Stallo a Hormuz

La crisi sull’attuazione del Memorandum of Understanding riflette l’incolmabile distanza tra le posizioni dei due firmatari; mentre il “convitato di pietra” israeliano soffia sul fuoco per far deragliare qualsiasi accordo. Nel frattempo il traffico attraverso lo Stretto si blocca di nuovo mettendo a rischio l’economia mondiale.

Cronistoria dei dossieraggi all'italiana

La nostra storia repubblicana è costellata di archivi paralleli e informazioni mai protocollate usate come leva di ricatto tra politici e faccendieri. I metodi cambiano, gli strumenti si aggiornano, i protagonisti si avvicendano, ma la sostanza è rimasta sempre la stessa: chi controlla i fascicoli, controlla il potere.

L’asse delle frodi

Dietro l’ondata di truffe legate a finti seminari di trading online e alle cosiddette “shitcoin” che sta colpendo migliaia di risparmiatori europei si nasconde un asse transnazionale consolidato. Mente strategica, capitali, software made in Tel Aviv. Base operativa: Nicosia. Un racket da centinaia di milioni di dollari al mese.

Settanta metri al giorno

L’ammonimento americano alla Polonia sull’ipotesi d’un incursione russa - addirittura terrestre via Kaliningrad o Bielorussia - getta un’ulteriore luce sinistra sulla questione allargamento del conflitto armato russo-ucraino. Mosca rallenta sul campo sarmatico-eusino e subisce la precisione dei sabotaggi, conscia tuttavia dell’esaurimento delle difese aeree Patriot ucraine, così come dell’incapacità della Vecchia Europa di affrontare davvero il nodo guerra. L’Italia rimane tra le solite paure e i soliti pronunciamenti pacifisti, volti al solo tornaconto personale di una certa parte politica.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La legge della giungla

Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.

Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.

Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.

È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.

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Il paradosso di Écône

I lefebvriani riconoscono il Papa, ma ritengono possibile disobbedirgli quando le sue decisioni contraddicono la Tradizione. Le consacrazioni del 1988 e del 2026 sono tentativi di richiamare la Chiesa alle proprie origini, accettando il rischio dello scisma in nome di uno scopo ritenuto più alto. Écône resta un bastione contraddittorio della Tradizione, il cui obiettivo è ricordare a Roma che un’apertura senza limite può finire per distruggere ciò che vorrebbe preservare.

Il lungo inverno demografico di Russia e Ucraina

Mosca ha oscurato i propri dati demografici dalla primavera del 2025, mentre Kiev scende sotto un figlio per donna e conta tre morti ogni nato vivo. Da entrambe le parti le perdite militari si sommano a un declino che precede la guerra e che quest'ultima ha solo accelerato.

La strada madre

Più che una semplice striscia d'asfalto, la Route 66 è il dispositivo narrativo che ha plasmato l’epica e il sogno americano. Nel suo libro "Route 66. Cent'anni on the road" (Odoya, 2026), il giornalista Claudio Castellacci si fa archeologo del mito, attraversando in punta di piedi un'arteria cancellata dalla modernità ma immortale nell'immaginario collettivo. Tra motel abbandonati e città fantasma nel deserto, il volume si rivela un reportage sospeso tra memoria e realtà. Una riflessione profonda sulle ferite del capitalismo e sulla forza della letteratura nel preservare ciò che il progresso tende a cancellare.

Interviste

a cura di Francesco Subiaco

Rick Dufer: «Il Signore degli Anelli è una storia in cui è facilissimo trovare se stessi, in più forme»

Idolatrato e contestato, tra apoteosi e strumentalizzazione, J. R. R. Tolkien è tra gli autori più amati e fraintesi del panorama letterario. Un tempo liquidato come mero demiurgo di mondi fantastici e dal vago respiro tomistico, oggi viene invece arruolato quale profeta degli oligopolisti visionari della Silicon Valley e nume della alt right: ostaggio ancora di un equivoco dopo l'altro. Occorrerebbe invece riscoprire l'opera e il pensiero tolkeniano per evitare di cadere in questa vaghe semplificazioni e in facili reclutamenti. Riscoprire un Tolkien senza aggettivi, specie politici, ma anche lontano dalla frivola etichetta di maestro del romanzo di genere. Per troppo tempo l'autore del Simarillon è stato, infatti, letto come un autore di evasione, dimenticando che la Terra di Mezzo non è un rifugio dalla realtà, ma uno specchio capace di restituirci, sotto forma di mito, le inquietudini del presente e dell'eterno. Potere, tecnologia, natura e avvenire: nei suoi racconti prendono forma questioni che oggi appaiono più urgenti che mai. Attraverso sette lezioni ispirate al creatore del Signore degli Anelli, Rick DuFer, filosofo e divulgatore, con il suo "Il pensiero incoraggiante. Tolkien in difesa del presente"(Bompiani, 2026) intreccia filosofia, spiritualità e letteratura per mostrare come l'universo tolkieniano possa diventare una bussola nei tempi confusi in cui siamo imprigionati. 

-Perché "Il pensiero Incoraggiante"? E come nasce questo libro?

Il libro nasce quando, da tredicenne un po' sfaccendato, mi è capitato di leggere "Il Signore degli Anelli", preso a prestito dalla biblioteca comunale del paesino in cui vivevo, e che ho letteralmente divorato in pochi giorni di febbrile avventura. Questo libro nasce lì, dall'impulso di raccontare ad altri la bellezza che quell'opera mi aveva trasmesso e che ancora oggi mi accompagna e meraviglia. Il titolo nasce invece da una delle pagine più belle dell'opera stessa, ovvero il momento in cui Frodo Baggins, venuto a conoscenza dell'anatema che aveva ereditato dallo zio Bilbo (l'Anello del Potere, l'arma più malvagia mai concepita nella storia del mondo), chiede al suo mentore Gandalf: "Ma perché proprio a me?" – se ci pensiamo questo è un atto molto umano, a tutti noi è capitata una particolare sfortuna, un evento nefasto, di fronte a cui opporre il pensiero del "non me lo meritavo, vorrei che non fosse mai successo!". Di fronte a questa espressione di umana debolezza, Gandalf non concede a Frodo il pensiero consolatorio, non gli dà una pacca sulla spalla, non gli dice "andrà tutto bene". Al contrario, gli fa notare che era suo destino quello di ricevere l'Anello, che la cosa ha seguito esiti assolutamente imprevedibili, e che ora è sua responsabilità rispondere a quella chiamata. E questo, conclude Gandalf, "è un pensiero incoraggiante". In tempi di facili consolazioni, l'esortazione di Gandalf è una delle cose più preziose che si possano mai sentire. Abbiamo bisogno di pensieri incoraggianti.

-Cosa può dire al presente il pensiero e l'opera di J. R. R. Tolkien? E quanto secondo lei la forza del mito e della scrittura può influenzare davvero la nostra immersiva attualità oscillante tra inconsistenti nostalgie, presentismo e visioni apocalittiche?

Tolkien ha creato un'epica per il nostro mondo di oggi, il che significa che le sue opere non solo saranno studiate a lungo in futuro, ma che il loro vero messaggio lo dispiegheranno nei decenni e forse secoli a venire: i contemporanei non riescono mai a comprendere fino in fondo le epiche dei propri tempi, semplicemente perché sono scritte per i popoli a venire. E Tolkien ha tantissimo da insegnarci in questo: il coraggio di riconoscere il nemico dentro di sé, prima di individuarlo (o costruirlo) al di fuori; il valore infinito della compassione; l'inesauribile ricchezza del linguaggio, inteso non solo come "comunicazione" ma come "incantesimo"; l'importanza di riconoscere il proprio destino, contrastando la morbosa volontà di volersi nascondere dietro identità e maschere assolutamente fittizie. E mille altre cose, che ho cercato di sviscerare nel mio libro. 

-Il suo libro si apre con l'espressione "Non c'è bisogno di difendere la Terra di Mezzo: è la Terra di Mezzo che ci difende". Cosa intende?

Intendo dire che le grandi opere non sono semplici soprammobili da proteggere dal terremoto dell'esistenza, ma sono veri e propri baluardi per rimetterci in carreggiata quando la nostra esistenza è deragliata. La Divina Commedia, l'Iliade, Moby Dick, e non ultime le opere di Tolkien, tutte queste sono vere e proprie armature dell'animo che ci forniscono armi, strumenti, soluzioni e idee utili per affrontare la traballante avventura dell'esistenza. Se un testo è riusciti a sopravvivere ai secoli, a volte ai millenni, è perché la sua storia, il suo messaggio, il suo significato, sono riusciti a parlare a migliaia, milioni di esseri umani, dando loro buoni motivi e buoni mezzi per non solo sopravvivere, ma vivere bene vivere pienamente. Ecco allora che dovremmo approcciarci ai grandi testi non con l'arrogante atteggiamento del recensore, ma con l'umile approccio dell'apprendista. Le grandi opere sono il tirocinio della nostra esistenza, e Tolkien rientra pienamente in questa definizione. 

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

-Lei ha detto una volta: "In questi anni si è cercato di far dire a Tolkien ogni cosa". Dalla lente neomarxista di Wu Ming a quella rautiana dei Campi Hobbit, fino a contaminazioni pseudo gnostiche, quante è importante liberare Tolkien dalle fuorvianti strumentalizzazioni ideologiche che lo avvolgono per riscoprirlo nella sua poetica e visione originaria? 

Credo sia molto importante evitare di far dire agli autori cose che in realtà non volevano dire. Parliamoci chiaro, è inevitabile immettere nelle opere che leggiamo anche un po' di noi stessi. Borges diceva che il lettore di oggi non potrà che saperne qualcosa di più del Don Chisciotte rispetto a Cervantes perché i secoli gli hanno offerto tanti altri sguardi con cui ampliare l'orizzonte del Don Chisciotte. Ma ciò non significa voler portare Don Chisciotte "dalla propria parte", facendogli dire cose che spesso sono l'esatto opposto di ciò che l'autore intendeva. Con Tolkien è lo stesso: bene inserire se stessi nell'opera e raccontarla attraverso il filtro della propria esistenza, ma evitiamo di filtrarlo attraverso le lenti dell'ideologia, qualunque essa sia, perché stiamo perdendo per strada ciò che davvero può fare la differenza nella fruizione di queste grandi opere: la scoperta del fatto che il mondo (in special modo quello interiore) è molto più grande e complesso di quanto io pensassi. 

-Cosa secondo lei i vari adattamenti tolkeniani nelle loro omissioni o curiose metamorfosi (pensiamo soprattutto a The Rings of Power), fraintendono o non riescono a capire dell'opera del grande scrittore? 

Dal mio punto di vista è evidente che opere come The Rings of Power (ma anche il più recente "La Guerra dei Rohirrim") sono semplicemente il tentativo di sfruttare commercialmente l'interesse culturale che si è sviluppato intorno a Tolkien nell'ultimo quarto di secolo. E, fino a un certo punto, non ci sarebbe nulla di male. Ma quando queste opere, invece di prendersi il coraggio di raccontare l'universalità dei valori tolkieniani, la sua visione del mondo (che si accorda così male con il nostro contemporaneo) e le sue idee finiscono per adagiarsi sulle prospettive convenienti, sui gusti di massa e sulle idee che compongono i trend, a quel punto siamo messi male. Faccio un esempio su tutti: l'idea che gli orchi siano "vittime" di una manipolazione e che siano creature degne di compassione che in realtà vorrebbero solo essere lasciate in pace contraddice in modo totale non solo le storie che Tolkien ci ha fornito, ma il suo stesso impianto morale e antropologico: gli orchi sono il frutto di un atto di pura malvagità, non posseggono volontà propria e non sono degni di compassione. Da essi non può nascere nulla, tanto meno qualcosa di buono, e rappresentano quel male che, essendosi radicato così a lungo e così a fondo, non va che estirpato. Non capito, non coccolato, ma solo combattuto. Questa idea, però, in un mondo politicamente corretto che ha fatto dell'inclusività acritica la sua bandiera, è meno vendibile rispetto al suo contrario, ed ecco che emergono prodotti di dubbio valore come quelli citati. Un peccato. 

-Figure come Peter Thiel e Alexander Karp hanno associato il nome delle loro imprese digitali (ad esempio Palantir) ad opere tolkeniane. Nel libro parla anche di intelligenza artificiale e digitale. Che connessione e rapporto esiste tra sorveglianza, Ai, digitale e Tolkien? 

Tolkien ha scritto pagine superbe legate alla tecnologia e, in alcuni casi, sembra proprio parlare dei nostri dispositivi più recenti, dall'IA agli smartphone. Il Palantir in particolare, da cui appunto Peter Thiel ha preso spunto per il nome della sua azienda (ma non è l'unico, c'è anche Anduril, e ce ne sono altre) rappresenta l'oggetto forgiato da arti umane (anzi, elfiche) di cui gli utilizzatori hanno dimenticato la reale funzione e finiscono per usarli in modo distorto. Il Palantir non è altro che una pietra di comunicazione: anticamente, serviva a mettere in contatto le diverse e lontane città della Terra di Mezzo. Ma, dopo una grande catastrofe, i Palantir sono andati perduti, a parte tre, e soprattutto è andata persa la conoscenza della loro reale funzione. Nel "Signore degli Anelli" scopriamo che alcuni individui (Denethor di Gondor, Saruman di Isengard e Sauron di Mordor) hanno conservato quei Palantir. Ma Denethor e Saruman, avendo dimenticato la loro reale funzione, li usano con lo scopo di prevedere il futuro. Solo che Saruman, il signore oscuro, sta manipolandoli a distanza, perché fa vedere loro solo ciò che egli desidera. Questa è la metafora perfetta per l'uso che facciamo dei nostri strumenti tecnologici: non ne conosciamo veramente le reali funzioni, abbiamo dimenticato a cosa servono veramente, ovvero a rafforzare le nostre connessioni, e li usiamo solo per rassicurarci sul futuro, demandando le nostre scelte ad algoritmi e trend de momento. In questo Tolkien è stato un vero profeta.  

-Come spiegherebbe ad un profano perché leggere il Signore degli Anelli? E come mai la sua lettura può aiutarci a ricomporre l'infranto, e a comprendere le grandi catastrofi in cui siamo immersi?

Il Signore degli Anelli è una storia in cui è facilissimo trovare se stessi, in più forme. Una parte di ognuno di noi è lo hobbit pigro che vuole solo starsene in pace nella sua Contea e una parte e lo hobbit scagliato in un'avventura di cui non può prevedere il risultato, ma decide di abbracciarla; una parte di noi è Gollum, con le sue dipendenze e la sua brama di ricomporre le proprie personalità e una parte è Boromir, la cui forza viene schiacciata dalla tentazione della scorciatoia. Come ogni grande opera, Il Signore degli Anelli ci dà uno specchio infranto, e ogni frammento mostra una parte di ciò che ci compone: coraggio e codardia, brama e sacrificio, libertà e destino, e lo fa con una storia piena di colpi di scena e avventure che ci commuovono, ci divertono e ci danno strumenti di auto-riconoscimento. La domanda è: perché mai dovrei non leggerlo? 

-Tanti spesso tendono a trascurare il ruolo del numinoso nell'opera tolkeniana. Quanto il sacro è, invece, importante per capire opere come il Simarillion e Il Signore degli anelli e per comprenderne opera?

Questo è uno dei punti fondamentali e, guarda caso, uno dei maggiormente trascurati (se non addirittura calpestati) nei prodotti cinematografici di cui parlavamo poco fa: il divino. L'opera di Tolkien è impregnata di divino, pur essendo quasi del tutto priva di religiosità: non ci sono riti, né chiese, né culti, ma il divino è ovunque e in diverse forme. Io, da ateo e aconfessionale, sono un grande amante del divino in Tolkien perché la sua opera mi ha dato nei decenni un'immagine del metafisico, del magico, dello spirituale che persino uno come me può stimare e ricercare nella propria esistenza. In un momento storico dove la perdita del divino sta corrispondendo alla perdita dell'umano, credo che la lettura di Tolkien sia una via d'uscita fondamentale. 

-Che rapporto ha con i romanzi tolkeniani e che influenza hanno avuto nella sua formazione e vita?

Il mio, come penso sarà già trasparito, è un rapporto di amore e passione vera. Le opere di Tolkien mi hanno formato non solo come lettore e filosofo, ma come essere umano, contribuendo alla mia comprensione di fenomeni fondamentali della vita, quali l'amicizia e il sacrificio, l'amore e la perdita, la concezione della mortalità, la ricerca della verità. Direi che Tolkien ha contribuito alla mia formazione emotiva e intellettuale in modo maggiore rispetto a qualsiasi altro autore, e sono grato del modo in cui le sue opere mi hanno formato e trasformato. Insomma, poteva andarmi molto peggio. 

-A Repubblica ha detto "Non bisogna avere la pretesa che ci assomigli, non bisogna usarlo per cercare qualcosa che già pensiamo. Lui odiava le allegorie e amava le mitologie". Quali istruzioni e consigli per leggere Tolkien senza pregiudizi?

L'unico consiglio è questo: leggere Tolkien senza la paura di quello che potrai scoprire su di te. Una lettura onesta, trasparente e aperta di Tolkien può darci consapevolezze sorprendenti, sia in positivo che negativo. Potrei scoprire di essere molto meno coraggioso di quanto pensavo, ma posso anche scoprire dentro di me forze e idee che non avrei mai immaginato. L'importante è lasciare che le sue storie entrino, che siano veri specchi in cui riconoscersi senza paura. Se uno è disposto a fare questo, Tolkien gli darà un valore inimmaginabile. Se invece leggiamo Tolkien per "difenderci" da noi stessi, allora sarà tutt'altro: una superficie su cui rimbalzeremo, magari divertente, ma che avrà respinto il nostro bisogno di conoscerci, proprio come il Bene respinge l'Anello del Potere. 

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Interviste

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Rick Dufer: «Il Signore degli Anelli è una storia in cui è facilissimo trovare se stessi, in più forme»

«Una parte di ognuno di noi è lo hobbit pigro che vuole solo starsene in pace nella sua Contea e una parte e lo hobbit scagliato in un'avventura di cui non può prevedere il risultato, ma decide di abbracciarla; una parte di noi è Gollum, con le sue dipendenze e la sua brama di ricomporre le proprie personalità e una parte è Boromir, la cui forza viene schiacciata dalla tentazione della scorciatoia»
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Christian Harbulot: «A parte de Gaulle, chi ha davvero provato a ridurre la dipendenza europea dagli Stati Uniti? Quasi nessuno»

«Negli ultimi anni questa dipendenza, a lungo rimossa, è diventata evidente ed è stata persino rivendicata da Trump come arma di condizionamento. Però occorre essere chiari, questa visione non è solo di Trump. [...] Già Obama guardava soprattutto alla Cina, non all’Europa, e lo stesso vale per Biden e per molti suoi consiglieri. Siamo quindi ad un bivio: vogliamo continuare lungo la linea tracciata dopo il 1945, oppure cambiamo? E, se cambiamo, per costruire quale tipo di autonomia europea? Al momento sento molto rumore, ma pochissime proposte concrete»
Christian Harbulot: «A parte de Gaulle, chi ha davvero provato a ridurre la dipendenza europea dagli Stati Uniti? Quasi nessuno»

Lord Charles Powell: «La Gran Bretagna ha conservato a lungo un sistema bipartitico, ma ora nelle future elezioni potranno esserci quattro, cinque o sei partiti che competeranno tra loro con percentuali ravvicinate»

«Dopo il disastro della Brexit, che ha causato danni significativi all’economia britannica, c’è il riconoscimento che la rottura con l’Unione Europea è stata troppo costosa e brusca. Esistono molte aree in cui dobbiamo tornare a collaborare. Non credo però che Londra presenterà domanda di rientro nell’Unione. Non sarebbe fattibile né conveniente ad oggi e non sono sicuro che l’UE lo vorrebbe, dopo le agonie della Brexit. Ma si può lavorare a una relazione più stretta, condividendo alcune politiche europee e partecipando in parte ad alcune istituzioni, senza piena adesione. Ciò soprattutto cercando una convergenza sul versante della difesa e della sicurezza»
Lord Charles Powell: «La Gran Bretagna ha conservato a lungo un sistema bipartitico, ma ora nelle future elezioni potranno esserci quattro, cinque o sei partiti che competeranno tra loro con percentuali ravvicinate»

Giorgio Zanchini: «La trasparenza è una promessa della democrazia, ma non può essere assoluta»

«A partire da quella ragazza incontrata a Parigi, ho pensato che fosse un gesto doveroso restituire un po’ di dignità alle 270 vittime, raccontare chi erano. Molti erano giovani nel pieno della loro esistenza, oltre che miei coetanei. Quelle vite spezzate mi sembravano qualcosa di terribile. Era una forma minima di restituzione»
Giorgio Zanchini: «La trasparenza è una promessa della democrazia, ma non può essere assoluta»

Ignacio Peyró: «Non c'è Paese più complesso dell'Italia, né Paese più scritto e modellato anche dallo sguardo altrui»

«La mia tradizione è spagnola ed europea. Ciò che mi interessa è onorare la tradizione della grande prosa in lingua castigliana. In Spagna amo Azorín, Cervantes, Pla, Galdós, Baroja, Ortega y Gasset e una sorta di Tomasi di Lampedusa in versione spagnola, ovvero i fratelli Villalonga di Maiorca. Dall'Italia ho letto molta poesia: Leopardi mi ha cambiato la vita! Ma anche la Francia e, come no, il mondo britannico: come dimostrano Waugh e Kipling, un'arte della prosa, cioè del ritmo e dello sguardo»
Ignacio Peyró: «Non c'è Paese più complesso dell'Italia, né Paese più scritto e modellato anche dallo sguardo altrui»

Idropolitica africana

Nel Settembre 2025 l’Etiopia ha inaugurato la “Grande diga del Rinascimento etiope”, il più grande impianto idroelettrico del continente africano. Per Addis Abeba è il simbolo di un riscatto storico, paragonato nei discorsi ufficiali alla vittoria di Adua del 1896. Per l’Egitto è una minaccia esistenziale: 55,5 miliardi di metri cubi d’acqua annui che nessun accordo internazionale tutela ancora. Tra i due Paesi non c’è guerra dichiarata, ma una competizione sempre più feroce che ridisegna il Corno d’Africa.

Dalla "marea" sorge il nuovo ordine internazionale

L’ordine planetario che si basava sull’equilibrio tra la terra e il mare – ideato da Schmitt - si è concluso definitivamente, essendo crollati su di sé tutti i pilastri fisici del vecchio nomos. E del nuovo non si riesce ancora a scorgere alcuna immagine all’orizzonte. Riappropriarsi della semantica, prima ancora che della funzionalità dei mezzi e della metafisica dei fini è la via principale per risolvere la contrapposizione storica attuale che governa la struttura dei rapporti tra Oriente ed Occidente.

Internet è morto

Oltre la metà del traffico digitale non è umano. Il 23% delle pagine che erano accessibili nel 2013 oggi esiste più. I commenti virali sui social media sembrano sempre gli stessi, proprio perché spesso lo sono. La "Dead Internet Theory", nata come complotto su 4Chan nel 2021, si sta rivelando una profezia del presente: la rete svuotata di presenza umana, colonizzata dai bot, degradata dall'AI Slop.

Confessioni

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Richard Slotkin

«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Richard Slotkin

L'avvento della physical AI

Una nuova frontiera della tecnica si profila all’orizzonte: non più l’astrazione simbolica, ma macchine che penetrano il mondo fisico, cancellando la distanza tra calcolo e azione. Un progresso che non si limita a estendere le capacità operative, ma riconfigura l’orizzonte entro cui l’agire umano può ancora sottrarsi alla logica della funzione.

Citizen Vigilante contro tutti

Troppo scomodo per il racconto dominante, troppo diretto nel mostrare ciò che le istituzioni preferiscono ignorare: violenza e impunità, legate a doppio filo tanto a un’immigrazione fuori controllo quanto a una narrazione che, quando il fenomeno mostra i suoi effetti peggiori, li giustifica e assolve. Citizen Vigilante, il nuovo film di Uwe Boll, racconta ciò che accade quando lo Stato conserva il monopolio della forza, ma perde, agli occhi dei cittadini, la capacità di esercitarlo per proteggerli.

L'Italia che si svuota

Gli italiani residenti all'estero sono oltre il 10% della popolazione nazionale: primo posto nell'Unione europea per numero di emigrati. Non partono solo i giovani in cerca di esperienza, ma professionisti nel pieno della carriera, dottori di ricerca formati a spese pubbliche, famiglie che cercano certezze altrove. Il costo per le casse dello Stato supera i 25 miliardi l'anno. E nessuna politica finora ha saputo invertire la rotta.

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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