La nuova Relazione dell'intelligence e il report NATO sulla guerra cognitiva riconoscono che la stabilità delle democrazie dipende sempre più dall’ambiente informativo. Piattaforme, polarizzazione e competizione politica hanno generato un’onda che gli attori politici hanno imparato a sfruttare. Quando gli Stati cercano di governarla come un problema di sicurezza, la distinzione tra difesa e controllo diventa incerta.
Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.
Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.
Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.
Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio
Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.
È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.
È la storia segreta di una Repubblica nata come sorvegliata speciale, fra le rovine della dittatura e il tramonto dell’Impero britannico. La cronaca delle influenze inglesi volte a condizionare la politica estera italiana che hanno cercato di dirottare la storia della Resistenza e della Ricostruzione. Dalle trame per portare al governo il "fascismo buono" di Grandi dopo la caduta di Mussolini alla macchina del fango contro De Gasperi e Piccioni negli anni del centrismo fino alle evoluzioni delle campagne degli anni Sessanta e Settanta contro Mattei a Moro. Una vicenda attentamente documentata e approfondita da Giovanni Fasanella e Mario Cerenghino nel loro "La maledizione italiana. La guerra di Churchill contro De Gasperi, le trame per il controllo del Medio Oriente e del Canale di Suez, la lunga storia di una ribellione stroncata" (Fuoriscena, 2025). Per approfondire i nodi di questo testo abbiamo intervistato Giovanni Fasanella, giornalista, saggista, tra i maggiori conoscitori della storia invisibile del nostro Paese.
-Come nasce il suo ultimo libro e perché "La maledizione italiana"?
Questo libro, scritto insieme a Mario José Cereghino, si inserisce in un progetto di ricerca avviato due decenni fa negli archivi di Londra, e non ancora concluso. È l’ultimo di una serie di libri che hanno come filo conduttore la nostra storia unitaria ricostruita dal punto di vista britannico. Il punto di vista del più grande impero coloniale mai esistito, che ha avuto un’influenza diretta sulla politica del nostro paese, ma incredibilmente sottovalutato o addirittura ignorato dalla storiografia italiana.
-Cosa emerge dagli archivi del Soe (Special Operations Executive, ndr) sulla genesi dell'Italia antifascista e della Ricostruzione?
Direi "anche" dagli archivi del Soe. In massima parte, ci terrei a sottolinearlo, sono documenti politico-diplomatici ufficiali liberati dal segreto. Fonti primarie che hanno generato un flusso costante di informazioni. Mi lasci precisare, però, che «riscrivere la storia» non è la nostra missione, perché Cereghino ed io non siamo storici di professione: io sono un giornalista, Mario è un ricercatore. Se proprio si vuole riconoscere una peculiarità del nostro lavoro, diciamo piuttosto che integriamo, portando documentazione inedita e qualificatissima. Ecco, questo sì. Che cosa emerge da quegli archivi? Che c’è stata un’attenzione costante da parte inglese verso la nostra penisola, con l’obiettivo di influenzarne la politica interna ed estera attraverso il controllo delle sue élite.
-Perché De Gasperi, figura chiave della svolta atlantica ed europeista, viene identificato come un ostacolo da Downing Street?
Perché era espressione della classe dirigente antifascista di una nazione che, finita la guerra, voleva riscattare il proprio passato e ambiva ad occupare un ruolo di primo piano sulla scena internazionale. Londra non voleva l’Assemblea costituente e la Repubblica, non voleva che l’Italia ottenesse un seggio all’Onu e facesse parte dell’Alleanza atlantica, non voleva che partecipasse ai progetti di difesa comune europea e mediorientale. E soprattutto non voleva che avesse un proprio ente energetico di Stato in grado di competere con le sette sorelle petrolifere americane e britanniche. Insomma, per Winston Churchill l’Italia poteva respirare, ma non correre.
-Nel testo si mostra la macchina del fango subita da parte della DC. Quali sono le macchine del fango di cui lo statista trentino e i suoi fidatissimi finiscono vittima e che ruolo svolsero nella crisi del centrismo? E come si arrivò alla fine di De Gasperi?
Nel decennio del suo ciclo politico, dal 1944 al 1954, fu oggetto costante dell’attenzione dei servizi britannici. Già nell’ottobre 1944 - la guerra non era finita, ma l’esito era ormai scontato - sfuggì a un attentato. Sessanta chili di tritolo piazzati al Viminale, dove all’epoca si riuniva il Consiglio dei ministri, avrebbero dovuto radere al suolo il governo Bonomi con tutti i suoi ministri, tra cui De Gasperi e Togliatti. Era il secondo Bonomi, incaricato di avviare il percorso verso l’Assemblea costituente. La strage fu sventata per miracolo, solo perché l’esplosivo fu scoperto pochi istanti prima che il governo si riunisse. Poi, negli anni successivi, la macchina della propaganda occulta inglese diffuse veline contenenti notizie false che mettevano in dubbio l’“italianità” di De Gasperi e persino la sua moralità. E infine, le false lettere pubblicate dal Candido di Guareschi, secondo le quali durante la guerra il politico democristiano aveva chiesto agli alleati di bombardare Roma, ancora occupata dai tedeschi, per indurre la popolazione civile a insorgere. Lo scandalo fu enorme. Nel libro ricostruiamo la trattativa segreta del governo italiano con Churchill per scagionare De Gasperi. Alla fine, il presidente del Consiglio ottenne dagli inglesi le dichiarazioni che lo discolpavano, ma in cambio promise che avrebbe abbandonato la vita politica. E così avvenne.
-Che rischi poneva la Roma di De Gasperi e Pacciardi nella sfera di influenza britannica nel Mediterraneo e nel Medio Oriente?
Rischi enormi per gli interessi coloniali inglesi nelle aree petrolifere e lungo il canale di Suez. La decisione di eliminarlo definitivamente dalla scena fu presa da Churchill tra il 1952 e il 1953. In quei due anni esplosero contestualmente le crisi persiana e egiziana. In Iran, il leader laico e nazionalista Mossadeq espropriò le compagnie petrolifere britanniche. Londra decise l’embargo nei confronti di Teheran, ma il governo italiano non aderì e fu accusato di essere un «ladro di beni inglesi». In Egitto, c’era stato il golpe anti-inglese degli ufficiali laici Nagib e Nasser. La monarchia filo-inglese fu rovesciata e fu instaurata la repubblica. De Gasperi non solo fu accusato di aver appoggiato e armato il golpe, ma anche di aver fomentato la guerriglia egiziana lungo le sponde del Canale, ancora controllato dalle truppe britanniche.
-Come Clement Attlee e Winston Churchill provarono a influenzare la politica della neonata Repubblica?
Ci provarono attraverso la propaganda occulta, utilizzando i mezzi di comunicazione di massa per orientare le élite del nostro paese e contrastare le politiche dei nostri governi. Quando quei mezzi di persuasione non funzionarono, ricorsero ad altri strumenti. La macchina del fango contro De Gasperi. Nel caso di Mattei, quando capirono che le campagne di stampa alimentate contro di lui non lo avrebbero fermato, decisero di «passare la pratica all’intelligence»: così si legge nei documenti non più top secret conservato negli archivi di Kew Gardens, Londra. E poi Aldo Moro, l’erede delle politiche di De Gasperi e di Mattei. Oggi sappiamo con certezza documentale che per fermarlo furono pianificate azioni illegali. Nei primi sei mesi del 1976, di concerto con i paesi più influenti della Nato (Usa, Francia e Germania) e con l’avallo dell’Urss, il governo britannico pianificò un colpo di Stato da attuare attraverso quinte colonne italiane. Ma il progetto, ritenuto impraticabile, fu poi accantonato. E si passò al piano B: «Appoggio a una diversa azione sovversiva».
-Quanto la proiezione britannica a favore della Jugoslavia condizionò la questione istro-dalmata per l'Italia?
L’appoggio inglese alle istanze titine fu determinante. Non solo sul piano politico-diplomatico, ma anche sul terreno delle operazioni coperte. Il Soe britannico e l’Ozna jugoslava lavoravano fianco a fianco, insieme ai francesi, per sabotare il “compromesso costituzionale” tra De Gasperi e Togliatti. Puntavano sulla rottura dell’unità politico-territoriale dell’Italia e su una ripartizione del nostro paese in almeno tre aree di influenza: il Nord-Est a Tito, il Nord-Ovest a De Gaulle, il Centro-Sud e le isole agli inglesi. Il piano fallì innanzitutto perché gli americani si opposero. E poi perché ressero le politiche di unità nazionale delle forze cielleniste.
-Nel libro di parla anche di Giulio Andreotti. Che ruolo svolge il divo in questo testo?
Fu l’uomo di fiducia di De Gasperi in tutti i suoi governi. Nel suo archivio personale, al quale abbiamo avuto accesso grazie alla disponibilità dei figli Stefano e Serena, abbiamo trovato documenti di grande importanza sul piano storiografica, perché confermano dal punto di vista italiano quanto è scritto nei documenti di Kew Gardens.
-Nel testo emerge come fin dall'inizio del governo Bonomi (vittima di un controverso attentato fallito) gli opposti estremismi venivano sfruttati per destabilizzare il Paese. Può raccontarci degli elementi esemplari di ciò?
Nel 1944-1947 l’Italia fu il laboratorio in cui vennero creati e sperimentati modelli della strategia della tensione poi esportati in altre parti del mondo e replicati di nuovo in Italia tra il 1969 e il 1978. I Servizi inglesi, francesi jugoslavi e la filiera anglofila dell’Oss americano (poi Cia) usarono il reducismo di Salò e i partigiani comunisti anti-togliattiani per creare una situazione che portasse al «lago di sangue». A una cruenta guerra civile che giustificasse l’occupazione militare permanente del nostro territorio. Ci fu un crescendo impressionante di violenza politica di segno opposto che provocò migliaia di morti. Ma il progetto fallì perché, ancora una volta, resse l’intesa istituzionale tra democristiani e comunisti. Ci fu una coda qualche mese dopo le elezioni politiche del 1948, con il famoso attentato a Togliatti del luglio di quell’anno. Le organizzazioni periferiche del Pci, al cui interno allora erano molto influenti le correnti insurrezionaliste, insorsero in tutto il Centro-Nord del paese ed erano pronte a riprendere la lotta armata. Ma l’appello alla pacificazione lanciato da Togliatti dal letto d’ospedale per fortuna riuscì a calmare gli animi.
-Quali erano le figure che Churchill avrebbe voluto alla guida dell'Italia sia tra 43 e 46 che dopo con il suo ritorno? E che ruolo svolse la corrente di centrosinistra nell'assecondare le ambizioni britanniche?
Per il governo, Churchill e i conservatori puntavano sul riciclaggio del “fascismo buono”: i gerarchi della filiera anglofila sopravvissuti, primo fra tutti Dino Grandi. Mentre la continuità istituzionale doveva essere garantita dalla monarchia. I laburisti invece avevano un rapporto privilegiato con le correnti laico-azioniste della politica italiana. Entrambi, conservatori e laburisti, detestavano i cattolici.
-Che ruolo gioca in questo contesto la vicenda di Enrico Mattei?
Come ho già accennato Mattei fece dell’Italia un interlocutore privilegiato dei paesi che, dopo la seconda guerra, combattevano per liberarsi dal giogo coloniale inglese e francese. Il suo appoggio senza riserve ai movimenti di liberazione nazionale fu certamente uno dei fattori che determinarono la crisi dei grandi imperi coloniali europei dell’Ottocento. Gli inglesi definirono Mattei una «verruca», un’«escrescenza».
-Sta già lavorando a un prossimo libro?
Sì, Cereghino ed io abbiamo già in cantiere altri progetti. Gli archivi di Kew Gardens sono un pozzo senza fondo.
«Per il governo, Churchill e i conservatori puntavano sul riciclaggio del “fascismo buono”: i gerarchi della filiera anglofila sopravvissuti, primo fra tutti Dino Grandi. Mentre la continuità istituzionale doveva essere garantita dalla monarchia. I laburisti invece avevano un rapporto privilegiato con le correnti laico-azioniste della politica italiana. Entrambi, conservatori e laburisti, detestavano i cattolici»
«Il sorteggio non è caos, ma la fine delle lottizzazioni; servono regole chiare per una giustizia più rapida e trasparente. Per battere davvero "il Sistema" bisogna rompere un meccanismo psicologico: la paura di esporsi contro di esso»
«La verità è che i movimenti non organicamente strutturati, privi di una architettura, di reali ideologi e di figure di vertice, eccessivamente appiattiti su una dimensione personalistica, quando la figura attorno cui si sono agglomerati e raccolti entra in crisi finiscono essi stessi per decadere. E mi sembra innegabile poter sostenere che in termini di politica interna la stella di Trump si sia molto appannata, per molti motivi.»
«Jean Baudrillard parlava dell’entropia della struttura del sistema sociale, del collasso, diceva lui, della struttura classica della modernità che i grandi sociologi avevano studiato e messo a fuoco. Baudrillard diceva che essa era andata in crisi perché i confini tra un sottosistema e l’altro si erano indeboliti. Per questo noi oggi fatichiamo a distinguere che cos'è parte di un mondo specifico, per esempio economico, politico o di spettacolo. Tutto è sempre più rimescolato.»
«Il calcolo quantistico apre scenari finora impensabili, consentendo di affrontare problemi che i sistemi tradizionali non riuscirebbero a risolvere in tempi utili. Parallelamente, la comunicazione quantistica introduce nuovi modelli di protezione dei dati, mentre la sensoristica avanzata promette livelli di precisione senza precedenti, con ricadute importanti in ambito industriale, ambientale e difensivo.»
«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.
Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».
Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.
La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran.
Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:
«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».
L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.
Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima.
Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.
La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.
La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.
Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.
Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.
Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.
Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.
I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.