La scuola che tace sul futuro

Sette adolescenti italiani su dieci guardano al domani con preoccupazione. Questo perché la società cambia troppo in fretta e la scuola non tiene il passo. È la diagnosi che Alvin Toffler proponeva nel 1970. Ma i dati raccontano altro: le paure dei ragazzi cambiano ogni anno con le notizie, così la lentezza della scuola ne è anche la forza principale. Il difetto, tuttavia, che Toffler aveva visto, è che non insegna a pensare al futuro.

Il caos come proposta politica

Le manifestazioni del 17 e 18 ottobre a Parigi e Milano, sfociate in violenze, interrogano il rapporto fra conflitto sociale e conservazione del potere. In Francia, una mobilitazione nata attorno alle condizioni dell'istruzione e dei servizi pubblici si è estesa al carovita. A Milano, durante un corteo mosso da simili cause, gruppi di giovanissimi, molti dei quali estranei alle organizzazioni politiche tradizionali, hanno dato luogo a scontri e devastazioni. Si impone pertanto un interrogativo: quanta parte dell'energia, anche distruttiva, che attraversa le società europee è effettivamente capace di tradursi in soggetto politico?

Il Ministero del Futuro

Tra l’VIII e il III secolo avanti Cristo, l’umanità attraversò l’Età Assiale: in pochi secoli nacquero quasi tutte le idee su cui poggia ancora la nostra civiltà. Venticinque secoli dopo, il futuro torna a pesare sul presente con simile forza. Tuttavia mancano le istituzioni capaci di abitare l'incertezza. Per questo lo scorso 10 ottobre, al MAXXI di Roma, abbiamo lanciato l’idea di un Ministero del Futuro.

Mezzogiorno di fuoco

Con le proteste di questi giorni, nell'Italia meridionale è in gioco la tenuta di settori strategici, dai quali dipende la capacità stessa del paese di produrre e approvvigionarsi. Intanto Washington torna a trattare con Mosca per contenere i prezzi, mentre Roma resta prigioniera di una visione manichea del mondo dimidiato tra bene e male. L'Italia fatica a far valere i propri interessi: non basta stabilire la necessità di raggiungere l’autosufficienza energetica. Bisogna anche garantire che il sistema produttivo sopravviva durante il percorso necessario per raggiungere l'obiettivo.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La generazione cosmica è chiamata al "salto quantico"

Il MAXXI di Roma ospiterà il prossimo 10 ottobre 2026, per un’intera giornata, la seconda edizione di Bayram, l’iniziativa che quest’anno assume come titolo e come chiave interpretativa “Il salto quantico”, un’espressione mutuata dalla fisica quantistica per descrivere quella transizione discontinua e irreversibile che sembra oggi attraversare gli equilibri tra guerra e pace, in un momento storico che appare sempre meno come frattura improvvisa e sempre più come una riscrittura progressiva delle regole con cui si era abituati a leggere il mondo. Proprio qui, al Museo MAXXI di Roma, circa un anno fa abbiamo lanciato una piattaforma culturale generazionale chiamata “Bayram”. Dopo una giornata intensa che ha visto la partecipazione di circa 80 ospiti e 2mila partecipanti, abbiamo provato immaginare il futuro interrogandoci su una domanda necessaria, esistenziale, futurologica: “come sarebbe il mondo se le cose andassero diversamente?” Ora non vogliamo fermarci, vogliamo continuare il nostro viaggio interstellare e tracciare un solco narrativo e di riflessione profonda per decodificare il presente e ricodificare il futuro: Sabato 10 ottobre 2026 dalle ore 10 quella stessa “generazione cosmica” che un anno fa si è riunita qui è chiamata a fare “il salto quantico”, sì, perché “Il salto quantico” sarà proprio il titolo di questa seconda edizione di Bayram. Nella fisica quantistica, questo concetto descrive un cambiamento radicale, una transizione discontinua e irreversibile, un passaggio di stato energetico che non segue i parametri e i perimetri tradizionali. Le “regole del gioco” stanno mutando. Tecnologie quantistiche ed intelligenza artificiale stanno rifondando simultaneamente la sicurezza, la diplomazia, la finanza, la politica, l’energia, la guerra e la pace. La profezia è prima di tutto un codice con le sue leggi non scritte.

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Nata come centrale permanente di idee e visioni, Bayram si propone di mettere in relazione discipline che la tradizione accademica ha spesso tenuto separate, dalla fisica alla teologia, dalla poesia alla tecnologia, dalla filosofia all’astrofisica, nella convinzione che solo un confronto aperto tra linguaggi distanti possa restituire una qualche capacità di orientamento in un’epoca dominata dal calcolo delle probabilità piuttosto che dalla certezza delle leggi. Le tecnologie quantistiche e l’intelligenza artificiale occuperanno una parte centrale della riflessione, imponendo una lettura che tenga insieme l’innovazione scientifica e le sue ricadute etiche, la tecnopolitica emergente e le sue implicazioni sul piano internazionale. Il MAXXI, con la propria vocazione a ospitare l’incontro tra arte, architettura e ricerca contemporanea, offre la cornice naturale per una giornata che si annuncia come punto di riferimento nel dibattito culturale italiano sui temi della tecnologia, della geopolitica e del futuro condiviso.

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La fine del patto saudita

Da Roosevelt e Ibn Saud sull’incrociatore Quincy a Trump che nega l’intervento contro gli Houthi: ottant’anni di alleanza strategica si sono trasformati in semplici accordi di natura economica. Le armi arrivano, la protezione no. Bin Salman ha capito il messaggio e ha già firmato un patto di difesa con Turchia e Pakistan. Il Medio Oriente si sta riorganizzando senza aspettare Washington.

L'Artsakh scomparso

Trentacinque anni fa il Nagorno-Karabakh proclamava la propria indipendenza. Nel 2023 un’operazione militare azera ha costretto centomila armeni all’esodo e svuotato la capitale Stepanakert nell’indifferenza generale. Von der Leyen si è congratulata con Aliyev per il processo di pace, senza menzionare come ci si è arrivati. La storia del Caucaso racconta tutto ciò che l’Europa non vuole guardare: i propri interessi energetici, i propri alleati abbandonati, la propria retorica sui diritti svuotata.

L'eterno male italiano

La morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492 fu il segnale di un declino che l'Italia non avrebbe più fermato. Leggendo Michele Ciliberto nel suo ultimo saggio - Il cerchio delle umane cose (Laterza, 2026) e rileggendo Machiavelli e Guicciardini, emerge una costante che attraversa i secoli: il trionfo del particolare sul collettivo, la chiamata dello straniero per regolare i conti interni, l'incapacità di pensarsi grandi. Un male antico che cambia forma ma non natura.

Interviste

a cura di Francesco Subiaco

Sir Richard Barrons: «La cavalleria americana non verrà a salvare l'Europa»

Dall'impero globale alla NATO, dalla fine della Guerra fredda alla competizione sino-americana il Regno Unito sta cercando di ritrovare il suo posto nel nuovo Grande Gioco. Tra nostalgie imperiali e ristrutturazioni sistemiche post Brexit occorre chiedersi: quale è oggi la nuova vocazione di Londra? Ne parliamo con Sir Richard Barrons, già comandante del Joint Forces Command e tra gli autori della Strategic Defence Review britannica del 2025, tra i più autorevoli interpreti della sicurezza del Regno Unito.

— Per gran parte della storia moderna la Gran Bretagna ha combinato influenza sull'Europa continentale e proiezione marittima globale. Quanto rimane di questa tradizione? Esiste ancora una grand strategy britannica?

La strategia britannica deve partire dalla realtà del nostro peso nel mondo. Non siamo più la superpotenza di due secoli fa, ma siamo una potenza di medio rango. La nostra posizione non si comprende più guardando soltanto alla storia delle nostre flotte o al rapporto con il continente. Il Regno Unito deve essere realistico riguardo alle proprie dimensioni, senza rinunciare all'ambizione di esercitare influenza. La nostra sicurezza dipende in misura fondamentale dalla difesa collettiva della Nato, all'interno della quale intendiamo continuare a svolgere un ruolo importante. Ma la Gran Bretagna non è soltanto una nazione europea: dipendiamo dal mondo per il nostro benessere. Importiamo circa il 45 per cento del cibo che consumiamo e il 35 per cento dell'energia; la nostra industria dei servizi finanziari vive di connessioni internazionali. Per noi la libertà dei commerci, la possibilità di importare ciò che ci serve e l'accesso ai mercati non sono questioni secondarie, ma elementi essenziali della sicurezza nazionale. Abbiamo quindi bisogno sia di un'Europa sicura sia di un sistema mondiale di commerci e relazioni che funzioni. È una sfida più difficile di quanto fosse nel passato recente. L'ordine internazionale costruito dopo il 1945, con le sue istituzioni e le sue regole, si sta indebolendo. Torniamo a un mondo multipolare, mentre si accumulano cambiamenti demografici e climatici, proliferazione nucleare e rivoluzione digitale. La Gran Bretagna deve partecipare alla definizione del nuovo equilibrio, sapendo che non può farlo da sola. E non può più contare sulla geografia come un tempo: le capacità informatiche e i missili di precisione a lungo raggio possono raggiungere il nostro territorio senza attraversare la Manica con un esercito.

— Dalla fine dell'Impero alla Guerra fredda, dall'interventismo in Iraq e Afghanistan alla stagione della «Global Britain»: come giudica l'evoluzione della proiezione strategica britannica e le prospettive di Londra nell'attuale disordine?

La svolta da cui partire è il 1989. Con la fine della Guerra fredda buona parte dei governi occidentali immaginarono che la Russia sarebbe diventata un'amica, che la crescita economica avrebbe reso la Cina progressivamente liberale e democratica e che la globalizzazione avrebbe garantito prosperità senza il rischio di una guerra tra grandi potenze. Ci siamo comportati come se la storia delle grandi rivalità strategiche fosse terminata e come se la prosperità economica potesse sostituire la necessità di prepararsi a conflitti maggiori. Era un'idea molto rassicurante. Dopo l'11 settembre abbiamo concentrato le nostre energie su Afghanistan e Iraq: guerre nelle quali potevamo scegliere se intervenire e quanto impegnarci, senza che fosse in gioco, direttamente, la sopravvivenza delle nostre società. Si trattava di un tipo di interventismo assai diverso dal dover difendere il proprio territorio o gli alleati contro una potenza ostile. Nessuna delle due campagne ha raggiunto però un successo strategico. Ne è derivata, soprattutto dal 2010, una profonda riluttanza a intraprendere altre operazioni militari all'estero. Ma il mondo non è rimasto fermo. La Russia è tornata a rappresentare una minaccia quotidiana per l'Europa, e gli Stati Uniti guardano sempre più al proprio emisfero e all'Asia, soprattutto alla Cina. Per decenni gli europei hanno beneficiato della protezione garantita dai contribuenti americani: il contributo degli Stati Uniti alla sicurezza europea dal 1949 equivale, ai valori attuali, a circa 400 miliardi di dollari all'anno. Non possiamo aspettarci che continui nelle stesse forme. Questo cambiamento non riguarda soltanto la personalità di un presidente americano: riflette una diversa distribuzione degli interessi e delle priorità degli Stati Uniti. La cavalleria americana non verrà più a salvare l'Europa. Nel frattempo stiamo vivendo una trasformazione tecnologica della difesa forse più profonda di qualsiasi altra negli ultimi centocinquant'anni che investe dati, intelligenza artificiale, robotica, sistemi autonomi, biotecnologie, tecnologie quantistiche e spaziali modificando il modo in cui si combatte. Difendersi richiederà maggiori investimenti e decisioni politiche difficili.

-Perché?

L'Europa si è abituata a livelli elevati di spesa sociale mentre una parte decisiva del costo della sua difesa ricadeva su Washington. È una condizione che non possiamo più considerare garantita. Dovremo trasferire risorse da cose che apprezziamo, come i generosi sistemi di welfare, alla sicurezza. Non disponiamo infatti di una crescita economica tale da rendere indolore questa scelta. Guardando indietro, il periodo fra il 1989 e il 2014 appare per quello che era: un'anomalia storica, non una nuova normalità.

— Tra il riavvicinamento all'Europa e il sostegno all'Ucraina, quale ruolo può svolgere Londra sul continente e nell'Alleanza atlantica? E come si traduce questo orientamento nelle priorità della Strategic Defence Review del 2025?

La Brexit ha reso la Gran Bretagna più povera: ogni famiglia britannica ne è risultata economicamente indebolita. Comprendo che per alcuni l'uscita dall'Unione europea avesse un valore emotivo e politico, ma il suo costo economico esiste. Oggi si discute di un riavvicinamento all'Europa, e perfino di un eventuale ritorno nell'Unione. È un dibattito destinato a continuare, ma non dobbiamo confondere il desiderio di rapporti più stretti con la possibilità di cancellare facilmente le conseguenze politiche della scelta compiuta. Non sarebbe comunque una strada semplice. Sul piano della difesa, però, la Brexit non ha modificato la nostra appartenenza alla Nato né il nostro seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Gran Bretagna continua a possedere un deterrente nucleare strategico che ha dichiarato a disposizione della Nato. Il nostro contributo all'Alleanza non consiste nel replicare quello di un grande esercito terrestre continentale. Dipende dalla posizione geografica britannica, dalle capacità navali e aeree e dalla funzione che possiamo svolgere come rinforzo degli alleati. La Royal Navy deve proteggere il Nord Atlantico, il deterrente nucleare e le linee di comunicazione marittime tra Stati Uniti ed Europa. La Royal Air Force contribuisce alla difesa dello spazio aereo europeo e alle capacità spaziali, e deve poter colpire obiettivi in Russia se necessario. L'Esercito britannico, invece, è essenzialmente una forza di spedizione: è improbabile che debba combattere sul suolo nazionale. Per questo il contributo più utile alla Nato è fornire un corpo di riserva strategica, capace di intervenire nel luogo in cui il bisogno e il pericolo siano maggiori. La Strategic Defence Review riguarda anche la trasformazione delle nostre forze armate: non basta acquistare qualche nuova tecnologia, bisogna cambiare il modo di organizzarsi e combattere. La trasformazione tecnologica non può essere separata dalle dottrine, dalle persone e dalla capacità industriale di sostenere una guerra. Sistemi senza equipaggio, dati e nuove tecnologie contano soltanto se vengono integrati in un modo diverso di condurre le operazioni. Le lezioni dell'Ucraina e dei conflitti in Medio Oriente mostrano quanto rapidamente stiano evolvendo le operazioni militari. Il primo interesse europeo, oggi, è pertanto aiutare l'Ucraina a uscire dalla guerra come uno Stato sicuro, sovrano e capace di prosperare. Non sarebbe un buon risultato per l'Europa consentire alla Russia di ottenere qualcosa di simile ai suoi obiettivi iniziali, che finora non ha raggiunto. L'Ucraina dimostra anche che la guerra non è un problema astratto, misurabile soltanto attraverso bilanci e percentuali: quando inizia, le società pagano un prezzo umano e materiale devastante. Il compito essenziale della Nato è dissuadere Mosca dall'attaccare i suoi membri. Se la deterrenza fallisce, il prezzo è enorme. I paesi alleati discutono come arrivare al 5 per cento del Pil entro il 2035; all'Ucraina la guerra costa circa il 45 per cento del Pil, oltre alla distruzione, ai morti e ai feriti. Dobbiamo considerare seriamente questa differenza. L'Europa conta circa 500 milioni di abitanti e produce più di 20.000 miliardi di dollari l'anno; la Russia ha circa 135 milioni di abitanti e un'economia di circa 2.700 miliardi, fortemente militarizzata. Al netto del suo arsenale nucleare, è assurdo che una realtà così più grande e ricca si lasci intimidire. La differenza fra risorse disponibili sulla carta e forza effettivamente pronta è fondamentale. Non basta essere più numerosi e più ricchi: bisogna essere capaci di agire, di sostenere lo sforzo e di resistere alle pressioni.

— Australia, Canada, Nuova Zelanda e India appartengono, in modi diversi, alla storia del Commonwealth. Che ruolo possono svolgere questi legami nella competizione sino-americana? E come vede il futuro della rivalità fra Washington e Pechino?

Il rapporto tra Stati Uniti e Cina sarà probabilmente la relazione strategica più importante di questo secolo. La crescita della Cina e il trasferimento di ricchezza e potenza verso l'Asia pongono una sfida agli Stati Uniti e al modo in cui hanno concepito il proprio ruolo nel mondo. Esiste il pericolo della cosiddetta trappola di Tucidide: la rivalità tra una potenza dominante e una emergente può sfociare in guerra. Ma un conflitto fra Washington e Pechino sarebbe catastrofico, forse esistenziale, per le conseguenze delle armi e delle tecnologie disponibili. Una guerra del genere non avrebbe vincitori nel senso tradizionale del termine: metterebbe a rischio la sicurezza e la prosperità di molti altri paesi, ben oltre l'Asia orientale. Per questo occorrono intese, compromessi e regole che consentano di convivere con la competizione. Anche la guerra sta cambiando: alle piattaforme sofisticate e costose si affiancano sistemi autonomi e senza equipaggio, prodotti in quantità maggiori e a costi inferiori. La combinazione di mezzi costosi e sofisticati con piattaforme più economiche e numerose sta modificando il calcolo militare: le forze dovranno imparare ad affrontare sistemi che possono essere impiegati e perduti in grandi quantità. Non si può più pensare la superiorità militare soltanto nei termini delle grandi piattaforme tradizionali. Quanto al Commonwealth, non credo abbia senso immaginarlo come il ritorno di un sistema imperiale. È piuttosto una rete di relazioni, esperienze e interessi comuni, importante anche per lavorare con paesi dell'Africa e dell'Asia e rafforzarne le capacità. Il valore di queste relazioni non è solo simbolico: possono favorire cooperazione, formazione e sviluppo di capacità nei paesi con cui la Gran Bretagna mantiene rapporti storici. Ma ragionerei in termini ancora più ampi: Europa, Australia, Giappone, Corea del Sud e forse Singapore sono realtà che, prese singolarmente, non hanno il peso di una superpotenza. Se riuscissero a cooperare molto più strettamente, potrebbero raggiungere una massa critica capace di esercitare un'influenza paragonabile. Costruire una simile collaborazione sarebbe difficile: basta pensare alla complessità del processo europeo. Tuttavia è una possibilità da considerare seriamente, perché in un mondo dominato dalla competizione fra due giganti le potenze medie devono trovare il modo di contare.

— La relazione speciale tra Londra e Washington è stata spesso descritta come un'alleanza privilegiata, ma profondamente asimmetrica. Quanto rimane oggi di questa special relationship, tra il disimpegno americano dall'Europa e le tensioni sul Canada?

È entrambe le cose: speciale e asimmetrica. La sproporzione economica e militare tra i due paesi è evidente, ma esiste una storia condivisa che continua a produrre legami profondi. Negli Stati Uniti, tuttavia, cresce una comprensibile insofferenza verso l'idea che siano i contribuenti americani a finanziare la sicurezza di un'Europa perfettamente in grado di provvedere alla propria difesa. Gli americani osservano che abbiamo costruito sistemi di welfare molto generosi anche grazie alla loro protezione militare. Ora questo equilibrio sta cambiando. Washington considera prioritari il proprio emisfero e la competizione con la Cina nell'Indo-Pacifico; l'Europa viene dopo. Le tensioni sulla Groenlandia hanno certamente incrinato la fiducia politica, ma sotto questo livello la cooperazione tra intelligence, forze armate, funzionari e industrie rimane sostanzialmente solida come prima. Il rapporto non è finito: sta diventando diverso. Per il Regno Unito il futuro richiederà una maggiore integrazione con l'Europa e il mantenimento di una relazione con gli Stati Uniti più equilibrata e realistica.

— L'immigrazione è diventata una delle grandi fratture politiche europee. Quanto pesa la distanza tra percezione e realtà? E in quale misura Mosca può sfruttare i flussi migratori come strumento di destabilizzazione?

Nel Regno Unito esiste un'enorme distanza tra percezione pubblica e realtà. Molti cittadini sono convinti che sia in corso un'immigrazione incontrollata, mentre i dati degli ultimi due anni mostrano livelli molto limitati di migrazione netta. Paradossalmente, alcune delle comunità più preoccupate sono quelle meno interessate dal fenomeno. Il problema dell'integrazione riguarda spesso popolazioni stabilitesi nel paese già dagli anni Sessanta. Esiste poi una contraddizione economica: il governo vuole limitare l'immigrazione, ma agricoltura, fabbriche e servizi continuano ad avere bisogno di lavoratori stranieri. Sul piano europeo abbiamo chiaramente visto la Russia utilizzare i flussi migratori per destabilizzare gli Stati confinanti. Ma esiste una questione ancora più vasta: la crescita demografica africana, il cambiamento climatico e la mancanza di opportunità produrranno pressioni migratorie enormi. Pensare di governarle soltanto alle frontiere significa intervenire troppo tardi. L'Europa deve investire nella capacità dei paesi africani di offrire prospettive alle proprie popolazioni.

— Cina, Turchia, Arabia Saudita e altre potenze stanno ampliando la propria presenza in Africa. Assistiamo a una nuova corsa al continente? E il vero terreno dello scontro sarà il controllo delle risorse oppure quello delle tecnologie?

La questione decisiva è che la Cina possiede la volontà e le risorse per esercitare in Africa un'influenza molto superiore a quella che l'Europa può permettersi o che gli Stati Uniti scelgono di esercitare. Gli investimenti cinesi si concentrano soprattutto sulle risorse naturali, dall'energia alle materie prime, per garantirne l'approvvigionamento alla propria economia. L'Occidente è stato superato nella competizione e, in parte, ha scelto di esserlo. Ma il rischio più importante riguarda l'intelligenza artificiale. È probabile che molti paesi africani adottino tecnologie cinesi perché meno costose, sufficientemente efficaci, facilmente disponibili e accompagnate da minori vincoli. Potremmo così assistere alla nascita di due ecosistemi digitali: uno, diffuso in Cina, in buona parte dell'Asia e dell'Africa, basato su Internet e intelligenza artificiale cinesi; l'altro, americano ed europeo, fondato prevalentemente su tecnologie occidentali. Questi sistemi funzioneranno diversamente e potranno arrivare a conclusioni differenti. Sarebbe una frattura profonda rispetto al mondo che abbiamo conosciuto, dominato sostanzialmente da un unico Internet di matrice americana. E non credo che sarà possibile impedirla. 

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Interviste

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Sir Richard Barrons: «La cavalleria americana non verrà a salvare l'Europa»

«L'Europa si è abituata a livelli elevati di spesa sociale mentre una parte decisiva del costo della sua difesa ricadeva su Washington. È una condizione che non possiamo più considerare garantita. Dovremo trasferire risorse da cose che apprezziamo, come i generosi sistemi di welfare, alla sicurezza. Non disponiamo infatti di una crescita economica tale da rendere indolore questa scelta. Guardando indietro, il periodo fra il 1989 e il 2014 appare per quello che era: un'anomalia storica, non una nuova normalità.»
Sir Richard Barrons: «La cavalleria americana non verrà a salvare l'Europa»

Yves Thréard: «La Francia è un Paese malato. Macron lascia spazio ai populismi»

«Le manifestazioni di queste settimane sono motivate, almeno in parte, da rivendicazioni che potrebbero anche essere considerate accettabili. Ma diventano inascoltabili quando si accompagnano alla volontà di mettere a ferro e fuoco il Paese e di instaurare il disordine. È quanto abbiamo visto nell'ultimo mese. Si tratta di un movimento alimentato da una minoranza, perché moltissimi liceali non hanno alcuna intenzione di interrompere le lezioni per scendere in piazza. Una minoranza attiva e rumorosa, influenzata dall'ultrasinistra e dalla France Insoumise, che cerca di seminare il caos perché questo è il suo progetto politico»
Yves Thréard: «La Francia è un Paese malato. Macron lascia spazio ai populismi»

Luigi Di Maio: «Con il mandato che mi è stato affidato lavoro ogni giorno per rafforzare i rapporti tra gli Stati membri dell'Unione europea e i Paesi del Golfo. Non si tratta di un processo meccanico, di qualcosa che avviene indipendentemente dalle nostre scelte. È un processo politico e pertanto va costruito giorno dopo giorno»

«Vediamo quanto la crisi attuale, pur avendo il suo epicentro nel Golfo, pesi anche sull'Italia, sia dal punto di vista economico sia da quello degli equilibri geopolitici. Esiste un interesse politico comune da perseguire. Credo che l'Italia abbia svolto un ottimo lavoro, favorito anche dalla sua rinnovata stabilità politica»
Luigi Di Maio: «Con il mandato che mi è stato affidato lavoro ogni giorno per rafforzare i rapporti tra gli Stati membri dell'Unione europea e i Paesi del Golfo. Non si tratta di un processo meccanico, di qualcosa che avviene indipendentemente dalle nostre scelte. È un processo politico e pertanto va costruito giorno dopo giorno»

Giulio Sapelli: «La Germania è il laboratorio del neo-jingoismo. L'Europa? Una burocrazia celeste che ha rinunciato alla storia»

«A mio avviso non si comprende l'AfD se la si considera semplicemente come il ritorno del nazismo. Certamente al suo interno esistono componenti estremiste o deprecabili e la storia tedesca impone una vigilanza particolare. Ma dal punto di vista delle strutture profonde una parte del suo immaginario politico richiama piuttosto la tradizione nazionale prussiana e bismarckiana»
Giulio Sapelli: «La Germania è il laboratorio del neo-jingoismo. L'Europa? Una burocrazia celeste che ha rinunciato alla storia»

David Blair: «L'Europa deve reimparare l'arte della politica di potenza»

«Polonia, Paesi baltici, Paesi nordici e Germania lo hanno già capito. La Germania possiede ormai il maggiore bilancio militare d'Europa e sta espandendo le proprie forze armate a un ritmo notevole, limitata non dalla disponibilità di denaro, ma dalla capacità industriale. Gran Bretagna, Francia e Italia, invece, a mio avviso non hanno ancora pienamente compreso le implicazioni della fase attuale. Continuano a spendere troppo poco e a sperare che la crisi possa in qualche modo passare. Ma devono capire che non passerà»
David Blair: «L'Europa deve reimparare l'arte della politica di potenza»

Confessioni

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Stefano Pontecorvo

«In quasi tutti i Paesi nei quali ho lavorato ho incontrato una domanda d'Italia superiore alla nostra capacità di risposta. Esisterebbe uno spazio enorme per noi: economico, culturale, diplomatico e industriale. Ma non riusciamo a occuparlo. Abbiamo istituzioni deboli, priorità spesso sbagliate e una pubblica amministrazione che non risponde con la velocità necessaria. Le imprese provano a muoversi, ma non possono farlo sempre da sole, soprattutto nei mercati nei quali la presenza dello Stato è determinante»
Stefano Pontecorvo

La storia sono loro

Da Créteil a Saint-Denis, sono le banlieue parigine a dettare la linea della protesta - non con la violenza delle rivolte del 2005, ma con una richiesta laica e universalmente francese. Bally Bagayoko scende in piazza con i suoi liceali e canta la Marsigliese. La France Insoumise ci mette il cappello, il Rassemblement National cavalca l'onda, Macron aspetta. La storia si muove, e il castello di carte della vecchia Europa trema.

Non si scappa dai social media

Il KIDS Act presentato dalla Commissione europea chiude i social ai minori di tredici anni e li tratta come fossero una sostanza tossica, da dosare con cura. Sono invece un luogo, il primo in cui si vive fra milioni di sconosciuti come in una metropoli, ma con il controllo e la memoria di un paese. Lì il riserbo, che per Simmel rendeva libero chi l’abitava, non protegge più, e chi, come le nuove generazioni, ci cresce non ha una città alternativa in cui trasferirsi.

Banlieue, fiamme, sottomissione

Una minaccia diventa evidente quando produce violenza. Più difficile è riconoscerla quando agisce lentamente sulla società. La trasformazione di una comunità è questione strategica: la modifica della composizione, dell’appartenenza e dei riferimenti culturali significa incidere sulla sua coesione e sugli equilibri dello Stato. Il caso francese fa scuola. Le proteste che attraversano la Francia rendono visibile una frattura maturata più in profondità e mostrano al resto d'Europa, Italia compresa, dove può condurre.

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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