La condizione megamoderna

La "Megamodernità" (Laterza, 2026) non rappresenta la fine della modernità, ma la sua intensificazione oltre ogni soglia critica. Patologia che potrebbe diventare cura. Vanni Codeluppi descrive un sistema che assorbe tutto trasformandolo in contenuto consumabile. È dunque ancora possibile opporsi?

Il segreto dell'arsenale

In "Venetians" (Sonzogno, 2026), Luca Josi e Allegra Scattaglia ricostruiscono una Serenissima priva di cartoline romantiche: crocevia burocratico e spietato dove la supremazia tecnica vale quanto la guerra per le informazioni, e dove il silenzio della Storia copre le urla nelle segrete di Palazzo Ducale. Un romanzo manzoniano nell'ambizione: parlare del presente attraverso il passato, senza mai tradire nessuno dei due.

La scelta di Marina Berlusconi

Dalle parole della primogenita del fondatore di Forza Italia si evince l’esigenza di cambiamento. Al di là delle celebrazioni di rito per il lavoro svolto da Antonio Tajani, è chiaro che Forza Italia si trova ad un bivio: essere guidata da un profilo che ricordi da vicino Silvio Berlusconi o lasciarsi trasportare dalla necessità di voltare pagina? Il futuro è nelle mani di Marina, che è chiamata ad una presa di posizione, anche in tempi piuttosto brevi.

Il nemico necessario

Nel momento in cui Bruxelles invoca de-escalation e riapertura diplomatica ma rafforza anche la postura di sicurezza, emerge una dinamica più profonda della contingenza geopolitica. Quando la sicurezza diventa la grammatica dominante della politica, l’insicurezza non appare più come il suo fallimento, ma come la sua diretta conseguenza.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La legge della giungla

Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.

Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.

Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.

È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.

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Peter Thiel e la sua biblioteca di Babele

Girard, Bacon, Schmitt, Solovëv, Tolkien, Ratzinger: le letture dell'uomo più inaccessibile della Silicon Valley non si lasciano ridurre a nessun cliché. È un sistema coerente in cui apocalisse cristiana e libertarianesimo politico convergono verso un'unica domanda - come impedire la fine del dominio americano - e in cui il capitale non dissolve la metafisica, ma la amplifica fino alle sue conseguenze estreme.

L'Italia galleggia, la politica affonda

Un referendum che avrebbe dovuto misurare il Paese ha misurato invece la sua paralisi: tutto si trasforma in voto politico, ogni riforma in campo di battaglia ideologico, ogni questione strategica in propaganda. In un paese che ha fatto di tutto politica, il dibattito pubblico si è ridotto a macchietta - e il quieto vivere è diventato l'unica vera ideologia trasversale.

Caligola, Trump e la macchina del potere

Non la follia, ma la lucidità: Caligola fu il primo uomo a vedere il potere per quello che realmente è, una macchina simbolica che vive solo della credenza di chi la abita. Un archetipo che ritorna ogni volta che un sistema-realtà si esaurisce. E che oggi, nell'epoca di Trump e dell'intelligenza artificiale, si ripresenta con inedita chiarezza.

Interviste

a cura di Davide Arcidiacono

Marzio G. Mian: «Normalizzare i rapporti con i russi non è ancora possibile, ma in Italia c’è voglia di cambiare»

Quasi in contemporanea alla rivolta di Evgenij Prigožin e alla sua decisione di muovere le truppe verso Mosca, c’era chi, fortunatamente a qualche meridiano di distanza, procedeva in direzione opposta. Entrato in Russia legalmente, ma costretto, date le contingenze, a lavorare illegalmente, Marzio G. Mian – assieme al fotografo Alessandro Cosmelli e a due autoctoni la cui identità non verrà mai rivelata – aveva in quel periodo cominciato un viaggio per capire la realtà russa. Partendo dal Rialto del Valdaj, ha attraversato per seimila chilometri tutto il Paese, bagnandosi alla fonte del fiume Volga e costeggiandolo sino alla sua foce, situata vicino la città di Astrakhan. Come già fatto per gli Stati Uniti e l’Italia, Mian ha utilizzato il grande fiume come specchio della civiltà che lungo le sue anse vi ha trovato dimora. Un esperimento più utile ancora, considerando i filtri che le autorità, tanto russe quanto occidentali, sempre più pongono fra comunità il cui desiderio primario rimane, tutt’ora, solamente quello di conoscersi. Pubblicato dapprima come reportage (candidato al Premio Pulitzer) e in seguito diventato un libro edito da Feltrinelli nel 2024, Volga blues è forse uno dei lavori antropologici più completi sullo spirito russo. Abbiamo raggiunto Marzio G. Mian per fargli qualche domanda mentre in Italia aumenta la pressione verso una “normalizzazione” dei rapporti con Mosca.

- Quale fu il senso del suo viaggio?

Quello di fare il mio mestiere, prima di tutto. Nel senso che ho fatto quello che gli altri non facevano, e cioè provare a raccontare cosa significhi essere russi oggi, al tempo di Putin, al tempo della guerra in Ucraina. Capire in sostanza cosa succeda nella pancia del Paese più grande al mondo. Questo purtroppo non veniva, e non viene, raccontato. Ovviamente anche per questioni relative al regime che impedisce alla stampa internazionale, così come a quella nazionale, di raccontare. Rimane difatti uno dei Paesi più pericolosi per i giornalisti.

Dall'altra parte, in Europa, in Italia, c'è un approccio propagandistico che impone ai grandi media di non entrare nel merito e di utilizzare stereotipi, schemi e formule, difficilmente verificabili. Tutto legittimo se fossimo in guerra con la Russia, ma siccome non lo siamo, non è giustificabile. Si è scatenata anche una sorta di russofobia, un clima maccartista rispetto non tanto al regime Putin, contro cui essere ostili è più che legittimo, quasi doveroso, ma verso un'intera civiltà. 

A ciò va affiancato l'altro elemento che è intrinsecamente legato agli altri, cioè l'impossibilità di criticare la NATO, ragione per cui essa è ormai diventata un'entità quasi più che sovranazionale: sovrannaturale. Se pensiamo che non tantissimi anni fa si facevano manifestazioni contro, spesso strumentali poiché nei fatti erano contro gli Stati Uniti, però erano considerate legittime. Anche dopo l'attacco illegale su Belgrado ci fu dibattito, ci fu scontro. Oggi non è più possibile. 

Quindi ho provato a fare il mio mestiere, ovviamente prendendomi tanti rischi.

- Lei ha più volte detto che Russia e Stati Uniti sono molto simili. Può spiegarci meglio questo punto?

Ci sono delle similitudini e molti elementi che associano le due realtà, anche dal punto di vista della missione storica. Trump, nel suo secondo discorso di insediamento, ha rispolverato un’espressione che non circolava da un po': ha parlato infatti di "eccezionalismo americano". Mi ricordo Madeleine Albright, in un'intervista che le feci ai primi anni 2000, quando mi parlò degli Stati Uniti come “Paese indispensabile”. L'attualità ci riporta al destino manifesto, al Paese che ha una missione per conto di Dio. Dall’altra parte c’è la Russia che storicamente si ritiene santa, depositaria di un ruolo missionario e messianico, di salvezza dell'umanità. Ci sono anche altri elementi: la violenza intrinseca nelle dinamiche del potere, ovviamente facendo tutte le distinzioni nel caso, perché sappiamo che in Russia è molto difficile morire nel proprio letto quando si dissente apertamente, mentre in America perdura ancora un'idea di democrazia. Ma le similitudini riguardano ci sono anche da un punto di vista prettamente geografico, guardando ai paesaggi, alla loro grandezza, agli enormi spazi.

Poi ci sono le differenze. In Russia storicamente hanno un approccio alla storia decisamente fatalista, e acquiescente rispetto al potere. Non sono certo ottimisti i russi. Questa, invece, è una caratteristica che sappiamo essere radicata, presente, determinante nella storia e nella quotidianità americana. 

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

- Oggi in Italia sempre più voci spingono verso una normalizzazione dei rapporti coi russi. Cosa ne pensa lei? Cosa pensa quando sente l’inno russo suonare alle Paralimpiadi, o quando legge dell’apertura di un padiglione russo alla Biennale di Venezia?

Non so se “normalizzazione” sia il termine giusto, anche perché oggi non la vedo possibile. Da parte russa c'è un grande bisogno di legittimità, che gli Stati Uniti e Trump le stanno riconsegnando. Penso che la spinta verso un cambio di rotta nelle relazioni diplomatiche con Mosca esista anche in altri paesi europei. Lo scenario prospettato dalla leadership europea di una guerra inevitabile è naturalmente infondato. Perché la Russia non sta neanche vincendo in Ucraina, di certo non faranno abbeverare i cavalli in Piazza Navona da qui a breve…

Però c'è una grande preoccupazione ed uno scoraggiamento che come sappiamo dallo studio della storia può tramutarsi in un incendio, e Putin lo sa. Quindi c'è voglia di chiudere la partita. Detto questo, l'Italia è un caso a sé nella storia dei rapporti diplomatici. Possiamo citare il rapporto con l'Unione Sovietica, sebbene non sia utile fare parallelismi storici. Ancora oggi perdurano rapporti sottotraccia politici di vario tipo, più o meno opachi. Però sia a destra che in parte a sinistra c'è voglia di cambiare. E questo nonostante la fermezza e la posizione decisamente filoucraina del Presidente del Consiglio.

La notizia dell’apertura di un padiglione alla Biennale di Venezia ci è giunta come un fulmine a ciel sereno. Ma basterebbe ricordare la prima alla Scala dello scorso dicembre, quando fu scelta la Lady Macbeth di Šostakovič: un’operazione anche più sofisticata rispetto a quella veneziana. Comunque delle aperture ci sono, e ci saranno.

- Tradizione e cristianità sono la nuova ideologia russa. Appunto, ideologia: nessuno ci crede ma tutti si comportano seguendone i dettami. Una continuità con l’ultimo periodo sovietico, non trova?

È un grande errore secondo me quello di sovrapporre. I russi lo fanno quando fa comodo, si associano alla grandezza dell'Unione Sovietica, ad esempio tramite la figura di Stalin che viene riproposta con grande enfasi, come fosse un campione della storia russa, come colui che rappresenta la capacità di sofferenza e di resurrezione, la personificazione dello spirito di Stalingrado. Io sostengo che la vera religione in Russia non sia tanto quella cristiana ortodossa, ma che sia la Russia stessa. La Russia è una religione per i russi, è una fede, un credo, per cui io non mi sento appoggiare questa analogia.

Detto ciò, è utile studiare la loro ideologia, contraddistinta da un anti-occidentalismo espresso come rifiuto della nostra cultura, in quanto vista oggi come decadente, pericolosa, potenzialmente contaminante. La questione primaria è che non accettano che l'Europa si erga a modello nel momento in cui è essa stessa in crisi dal punto di vista della democrazia, dei valori, dell'idea di sé. Nel momento in cui gli europei criminalizzano il loro passato, rifiutano le loro radici, quando abbattono le statue, come puoi pensare di porti sul piedistallo ad indicare la via da seguire?

- Fra 6 mesi o 20 anni, quando Vladimir Putin lascerà il potere, quale periodo dovrà affrontare la Russia? È immaginabile a suo avviso che il sistema possa continuare a reggersi?

In Russia non cercano la democrazia. Per capire i motivi, oltre che lo studio della storia, è utile averla visitata. In una terra così sterminata e così poco abitata, l'opinione democratica non è contemplata, il vero timore è di avere un ventre molle, uno zar debole. La continuità con Putin ci sarà, magari il suo successore sarà meno repressivo, però avrà comunque alcune sue caratteristiche. Sicuramente vorrà mostrarsi forte poiché qualora non lo fosse ciò costituirebbe un potenziale preludio al crollo dello Stato. E dunque allo smembramento del Paese.

- Quali certezze, per così dire, “occidentali” ha abbandonato lungo il suo viaggio?

Io viaggio con poche certezze. Forse una: quella di portare a casa la pelle. In questo viaggio, che ho fatto insieme ad Alessandro Cosmelli, grande amico e grande fotografo, ci siamo interrogati molto. Su di noi, sul nostro mondo, sulla natura della nostra democrazia, sulla nostra libertà. E naturalmente anche sul cortocircuito dei media occidentali, che hanno creato un precedente gravissimo per il nostro mestiere, così come per la nostra cultura democratica. 

- Cosa distingue l’uomo russo di San Pietroburgo da quello di Astrakhan?

Abbiamo attraversato paesaggi completamente diversi: dalla taiga quasi pre-artica fino alla steppa bruciata dal sole. Terre abitate da popoli diversi. Pensa al Tatarstan, che è in sostanza l'Islam alleato di Putin. Pensa ai ciuvasci, per fare un altro esempio. Sono popoli diversi, però alla fine con sentimenti abbastanza comuni. Quelli di un mondo omogeneo pur nella sua grande, immensa, diversità. 

Magari può essere più difficile leggere i tatari, poiché sono in rapporti più complessi rispetto al potere centrale. Ma per mantenere gli equilibri ciò è normale, sono dinamiche interne comuni ad ogni grande impero. Nella parte del basso Volga vi è più difficoltà a poter dialogare, più circospezione, perché si entra in altri mondi con tradizioni diverse, anche dal punto di vista della socialità.

- Ha già pensato al suo prossimo viaggio? O per meglio dire il suo prossimo fiume? Magari, dato il periodo storico, l’Eufrate?

Sono appena stato adesso in Guatemala e Honduras per il mio prossimo libro, un reportage composito dove, oltre all'America centrale, visiterò diversi luoghi del mondo. Io utilizzo i fiumi, di cui mi considero un esperto, come chiave di racconto, ma solo per territori che conosco. Sono un giornalista, devo affidarmi a ciò che conosco. Non posso avventurarmi in territori scoprendoli come fossi un Tocqueville di serie B.

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Interviste

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Marzio G. Mian: «Normalizzare i rapporti con i russi non è ancora possibile, ma in Italia c’è voglia di cambiare»

«Io viaggio con poche certezze. Forse una: quella di portare a casa la pelle»
Marzio G. Mian: «Normalizzare i rapporti con i russi non è ancora possibile, ma in Italia c’è voglia di cambiare»

Frediano Finucci: «La negoziazione non si fa "contro" qualcuno, ma "con" qualcuno, anche se si tratta di un soggetto estremamente ostile»

«Il vero negoziatore non è un manipolatore né un oratore aggressivo. Deve possedere grande capacità di ascolto, autocontrollo, capacità di sospendere il giudizio e leggere il contesto. Deve saper raccogliere informazioni, comprendere la psicologia dell’interlocutore, distinguere tra posizione dichiarata e interesse reale»
Frediano Finucci: «La negoziazione non si fa

Marco Carnelos: «Tutti dal dopoguerra hanno ricercato una special relationship con gli USA. Solo Berlusconi è riuscito ad edificarne una solida e duratura»

«Credeva fortemente, del resto, nell’importanza delle relazioni personali tra leader, e con George W. Bush ebbe il tempo di costruirne una, complice anche una situazione straordinaria determinatasi all’inizio del XXI secolo. Nonostante la sua fortissima propensione filo-americana, [...] fu tuttavia in grado di tenere testa agli Stati Uniti rispetto al rapporto con la Russia»
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Fasanella: «Gli inglesi hanno sempre voluto influenzare la politica italiana attraverso il controllo delle nostre élite»

«Per il governo, Churchill e i conservatori puntavano sul riciclaggio del “fascismo buono”: i gerarchi della filiera anglofila sopravvissuti, primo fra tutti Dino Grandi. Mentre la continuità istituzionale doveva essere garantita dalla monarchia. I laburisti invece avevano un rapporto privilegiato con le correnti laico-azioniste della politica italiana. Entrambi, conservatori e laburisti, detestavano i cattolici»
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«La riforma non toglie indipendenza, ma la restituisce», Luca Palamara sulla separazione delle carriere

«Il sorteggio non è caos, ma la fine delle lottizzazioni; servono regole chiare per una giustizia più rapida e trasparente. Per battere davvero "il Sistema" bisogna rompere un meccanismo psicologico: la paura di esporsi contro di esso»
«La riforma non toglie indipendenza, ma la restituisce», Luca Palamara sulla separazione delle carriere

La costrizione alla grande politica

La riflessione di Friedrich Nietzsche sul tragico destino dell’Europa, messo a repentaglio dalle fratture interne e dalle minacce esterne, contenuta nel sesto capitolo dell’opera “Al di là del bene e del male” appare quanto mai profetica, considerando che dopo più di un secolo il Vecchio Continente si trova ancora nella medesima situazione. Ora non c’è più possibilità di scelta, ma per preservare la propria esistenza è necessario agire, altrimenti il rischio è quello di scomparire per sempre, dopo decenni di sonnolenza.

Peter Mandelson al centro della rete

Le notizie degli ultimi mesi - su tutte il caso Mandelson, ma anche i fatti di Cipro - offrono spunti interessanti per ragionare sulla contraddizione strutturale della postura internazionale britannica. Un'influenza globale costruita su reti informali e infrastrutture oscure che, nel momento dell'esposizione, smettono di essere risorse e diventa fonte di vulnerabilità.

Una storia di serpenti e dati

Immergersi nella lettura de “La città dei Serpenti” di Lorenzo Monfregola (Polidoro, 2025) è un’esperienza ipnotica che stimola il lettore da ogni punto di vista. Fin dalle prime pagine si rimane sorpresi da un’atmosfera avvolgente, trascinati dal ritmo disorientante di una narrazione stretta tra i fuochi del fanatismo e della tecnologia. L’Agente Kajus, protagonista e voce narrante, è ingranaggio di una società-macchina micidiale, nel quale il linguaggio e le azioni umane sono scandite da tempi e logiche matematicamente precise, funzionali a un equilibrio terribilmente fragile.

Confessioni

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Richard Slotkin

«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Richard Slotkin

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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