche Kiev afferma di essere pronta a sedersi al tavolo delle trattative, chiedendo però che i colloqui vengano effettuati in una Paese terzo. Le intenzioni degli attori sembrano lasciare intendere che il termine della guerra si stia avvicinando, nonostante i recenti avvenimenti sul campo di battaglia contraddicano questa possibilità.

Taiwan è in vendita

Decenni di equilibrio diplomatico attorno allo Stretto di Taiwan reggevano su un'ambiguità studiata e preservata con cura: Washington riconosceva Pechino ma garantiva Taipei. Oggi Trump sembra disposto a usare quell'equilibrio come merce di scambio, trattenendo forniture di armi e rifiutando di rassicurare l'isola in caso di attacco. Il capolavoro della diplomazia americana rischia di diventare la sua prima concessione strategica a Xi Jinping.

Interviste

a cura di Francesco Subiaco

Gennaro Sangiuliano: «Non è la democrazia in sé a produrre inefficienza, è la sua degenerazione burocratica e culturale a farlo»

Viviamo in un’epoca di nuovi e redivivi imperi, guidati da leadership tribali che cercano di ridefinire l'ordine internazionale attraverso strategie ibride e maschere simboliche. Dalla Turchia di Erdoğan alla Russia di Putin, dalla Cina di Xi agli Stati Uniti di Trump, il potere torna a presentarsi come un'entità sciamanica che unisce destino personale e riferimenti mitologici, culture profonde e appetiti immediati sigillati dietro alle icone di culti personali in cui esitano riferimenti antichi. Zar, eroi di frontiera, sultani, mandarini, imperatori, i nuovi paradigmi del Potere intersecano gli storytelling popolari con retaggi ancestrali creando nuovi archetipi politici. Conoscere vite, ossessioni, linguaggi e posture di queste figure non è più una mera curiosità per eruditi ma si presenta come il punto di partenza per indagare le radici narrative e antropologiche del comando, in un'epoca in cui Stato, nazione e leader tendono di nuovo a confondersi in una liturgia politica arcaica e postmoderna insieme fatta di paura, fedeltà e fato. Per entrare nelle storie dietro cui esita l'ombra della Storia abbiamo intervistato Gennaro Sangiuliano, già Ministro della Cultura e Direttore del Tg2, che nelle sue imponenti biografie edite Mondadori - "Putin. Vita di uno zar", "Il nuovo Mao. Xi Jinping e l'ascesa al potere nella Cina di oggi", "Il sultano. La vita di Recep Tayyip Erdogan", "Trump. La rivincita" - ha raccontato i passati e misteri dei principali leader dello scenario internazionale.

-Direttore Sangiuliano, ha dedicato quattro dei suoi ultimi libri ai principali protagonisti globali (Trump, Erdogan, Xi, Putin). Perché è importante conoscere le fasi di formazione dei grandi leader?

Il loro vissuto intimo e personale, qual è stato l’humus familiare e sociale, è essenziale per delinearne il profilo psicologico. E questo aiuta a comprendere la ratio delle decisioni che assumono. Se si sono portati dietro traumi psicologici. Non si tratta di mera curiosità biografica, ma di capire il retroterra delle decisioni che finiscono per influenzare le nostre vite. 

-Tre di loro vengono da origini umili, mentre Trump rappresenta una storia diversa...

Sì. Putin, Xi Jinping ed Erdogan hanno un tratto comune: non solo guidano tre Stati autoritari o semi-autoritari, ma vengono tutti da origini umili e da infanzie segnate dalla sofferenza. Putin nasce in una kommounalka, gli appartamenti collettivi sovietici in cui più famiglie condividevano gli spazi. Ogni nucleo disponeva di una sola stanza. Il giovane Putin passava molto tempo fuori casa, nel gelo di Leningrado, e questo lo ha reso un ragazzo di strada. Anche Xi Jinping conosce presto la durezza. È vero che è un “principe rosso”, figlio di un dirigente importante del Partito comunista cinese, ma durante la Rivoluzione culturale il padre cade in disgrazia e scompare in un lager. Xi, a diciassette anni, viene perciò mandato in un campo di lavoro, isolato dal mondo, dove per due anni accudisce maiali senza sapere quale piega prenderà la sua esistenza. Solo dopo la morte di Mao e la presa al Potere di Deng Xiaoping e la riabilitazione del padre potrà iniziare l’ascesa politica. Erdogan, dal canto suo, faceva l'ambulante in quanto aiutava la madre vendendo dolci nei quartieri benestanti di Istanbul sognando di fare il calciatore. Anche qui ritroviamo una vita difficile, fatta di privazioni e fatica.

-E Trump?

La sua è una vicenda diversa. Nasce in una famiglia benestante di costruttori immobiliari. Ma è vero pure che la ricchezza dei Trump è recente. Il nonno era emigrato dalla Germania e faceva il barbiere; il padre ha iniziato dal basso, nei cantieri, prima di costruire una fortuna. Donald Trump nasce dunque in un contesto privilegiato, ma alle spalle c’è ancora la memoria di una mobilità sociale molto dura. La differenza fondamentale, poi, è che Trump resta il presidente di una democrazia: può vincere, perdere e tornare a vincere, dentro una cornice istituzionale che continua a esistere. 

-Dario Fabbri sostiene che la storia la fanno i popoli, non i leader. Lei che ha firmato quattro biografie di leader carismatici, che ne pensa?

Non bisogna essere categorici. La storia nasce sempre dall’intreccio di fattori. Marx aveva colto un elemento imponente, la dimensione economica, che pesa enormemente nei processi storici. Però l'aspetto materiale non esaurisce tutto. Esistono anche il fattore religioso, il fattore culturale, le mentalità collettive. L’Iran dello shāh era più ricco dell’Iran attuale, eppure la rivoluzione ha scelto una teocrazia: segno che l’economia da sola non esaurisce tutto. La storia è, quindi, un complesso di fattori. Dire che la fanno soltanto i popoli è riduttivo, perché i leader hanno la capacità di leggere una congiuntura, cogliere un’occasione e far virare una nazione in una direzione precisa.

-Quanto pesano adesso i leader?

Oggi, con la cosiddetta fine delle ideologie, le leadership pesano più di prima. Nel Novecento esistevano partiti forti, strutture ideologiche permanenti che esprimevano il leader. I partiti contavano di più del loro leader. Mao, per esempio, non ebbe sempre tutte le cariche insieme; il partito restava importante quanto il capo. Oggi Xi Jinping ha inserito il proprio pensiero nella Costituzione ed è divenuto più importante del partito stesso. Anche in Occidente, con la crisi delle organizzazioni politiche tradizionali, il leader conta sempre di più. La Democrazia cristiana e il Partito comunista italiano erano forti come strutture, non per il fascino di un singolo. Oggi viviamo, invece, una stagione opposta.

-Trump, invece, è la causa o la conseguenza di una trasformazione profonda degli Stati Uniti? 

È soprattutto la conseguenza di un vuoto politico e di leadership. Per anni è stato vicino ai democratici, ha sostenuto i Clinton, si è mosso dentro l’establishment newyorkese. Poi ha visto che si era creato uno spazio politico libero a destra e lo ha occupato, un po’ come fece Berlusconi in Italia dopo il crollo del vecchio sistema dei partiti. A mio avviso Trump è la conseguenza degli eccessi della cultura woke e del globalismo elitario. Una tendenza incarnata soprattutto da buona parte del Partito Democratico, che ha progressivamente smesso di rappresentare i ceti popolari, gli operai, la middle class, le fasce fragili, e si è trasformato nel partito delle élite urbane, dei quartieri benestanti di Manhattan, Chicago, San Francisco. Trump ha intercettato quel malessere. È, quindi, a mio avviso più conseguenza che causa. 

-E che differenza vede tra la prima e la seconda amministrazione Trump?

La sua seconda amministrazione appare più istintiva, più improvvisata della prima. Nella prima fase Trump era stato più ordinato, oggi non si intravede una strategia.

-Restando su questo punto, dal lato americano il vero avversario sembra essere principalmente la Cina. È davvero così?

Indubbiamente la Cina è il grande antagonista dell’Occidente, e non solo sul piano commerciale. È un antagonista sistemico, culturale, ideologico. Xi Jinping lo dice apertamente: la democrazia, per lui, non è un valore; il valore supremo è, invece, l’armonia. Si tratta però di un’armonia intesa in senso neoconfuciano, non liberale. Significa, pertanto, l'idea di una società in cui ciascuno occupa un posto definito e l’insieme procede ordinatamente secondo un principio gerarchico. È un modello collettivista, opposto a quello occidentale, che mette al centro l’individuo e i suoi diritti. La Cina, inoltre, combina dispotismo politico, capitalismo estremo e capacità di esecuzione dirigista ma efficiente. In Occidente discutiamo per decenni di infrastrutture; loro decidono e le costruiscono in pochi anni. Questo produce efficienza, ma a un prezzo altissimo in termini di controllo sociale. Il riconoscimento facciale, la sorveglianza diffusa, la tracciabilità capillare della vita quotidiana sono elementi di un sistema che può risultare impressionante e angosciante. Eppure, è proprio questa miscela di ordine, controllo, gerarchia, efficienza e potenza industriale che rende la Cina così competitiva.

-La sfida con la Cina, secondo lei, può essere vinta dagli Stati Uniti, oppure siamo davanti al tramonto dell’Occidente?

La Cina è certamente il grande pericolo storico del momento per l’Occidente, perché propone un modello alternativo di civiltà politica. Non penso però che il declino dell’Occidente sia un destino già scritto. L’Occidente resta la civiltà che più di tutte ha riconosciuto il valore della persona, la centralità dei diritti, il primato dell’individuo. È un patrimonio enorme. Trump, pur in modo confuso, ha percepito che questo mondo è in crisi e che la Cina rappresenta l’antagonista principale. La sua è una grande reazione al declino occidentale. Il problema vero è capire se l’Occidente saprà reagire. 

-Dopo il 2022 Putin ha consolidato la sua saldatura con Xi. È un’alleanza tattica o strategica?

Io spero che sia solamente tattica. La Russia, per la storia, dovrebbe essere più vicina all’Occidente che alla Cina. L’Europa va dall’Atlantico agli Urali; la Russia condivide con noi il cristianesimo, scambi culturali, letterari, artistici. San Pietroburgo è stata progettata anche da architetti italiani; la nobiltà russa dell’Ottocento parlava francese; Dostoevskij, Cechov, Lenin stesso sono immersi in un dialogo continuo con la cultura europea. In un certo senso, l’Occidente ha regalato la Russia alla Cina, non riuscendo a costruire un rapporto stabile dopo la fine dell’Urss. Putin di fronte alla guerra in Ucraina e allo scontro con l'Occidente, ha stretto l’alleanza con Pechino. Ma, sul lungo periodo, è un’intesa che contiene anche elementi di diffidenza reciproca. Quindi spero sulla scia delle intuizioni berlusconiane che sia solo un'alleanza tattica e momentanea. 

Roma, Maggio 2026. XXXIV Martedì di Dissipatio

-A proposito della Cina, lei sostiene che Xi si richiami più a Confucio che a Marx. La Cina si sta rispiritualizzando?

Più che di nuova spiritualità (la Cina è molto materialista) parlerei di ritorno a una grande tradizione politica e culturale. La Cina ha millenni di storia alle spalle e Xi Jinping ha recuperato molto dell’immaginario confuciano: gerarchia, armonia, ordine, centralità dello Stato, merito. È significativo che, osservando i libri presenti nel suo studio, una parte importante rimandi a testi e interpreti del mondo confuciano. Del marxismo restano il partito e la legittimazione ufficiale, ma la Cina contemporanea non è più comunista nel senso classico. Nelle aree urbane esistono proprietà privata, grandi patrimoni, miliardari, consumi di lusso. Il vero ibrido cinese è l’unione tra capitalismo spinto e autoritarismo marxista riletto sotto una lente neoconfuciana. Questo non coincide con una spiritualità in senso religioso; è piuttosto una restaurazione di codici e immaginari storici profondi della civiltà cinese.

-Sul piano globale andiamo verso una nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina?

Lo scenario plausibile è quello di una competizione sistemica lunga, con tratti da nuova guerra fredda ma dentro un’economia mondiale ancora intrecciata. È certo che il baricentro della ricchezza si sia spostato verso l’Asia: Cina, Giappone, Taiwan, Singapore, Indonesia. I microprocessori taiwanesi, per esempio, dicono molto. Resta da capire se l’Occidente avrà la forza di reagire o se entrerà in una decadenza lenta. Molto dipenderà dalla capacità dell’Europa di ritrovare una funzione strategica autonoma senza rompere il legame con gli Stati Uniti. Se l’Occidente resta diviso, l’avanzata asiatica diventa molto più difficile da contenere.

-E Erdogan? È assimilabile a Putin e Xi anche nel rapporto tra autoritarismo ed ascesa economica?

In parte sì. In Turchia si vede una dinamica simile: restringimento degli spazi democratici e, al tempo stesso, capacità di portare sviluppo materiale ed efficienza, specie in aree periferiche. Erdogan ha spostato la Turchia dalla repubblica laica di Atatürk verso un assetto più autoritario e più islamizzato, ma ha anche portato infrastrutture, acqua, strade, scuole, università, crescita industriale in territori che prima erano rimasti indietro soprattutto nelle regioni anatoliche. Per molti cittadini questo pesa più del pluralismo politico. C’è poi un elemento biografico interessante: Erdogan avrebbe potuto fare il calciatore. Era alto, bravo, lo chiamavano “Imam Beckenbauer” per il modo in cui interpretava il ruolo di libero nel calcio e per la sua religiosità ostentata anche nella vita sportiva. Quando la sua carriera calcistica sfumò si dedicò alla politica. Oggi la Turchia è una media potenza però molto aggressiva ed influente: condiziona la Siria, è presente in Libia e Somalia, ha uno dei più grandi eserciti del mondo, resta nella NATO ma coltiva rapporti ambigui con Mosca. Ha favorito l'industria militare per rafforzare la proiezione nazionale, ma ha anche impresso alla società un nuovo conformismo islamista. Tutto questo rende Ankara un attore da osservare con estrema attenzione.

-In Oriente si vede un ritorno alla tradizione? O siamo noi occidentali ad avere smarrito qualcosa?

Più che un ritorno puro e semplice alla tradizione, vedo l’occupazione di un vuoto lasciato dal crollo di grandi ideologie novecentesche. Nel mondo arabo l’islamismo ha occupato lo spazio abbandonato dai socialismi e nazionalismi laici di Nasser, del kemalismo, del Ba‘th, di Gheddafi, dell’FLN algerino. In Russia l’ortodossia ha colmato almeno in parte il vuoto del marxismo-leninismo. In Cina il confucianesimo ha fornito un lessico di ordine e continuità storica culturale che ha favorito l'unità e la coesione del Paese. In questo senso l’Oriente non ha semplicemente riscoperto il sacro: ha riattivato matrici culturali fondanti sulla religione come espressione della propria civiltà capaci di legittimare il potere dopo la fine di grandi narrazioni moderne.

-Il discorso del Capo di Stato turco dopo la fine del Ramadan sembra imporre la Turchia alla guida del mondo sunnita. In questo senso Erdogan vuole diventare il leader del mondo musulmano?

Erdogan si muove dentro una dottrina precisa: il neo-ottomanesimo. La Turchia kemalista aveva abbandonato l’idea imperiale in nome del nazionalismo laicista. Erdogan l’ha ripresa e l’ha rilanciata. Vuole una Turchia di nuovo centrale tra Europa, Asia e Medio Oriente, capace di esercitare egemonia sugli spazi che un tempo appartenevano all’Impero ottomano. A questo si accompagna una forte impronta islamista. Due episodi lo mostrano bene: la riconversione di Santa Sofia in moschea e il cosiddetto sofagate, con Ursula von der Leyen lasciata senza una sedia. Sono segnali simbolici, ma i simboli contano. Erdogan intende affermare un ordine diverso, in cui il ruolo della Turchia e la visione tradizionale dei rapporti di forza siano pienamente ristabiliti.

-Secondo lei, come vogliono essere ricordati questi leader?

Putin vuole passare alla storia come l’uomo che ha fermato il declino russo seguito agli anni di Eltsin, segnati dallo strapotere degli oligarchi e delle mafie e dal collasso dello Stato. Xi Jinping vuole essere ricordato come il restauratore della grandezza cinese in continuità con la storia imperiale e il fautore della riunificazione nazionale con Taiwan. Erdogan ambisce a essere il rifondatore di una Turchia potente, neo-ottomana, nuovamente protagonista nello spazio islamico e mediterraneo. Trump, invece, vuole apparire come colui che ha compreso il declino americano e occidentale e ha tentato di arrestarlo riportando al centro nazione, produzione, sicurezza e potenza, rinnovando l'eccezionalismo americano.

-Le autocrazie sembrano decidere e realizzare; le democrazie discutono e si bloccano.

Non credo che democrazia ed efficienza siano inconciliabili. L’Italia democratica ha realizzato in pochi anni l’Autostrada del Sole. Il problema è che oggi le democrazie occidentali tendono a confondere la democrazia con l’assemblearismo permanente. Si è diffusa una cultura del dubbio senza fine, del rinvio continuo, del ricorso sistematico, della paralisi procedurale. Ma non è la democrazia in sé a produrre inefficienza: è la sua degenerazione burocratica e culturale. La vera sfida del presente è ricostruire democrazie capaci di scegliere senza rinunciare alle garanzie.

-Il prossimo libro sarà su Zelensky o Macron?

No preferisco concentrarmi su leader che hanno traiettorie più durature e influenti. Il mio prossimo libro, invece, sarà sulla crisi francese, si chiamerà "La fine della grandeur".

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Interviste

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Gennaro Sangiuliano: «Non è la democrazia in sé a produrre inefficienza, è la sua degenerazione burocratica e culturale a farlo»

«Non credo che democrazia ed efficienza siano inconciliabili. L’Italia democratica ha realizzato in pochi anni l’Autostrada del Sole. Il problema è che oggi le democrazie occidentali tendono a confondere la democrazia con l’assemblearismo permanente. Si è diffusa una cultura del dubbio senza fine, del rinvio continuo, del ricorso sistematico, della paralisi procedurale»
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Franco Bernabè: «Oggi l'Occidente non è il dominatore del sistema internazionale»

«Il grande errore è stato sottovalutare la profondità delle differenze tra le diverse civiltà. In Europa permane una matrice solidaristica; in Cina prevale una concezione comunitaria, nella quale la collettività viene prima dell'individuo. Per questo il capitalismo ha potuto espandersi senza produrre una vera omogeneizzazione politica e culturale»
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Vincenzo Susca: «Siamo passati dalla politica-spettacolo alla politicizzazione dello spettacolo. Negli ultimi trent’anni estetica ed emozione hanno conquistato una posizione centrale nella politica»

«Sopravvivere significa stare sopra. Significa controllare, verificare, governare, avere ancora una possibilità di azione nel medio-lungo periodo. La sottovivenza, invece, è la condizione contemporanea in cui stiamo sotto. Ci siamo rimasti sotto. Non controlliamo più nulla: siamo controllati. Non agiamo: siamo agiti. Non pensiamo: siamo pensati»
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Simone Berni (Il cacciatore di libri): «Il vero oggetto di culto non è il libro: è il bisogno di chiamarlo raro»

«La nicchia della ricerca di libri introvabili è fatta di gente che si crede in possesso di un segreto, ma che spesso si trova in mano solo una serie di illusioni auto-indotte: il libro come oggetto-feticcio, la rarità come valore assoluto, l’appartenenza come pedigree. Nei miei libri, specialmente nell’ultimo (Avventure di un cacciatore di libri - Luni, 2025), contesto proprio questo: il mito del libro raro, costruito da un mercato che si autoalimenta»
Simone Berni (Il cacciatore di libri): «Il vero oggetto di culto non è il libro: è il bisogno di chiamarlo raro»

Andrea Minuz: «La destra italiana ha prodotto in questi anni un'enorme quantità di dibattito sull'egemonia e pochissima cultura degna di imporsi per forza propria»

«Del resto, non è mica facile: questi sono lavori di lungo periodo, e i progetti di lungo periodo e la politica oggi non vanno d’accordo. Tutto si consuma subito: slogan, annunci, proclami, post su Instagram»
Andrea Minuz: «La destra italiana ha prodotto in questi anni un'enorme quantità di dibattito sull'egemonia e pochissima cultura degna di imporsi per forza propria»

Lo Stato dentro le macchine

Cloud militari, satelliti privati, piattaforme sanitarie e infrastrutture dati mostrano una trasformazione già in corso: lo Stato non scompare, ma funziona sempre più attraverso sistemi progettati e gestiti da grandi aziende tecnologiche. La sovranità resta pubblica nella forma, ma le sue condizioni materiali diventano ogni giorno più ibride e difficili da controllare.

Passeggiando per Sochi

Si parte da Yerevan e si arriva a Sochi, la città che Stalin amava, che Pushkin celebrò e che le Olimpiadi del 2014 resero celebre al mondo. Si passeggia sotto un radar affacciato sul lungomare , si mangia da Rostic's - il KFC che non si chiama più così - si beve oolong in una sala da tè diventata centro di gravità del viaggio. Poi suonano le sirene, e le atmosfere da eterna vacanza si spezzano. La città però non smette di vivere: palpitante e con lo sguardo fisso sull'orizzonte in attesa di onde che non siano solo quelle del mare.

Hormuz è una questione mediterranea

Nel Medio Oriente acceso dal triangolo di fuoco composto da Stati Uniti, Israele e Iran, l’Italia deve fare la propria parte per preservare il suo interesse nazionale. La visita di Rubio riapre per Roma la possibilità di proporsi come terreno diplomatico della crisi. Per l’Italia, Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez e Mediterraneo appartengono allo stesso apparato circolatorio: se gli stretti si chiudono, noi soffochiamo dentro il Mare nostrum. La pace ci serve per evitare l’asfissia.

Confessioni

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Richard Slotkin

«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Richard Slotkin

La guerra cognitiva si combatte con il Fentanyl

Dal papavero sumero al soma di Huxley, dall'eroina usata dai servizi di intelligence negli anni Settanta al Fentanyl dei cartelli messicani: il rapporto tra potere e sostanze che alterano la mente è antico quanto la civiltà. Ogni epoca ha il suo veleno. La nostra ne ha trovato uno che arriva a domicilio come un pacco Amazon e colpisce la volontà prima ancora del corpo.

Tutti gli Occidenti possibili

Il solco aperto da Trump con tutti gli alleati europei, e infine anche con l’Italia, invita ad una riflessione più profonda. Sulle due sponde dell’Atlantico, diverse idee di Occidente, diverse idee di Europa. Meloni cerca di tenere assieme le due anime, mostrandosi contemporaneamente europeista e filoamericana, sebbene in patria la vorrebbero nazionalista. Un equilibrismo fra estremi difficile da mantenere. All’indomani del fallimentare bilaterale con Rubio è venuta la Giornata dell’Europa: un invito a scoprire e confrontare i molteplici percorsi paralleli che la Premier cerca di abbracciare simultaneamente.

Leone XIV, un anno dopo

Dalla politica estera ai fronti interni, l’eredità di Francesco non si annunciava di facile gestione. E così è stato, nonostante la tempra (inaspettata) di un Pontefice inedito. Il primo anno di Robert Prevost è stato tutt'altro che un rodaggio tranquillo. Il Papa americano, salito al soglio di Pietro l'8 maggio 2025, che molti immaginavano inoffensivo, si sta rivelando il più scomodo degli interlocutori.

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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