La diplomazia parallela di Jeffrey Epstein

Tra i milioni di documenti pubblicati su Jeffrey Epstein emerge un suo ritratto inusuale: non solo predatore sessuale, infatti, ma anche connettore informale tra presidenti dell'ONU, ministri degli Esteri, uomini d'intelligence saudita, e rampanti politici europei. Nessun ruolo e nessuna coerenza, un solo principio cardine: chi entrava nella sua rete diventava utile, ricattabile o entrambe le cose.

Il prezzo dell'arte russa

Due milioni di euro revocati da Bruxelles alla Biennale di Venezia per aver riaperto il padiglione russo. L'Europa ha sempre accolto la cultura russa a una condizione implicita: che si presentasse come dissidenza, non come rappresentanza della madrepatria. Chiudere il padiglione per decreto non lascia spazio nemmeno a quel gesto - e restituisce involontariamente il monopolio della voce russa a chi controlla i visti e i fondi da Mosca.

Il Sud alla prova del PNRR

L’ingente iniezione di liquidità del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza grazie all’operato del secondo governo Conte, malgrado le incognite del caso, rappresenta una rilevante occasione di investimento di lungo periodo. Il banco di prova dove si gioca la possibilità di un’altra idea di paese e insieme il terreno di scontro dove si misurano gli interessi contrapposti delle borghesie locali.

L'eterno male italiano

La morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492 fu il segnale di un declino che l'Italia non avrebbe più fermato. Leggendo Michele Ciliberto nel suo ultimo saggio - Il cerchio delle umane cose (Laterza, 2026) e rileggendo Machiavelli e Guicciardini, emerge una costante che attraversa i secoli: il trionfo del particolare sul collettivo, la chiamata dello straniero per regolare i conti interni, l'incapacità di pensarsi grandi. Un male antico che cambia forma ma non natura.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La generazione cosmica è chiamata al "salto quantico"

Il MAXXI di Roma ospiterà il prossimo 10 ottobre 2026, per un’intera giornata, la seconda edizione di Bayram, l’iniziativa che quest’anno assume come titolo e come chiave interpretativa “Il salto quantico”, un’espressione mutuata dalla fisica quantistica per descrivere quella transizione discontinua e irreversibile che sembra oggi attraversare gli equilibri tra guerra e pace, in un momento storico che appare sempre meno come frattura improvvisa e sempre più come una riscrittura progressiva delle regole con cui si era abituati a leggere il mondo. Proprio qui, al Museo MAXXI di Roma, circa un anno fa abbiamo lanciato una piattaforma culturale generazionale chiamata “Bayram”. Dopo una giornata intensa che ha visto la partecipazione di circa 80 ospiti e 2mila partecipanti, abbiamo provato immaginare il futuro interrogandoci su una domanda necessaria, esistenziale, futurologica: “come sarebbe il mondo se le cose andassero diversamente?” Ora non vogliamo fermarci, vogliamo continuare il nostro viaggio interstellare e tracciare un solco narrativo e di riflessione profonda per decodificare il presente e ricodificare il futuro: Sabato 10 ottobre 2026 dalle ore 10 quella stessa “generazione cosmica” che un anno fa si è riunita qui è chiamata a fare “il salto quantico”, sì, perché “Il salto quantico” sarà proprio il titolo di questa seconda edizione di Bayram. Nella fisica quantistica, questo concetto descrive un cambiamento radicale, una transizione discontinua e irreversibile, un passaggio di stato energetico che non segue i parametri e i perimetri tradizionali. Le “regole del gioco” stanno mutando. Tecnologie quantistiche ed intelligenza artificiale stanno rifondando simultaneamente la sicurezza, la diplomazia, la finanza, la politica, l’energia, la guerra e la pace. La profezia è prima di tutto un codice con le sue leggi non scritte.

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Nata come centrale permanente di idee e visioni, Bayram si propone di mettere in relazione discipline che la tradizione accademica ha spesso tenuto separate, dalla fisica alla teologia, dalla poesia alla tecnologia, dalla filosofia all’astrofisica, nella convinzione che solo un confronto aperto tra linguaggi distanti possa restituire una qualche capacità di orientamento in un’epoca dominata dal calcolo delle probabilità piuttosto che dalla certezza delle leggi. Le tecnologie quantistiche e l’intelligenza artificiale occuperanno una parte centrale della riflessione, imponendo una lettura che tenga insieme l’innovazione scientifica e le sue ricadute etiche, la tecnopolitica emergente e le sue implicazioni sul piano internazionale. Il MAXXI, con la propria vocazione a ospitare l’incontro tra arte, architettura e ricerca contemporanea, offre la cornice naturale per una giornata che si annuncia come punto di riferimento nel dibattito culturale italiano sui temi della tecnologia, della geopolitica e del futuro condiviso.

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La proiezione cristiana dell'Ungheria è ad un bivio

Per quasi un decennio Budapest ha finanziato ospedali, scuole e chiese tra Siria, Iraq e Nigeria, costruendo una rete di influenza sulle minoranze cristiane mediorientali che nessun altro paese occidentale aveva saputo o voluto costruire. Orban è caduto e il nuovo premier Peter Magyar deve ora decidere se ereditare questa proiezione geopolitica o abbandonarla. Le comunità cristiane d'Oriente aspettano una risposta.

Immigrazione, accettazione, collasso

Ceuta è il luogo in cui il continente europeo misura la propria capacità di difendersi. La recente crisi mostra ancora una volta come l’immigrazione possa essere trasformata in un’arma asimmetrica: pressione demografica, ricatto geopolitico, saturazione delle strutture di sicurezza e sfruttamento dei vincoli giuridici e del moralismo politico europeo. Mentre Rabat converte i flussi in strumento di potenza e Madrid paga il prezzo della propria debolezza ideologica, l’Italia tenta una risposta preventiva, ma parziale. La vera questione è se il continente europeo possieda ancora la volontà di difendere sé stesso.

Propagandisti inconsapevoli

"La guerra fredda culturale" di Frances Stonor Saunders (Fazi editore) svela come, nel secondo dopoguerra, la CIA abbia segretamente finanziato e orchestrato la promozione dell'avanguardia culturale occidentale (riviste, mostre d'arte, concerti, conferenze e intellettuali della sinistra non comunista) per contrastare l'influenza sovietica. Attraverso organizzazioni apparentemente indipendenti come il "Congress for Cultural Freedom", l'intelligence americana trasformò il mecenatismo artistico e letterario in una sofisticata strategia di propaganda e soft power, spesso all'insaputa degli stessi artisti e pensatori coinvolti.

Interviste

a cura di Francesco Subiaco

Vladimiro Giacché: «Quella tedesca è una crisi economica, sociale, geopolitica e culturale»

L'ascesa di Alternative für Deutschland di Alice Weidel e lo sgretolamento dei consensi del governo di Friedrich Merz fino agli scontri su immigrazione e riarmo sono il segno di una crisi profonda che sta maturando all'interno della Germania. Sembra emergere cioè una spaccatura: tra élite e popolo, gruppi militaristi e masse neutraliste, nazionalisti ed europeisti, Est e Ovest. A distanza di oltre trent'anni la Germania è ancora divisa a livello economico, partitico e sociale, nonostante il trionfalismo che ha accompagnato la riunificazione e l'epoca doro del mercantilismo merkeliano. Per comprendere questa spaccatura antica e complessa occorre rileggere un libro cruciale come "Anschluss. L'annessione. L'unificazione della Germania e il futuro dell'Europa" (Imprimatur) di Vladimiro Giacché che ha analizzato i lati controversi e problematici della riunificazione (per troppi aspetti simili ad una annessione secondo l'autore) per capire come questi nodi stiano venendo al pettine. Abbiamo raggiunto Giacché, Responsabile Comunicazione, Studi e Marketing strategico presso la Banca del Fucino, membro del Consiglio di Amministrazione di Igea Digital Bank S.p.A, filosofo, studioso e saggista per affrontare questi temi. 

-Professor Giacché, dall'ascesa dell'AfD al progressivo logoramento del governo guidato da Friedrich Merz, come valuta la crisi del sistema politico tedesco?

L'attuale esecutivo nero-rosso si è trovato a gestire una situazione già profondamente compromessa e, a mio giudizio, non ha adottato misure capaci di affrontarne le cause strutturali. Alla base vi è anche la fragilità intrinseca dello stesso modello mercantilistico tedesco, fondato sul contenimento della domanda interna, su una marcata vocazione all'export e sulla competitività dell'industria manifatturiera, a lungo sostenuta dalla disponibilità di energia a basso costo. Un assetto che per decenni ha garantito crescita e stabilità, ma i cui presupposti si sono progressivamente erosi.

-Quali ne sono le cause profonde?

Le motivazioni sono molte. Un primo elemento riguarda la Cina. Dopo aver costruito la sua egemonia economica imponendo l'applicazione del sistema dell'austerity a tutta l'Ue, a svantaggio soprattutto dei paesi dell'Europa meridionale, Berlino si è rivolta soprattutto verso il mercato cinese. Ancora nel 2019 la Germania aveva una posizione commerciale molto favorevole nei confronti di Pechino ed esportava soprattutto beni durevoli e automobili. La crisi dell'industria automobilistica tedesca non deriva principalmente, come spesso si sostiene, dall'arrivo delle vetture elettriche cinesi sul mercato europeo. Il problema decisivo è stato che i produttori tedeschi non riescono più a vendere in Cina milioni di automobili come in passato e non riescono a sopperire in Europa la loro offerta. Nel frattempo l'industria cinese è cresciuta, ha acquisito capacità tecnologiche e ha sostituito una parte del mercato tedesco.

Il secondo elemento è la fine del ruolo chiave dell'energia russa a basso prezzo. Se il gas che prima arrivava direttamente attraverso i gasdotti viene sostituito da gas naturale liquefatto acquistato a prezzi molto più elevati negli Stati Uniti, si produce inevitabilmente un problema di competitività. Per qualche tempo questa difficoltà è rimasta parzialmente nascosta. Oggi è evidente. Questi elementi insieme a problemi strutturali profondi e a criticità congiunturali esterne hanno determinato l'attuale indebolimento tedesco. 

- Il governo sembra voler compensare questa crisi attraverso la spesa militare e una riconversione bellica di parte dell'apparato industriale. Può essere una soluzione?

La considero una scelta sbagliata sia politicamente sia tecnicamente. Si immagina di compensare la crisi di un sistema industriale fondato sui beni di consumo e sulle esportazioni attraverso l'espansione della produzione bellica. Ma non si può pensare che questa riconversione riproduca automaticamente la medesima struttura di domanda, produttività e profitti del precedente modello.

La produzione militare può certamente assicurare commesse protette e profitti ad alcuni operatori, perché in questo settore esiste inevitabilmente un privilegio accordato ai produttori nazionali. Ma dal punto di vista macroeconomico resta un consumo improduttivo e non risolve i problemi fondamentali dell'economia tedesca. Anzi questa transizione rischia solo di generare conflittualità e tensioni con gli altri partner europei e con i paesi vicini. 

-Il modello tedesco, consolidatosi tra Schröder e Merkel, aveva prodotto anche una particolare collocazione internazionale. L'ambasciatore Sergio Vento parlava della Germania merkeliana come di una sorta di «grande Svizzera». Cosa resta oggi di quell'impostazione?

Resta soprattutto il vuoto prodotto dalla sua dissoluzione. La Germania aveva costruito una posizione estremamente vantaggiosa basandosi sul rifornimento tramite l'energia russa, il mercato cinese in espansione, la protezione strategica americana e un'Unione Europea organizzata in maniera compatibile con gli interessi dell'industria tedesca.

Oggi questi pilastri che avevano garantito il protagonismo tedesco si sono indeboliti quasi contemporaneamente. È venuta meno anche una complessiva visione strategica. In questo quadro Berlino cerca spazio attraverso un approccio velleitario sempre più protezionistico e unilateralmente atlantista. Continuare su questa linea sarebbe un ulteriore errore non solo per la Germania, ma anche per tutta l'Ue. L'Europa dovrebbe essere un continente commercialmente aperto, capace di intrattenere rapporti con una pluralità di attori. Chiudersi in una logica di blocco è probabilmente la scelta peggiore.

-Sul piano interno, però, sembra riemergere con forza la frattura tra Ossis e Wessis. Nell'Est AfD, BSW e, in misura diversa, Die Linke raccolgono consensi molto superiori rispetto ai partiti tradizionali. La Germania è di nuovo divisa in due?

Lo è sostanzialmente dalla riunificazione. Dal punto di vista politico essa fu indubbiamente un successo. Sul piano economico il giudizio è però molto più problematico. Tanto che nel mio libro parlo di una vera e propria "annessione". Nei primi anni Novanta vi fu una fase di entusiasmo e di predominio della CDU, ma già una decina d'anni più tardi risultava evidente che nell'Est la presenza dei partiti definiti "antisistema" era molto maggiore.

Per anni fu la Sdp, poi Die Linke, a raccogliere una parte significativa dell'insoddisfazione orientale. Negli ultimi anni questa funzione è stata in larga misura assorbita dall'AfD, mentre anche il BSW di Sahra Wagenknecht ha avuto una presenza particolarmente significativa nell'Est.

-Perché questa spaccatura?

Le ragioni di questa divisione sono innanzitutto materiali. La Germania orientale fu integrata mediante un'unificazione monetaria estremamente aggressiva. Pensiamo che fu applicato un cambio uno a uno tra marco occidentale e il più debole marco orientale, nonostante quest'ultimo non fosse neppure una valuta convertibile... Seguirono privatizzazioni rapidissime, spesso distruttive che fragilizzarono l' economia dell'Est. Una parte considerevole dell'apparato produttivo orientale fu poi letteralmente smantellata, nella convinzione che sulle sue macerie sarebbe sorto spontaneamente un nuovo tessuto di piccole e medie imprese.

Questo non è avvenuto nella misura promessa. L'Est è rimasto strutturalmente più debole, con minori patrimoni, salari e opportunità. Da qui l'emersione di movimenti cosiddetti anti-sistema che non vanno assolutamente demonizzati in quanto incarnano un disagio che i partiti tradizionali hanno ignorato per molto tempo. Attribuire questa situazione a una presunta incapacità culturale dei tedeschi orientali come fanno alcuni commentatori significa semplicemente rimuovere la questione abbandonandosi a pregiudizi razzisti.

-Quindi il successo dell'AfD è innanzitutto sociale e politico, più che il prodotto di nostalgie identitarie o di un "prussianesimo di ritorno"?

Qualche elemento identitario naturalmente esiste, ma sarebbe fuorviante spiegare tutto attraverso il nazionalismo o nostalgie ancestrali. Io credo che alla base di questa esplosione di consensi per l'Afd ci sia una crisi di rappresentanza molto profonda. Quando studiavo in Germania, a metà degli anni Ottanta, era difficile immaginare un sistema nel quale CDU e SPD insieme non raccogliessero una quota largamente maggioritaria dei voti. Oggi la situazione è completamente diversa. Il centro politico si è ristretto perché si sono progressivamente attenuate le differenze tra i principali partiti. Quando CDU e SPD finiscono per aderire, pur con sfumature differenti, allo stesso paradigma economico neoliberale e a impostazioni molto simili in politica europea, cresce inevitabilmente il desiderio degli elettori di rivolgersi a un'offerta politica differente. È un fenomeno che abbiamo conosciuto anche in Italia. 

-In Germania si discute perfino della possibilità di mettere fuori legge l'AfD. Sarebbe una risposta alla crisi?

No. Non è certamente proibendo un partito, oggi primo nei sondaggi, che si recupera credibilità politica. In una democrazia bisogna convincere gli elettori che la propria posizione sia migliore. Anzi, determinati comportamenti possono rafforzare la percezione di un sistema chiuso. Pensiamo alle controversie relative al BSW, rimasto fuori dal Bundestag per pochissimi voti, e alle richieste negate di ulteriori verifiche e riconteggi. In situazioni del genere dovrebbe prevalere la massima trasparenza. Qualunque incertezza lasciata irrisolta alimenta la sfiducia degli elettori e rende ancora più problematico il rapporto tra istituzioni e opinione pubblica.

-Bisogna quindi superare anche l'idea di un "cordone sanitario democratico"?

Sì. Posso essere contrario a molte posizioni dell'AfD: economicamente la considero una variante securitaria del neoliberismo e giudico negativamente anche alcune sue posizioni sul Medio Oriente. Ma quei voti sono espressi liberamente da milioni di cittadini. Neutralizzare quell'elettorato invece di comprenderne le ragioni è poco democratico e inefficace.

L'AfD, inoltre, non è più soltanto un fenomeno orientale. È forte anche altrove perché la crisi e la depressione che un tempo caratterizzava l'Est colpisce ormai anche l'Ovest. Quando Volkswagen annuncia grandi tagli occupazionali, il problema colpisce soprattutto i distretti industriali nella parte occidentale. Il sistema tedesco ha bisogno perciò di un vero riavvio.

-AfD, BSW e Die Linke sono forze profondamente differenti, eppure hanno un elemento comune: l'opposizione alla politica tedesca sulla guerra in Ucraina e al riarmo. Quanto conta questo fattore?

È probabilmente uno degli elementi più importanti che avvicinano forze altrimenti assai diverse. Tutte contestano quella che considero una deriva bellicista europea e, in particolare, l'idea che la Germania debba prepararsi in prospettiva a uno scontro sempre più diretto con la Russia. Anche su questo terreno il governo tedesco, come altri governi europei, manifesta una crisi di consenso: sembra non riuscire a rappresentare ciò che pensa una parte molto rilevante della popolazione su una questione fondamentale.

-Riemerge anche una tradizione neutralista, dall'Ostpolitik all'opposizione alla militarizzazione. Come evolverà il conflitto tra neutralismo e centralità militare tedesca?

Non so prevederlo. Posso però dire che rilanciare l'industria attraverso gli armamenti mi sembra catastrofico, economicamente e politicamente. L'economia tedesca non è quella americana e una riconversione militare non può sostituire il precedente modello industriale. Inoltre una nuova centralità militare tedesca in Europa suscita comprensibili diffidenze storiche. Come conferma la rottura del cosiddetto motore franco-tedesco e la ormai evidente diffidenza di Parigi. Sarebbe meglio cambiare strategia prima che torni davvero l'alternativa tra "burro e cannoni".

- È possibile un fronte AfD-BSW sui temi della pace, oppure l'AfD finirà per "melonizzarsi", avvicinandosi alla CDU?

Ritengo più probabile la seconda ipotesi, quindi un avvicinamento AfD-CDU. Preferirei però che su questioni decisive, come guerra e pace, si votasse sulle posizioni concrete e non sulle appartenenze. Va notato che anche il BSW ha fatto delle aperture iniziando a mettere in discussione l'idea che l'AfD debba essere esclusa per principio da ogni interlocuzione. Un'idea di buonsenso che se fosse stata assunta in precedenza la avrebbe favorita anche alle elezioni federali. Anche perché credo che in democrazia le idee vadano battute politicamente, non con barriere preventive.

-La crisi tedesca è anche una crisi europea?

Assolutamente sì. L'Unione Europea ha incorporato per decenni un'impostazione neoliberale condivisa dai principali partiti e modellata sulla governance tedesca. Questa impostazione è franata di fronte al ridimensionamento tedesco. Oggi in molti paesi il centro viene percepito come incapace di risolvere i problemi reali. Da qui la crescita dei cosiddetti partiti antisistema. E non bastano le spiegazioni sulla propaganda russa: sono fenomeni anteriori all'attuale conflitto e riguardano una crisi profonda della rappresentanza europea ben più antica. 

-Merz sembra infine recuperare una proiezione mitteleuropea, rafforzando i rapporti con Polonia ed Europa centro-orientale. È un ritorno alla logica dell'era Kohl?

I legami economici tra Germania e Polonia sono già strettissimi. La Polonia è cresciuta anche perché, restando fuori dall'euro, ha conservato maggiore flessibilità pur integrandosi nelle filiere tedesche. Per quanto riguarda la proiezione verso Est occorre ricordare che essa non è nuova. Basti pensare al ruolo di Kohl nel riconoscimento di Slovenia e Croazia durante la crisi jugoslava. Merz prova a rilanciare questa strategia, ma un blocco centro-orientale costruito soprattutto in funzione antirussa sarebbe un grave errore. La Germania avrebbe più interesse a mantenere rapporti tanto verso Ovest quanto verso Est, Russia compresa.

-Il vecchio equilibrio tedesco sembra dunque definitivamente tramontato. Quali prospettive vede?

La questione decisiva è comprendere che non siamo davanti a una semplice crisi elettorale. È una crisi economica, sociale, geopolitica e culturale. Se si continuerà a considerare AfD esclusivamente come un'anomalia da contenere, senza affrontare le condizioni che ne alimentano il consenso, la frammentazione politica aumenterà. La Germania dovrà quindi ripensare il proprio modello di sviluppo, cercando sia di ricostruire condizioni energetiche competitive che una ridefinizione del proprio rapporto economico con la Cina senza scivolare nel protezionismo. Occorrerà soprattutto affrontare seriamente la disparità tra Est e Ovest e recuperare una capacità di elaborazione in grado di costruire una politica estera autonoma. Si tratta di una necessità ineludibile anche perché il vecchio modello non tornerà. La questione quindi è se la Germania saprà costruire un nuovo equilibrio oppure continuerà a difendere, con costi sempre maggiori, un sistema le cui condizioni storiche sono ormai venute meno.

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Interviste

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Vladimiro Giacché: «Quella tedesca è una crisi economica, sociale, geopolitica e culturale»

«Berlino cerca spazio attraverso un approccio velleitario sempre più protezionistico e unilateralmente atlantista. Continuare su questa linea sarebbe un ulteriore errore non solo per la Germania, ma anche per tutta l'Ue. L'Europa dovrebbe essere un continente commercialmente aperto, capace di intrattenere rapporti con una pluralità di attori. Chiudersi in una logica di blocco è probabilmente la scelta peggiore»
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Mario Giro: «L'ordine internazionale è stato scientemente messo da parte e sabotato dagli interessi delle singole potenze»

«L’ONU funziona solo se gli Stati che lo compongono vogliono farlo funzionare. In passato i segretari generali parlavano con tutte le parti in gioco; oggi spesso nessuno di esse vuole incontrarli. La crisi dei trattati di non proliferazione nucleare, il linguaggio militarista applicato alle migrazioni e il ritorno dei nazionalismi con caratteri imperiali sono il segno dell’indebolimento delle regole comuni. Un concerto di fattori che evidenziano lo scivolamento nel particolarismo nazionale contro progetti collettivi di dialogo e cooperazione»
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Georges Malbrunot: «Non ci sarà guerra totale fra Iran e USA»

«Nessuna delle due parti ha interesse a una simile evoluzione. Da un lato, Trump si sta avvicinando alle elezioni di metà mandato e non vuole presentarsi agli elettori con un conflitto aperto. D'altra parte, non vedo che cosa potrebbe ottenere in più rispetto a ciò che non è già riuscito a ottenere in precedenza, anche se è evidente che, attualmente, gli attacchi americani contro infrastrutture civili, come ponti e aeroporti, hanno l'obiettivo di paralizzare l'economia iraniana»
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Rick Dufer: «Il Signore degli Anelli è una storia in cui è facilissimo trovare se stessi, in più forme»

«Una parte di ognuno di noi è lo hobbit pigro che vuole solo starsene in pace nella sua Contea e una parte e lo hobbit scagliato in un'avventura di cui non può prevedere il risultato, ma decide di abbracciarla; una parte di noi è Gollum, con le sue dipendenze e la sua brama di ricomporre le proprie personalità e una parte è Boromir, la cui forza viene schiacciata dalla tentazione della scorciatoia»
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Christian Harbulot: «A parte de Gaulle, chi ha davvero provato a ridurre la dipendenza europea dagli Stati Uniti? Quasi nessuno»

«Negli ultimi anni questa dipendenza, a lungo rimossa, è diventata evidente ed è stata persino rivendicata da Trump come arma di condizionamento. Però occorre essere chiari, questa visione non è solo di Trump. [...] Già Obama guardava soprattutto alla Cina, non all’Europa, e lo stesso vale per Biden e per molti suoi consiglieri. Siamo quindi ad un bivio: vogliamo continuare lungo la linea tracciata dopo il 1945, oppure cambiamo? E, se cambiamo, per costruire quale tipo di autonomia europea? Al momento sento molto rumore, ma pochissime proposte concrete»
Christian Harbulot: «A parte de Gaulle, chi ha davvero provato a ridurre la dipendenza europea dagli Stati Uniti? Quasi nessuno»

Confessioni

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Richard Slotkin

«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Richard Slotkin

Il significato perduto dell'Odissea di Nolan

Un adattamento non tradisce un classico quando ne cambia le scene, ma quando ne sostituisce l'idea di uomo. È quello che accade all'Odissea di Christopher Nolan, che legge il ritorno di Ulisse attraverso un'unica lente, la colpa, e riduce a un dramma della coscienza le molte domande che Omero aveva disseminato lungo il viaggio. Così il film finisce per raccontare, suo malgrado, un'epoca che sa scavare nell'interiorità ma non sa più vedere ciò che la supera.

Il declino inarrestabile dei gattopardi

Il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa rimane una fondamentale lezione per la politica moderna. Il Principe Fabrizio Salina sa che la modernità travolgerà tutto, rifiuta il seggio senatoriale, lascia che gli sciacalli prendano il suo posto, e resta fedele a sé stesso fino alla fine. In un'epoca che premia chi si adatta a qualsiasi vento, l'insegnamento del Gattopardo è ancora il più difficile da apprendere.

Lawrence (d’Arabia) si è fermato a Neom

L’Arabia Saudita si è affacciata al XXI secolo con l’intenzione di esserne protagonista, contribuendo alla forgiatura di un nuovo ordine mondiale. La sua politica si fa però sempre più attenta e, pur rischiando, gioca su più tavoli preservando rapporti una volta esclusivi e che ora desidererebbe fossero posti su un unico piano paritario.

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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