Taiwan è in vendita

Decenni di equilibrio diplomatico attorno allo Stretto di Taiwan reggevano su un'ambiguità studiata e preservata con cura: Washington riconosceva Pechino ma garantiva Taipei. Oggi Trump sembra disposto a usare quell'equilibrio come merce di scambio, trattenendo forniture di armi e rifiutando di rassicurare l'isola in caso di attacco. Il capolavoro della diplomazia americana rischia di diventare la sua prima concessione strategica a Xi Jinping.

La tempesta prima della calma

Vladimir Putin ha aperto inequivocabilmente alla possibilità di inaugurare un processo negoziale, dicendosi disposta ad accogliere rappresentanti dell’UE a Mosca che non abbiano speso parole ostili nei confronti della Russia. Anche Kiev afferma di essere pronta a sedersi al tavolo delle trattative, chiedendo però che i colloqui vengano effettuati in una Paese terzo. Le intenzioni degli attori sembrano lasciare intendere che il termine della guerra si stia avvicinando, nonostante i recenti avvenimenti sul campo di battaglia contraddicano questa possibilità.

Lo Stato dentro le macchine

Cloud militari, satelliti privati, piattaforme sanitarie e infrastrutture dati mostrano una trasformazione già in corso: lo Stato non scompare, ma funziona sempre più attraverso sistemi progettati e gestiti da grandi aziende tecnologiche. La sovranità resta pubblica nella forma, ma le sue condizioni materiali diventano ogni giorno più ibride e difficili da controllare.

Passeggiando per Sochi

Si parte da Yerevan e si arriva a Sochi, la città che Stalin amava, che Pushkin celebrò e che le Olimpiadi del 2014 resero celebre al mondo. Si passeggia sotto un radar affacciato sul lungomare , si mangia da Rostic's - il KFC che non si chiama più così - si beve oolong in una sala da tè diventata centro di gravità del viaggio. Poi suonano le sirene, e le atmosfere da eterna vacanza si spezzano. La città però non smette di vivere: palpitante e con lo sguardo fisso sull'orizzonte in attesa di onde che non siano solo quelle del mare.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La legge della giungla

Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.

Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.

Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.

È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.

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Hormuz è una questione mediterranea

Nel Medio Oriente acceso dal triangolo di fuoco composto da Stati Uniti, Israele e Iran, l’Italia deve fare la propria parte per preservare il suo interesse nazionale. La visita di Rubio riapre per Roma la possibilità di proporsi come terreno diplomatico della crisi. Per l’Italia, Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez e Mediterraneo appartengono allo stesso apparato circolatorio: se gli stretti si chiudono, noi soffochiamo dentro il Mare nostrum. La pace ci serve per evitare l’asfissia.

La guerra cognitiva si combatte con il Fentanyl

Dal papavero sumero al soma di Huxley, dall'eroina usata dai servizi di intelligence negli anni Settanta al Fentanyl dei cartelli messicani: il rapporto tra potere e sostanze che alterano la mente è antico quanto la civiltà. Ogni epoca ha il suo veleno. La nostra ne ha trovato uno che arriva a domicilio come un pacco Amazon e colpisce la volontà prima ancora del corpo.

Tutti gli Occidenti possibili

Il solco aperto da Trump con tutti gli alleati europei, e infine anche con l’Italia, invita ad una riflessione più profonda. Sulle due sponde dell’Atlantico, diverse idee di Occidente, diverse idee di Europa. Meloni cerca di tenere assieme le due anime, mostrandosi contemporaneamente europeista e filoamericana, sebbene in patria la vorrebbero nazionalista. Un equilibrismo fra estremi difficile da mantenere. All’indomani del fallimentare bilaterale con Rubio è venuta la Giornata dell’Europa: un invito a scoprire e confrontare i molteplici percorsi paralleli che la Premier cerca di abbracciare simultaneamente.

Interviste

a cura di Francesco Subiaco

Franco Bernabè: «Oggi l'Occidente non è il dominatore del sistema internazionale»

L'Occidente, accantonate le avveniristiche speranze della globalizzazione, si trova imprigionato in una profonda crisi che ne ha smentito le granitiche certezze e le magnifiche e progressive sorti. L'emersione di un mondo con maggiori caratteristiche multipolari, la crisi dell'ordine internazionale economico e politico, le conseguenze sociali della finanziarizzazione e della verticalizzazione delle ricchezze hanno evidenziato le ingenuità e le miscalculation in cui sono caduti Europa e Stati Uniti negli ultimi anni, e di cui l'effetto Trump e l'ascesa del movimento dei Brics+ sono le più recenti conferme. Tutti cambiamenti ben analizzati da un testo irrinunciabile, affilato ed acuto, come In trappola. Ascesa e caduta delle democrazie occidentali (e come possiamo evitare la Terza guerra mondiale) di Franco Bernabè con Paolo Pagliaro (Solferino, 2024). Un libro intervista in cui Bernabè, già amministratore delegato di ENI, Telecom Italia, figura chiave nel mondo industriale, finanziario e culturale italiano, ora presidente del Consiglio di amministrazione dell'Università di Trento e unico occidentale nel Board di PetroChina, affronta i principali nodi della condizione di stallo in cui è caduto l'Occidente. 

-Per quale motivo l'Occidente è "in trappola" e le democrazie occidentali sembrano faticare a orientarsi nel nuovo quadro internazionale?

Perché l'Occidente ha in larga misura costruito le condizioni del proprio ridimensionamento. La globalizzazione, la liberalizzazione degli scambi, l'ingresso della Cina nel WTO, la finanziarizzazione dei mercati e l'integrazione produttiva su scala mondiale hanno favorito un'accelerazione della crescita del resto del mondo e, in special modo, dell'Asia. Paesi come la Cina e l'India hanno conosciuto una forte crescita demografica, accompagnata dalla nascita di vastissime classi medie, capace di modificare gli equilibri globali. Oggi l'Occidente non è certo marginale, ma non è più il dominatore indiscusso del sistema internazionale.

-Che cosa non si è capito?

Si è pensato che l'apertura dei mercati avrebbe prodotto un'estensione automatica del modello occidentale, basato sul capitalismo, sull'individualismo e sulla liberal-democrazia. In realtà si sono diffusi soprattutto lo sviluppo capitalistico e tecnologico, ma non necessariamente la democrazia liberale. Anzi. Alcuni paesi hanno adottato gli strumenti dell'economia di mercato senza assumere i relativi presupposti politici e culturali, in primo luogo il liberalismo politico.

-Qual è stato il grande errore dell'Occidente?

Aver sottovalutato la profondità delle differenze tra le diverse civiltà. In Europa permane una matrice solidaristica; in Cina prevale una concezione comunitaria, nella quale la collettività viene prima dell'individuo. Per questo il capitalismo ha potuto espandersi senza produrre una vera omogeneizzazione politica e culturale.

Gli Stati Uniti hanno creduto che lo sviluppo economico della Cina l'avrebbe resa più simile a loro. Invece Pechino ha costruito un proprio modello alternativo di modernizzazione, fatto di mercato, pianificazione e selezione della classe dirigente filtrata dall'apparato politico, con radici non nel sistema anglosassone ma nella tradizione cinese, se non addirittura confuciana. È il segno che lo sviluppo capitalistico può convivere con modelli politici e culturali estremamente diversi. E questa evidenza rende più traumatico, per l'Occidente, il passaggio da un mondo unipolare a un mondo multipolare, molto più competitivo. Credo che impiegheremo ancora molti anni per metabolizzare questo cambiamento.

Roma, Maggio 2026. XXXIV Martedì di Dissipatio

-Secondo lei, come dicono alcuni studiosi, la Cina ha vinto?

Io penso che, da parte occidentale, e soprattutto da parte americana, sia stata sottovalutata la capacità della Cina di produrre un modello di sviluppo sostenibile.

Naturalmente il modello cinese presenta problemi importanti. Paradossalmente, uno dei più rilevanti è proprio l'assenza di un sistema di welfare simile a quello sviluppato in Europa: paradossale, appunto, se si pensa che si tratta di un regime comunista.

Eppure questa mancanza è all'origine di una parte significativa delle difficoltà cinesi, per esempio del sovrainvestimento nel settore immobiliare. Non disponendo di un sistema pensionistico e di protezione sociale capace di garantire sicurezza nella vecchiaia, molti cinesi hanno investito pesantemente nel real estate, vedendolo come una forma di tutela per il proprio futuro. Questo ha generato una sovrapproduzione nel comparto immobiliare e una serie di crisi, anche finanziarie, dal momento che quel settore è cresciuto attraverso una forte espansione del debito.

Dunque questo modello sociale presenta criticità evidenti. Tuttavia, l'aspetto interessante è che, nel suo fondo, il sistema cinese rimane un sistema meritocratico, nel quale il merito viene addirittura riconosciuto e realizzato attraverso strumenti come il social scoring, che in Occidente sarebbero inaccettabili.

La selezione della classe dirigente in Cina è certamente condizionata dal partito, ma risulta abbastanza efficiente, perché combina lealtà e merito.

Il modello cinese è dunque destinato a durare nel tempo, pur andando incontro a un processo di adattamento e trasformazione di fronte alle sfide future. Dopo il secolo dell'umiliazione, la Cina ha riconquistato un ruolo di riscatto sulla scena mondiale. E non credo che questo processo sia destinato a esaurirsi presto.

-Come valuta la condizione del sistema statunitense?

Gli Stati Uniti vivono una crisi strutturale, che non può essere ridotta alla sola figura di Trump, anche se Trump ne è una manifestazione molto evidente. Alla base c'è l'estremizzazione di un individualismo economico-finanziario che, negli ultimi decenni, ha prodotto una concentrazione crescente di ricchezza e di potere. Questa concentrazione si è trasformata in influenza politica, alterando il funzionamento stesso della democrazia americana.

Uno dei punti centrali è il progressivo indebolimento dei limiti alla verticalizzazione del potere economico, avviato nell'era Clinton. L'indebolimento della legislazione antimonopolio, il ruolo crescente della finanza, la capacità dei grandi attori economici di condizionare direttamente la politica, anche attraverso il finanziamento delle campagne elettorali, hanno costruito un sistema nel quale il potere economico pesa in modo sempre più forte sulle decisioni pubbliche. La qualità del processo democratico è stata erosa da una concentrazione di potere difficilmente compatibile con una democrazia equilibrata.

-E Trump è più causa o sintomo di questa crisi?

L'attuale presidente si inserisce in questa frattura. L'ha saputa sfruttare per costruire la sua ascesa politica e, allo stesso tempo, l'ha ampliata. Da un lato intercetta il disagio di una parte dell'America che ha percepito la globalizzazione come una perdita di lavoro industriale, di status e di sicurezza. Dall'altro propone risposte che spesso hanno un carattere più polemico che strategico. L'idea della reindustrializzazione americana, per esempio, si scontra con problemi molto concreti: la struttura dei costi, la mancanza di manodopera adeguata, la trasformazione già avvenuta dell'economia verso i servizi, la finanza e la tecnologia.

Anche in politica estera si vede questa contraddizione.

-In che modo?

Trump oscilla tra pulsioni isolazioniste e interventismi selettivi. Contesta il ruolo di gendarme globale degli Stati Uniti, mentre continua a intervenire in teatri nei quali Washington produce spesso più instabilità che ordine. Il Medio Oriente è il caso più evidente. Gli Stati Uniti non hanno più, in quell'area, lo stesso rapporto strategico che avevano quando la loro sicurezza energetica dipendeva direttamente dal petrolio mediorientale. Eppure continuano a esservi trascinati da alleanze sbilanciate e da scelte politiche viziate da necessità interne, che generano effetti destabilizzanti.

-Quali conseguenze ha tutto questo sul Vecchio Continente?

L'Europa si trova in una posizione difficile, perché subisce contemporaneamente l'ascesa di nuove potenze e la crisi del suo storico alleato americano. Per decenni il continente ha potuto costruire la propria prosperità anche grazie a una forma di delega: sicurezza garantita dalla NATO e dagli Stati Uniti, proiezione economica fondata sul commercio e sulla manifattura. Oggi questo equilibrio è saltato.

Il problema di fondo è che l'Europa ha molto peso economico ma scarso peso politico-strategico. E il peso politico, nel sistema internazionale, continua a poggiare in ultima istanza sulla forza e quindi sull'hard power. Il soft power funziona soltanto se alle sue spalle esiste una capacità di deterrenza credibile. Da questo punto di vista l'Europa è incompiuta in quanto è una grande area economica, ma non è ancora una vera potenza politica.

Questo non significa che il continente sia irrilevante. L'Europa ha capitali, competenze, capacità industriali e una base manifatturiera che in alcuni settori resta di altissimo livello. Il problema è che queste risorse vengono spesso frenate da una costruzione istituzionale troppo lenta e troppo burocratica. L'Europa deve decidere se vuole restare soltanto un grande mercato regolato o diventare un soggetto capace di autonomia. Per farlo deve semplificare e abbattere le barriere legislativo-burocratiche, investire nelle filiere strategiche, puntare sui privati, rafforzare la propria base tecnologica. Oltre che ridefinire il rapporto con gli Stati Uniti per ottenere maggiore autonomia strategica.

-In questa discussione entra anche il Green Deal. È stato un errore?

Il punto di partenza del Green Deal era corretto. Era giusto riconoscere la necessità di ridurre l'impatto umano sulla biosfera e sul clima. L'errore non stava quindi tanto negli obiettivi quanto nei tempi e nei metodi. Si è pensato di imporre una trasformazione industriale profondissima in un arco temporale troppo breve rispetto ai ritmi reali dell'industria. E soprattutto si è cercato di definire politicamente non solo gli obiettivi, ma anche gli strumenti, comprimendo troppo lo spazio di adattamento delle imprese.

Una politica industriale intelligente dovrebbe fissare traguardi chiari e lasciare a chi produce la possibilità di individuare i mezzi più efficaci per raggiungerli. Invece, in diversi casi, l'Europa ha sovraccaricato il proprio sistema produttivo di vincoli, costi e incertezze, proprio mentre il mondo entrava in una fase di concorrenza più dura. Il risultato è stato il rischio di un pesante indebolimento industriale.

-Come mai, pur restando una grande economia industriale ed esportatrice, il nostro continua ad essere percepita come un paese piccolo?

Perché l'Italia è realmente un paese piccolo in senso strutturale. È più piccola di altri grandi attori sul piano demografico, linguistico, geografico e geopolitico. Questo non significa che valga poco: significa che deve ragionare con realismo sui propri limiti e sulle proprie possibilità. L'Italia, nonostante tutto, resta una grande economia manifatturiera e una delle principali potenze esportatrici del mondo.

I problemi italiani riguardano soprattutto il lato dell'offerta. Ci sono tre fattori fondamentali che determinano la crescita di lungo periodo: demografia, tecnologia e risorse naturali. L'Italia è debole su tutti e tre. Ha una crisi demografica seria, dispone di poche risorse naturali e presenta livelli medi di istruzione e di accumulazione tecnologica inferiori a quelli dei paesi europei più avanzati. Questo rende il sistema meno dinamico e meno capace di innovare.

-E che ruolo ha la fuga dei giovani?

L'esodo generazionale esiste davvero, ma è l'effetto di queste condizioni, non la causa. I salari più bassi, le opportunità più limitate e la difficoltà di valorizzare pienamente le competenze spingono molti giovani a cercare altrove ciò che qui non trovano. Per questo non basta indignarsi per la fuga dei giovani, ma bisogna agire sulle cause strutturali.

-Di cosa avrebbe bisogno il Paese?

Serve lavorare per sanare queste tre grandi crisi. In primo luogo è necessario investire maggiormente in istruzione, ricerca, innovazione e produttività. Serve anche una politica migratoria seria e controllata, perché con l'attuale andamento demografico il paese non può reggere a lungo. È necessaria inoltre una maggiore integrazione e partecipazione femminile al mondo del lavoro, perché oggi una parte enorme del potenziale produttivo nazionale resta sottoutilizzata.

Ma questi problemi italiani non si risolvono in una legislatura. Richiedono una strategia di decenni. Ed è proprio questo che la politica fatica ad accettare, perché cerca risultati rapidi e immediatamente spendibili. I grandi nodi dell'Italia, come quelli dell'istruzione, della natalità, della produttività e della qualità istituzionale, possono essere affrontati solo con continuità e con una visione di lungo periodo.

-Questo porta al tema delle classi dirigenti. Qual è oggi il loro vero problema?

Il problema principale è la qualità della selezione. Le classi dirigenti non nascono per generazione spontanea, ma si formano attraverso istituzioni, culture politiche, criteri di selezione e percorsi di apprendimento che devono basarsi sul merito. In passato, con tutti i limiti del sistema, i partiti erano anche luoghi di formazione. Esisteva una maggiore attenzione alla preparazione culturale, alla qualità intellettuale, alla costruzione di gruppi dirigenti capaci di leggere processi lunghi e complessi. Oggi tutto questo si è molto indebolito.

La classe dirigente contemporanea tende a essere più improvvisata, più dipendente dalla comunicazione immediata, più esposta alla logica della visibilità che a quella dei contenuti. Il problema non è l'innovazione in sé, né l'emergere di nuove élite dal mondo tecnologico o digitale, ma che il sistema politico, culturale e mediatico fatica a selezionare figure con spessore sufficiente ad affrontare una fase storica così difficile.

-In conclusione, che tipo di potenza vuole diventare la Cina? Dobbiamo aspettarci una sua evoluzione in senso neocolonialista e talassocratico?

Non credo che la Cina replicherà il modello talassocratico occidentale nel senso classico del termine. L'Occidente, negli ultimi cinque secoli, ha costruito la propria espansione sulla conquista marittima, coloniale e imperiale. La Cina ha una storia diversa. Vuole certamente estendere la propria influenza, consolidare il controllo sullo spazio che la circonda, proteggere le rotte commerciali e impedire di essere contenuta da altri. Ma tutto questo non implica necessariamente una riproduzione della tradizione coloniale europea.

Pechino mira soprattutto a dominare il proprio grande spazio strategico attorno ai propri confini e a costruire una rete di influenza compatibile con i propri interessi economici e politici. Ha un'ambizione di centralità, non una vocazione coloniale nel senso storico occidentale, anche per la sua tendenza a isolarsi rispetto al resto del mondo. Anche qui l'errore sarebbe giudicarla soltanto attraverso categorie europee o americane. La Cina si espande pertanto secondo una propria logica, completamente diversa da quella occidentale. Per capirla occorre studiare la storia, cercare di capire le tradizioni e le ragioni degli altri. Un aspetto che purtroppo noi occidentali spesso sottovalutiamo...

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Interviste

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Franco Bernabè: «Oggi l'Occidente non è il dominatore del sistema internazionale»

«Il grande errore è stato sottovalutare la profondità delle differenze tra le diverse civiltà. In Europa permane una matrice solidaristica; in Cina prevale una concezione comunitaria, nella quale la collettività viene prima dell'individuo. Per questo il capitalismo ha potuto espandersi senza produrre una vera omogeneizzazione politica e culturale»
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Vincenzo Susca: «Siamo passati dalla politica-spettacolo alla politicizzazione dello spettacolo. Negli ultimi trent’anni estetica ed emozione hanno conquistato una posizione centrale nella politica»

«Sopravvivere significa stare sopra. Significa controllare, verificare, governare, avere ancora una possibilità di azione nel medio-lungo periodo. La sottovivenza, invece, è la condizione contemporanea in cui stiamo sotto. Ci siamo rimasti sotto. Non controlliamo più nulla: siamo controllati. Non agiamo: siamo agiti. Non pensiamo: siamo pensati»
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Simone Berni (Il cacciatore di libri): «Il vero oggetto di culto non è il libro: è il bisogno di chiamarlo raro»

«La nicchia della ricerca di libri introvabili è fatta di gente che si crede in possesso di un segreto, ma che spesso si trova in mano solo una serie di illusioni auto-indotte: il libro come oggetto-feticcio, la rarità come valore assoluto, l’appartenenza come pedigree. Nei miei libri, specialmente nell’ultimo (Avventure di un cacciatore di libri - Luni, 2025), contesto proprio questo: il mito del libro raro, costruito da un mercato che si autoalimenta»
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Andrea Minuz: «La destra italiana ha prodotto in questi anni un'enorme quantità di dibattito sull'egemonia e pochissima cultura degna di imporsi per forza propria»

«Del resto, non è mica facile: questi sono lavori di lungo periodo, e i progetti di lungo periodo e la politica oggi non vanno d’accordo. Tutto si consuma subito: slogan, annunci, proclami, post su Instagram»
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Gianfranco Fini: «Con la Russia occorre fare i conti, prendendo atto che l'illusione di un suo avvicinamento alle democrazie liberali è naufragata»

«I cinesi hanno una visione del tempo diversa dalla nostra. Una volta un collega cinese mi disse: sappiamo che voi siete contrari al ritorno di Formosa alla madrepatria; non è che non vogliamo dirvi quando accadrà, è che non lo sappiamo. Ma accadrà. Si tratta pertanto di un dossier non solo strategico, ma simbolico e culturale su cui Pechino non credo cederà»
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Confessioni

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Richard Slotkin

«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Richard Slotkin

Teoria del partigiano Vannacci

Capire Roberto Vannacci attraverso Carl Schmitt rivela qualcosa che il dibattito corrente non coglie: non è un politico con un programma, ma una figura tellurica che si nutre dell'identificazione del nemico interno. La remigrazione, di conseguenza, non è una proposta percorribile, ma un grido di battaglia. Il 3,5% di sostenitori che, stando ai sondaggi, lo voterebbe cerca proprio questo: pura appartenenza.

La morte dell'OPEC

Il primo maggio gli Emirati Arabi Uniti sono usciti dall’OPEC, indebolendo fortemente le strutture economiche e finanziarie che sorreggono il Golfo. Questa decisione però non è solo frutto di un calcolo prettamente industriale e commerciale, ma deve essere osservata all’interno del ragionamento strategico di Abu Dhabi, che intende distanziarsi dall’Arabia Saudita e dal GCC, scrollandosi di dosso l’etichetta di partner junior, mirando a diventare un attore chiave delle dinamiche geopolitiche globali.

Non c'è più un piano per il 2027

La sconfitta nel referendum è stata il vero spartiacque di questa legislatura. Così ora Giorgia Meloni naviga a vista verso il 2027, mentre nei palazzi dell’opposizione circolano già le liste dei ministri. Donald Trump ha fatto saltare il banco: Conte vuole scalzare Schlein, D’Alema e Renzi vogliono fare i kingmaker, mentre l’unica ancora di salvezza si chiama Jordan Bardella.

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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