Di soft power non si muore

Più volte prospettato nel corso dello scorso secolo, il declino dell'impero degli Stati Uniti non si vede. Il loro soft power è ancora in grado di muovere le leve giuste nell'immaginario collettivo occidentale, mentre il realismo politico e la minaccia della baionetta fanno il resto.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

L’anarchia al potere

L’ex Giudice della Corte Costituzionale Sabino Cassese pubblica un libro importante dal titolo “Le strutture del potere” in cui spiega bene il declino dei mezzi di informazioni tradizionali, non più in grado di incidere sul dibattito pubblico: “il potere (la politica) fa l’agenda, i media seguono lo spartito”. E poi aggiunge un passaggio che va letto fuori dalle logiche “piduiste”, ma sotto la lente della comunicazione contemporanea di massa: “il peso delle reti informali, a tratti borderline, che creano spesso l’intelaiatura per i rapporti di potere al di fuori del quadro delle regole”.  Dati alla mano, la crisi del mondo dell’informazione è ormai un fenomeno irreversibile. Quasi inutile da affrontare. Piuttosto, risulta più interessante analizzare tre casi di studio che invece navigando  controcorrente in mare aperto, senza snaturarsi, sono diventati un’istituzione. Se vuoi far emergere qualcuno, incidere nel dibatttito politico-culturale, oppure dissacrare una personalità, esistono in italia soltanto tre canali di trasmissioni   diversi fra loro, uniti da un temperamento tutto italiano, in grado di mescolare tragedia e commedia, informazione e intrattenimento, sacro e profano. Dagospia, Striscia La Notizia e La Zanzara, rispettivamente su web, televisione e radio, sono gli unici formati in grado  di invertire il rapporto di forza tra potere (politica) e media. Sono loro a dettare l’agenda.  La domanda è cosa ne sarà di questi tre formati, strettamente legati alle personalità che li rappresentano: Roberto D’Agostino, Antonio Ricci, Cruciani&Parenzo.  In un’intervista su Italia Oggi, Rda, ha parlato per la prima volta della sua creatura dopo di lui: “Io morirò davanti al computer scrivendo su Dagospia”. E poi “il sito non l’ho fatto per i soldi e non intendo venderlo. Ho sempre creduto che la felicità sia fare la cosa che ci piace, e che il lavoro sia la dignità dell’uomo. Io faccio quello che mi piace. Ho una redazione meravigliosa, con il mio vice Riccardo Panzetta, e andranno avanti anche dopo di me – mio figlio Rocco è uno scienziato, ama quel lavoro e di dagospia non gli frega assolutamente nulla. È padrone al 100%, deciderà lui il da farsi”. Sarà Riccardo Panzetta, già ospite a uno dei nostri incontri dei “martedì di Dissipatio”, a prendere il timone, con il consenso di Rocco.  Antonio Ricci, un vero anarchico del potere, un ultrasettantenne che capisce di televisione come pochi altri in Italia, non sappiamo se ha eredi, di sicuro però è riuscito a costruire una redazione-mausoleo - basta farsi un giro a Cologno Monzese - talmente ampia e al passo coi tempi della tecnologia che sul piano dell’audiovisivo può ancora rivoluzionare tanto. Resta l’incognita di Mediaset, e se Striscia La Notizia potrà continuare a esistere al di fuori.  lnfine, la possibile acquisizione di Radio Capital da parte della famiglia Angelucci, ormai player di altissimo profilo nel mondo dell’editoria, potrebbe cambiare le carte in tavolta. Il loro sogno è fare di Giuseppe Cruciani la voce di punta dell’emittente. Difficile che La Zanzara si sposti da una frequenza all’altra, più probabile che la coppia scoppi, e così anche il programma di punta della radio di proprietà di Confindustria.  Roma, Novembre 2023. XII Martedì di Dissipatio. Due grandi vecchi, e una coppia a fine corsa. È iniziata la staffetta generazionale. I figli sono chiamati a onorare i loro padri. Nasceranno nuove filiere, nuove reti, nuove nomenclature con l’obiettivo di alimentarsi e proteggersi perché da soli si va a sbattere.  Avanti i prossimi. 
Leggi tutto

Interviste

a cura di Mario Motta

«La centralità strategica dell’Italia è sempre stata poco sfruttata: siamo un hub portuale e logistico, ma la nostra negligenza e i difficili rapporti con l’Oriente ci hanno impedito di far leva su questo fatto.» Verso l’infinito Mediterraneo con Roberto Domini

Iniziò per gioco: alla Marina serviva un nuovo teatro in cui ambientare le sue esercitazioni — “giochi”, li si chiama appunto in ambiente militare — che trascendesse gli ormai angusti confini  fisici e concettuali del Mare Nostrum. Lungo il corso dei mesi successivi, sulle carte lo specchio d’acqua nazionale arrivò così a bagnare dapprima le sabbie del Nord Africa e del Medio Oriente; poi, aldilà delle dune sahariane, la fascia equatoriale del Continente Nero; infine, il Corno e le vecchie colonie dell’AOI, in corrispondenza delle quali si fuse in un unicum con la metà occidentale dell’Oceano Indiano. Quasi senza che nessuno se ne accorgesse, negli anonimi uffici romani dell’arma navale era nato il Mediterraneo Allargato. Tra i suoi padri c’era Roberto Domini. Entrato in quiescenza nel 2012 col grado di contrammiraglio, nella sua carriera ha ricoperto incarichi di comando in Italia e durante missioni all’estero; dopo un periodo da docente di strategia e storia militare, ha concluso il suo servizio fungendo da addetto alla Difesa per la legazione italiana in Croazia. Oggi dirige il Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima (CeSMar): ed è proprio tramite quest’ultimo che l’Ammiraglio promuove la visione di un Mediterraneo senza limiti, infinito, che rimpiazzi quello allargato in funzione dell’inedito scenario globale in cui il nostro Paese si trova a muoversi. -L’attuale esecutivo sembra deciso a portare il bilancio della difesa in linea con la quota NATO del 2% del PIL: come si inserisce la Marina Militare — destinataria del grosso dei fondi — in questo nuovo budget, e cosa può aspettarsi dall’incremento delle spese militari? Anzitutto, non è vero che alla Marina spetta la maggior parte del bilancio della Difesa, che — a differenza di quanto avviene, per esempio, nel Regno Unito — è suddiviso in maniera non equa tra le varie armi secondo le esigenze del momento: così, ad oggi la Marina dovrebbe disporre di circa il 19% degli stanziamenti totali. È una somma decisamente esigua; questo perché il nostro Paese ed i suoi interessi, sebbene siano del tutto inseriti nel Mediterraneo, manca di una propensione marittima sentita dalla popolazione o dalla classe politica. Eppure, ogni volta che abbiamo investito sul mare ci siamo arricchiti e abbiamo vissuto momenti di grande sviluppo artistico, culturale e democratico, come ben dimostra la storia delle nostre repubbliche marinare. La centralità strategica dell’Italia è sempre stata poco sfruttata: siamo un hub portuale e logistico, ma la nostra negligenza e i difficili rapporti con l’Oriente ci hanno impedito di far leva su questo fatto. I Paesi dell’ex Patto di Varsavia, pur integrati nell’Unione Europea, cercano un loro ruolo nel mondo anche a nostro discapito, e la Turchia, nostra alleata nella NATO, rappresenta oggi un concorrente ed un ostacolo alle nostre capacità. Esiste, in sostanza, un problema di rapporti tra Europa ed Africa ed Europa e Centro Asia; questo governo sta cercando di coltivarli, ma agiamo in ritardo e con forti limiti in termini di finanze e personale, anche per la Marina. Soprattutto, occorre definire con chiarezza i nostri obiettivi strategici, cui la Marina è funzionale specie nel contesto attuale. -La guerra in Ucraina rappresenta al momento il focus dell’interesse di tutti i principali attori politici e militari mondiali. Cosa ha imparato la Marina da oltre un anno e mezzo di conflitto aperto, sul mare e non? L’insegnamento di questa guerra è che le nuove tecnologie, sia per quanto riguarda i droni aerei e marittimi, sia per quel che concerne la dimensione cyber e delle telecomunicazioni, ha messo in luce come l’impiego della Marina debba essere gestito con grande attenzione, proprio a causa dell’abbondanza di questi elementi di disturbo. Sono rimasto molto colpito dal fatto che mezzi navali automatizzati abbiano causato danni notevoli alla flotta Russa; non è il caso del Moskva, ma è un fatto che la serenità delle navi — se mai sono state serene — è in parte venuta meno, anche per via delle dimensioni ristrette del Mar Nero e della sottovalutazione di questo triplice pericolo aereo, di superficie e subacqueo da parte del Cremlino. Ancora, l’importanza della propaganda e delle comunicazioni: la guerra è fatta anche di questo, e l’impiego della propaganda sul proprio schieramento e su quello avversario ha un impatto determinante sull’andamento degli eventi. -Quale pensa sia il modo migliore per riportare l’Italia al centro del Mediterraneo Allargato e preparare il passaggio, nei prossimi decenni, all’Infinito Mediterraneo? Quando concepimmo il Mediterraneo Allargato, il nostro intento era di far comprendere alle massime autorità politiche e militari che quella nozione rappresentava un punto di partenza per l’esplicitazione dei nostri obiettivi strategici. Noi siamo legati a due realtà importanti come l’UE e la NATO, ma ciò non significa che l’Italia non debba avere una sua presenza singolare nel contesto mondiale. Dobbiamo sviluppare strategie indipendenti da quelle delle alleanze, e il Mediterraneo Allargato è il luogo ideale per farlo, anche perché ciò ci consentirebbe di rapportarci con queste istituzioni da una posizione di forza. Inoltre, volevamo passasse il messaggio che l’Italia vive del Mediterraneo: per noi il Mediterraneo è un luogo di vita, non di passaggio come per gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, e dobbiamo essere pronti a combattere per difenderlo. -Sembra in ogni caso che l’Italia stia spostando il baricentro della sua politica estera oltre il Mediterraneo: l’incrociatore Morosini è già stato nel Mar Cinese Meridionale, e presto la portaerei Cavour potrebbe seguirlo. Nei prossimi anni possiamo aspettare una Marina con una maggiore vocazione blue water? La nostra è già una blue water navy, ma questa è una semplificazione. Piuttosto, va sottolineato che la Marina Militare è principalmente finalizzata a funzioni di sea control, cioè al controllo prolungato di una striscia limitata di mare in funzione degli interessi nazionali. Non possiamo permetterci una marina “di supremazia”; dobbiamo concentraci sulla difesa delle nostre linee di comunicazione marittime, e possiamo farlo soltanto con un certo tipo di unità. Quanto poi alle operazioni nel Mar Cinese Meridionale, esse non hanno a che fare solo con questioni di presenza o di diplomazia navale, ma con la preservazione di interessi concreti, seppur distanti dalla madrepatria. Dipendiamo dai Paesi asiatici per i nostri bisogni produttivi, e dobbiamo quindi prestare a quell’area la debita attenzione. Inoltre, c’è una questione politica: gli USA vorrebbero che prendessimo parte al contenimento della Cina, e per quanto questo non rientri direttamente tra i nostri interessi, sostenere le politiche americane può risultare vantaggioso; ricordo ad esempio che all’epoca dei boat people (rifugiati in fuga dal Vietnam postbellico; nel 1979 la Marina Militare inviò in loro soccorso l’Andrea Doria, ndr) fu il Comando in Capo della Squadra Navale a richiedere espressamente di partecipare all’iniziativa statunitense, mettendosi in buona luce con l’alleato e dimostrando così anche la capacità di organizzare un’operazione complessa. La Marina era pronta, ed è d’altronde questa la filosofia delle marine: si cerca sempre di anticipare le esigenze del Paese, perché è questo il solo modo di essere pronti, ancora oggi. Nonostante tutto, quando ci viene ordinato noi partiamo con la massima dedizione, e credo che questo andrebbe premiato. Possiamo andare lontano; siamo presenti fuori area con oltre settanta navi, e questo significa qualcosa. -A proposito di prontezza. In un’intervista diventata virale, il ministro della Difesa francese Lecornu sosteneva che la Francia è tra le poche democrazie disposte a subire perdite umane in difesa di sé stessa e dei propri interessi. L’Italia, il Paese, gli italiani, sono pronti a fare lo stesso se necessario? Credo di poter rispondere di sì. L’esperienza di questi ultimi anni, in particolare la perdita nel teatro afghano di importanti risorse umane in sostegno alle attività statunitensi sul terreno, dimostra che siamo preparati a queste evenienze. Vorrei ribaltare la domanda: la Marina italiana è disposta ad avere uno spirito aggressivo tale per cui possa ottenere risultati contro un potenziale avversario e nel contempo accettare la scomparsa di suo personale? Questo è un problema che andrebbe affrontato in maniera molto seria, ma non può essere la Marina a farlo. È la politica a dover stabilire fino a che punto si possono accettare perdite umane, perché se un’operazione è sbagliata a livello politico il nocumento per il Paese è enorme. Il politico italiano deve dunque conoscere bene le capacità, i mezzi, il sistema militare, e avere il coraggio di impiegarli sapendo qual è l’obiettivo da raggiungere... Se abbiamo un obiettivo, possiamo adattarci a tutto; ma se la politica non ha le idee chiare, tutto diventa più complicato, e il nostro ruolo diviene insoddisfacente. È fondamentale perseguire la sinergia tar mondo militare e mondo politico. I due non possono lavorare separati: ogni volta che questo avviene, i danni sono incalcolabili, come nel caso dell’attacco ateniese a Siracusa durante la Guerra del Peloponneso. Qui sta il dilemma politico dell’impiego delle Forze Armate. Bisogna usarle bene, bisogna mettere in conto che ci potrebbero essere dei morti, ma tutto dipende dalla guida a monte: se la guida è buona le cose funzionano, e bene, se è cattiva non funzionano. Ma in ogni caso, la Marina è pronta.
Leggi tutto

Interviste

82

«La centralità strategica dell’Italia è sempre stata poco sfruttata: siamo un hub portuale e logistico, ma la nostra negligenza e i difficili rapporti con l’Oriente ci hanno impedito di far leva su questo fatto.» Verso l’infinito Mediterraneo con Roberto Domini

Trainata dalla Marina Militare, l’Italia medita di estendere il Mare Nostrum al mondo intero. Ma siamo davvero pronti? Dissipatio lo ha chiesto all’Ammiraglio Roberto Domini.
«La centralità strategica dell’Italia è sempre stata poco sfruttata: siamo un hub portuale e logistico, ma la nostra negligenza e i difficili rapporti con l’Oriente ci hanno impedito di far leva su questo fatto.» Verso l’infinito Mediterraneo con Roberto Domini

«Per me è stato indispensabile collocarmi fuori dall’accademia per sviluppare un pensiero diverso, estraneo alle relazioni internazionali e alla politologia». Il metodo Dario Fabbri

Direttore di Domino e saggista, Dario Fabbri racconta passato, presente e futuro della “sua” geopolitica umana. In vista della VII edizione di Libropolis.
«Per me è stato indispensabile collocarmi fuori dall’accademia per sviluppare un pensiero diverso, estraneo alle relazioni internazionali e alla politologia». Il metodo Dario Fabbri

«Berlusconi è stato lo sciamano che ha messo in moto gli spiriti ancestrali del nostro Paese». L’arcitaliano secondo Pietrangelo Buttafuoco

Il racconto del più italiano fra gli italiani è stato messo nero su bianco in Beato Lui (Longanesi, 2023). Abbiamo raggiunto il suo autore per discutere della maschera che ha dominato la politica italiana dal 1994.
«Berlusconi è stato lo sciamano che ha messo in moto gli spiriti ancestrali del nostro Paese». L’arcitaliano secondo Pietrangelo Buttafuoco

«Più che arte di governare, la politica di oggi sembra un talk show fatto di slogan e omuncoli senz’anima». Essere Piergiorgio Catti De Gasperi

Pronipote di Alcide, ma con la politica dice di non voler avere nulla a che fare. Piergiorgio oggi è più interessato al cambiamento dal basso, quello che non prevede compromessi.
«Più che arte di governare, la politica di oggi sembra un talk show fatto di slogan e omuncoli senz’anima». Essere Piergiorgio Catti De Gasperi

«Il centrodestra sta puntando all’egemonia culturale. Ma un conto è provarci, un altro riuscirci». La versione di Giovanni Diamanti

Lo stratega di Damiano Tommasi e Giacomo Possamai - uniche note positive di un Pd in crisi di leadership - si lascia andare a qualche confidenza discutendo dei recenti successi elettorali, degli influencer in politica, e della rilevanza del pensiero di Gramsci.
«Il centrodestra sta puntando all’egemonia culturale. Ma un conto è provarci, un altro riuscirci». La versione di Giovanni Diamanti

Confessioni

35

Sergio Vento

Dalla privilegiata finestra diplomatica, Sergio Vento ha osservato per oltre quarant'anni un mondo in continua oscillazione fra la stabilità e il caos. Lo abbiamo raggiunto per chiedergli a che punto siamo e quali sfide aspettano le principali potenze del nostro tempo.
Sergio Vento

La rivincita della filosofia

La geopolitica è ormai sulla bocca di tutti. Usata a sproposito o a ragion veduta, adulata od ostacolata, è indubbio che abbia fatto breccia nell'opinione pubblica, nel mondo intellettuale e persino in quello accademico. Alcuni attribuiscono tale successo alla sovraesposizione mediatica, altri al contesto di crisi che richiede risposte, altri ancora alla semplificazione della complessità che rende le spiegazioni fruibili ad un pubblico più ampio. La seconda ha un fondo di verità ma è insufficiente, le altre due fanno acqua da tutte le parti.

Giovanni Boccaccio, il trickster

Quando la peste trascina i fiorentini al grado zero della civiltà, i protagonisti del Decameron riparano in campagna a raccontarsi storie. I personaggi da loro narrati rappresentano un mondo che tenta di decostruire i vecchi riti per crearne di nuovi. Chi vive nell'ipocrisia esce generalmente sconfitto, mentre l'originalità e le pulsioni desideranti vengono premiate con il puro godimento della vita.

L’ombra di Giuliano Amato

Già ottantacinquenne, la nomina alla Commissione algoritmi culmina una carriera vissuta fra il politico e l’intellettuale, ma sempre troppo tecnica per dargli aspirazioni da statista popolare. Sulle sue spalle si è caricato di responsabilità terribili: per questo ambiva ad un riconoscimento, e invece rimarrà per tutta una vita nell’ombra, mentre il suo ricordo si mescola a rancori mai sopiti. È l'uomo "che ha messo le mani nelle tasche degli italiani", uno stigma che lo ha da tempo consegnato alla storia.

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

La madre di tutte le riforme fallite

Sorprendentemente, il grande filosofo della scienza Thomas S. Kuhn spiegava il concetto di paradigma scientifico - ossia una teoria generale che dimostra il funzionamento di un fenomeno naturale - non in termini di strumento di riproduzione (ossia l’esperimento, ripetibile indipendentemente dal luogo e dal tempo), piuttosto - alla stregua di un verdetto giuridico, emanabile nei rispetti di legge ma non identico alla norma di riferimento - come di un “trampolino di lancio” per produrre soluzioni valide ma evolute rispetto al paradigma di partenza. Il paradigma è necessario al principio, per mettere in moto le scoperte scientifiche. Così, nel corso del XVII secolo, Newton stabilì, nei Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, un paradigma generale nel quale provò in astratto, cioè matematicamente, le leggi della dinamica e della gravitazione. Il paradigma però restava generale in quanto Newton non aveva idea di come calcolare il valore di alcune costanti insite nelle sue formule, né di come riprodurre queste congetture per mezzo di esperimenti. Il paradigma era perfetto. Era perfetto in quanto si presentava sotto forma di un rompicapo, certo con molte incognite ma risolvibili: un’intera comunità scientifica poteva così votare le proprie energie verso un’idea che prometteva di ricompensarli con una migliore comprensione del mondo. In altre parole, come scrisse Ludovico Geymonat: «Non è necessario che tutte le proposizioni della teoria risultino aderenti ai fatti; è necessario invece che tutti i fatti del campo di fenomeni studiati risultino inquadrati nella teoria». Pertanto, ecco che un secolo dopo la pubblicazione dei Principia, George Atwood creò uno strumento che dimostrò la seconda legge di Newton (il moto uniformemente accelerato) ed Henry Cavendish fu in grado di misurare la costante di gravitazione universale. «Forse non è del tutto evidente che un paradigma sia requisito preliminare alla scoperta di leggi come queste. Si sente spesso dire che queste vengono trovate esaminando misurazioni compiute per sé stesse, senza richiamarsi ad alcuna teoria. Ma la storia non conferma l’esistenza di un metodo così eccessivamente baconiano. Gli esperimenti di Boyle non potevano essere concepiti (e, se concepiti, avrebbero ricevuto una diversa interpretazione o non ne avrebbero ricevuta alcuna) finché non si riconobbe che l’aria era un fluido elastico cui si potevano applicare tutti i concetti elaborati per l’elettrostatica (n.b. a partire dal “paradigma” elaborato da Blaise Pascal).» T.S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 2009 (1962), p. 49. Difatti si può osservare come le fasi rivoluzionarie della scienza, avviate da grandi uomini che capovolsero il vecchio modo di pensare e di spiegare i fenomeni naturali, stabiliscono “semplicemente” dei problemi da risolvere per il futuro. Gli scienziati successivi assolveranno alla funzione di ordinare e approfondire il postulato di “generalità” proprio del paradigma scientifico. Molti scienziati in effetti sono diventati, ed il loro nome è riportato sui manuali scolastici, non per la novità delle loro scoperte ma per la precisione con cui determinarono costanti fisiche, per l’attendibilità dei risultati degli strumenti di misura che crearono o per la semplificazione di formule matematiche prima troppo astruse. Il loro ruolo rispetto a quello di geni come Newton, Galilei o Einstein, non è stato d’altra parte quello di gregari: da un lato dimostrarono la validità delle previsioni formulate nei paradigmi, dall’altra, di conseguenza, furono in grado - scrive Kuhn - di «dimostrare un accordo sempre più stretto fra la natura e la teoria». La fioritura della scienza moderna non avvenne nel vuoto. Bensì all’interno di un’epoca caratterizzata da mutamenti nella struttura economica e nel tessuto sociale che, in ultima istanza, domandava quelle scoperte per portare a compimento la propria evoluzione. Il Seicento vide il consolidarsi degli enormi Stati nazionali e, in Italia, il raffinamento dei principati cittadini; gli albori di una società urbana e borghese; la nascita di nuovi bisogni e lo sviluppo massiccio di quelli già in essere: allestire eserciti sempre più possenti, dotarli di armi efficaci e distruttive, costruire nuove vie di comunicazione ed edifici per sostenere l’urbanesimo, trafficare merci attraverso i sette mari, arginare le acque e bonificare paludi, lavorare il vetro e tessere più stoffe per confezionare vestiti. Rispondere ad esigenze di tal fatta significa possedere avanzate conoscenze di matematica, fisica, astronomia, geografia, meccanica, ossia nozioni scientifiche in grado di distillare processi operativi e tecnici, oggettivi e riproducibili, in grado, letteralmente, di creare un nuovo modo di vivere. Coerentemente il filosofo Nicola Abbagnano scrisse che «la saldatura fra scienza e società moderna passa dunque, sin dall’inizio, attraverso la tecnica». Difatti furono le nuove esigenze che spinsero le migliori menti dell’epoca ad abbandonare progressivamente la metafisica teologica medievale in favore di uno sforzo verso una conoscenza più attendibile e veritiera dei processi che regolano la realtà. Prestandosi ad un capovolgimento tematico apparentemente trascendentale, non serve dire come il diritto abbia a sua volta affrontato innumerevoli peripezie, mutando spesso volto a seconda dell’epoca o, più cinicamente, di chi aveva il monopolio del suo esercizio. Se al tempo di Newton il diritto era inscindibilmente legato alla persona del sovrano, alla consuetudine religiosa e al possesso della terra; successivamente, dopo la fine di Luigi XVI la funzione del diritto subì un processo di ri-significazione. Il crollo di tale impalcatura implicava una miriade innumerabile di conseguenze: certo fra le più significative si annoverò l’identificazione del diritto, non più come oggetto manovrabile ad uso e consumo di un unico soggetto “unto dal Signore”, ma con lo Stato e con coloro che lo Stato rappresenta. Così un uso più plurale, massificato, di esso, si è mano a mano diffuso nelle democrazie del Novecento. Pertanto, sebbene in modo sbrigativo, si vede come un dispositivo tecnico come il diritto si sia progressivamente saldato alle istanze di eguaglianza richieste dalla società moderna; mutando, in quanto prodotto umano, in rapporto alle esigenze di una società che muta. Lo storico Wolfang Reinhard coglie, scientificamente, il punto quando sostiene che: «Il diritto ha basi sia materiali che ideali, è imposto dai dominatori e al tempo stesso conquistato dai dominati, ed è parimenti costruzione razionale dei legislatori ed emanazione dei sentimenti degli uomini. Esso è finalizzato alla riduzione della complessità. La varietà della vita viene ridotta a casi standardizzati e resa così controllabile, in modo da consentire di capire dove ci si trova e che cosa ci si deve aspettare. […] Il cambiamento sociale richiede tuttavia, a sua volta, cambiamento del diritto. La dirompente dinamica di sviluppo della società attuale non può più basarsi su una norma fissata in base a una presunta natura immutabile dell’uomo, ma dipende da un diritto puramente positivo che, se necessario, può essere modificato anche a breve scadenza.» W. Reinhard, Storia dello stato moderno, Bologna, Il Mulino, 2010, p. 25. Le vicende del diritto e quella della scienza proseguono nel medesimo solco quando si parla di gravi mutamenti storico-politico-economici, ma inevitabilmente tendono a divaricare una volta che la scoperta scientifica viene formalizzata, accettata e dimostrata, come oggettiva, inossidabile allo scorrere dei secoli. Il diritto è per sua natura più duttile, non ammette il determinismo di un’equazione o di un esperimento laboratoriale. Segnatamente al grande tema delle riforme costituzionali, questa proprietà può accentuarsi, trasformando il diritto in un elemento flaccido, quando ad usarlo sono novelli Napoleoni troppo miopi e boriosi per apprendere le lezioni del passato (n.b. ogni riferimento alle proposte di riforma costituzionale proposte dall’esecutivo Meloni o dal tandem Renzi-Boschi è puramente casuale); al contrario il diritto può irrobustirsi, una Riforma costituzionale può farsi tonica quando un legislatore acuto, fa un tuffo nel passato per dare una spiegazione alla bocciatura delle precedenti riforme da parte dei cittadini. Nel corso della storia dell’Italia repubblicana i tentativi di riformare la Costituzione si sono susseguiti come i grani nel rosario. Spesso gli esperimenti volti a una modifica del testo costituzionale sono stati sviliti dall’incapacità degli apprendisti stregoni al governo. Il decisore, prima di proporre la sua riforma, potrebbe agire su due versanti. Da un lato fare una riflessione di filosofia della scienza, riconoscendo che la modificabilità del testo costituzionale non è indotta dall’estro della sua persona quanto piuttosto dalla natura della Costituzione stessa che, in quanto prodotto della tecnica, non è altro che un prodotto tutto umano, positivo, quindi perfettibile o rettificabile sulla base delle esigenze e dei tempi. Dall’altra potrebbe recuperare tutte le riforme costituzionali del passato, passarle al setaccio, ed estrarre ciò che di buono e recuperabile c’era in esse. Contestualizzando gli elementi estratti dei tentativi fatti da chi lo ha preceduto il legislatore potrà - associandoli ad elementi nuovi, che avranno il suo marchio politico - costruire una proposta di modifica alla carta costituzionale forse accettabile per il cittadino.
Leggi tutto