Gli italiani residenti all'estero sono oltre il 10% della popolazione nazionale: primo posto nell'Unione europea per numero di emigrati. Non partono solo i giovani in cerca di esperienza, ma professionisti nel pieno della carriera, dottori di ricerca formati a spese pubbliche, famiglie che cercano certezze altrove. Il costo per le casse dello Stato supera i 25 miliardi l'anno. E nessuna politica finora ha saputo invertire la rotta.
Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.
Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.
Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.
Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio
Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.
È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.
Le logiche della guerra economica stanno travolgendo la nuova competizione tra potenze. Dalle conseguenze globali del caso di Hormuz in Medio Oriente all'uso dei droni nel conflitto in Ucraina per destabilizzare le catene logistiche e del valore di Mosca fino alle rivalità fra gli europei, le logiche di intelligence applicate all'economia stanno ridefinendo il grande gioco tra Imperi e Nazioni. In questo quadro, di fronte alla crisi del motore franco-tedesco (dal fallimento del FCAS alle diffidenze sul riarmo di Berlino), in molti rilanciano la collaborazione tra paesi latini in nome di una maggiore compatibilità strategica e culturale. Per affrontare questi nodi abbiamo raggiunto Christian Harbulot tra i più autorevoli economisti e politologi francesi, direttore e fondatore della Scuola di Guerra Economica (EGE) e direttore associato di Spin Partners Consulting, già Consigliere personale di Henri Martre al Commissariat Général du Plan, il cui rapporto omonimo è considerato fondativo per l’intelligence economica francese.
-La guerra in Iran ha messo in evidenza alcune vulnerabilità delle economie europee e, più particolarmente, delle economie asiatiche. Quale lezioni dobbiamo trarne?
L’operazione offensiva condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro i Guardiani della Rivoluzione in Iran ha rivelato qualcosa che avevamo dimenticato: la guerra economica, in tempo di guerra, esiste.
Essa non esiste solo come economia bellica, cioè come messa al servizio dell’esercito di mezzi industriali, armi e munizioni. Ma si tratta di strategie di condizionamento in cui il fattore economico diventa essenziale nelle dinamiche del conflitto. Pensiamo al blocco di Hormuz che attraverso una forma di ricatto economico ha cristallizzato la tensione e paralizzato una parte del commercio mondiale, con pesanti ricadute nelle opinioni pubbliche nazionali. Occorre, quindi, ricordare che la guerra economica non sostituisce, ma spesso equipaggia e condiziona quella militare. La vicenda del blocco iraniano e del contro blocco americano, e degli effetti di queste belle opinioni pubbliche, ne sono una dimostrazione.
-Come devono comportarsi le democrazie occidentali in questo quadro?
La prima cosa da dire è che è impossibile riconoscere il regime dei Guardiani della Rivoluzione come interlocutore legittimo. Se lo si fa, allora bisogna essere pronti a riconoscere tutti i regimi che si comportano nello stesso modo. Questo non è un dettaglio, ma rischio sistemico che potrebbe rafforzare anche gli altri sistemi autocratici.
Non si comprende, del resto, perché oggi si debba dialogare normalmente con un regime responsabile di una repressione violenta contro il proprio popolo che dovrebbe essere, invece, emarginato sul piano internazionale in quanto privo di una vera legittimità. Non si può negoziare normalmente con loro sul diritto di passaggio nello stretto di Hormuz, sulla questione nucleare o sulla distruzione di Israele come obiettivo strategico. Bisogna prendere una posizione. Io faccio parte di quelli che non lo accettano. Per me, i Guardiani della Rivoluzione, come Hamas dopo il 7 ottobre, sono usciti dalla zona dal perimetro degli attori con cui si può dialogare e negoziare.
- Alla luce delle tensioni commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, alimentate dai dazi e dall’affermazione del nazionalismo trumpiano, quale via intraprenderà l’Europa?
Si tratta di un problema essenziale. La guerra in Ucraina e la crisi del Medio Oriente hanno rivelato la debolezza europea e la dipendenza strutturale del continente dagli Stati Uniti. Trump considera l’Europa un’area subordinata a Washington, priva di reale autonomia strategica; e gli Stati Uniti, oggi, non sembrano disposti ad accettare un’Europa autonoma sul piano militare, diplomatico e soprattutto economico.
Questa dipendenza esiste dalla fine della Seconda guerra mondiale, anche se non è mai stata pienamente riconosciuta dai poteri politici europei. A mia conoscenza, l’unico leader ad averla contestata seriamente fu il generale de Gaulle tra il 1958 e il 1965. De Gaulle cercò di ridurre la dipendenza francese dalle major petrolifere anglosassoni, impose vincoli alle multinazionali americane, ritirò la Francia dalla struttura militare integrata della NATO e mise in discussione la debolezza del dollaro rispetto all’oro.
A parte de Gaulle, chi ha davvero denunciato questi problemi e provato a ridurre la dipendenza europea dagli Stati Uniti? Quasi nessuno. Negli ultimi anni questa dipendenza, a lungo rimossa, è diventata evidente ed è stata persino rivendicata da Trump come arma di condizionamento. Però occorre essere chiari, questa visione non è solo di Trump. Non è detto, infatti, che con un presidente democratico la situazione sarebbe diversa. Già Obama guardava soprattutto alla Cina, non all’Europa, e lo stesso vale per Biden e per molti suoi consiglieri.
Siamo quindi ad un bivio: vogliamo continuare lungo la linea tracciata dopo il 1945, oppure cambiamo? E, se cambiamo, per costruire quale tipo di autonomia europea? Al momento sento molto rumore, ma pochissime proposte concrete.
-Quali sono i principali limiti del vecchio continente su questo tema?
L’Europa oggi è condizionata anche dall’atteggiamento della Germania, che manifesta una volontà di potenza, soprattutto militare, rivendicando progressivamente una leadership sulla difesa dell’Europa, che però non coincide necessariamente con una difesa europea o un disegno comunitario. Anzi.
Abbiamo quindi due problemi: la dipendenza dagli Stati Uniti e il protagonismo della Germania che rivendica leadership militare sull’Europa. In Francia siamo molto imbarazzati di fronte a entrambe le questioni. Non sappiamo ancora trovare una soluzione che porti a una vera autonomia strategica europea, e il governo francese finge che il motore franco-tedesco continui a funzionare normalmente, cosa che non è affatto vera. Pensiamo solo agli ultimi sviluppi.
-Come gli europei possono superare questa paralisi?
Ritengo sia necessario che Paesi come Italia, Francia, Spagna e Portogallo, in particolare i Paesi latini, ma non solo, inizino a dialogare seriamente dopo le elezioni presidenziali francesi. Al momento con Macron non vedo possibile un dialogo coerente. Bisogna chiedersi se esista un asse di autonomia strategica e quale possa essere. E bisogna anche ragionare su come contenere o ricondurre in questo perimetro la Germania, che si è avviata verso una nuova politica di potenza estremamente preoccupante.
- Secondo lei, il ruolo crescente delle oligarchie digitali e la capacità trasformativa dell’intelligenza artificiale rischiano di ridefinire, persino di soppiantare gli equilibri di potere degli Stati, oppure assistiamo piuttosto a una forma di neo-mercantilismo nella quale questi attori diventano gli strumenti di una nuova politica di potenza?
Credo ci troviamo in uno scenario neomercantilista. Si può essere molto ricchi e potenti, ma i dirigenti delle grandi entità digitali restano esseri umani con una durata professionale limitata e con le debolezze tipiche dei grandi gruppi. Anche se operano nel mondo immateriale e nell’economia digitale, la loro priorità resta l’arricchimento personale, talvolta rivestito di discorsi umanisti o umanitari.
Quando questi attori si confrontano con strutture che hanno priorità diverse dall’arricchimento personale, manifestano subito la propria debolezza e porosità. Per questo l’ipotesi neo-mercantilista è la più credibile. Nella storia dei gruppi della Silicon Valley ci sono state sovvenzioni, legami e passerelle con logiche statali e industriali. Non si trattava semplicemente di permettere a qualche creativo di diventare miliardario. Si tratta di comprendere quanto l'innovazione e il digitale siano funzionali nello scenario di una rinnovata competizione tra Stati.
Il fenomeno Elon Musk non deve essere l’albero che nasconde la foresta. Se si studiano le strutture conquistatrici e le loro logiche di creazione di dipendenza durevole, si vede che il grande gioco delle big tech non si limita a Bezos, Musk o altri. È più complesso.
Le altre potenze lo hanno capito bene. Quando queste entità hanno voluto conquistare il mercato cinese, non hanno incontrato soltanto concorrenti, ma un Partito comunista che gestisce l’accrescimento di potenza di Pechino attraverso l’economia. La Cina non vuole finire come l’Unione Sovietica e ha costruito un modello di conquista molto diverso da quello della Silicon Valley e da quello nordamericano. Quegli attori infatti non sono riusciti da soli a impiantarsi in Cina. La Cina li ha respinti quali strumenti della proiezione americana e non semplici attori economici. Dunque sì, siamo dentro un modello neo-mercantile e i giganti del digitali sono elementi chiave di questo scenario.
Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio
- Dalle ricadute delle intese di Anchorage, in Alaska, ai tentativi di mediazione tra Mosca e gli occidentali, in particolare alla luce della crisi energetica, giudica possibile un ritorno della Russia sui mercati euro-americani?
La proiezione economica della Russia è indissociabile dal pantano ucraino. Oggi vediamo qualcosa che era inimmaginabile pochi mesi fa: il modo in cui gli attacchi ucraini compromettono l’immagine della Russia. Per Mosca era imprevedibile essere destabilizzata a questo livello.
Ciò riguarda anche la percezione interna del Paese. L’immensità della Russia, storicamente considerata una forza, diventa una debolezza. Non si può invadere la Russia, come dimostrarono Napoleone e Hitler, ma oggi non si può nemmeno difenderla completamente. L’Ucraina, con resilienza, strumenti come i droni e creatività, sta dimostrando che la Russia è vulnerabile nel suo entroterra.
Il potere negoziale russo era molto forte prima della guerra, soprattutto sull’energia. Poi si è ridotto durante il conflitto. Oggi, se raffinerie e infrastrutture vengono colpite da droni e la distribuzione della benzina viene paralizzata in parte del territorio russo, si produce un’incertezza che danneggia l’immagine di un Putin sereno, capace di esercitare ricatto sul prezzo del petrolio e sulla crisi energetica europea.
Non siamo più nello stesso contesto. Putin non appare pienamente sicuro di sé e il dialogo con la Cina comunista resta complicato. I rapporti tra Pechino e Mosca non sono mai stati semplici, perché hanno due matrici e identità profondamente diverse. Anche l’India osserva questa incertezza e può chiedersi che cosa diventeranno Putin e la Russia nei prossimi anni, e quale accordo si possa concludere con un Paese diventato incerto.
L’elemento centrale delle relazioni internazionali oggi è proprio l’incertezza. La Cina ha uno sguardo molto lucido sull’incertezza e ne è disturbata. Questo parametro vale anche per gli Stati Uniti: bisognerà chiedersi, infatti, come programmeranno oggi le loro forze militari e quale memoria operativa conserveranno.
L’incertezza è la vera variabile che condiziona l’evoluzione della politica, e ciò vale dall'America a Cina e Russia fino alla realtà europea. Oggi chi non sa confrontarsi con essa è più oggetto che soggetto nelle relazioni internazionali e finirà per subirne gli stravolgimenti.
-Qual è il principale fattore di incertezza europea?
In Europa pesa la questione tedesca. La Germania sembra non aver risolto pienamente i nodi del suo passato. Le ultime vicende lo confermano. Assistiamo al ritorno dei fantasmi del primo novecento. Questa deriva non rimane confinata all'ascesa di Afd, ma riguarda la classe dirigente tedesca che oggi sta inseguendo una politica di potenza basata sul proprio primato militare in Europa e cioò è decisamente inquietante.
- Nello scenario internazionale attuale, segnato dalla "minaccia ibrida", dalla weaponisation delle interdipendenze e dalle sfide del conflitto cognitivo, come sta evolvendo la guerra economica?
Se prendo il caso della Francia, vedo regioni che cominciano a trovarsi in situazione esternamente complessa: deserti medici, aree industriali destabilizzate, apparato statale in difficoltà, popolazioni con sempre meno accesso alla società dei consumi. Per molto tempo la società dei consumi è stata il dispositivo difensivo più efficace: finché le persone potevano consumare, il resto era secondario. Oggi non è più così in una parte del territorio.
Il problema politico non sarà più solo la frattura tra metropoli e zone rurali. Sarà il rapporto tra zone che scivolano verso la sopravvivenza economica e zone che riescono ancora a inserirsi in logiche competitive, come l’Île-de-France, la regione Rhône-Alpes o alcune aree industriali residue. E questo non riguarda solo la Francia: altri Paesi europei iniziano a vivere dinamiche simili.
In Francia vediamo anche una crisi profonda della magistratura. Una parte dei magistrati non capisce che oggi la magistratura è detestata da una parte importante della popolazione. Non si crede più nella giustizia e non si crede più in una parte non trascurabile dei giudici. Questo crea una faglia sociale grave.
Dal momento in cui una parte della popolazione rimette in discussione il potere dei giudici, la situazione diventa molto delicata. La giustizia è un ambito sovrano essenziale. Se non si crede più nella giustizia, il patto sociale è indebolito. Questa frattura è più grave dei gilet gialli, perché non riguarda solo le popolazioni povere, ma anche le classi medie e superiori. Non c’è più rapporto di fiducia. La presidenziale francese del 2027 sarà sempre più centrata su questo, con tutta l’incertezza che ne deriva.
- Come valuta l’esito dell’incontro del 25 giugno tra Francia e Italia?
Credo molto nel rafforzamento delle relazioni bilaterali tra i nostri due Paesi. La relazione con l’Italia, grazie alla vostra presidente del Consiglio e al suo bilancio politico, è per me una priorità assoluta.
L’Italia ha un’esperienza più importante della Francia nella relazione transatlantica. Conosce meglio la classe politica americana, e questo è un vantaggio. Inoltre, diversamente dall’esecutivo francese attuale, Meloni non si lascia intimidire da Trump. È lucida, pragmatica e decisa.
Bisognerà aspettare un anno, perché non credo alla capacità di Macron di costruire un legame serio con Roma. Ma un anno, pur essendo lungo, non è così lungo. Bisogna però cominciare subito a tessere legami utili per il dopo-Macron. Italiani e Francesi devono parlarsi sulla base di una visione comune, pragmatica e senza pretese ideologiche o sciovinistiche.
-Un nuovo asse latino?
Certamente. Non è come dicono alcuni un’idea lunare, ma una cooperazione basilare basata su una concreta compatibilità culturale e strategica. Italia, Francia, Spagna e Portogallo appartengono a una comune cultura latina. Questa eredità non è solo un aspetto museale o archeologico, ma un modo di vivere, di pensare e di percepire in maniera condivisa l’avventura umana. E credo sia un'esigenza concreta che può irradiarsi su una parte del Mediterraneo. Bisogna costruire pertanto un nuovo asse latino: nulla lo impedisce. Si tratta di una necessità vitale per affrontare la crisi euroatlantica.
- In questa nuova competizione tra potenze, in che misura il ruolo del nucleare è determinante?
Uno dei principali meriti francesi è stata la creazione del potenziale nucleare civile. Oggi resta attuale capire come svilupparlo con lucidità.
Bisogna individuare le soluzioni più sicure e dialogare per sviluppare le migliori opzioni possibili, tenendo conto sia degli errori sia dei successi del passato. Serve concertazione. Bisogna creare task force pertinenti tra più Paesi, produrre conoscenza, parlare alle élite, spiegare l'importanza di questa prospettiva e uscire dalle trappole demagogiche che ci sono costate care. Un aspetto su cui i nostri paesi (ma non solo essi) possono costruire una vera sovranità energetica degli europei.
Si tratta infatti di una battaglia che può essere promossa anche nel Parlamento europeo e nella Commissione europea. L’unione fa la forza e su questo terreno possiamo avanzare.
- Qual è oggi l’importanza, per la Francia e per gli altri Paesi europei, di adottare una strategia nazionale di intelligence economica? E perché questa necessità rimane ancora così difficile da comprendere?
Vi racconto un aneddoto. Anni fa quando sono andato a Milano insieme a Giuseppe Gagliano, davanti ad alcune imprese italiane, abbiamo parlato con esse dell'importanza di un dispositivo capace di affrontare le sfide del presente. Quelle imprese dicevano di avere troppi interessi divergenti per costruire un approccio comune di intelligence economica. Tuttavia, sul terreno culturale, riconoscevano la possibilità di fare cose insieme, perché siamo troppo deboli separatamente e dobbiamo allearci.
Credo che oggi il contesto sia cambiato. Si può tornare a parlare di percorsi comuni di intelligence economica. Bisogna capire su quali basi: risorse, creatività industriale condivisa, mondo immateriale, analisi strategica. Italiani e Francesi devono parlarsi, anche partendo da piccole basi, con la volontà di avanzare, aiutarsi e fondere le culture.
Il generale Gallet, che mi succederà alla guida dell’EGE, pur venendo da una storia molto diversa dalla mia, mostra che è possibile creare una fusione culturale nell'intelligence economica. Questo può servire anche a un disegno europeo, capace di superare il quadro nazionale. Lo stesso dialogo andrebbe costruito con spagnoli e portoghesi. Bisogna pertanto fondare questo nuovo terreno di discussione sulla lucidità e sulla gestione dell’incertezza.
- Quanto i fattori religiosi tornano preponderanti nello scenario politico-sociale?
Per me, le religioni possono giocare un ruolo maggiore. Io sono stato battezzato, ho fatto la comunione, sono dunque un cattolico. Ma ciò che trattengo del cattolicesimo è una cosa essenziale: Gesù Cristo non predica la guerra, predica l’amore, l’intesa e la costruzione sulla base di questo amore.
Può sembrare poco, ma è qualcosa di fondamentale. Il cattolicesimo, nella sua essenza, non invita ad affrontarsi e distruggersi. Al contrario, porta un messaggio che resta decisivo: bisogna amarsi gli uni gli altri. Può sembrare utopico, ma è una forza che non bisogna mai dimenticare.
Oggi vedo una gioventù francese che torna a frequentare le chiese non perché voglia armarsi ideologicamente contro l’altro, ma perché sente il bisogno di rigenerarsi, di ritrovare un futuro positivo, costruttivo, non fondato sulla decostruzione.
Questo significa anche che certe strategie di doppiezza e destabilizzazione, condotte dai Guardiani della Rivoluzione, dai Fratelli musulmani o da alcune tendenze dell’islam politico, non possono essere accettate. Bisogna dire chiaramente a questi Paesi e a questi attori: conosciamo il vostro gioco, leggiamo la vostra strategia e non riuscirete a trasformare la realtà europea. Non è una questione di demografia o di denaro, ma dell’esistenza, sul suolo europeo, di una realtà storica, culturale e spirituale che non può essere cancellata.
In questo senso, il cattolicesimo ha portato all’umanità un principio semplice e potente: l’amore reciproco. È una forza viva, ancora presente. Il fattore religioso e culturale può essere quindi la principale forma di difesa contro le sfide ibride e cognitive dei nostri avversari.
- In conclusione, qual è oggi la sfida economico-strategica che non dobbiamo sottovalutare?
Tutte le dinamiche di conquista che provengono dal mondo dell'immateriale. Dalla cultura alla religione, dalle sfide cognitive a quelle sociali. Bisogna comprenderle, analizzarle e posizionarsi rispetto a esse. È vitale.
Non parlo semplicemente dell’intelligence economica come elemento destabilizzatore dei nostri metodi di lavoro o delle nostre società. Parlo di metodi di conquista nuovi che agiscono su aspetti culturali e immateriali dell'esistente. Bisogna vederli, dotarsi di griglie di lettura, analizzarli e imparare a gestirli lucidamente, per non diventare nuovi schiavi di un sistema che nasconde il dominio dietro un reticolo di simboli, gesti e parole.
«Negli ultimi anni questa dipendenza, a lungo rimossa, è diventata evidente ed è stata persino rivendicata da Trump come arma di condizionamento. Però occorre essere chiari, questa visione non è solo di Trump. [...] Già Obama guardava soprattutto alla Cina, non all’Europa, e lo stesso vale per Biden e per molti suoi consiglieri. Siamo quindi ad un bivio: vogliamo continuare lungo la linea tracciata dopo il 1945, oppure cambiamo? E, se cambiamo, per costruire quale tipo di autonomia europea? Al momento sento molto rumore, ma pochissime proposte concrete»
«Dopo il disastro della Brexit, che ha causato danni significativi all’economia britannica, c’è il riconoscimento che la rottura con l’Unione Europea è stata troppo costosa e brusca. Esistono molte aree in cui dobbiamo tornare a collaborare. Non credo però che Londra presenterà domanda di rientro nell’Unione. Non sarebbe fattibile né conveniente ad oggi e non sono sicuro che l’UE lo vorrebbe, dopo le agonie della Brexit. Ma si può lavorare a una relazione più stretta, condividendo alcune politiche europee e partecipando in parte ad alcune istituzioni, senza piena adesione. Ciò soprattutto cercando una convergenza sul versante della difesa e della sicurezza»
«A partire da quella ragazza incontrata a Parigi, ho pensato che fosse un gesto doveroso restituire un po’ di dignità alle 270 vittime, raccontare chi erano. Molti erano giovani nel pieno della loro esistenza, oltre che miei coetanei. Quelle vite spezzate mi sembravano qualcosa di terribile. Era una forma minima di restituzione»
«La mia tradizione è spagnola ed europea. Ciò che mi interessa è onorare la tradizione della grande prosa in lingua castigliana. In Spagna amo Azorín, Cervantes, Pla, Galdós, Baroja, Ortega y Gasset e una sorta di Tomasi di Lampedusa in versione spagnola, ovvero i fratelli Villalonga di Maiorca. Dall'Italia ho letto molta poesia: Leopardi mi ha cambiato la vita! Ma anche la Francia e, come no, il mondo britannico: come dimostrano Waugh e Kipling, un'arte della prosa, cioè del ritmo e dello sguardo»
«Gheddafi ha lasciato un Paese devastato. La Libia non è mai esistita come Stato sovrano nazionale nel senso europeo del termine. Non ha mai avuto una democrazia e non ha mai avuto istituzioni solide. Gheddafi ha volutamente impedito la formazione di istituzioni autonome. Ha concentrato il potere su di sé e sulla propria cerchia. Quando è stato ucciso, non c'erano argini capaci di contenere milizie, estremismi e tensioni locali»
«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.
Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».
Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.
La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran.
Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:
«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».
L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.
Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima.
Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.
La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.
La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.
Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.
Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.
Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.
Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.
I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.