La Cina rallenta la Terra

Esiste un momento preciso in cui la materia si ribella al tempo. È quello in cui ventisette trilioni di tonnellate di cemento e acciaio, compattate nella forma di una diga, rallentano impercettibilmente la rotazione terrestre. Sei centesimi di microsecondo: una frazione di eternità che la NASA ha misurato come tributo involontario che l'umanità paga alla hybris cinese. Le Tre Gole sono un'opera di ingegneria idraulica che dichiara guerra alla fisica stessa, e annuncia una visione del futuro ben precisa.

Il Risorgimento è dimenticato

Appunti su una mancata politica storico-culturale: gli ottant'anni della Repubblica sono passati quasi inosservati, la targa inaugurata a Modena ha celebrato chi si oppose all'unificazione, i musei del Risorgimento sono vuoti. Mentre la Francia porta Marc Bloch al Pantheon e l'Iran inaugura statue di Shapur I, l'Italia ha smesso di raccontarsi. Senza un racconto condiviso, non c'è classe dirigente - solo una costellazione di corporazioni tribali che si autotutela.

Le metamorfosi di Francesco de Martini

Nato a Damasco, cresciuto tra le tribù beduine d'Arabia, Francesco de Martini attraversò il Novecento come ufficiale, nomade e stratega, salvando Hailé Selassié durante un colpo di Stato ad Addis Abeba e prevedendo con anni di anticipo la rottura tra Tito e Mosca. Una lunga vita di guerre, fughe e diplomazie segrete che la storia ufficiale ha lasciato ai margini.

Dialog sopra i massimi sistemi

Un errore di configurazione ha esposto i file interni di Dialog, il circolo fondato da Peter Thiel che ogni anno riunisce su invito le figure più influenti di tecnologia, finanza e politica. Tra i nomi emersi: Elon Musk, Jared Kushner, Eric Schmidt. Tra i titoli delle conferenze: "Prepararsi alla terza guerra mondiale"; "Come si costruisce un culto". Il leak ha reso visibile il laboratorio in cui alcune idee diventano realtà prima ancora di essere discusse pubblicamente.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La legge della giungla

Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.

Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.

Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.

È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.

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Interviste

a cura di Francesco Subiaco

Georges Malbrunot: «Non ci sarà guerra totale fra Iran e USA»

La ripresa delle tensioni in Medio Oriente ha mostrato quanto la stabilizzazione della regione continui a essere compromessa da fragilità strutturali e dalle ambizioni di attori locali ed extraregionali. Dalla strumentalizzazione strategica dello stretto di Hormuz al complesso gioco di distensione e deception tra Washington e Teheran, fino alla rinnovata affermazione della Turchia e di Israele nella regione, la costruzione di un'architettura regionale di sicurezza si scontra con numerose difficoltà, le cui ripercussioni riguardano tanto la stabilità del Medio Oriente quanto gli equilibri mondiali.

Per affrontare questi diversi temi abbiamo incontrato Georges Malbrunot, autorevole firma del giornale Le Figaro e uno dei principali specialisti di Medio Oriente. Malbrunot è annoverato tra i giornalisti francesi più lucidi, come dimostrano i suoi saggi e i suoi lavori dedicati all'influenza delle petromonarchie del Golfo. Si può ricordare, in particolare, il suo ultimo volume, MBS Confidentiel, scritto con Christian Chesnot, un'inchiesta sulla strategia adottata dal principe Mohammed bin Salman per trasformare l'Arabia Saudita, ma anche i suoi lavori sul conflitto israelo-palestinese e sulla fine del regime baathista di Saddam Hussein in Iraq.

-Alla luce dei negoziati tra Iran e Stati Uniti e della nuova escalation, quali evoluzioni dobbiamo attenderci in Medio Oriente?

È ancora troppo presto per parlare di un fallimento definitivo dell'accordo del 17 giugno. Le attuali tensioni, accompagnate da attacchi e violazioni del cessate il fuoco, fanno probabilmente parte tanto del gioco americano quanto di quello iraniano. Quell'accordo rappresentava un compromesso minimo, che non risolveva nessuna delle questioni fondamentali, dal nucleare alle sanzioni, dalle reti regionali dell'Iran allo stretto di Hormuz. Stiamo assistendo, in un certo senso, alla prosecuzione dei negoziati con altri mezzi. Ne è prova il fatto che, sebbene entrambe le parti affermino che il cessate il fuoco sia ormai decaduto, continuano a dichiararsi disponibili a negoziare.

Stiamo entrando in una fase di «né guerra né pace», caratterizzata dall'alternanza tra episodi militari, periodi di tensione e momenti di ripresa del dialogo. Per Teheran, lo stretto di Hormuz è diventato uno strumento di pressione ancora più importante del nucleare. Mohsen Rezai, ex comandante dei Guardiani della rivoluzione, ha dichiarato che lo stretto vale più di dieci bombe atomiche. L'Iran non intende rinunciare a esercitare un controllo sulla gestione dei flussi, mentre una simile prospettiva è inaccettabile per Washington. Non credo, tuttavia, che assisteremo a una guerra totale.

-Perché?

Perché nessuna delle due parti ha interesse a una simile evoluzione. Da un lato, Trump si sta avvicinando alle elezioni di metà mandato e non vuole presentarsi agli elettori con un conflitto aperto. D'altra parte, non vedo che cosa potrebbe ottenere in più rispetto a ciò che non è già riuscito a ottenere in precedenza, anche se è evidente che, attualmente, gli attacchi americani contro infrastrutture civili, come ponti e aeroporti, hanno l'obiettivo di paralizzare l'economia iraniana.

Dall'altro lato, anche l'Iran preferisce una tensione controllata, che gli permetta di consolidare la propria presa sul Paese, di riunire una parte della popolazione attorno al regime e di migliorare, attraverso Hormuz, la propria posizione quando i negoziati riprenderanno.

Occorre tuttavia aggiungere due fattori che complicano la situazione: gli ultraconservatori iraniani, che chiedono di non arretrare davanti alle richieste americane, e Israele, che spinge Washington ad adottare una linea più dura. Ritengo comunque che questa fase intermedia di incertezza avvantaggerà più Teheran che Washington.

-Il sistema iraniano sembra trasformarsi sia sul piano strategico sia su quello istituzionale, con un peso crescente dei Guardiani della rivoluzione. Come è cambiato l'Iran e come potrebbe evolvere dopo la morte di Ali Khamenei?

La guerra ha accelerato brutalmente una militarizzazione del potere che era già in corso. Oggi l'Iran è diretto, sul piano operativo, da responsabili militari e membri dei servizi di intelligence, tra i quali figurano ex comandanti dei Guardiani della rivoluzione, come Ahmad Vahidi e Mohsen Rezai. Non si tratta, tuttavia, di una rottura improvvisa. Da molto tempo i Guardiani esercitano un'influenza determinante, poiché controllano circa il 60 per cento dell'economia, intervengono nel dossier nucleare e condizionano la politica estera e di sicurezza del Paese. Questa tendenza si è rafforzata dall'inizio della presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, soprattutto attraverso pseudo-privatizzazioni favorevoli ai pasdaran.

La scomparsa di Ali Khamenei ha indebolito il pilastro religioso, anche se non lo ha eliminato. L'Iran non è una classica dittatura personale, bensì una teocrazia nella quale le decisioni vengono assunte collegialmente. Khamenei era il primus inter pares, la figura che orientava e arbitrava le decisioni all'interno di una struttura di potere complessa e caratterizzata da molteplici centri decisionali. Per questo motivo, contrariamente a quanto speravano alcuni, l'eliminazione del leader non è stata sufficiente a provocare il crollo del sistema. Il potere iraniano è un vasto serbatoio, una vera e propria macchina statale.

Il nuovo equilibrio interno al potere appare più militare, meno strettamente religioso, ma più marcatamente nazionalista rispetto al passato. Sul piano sociale, come ho potuto constatare durante il mio ultimo soggiorno in Iran, sempre più donne a Teheran non indossano più il velo, nonostante la repressione. E questa evoluzione mi sembra irreversibile. Anche i poteri iraniani ne sono consapevoli.

Dopo il ritiro americano dal JCPOA nel 2018, il regime si è convinto che Washington volesse rovesciarlo. Si è quindi chiuso attorno a un nucleo ultraconservatore e securitario, estromettendo progressivamente i riformisti dagli apparati dello Stato. Al loro posto è emersa una nuova generazione, rappresentata soprattutto dai Guardiani della rivoluzione e dai Basij (ndr i membri della "Forza di mobilitazione della resistenza", un'organizzazione paramilitare di volontari in Iran, subordinata al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica).

Questa riconfigurazione potrebbe proseguire attorno a Mojtaba Khamenei. Anche se i vertici del potere iraniano rimangono difficili da decifrare, dopo la guerra potremmo assistere al proseguimento di questa trasformazione del potere.

-Quale futuro immagina per Israele e per gli Accordi di Abramo in questo contesto?

Gli Accordi di Abramo, nella prospettiva di un loro allargamento, sono praticamente nati morti. Non credo che verranno estesi ad altri grandi Paesi arabi, in particolare all'Arabia Saudita. Mohammed bin Salman ripete che Riad normalizzerà le proprie relazioni con Israele soltanto quando sarà stato creato uno Stato palestinese. In Israele, tuttavia, né l'attuale governo né una parte consistente delle forze politiche che potrebbero succedergli sembrano disposti ad accettare questa prospettiva.

La guerra contro l'Iran ha inoltre deluso l'Arabia Saudita, il Qatar e altri partner arabi. Questi Paesi non sarebbero stati adeguatamente informati da Washington e hanno constatato che gli equipaggiamenti militari più avanzati erano stati riservati solo a Israele. In questo contesto, penso che gli Stati Uniti resteranno importanti nella regione, ma non ne saranno più l'unico punto di riferimento.

-Verso quali attori o alleanze potrebbero allora orientarsi i partner regionali?

Si sta delineando un asse sunnita che riunisce Arabia Saudita, Pakistan, Turchia, Egitto e Qatar, contrario tanto a un'egemonia israeliana quanto a un'egemonia iraniana. Nei confronti di Teheran prevale anche una forma di realismo geografico: l'Iran è certamente percepito come una minaccia, ma anche come un vicino permanente con il quale bisogna imparare a convivere. È in questo contesto che l'Arabia Saudita ha avanzato l'ipotesi di un patto di non aggressione tra Riad e Teheran.

A ciò si aggiunge il progetto di organizzare a Riad una conferenza regionale dedicata alla stabilizzazione dell'area. Sarà quindi particolarmente interessante osservare come il Golfo si riconfigurerà attorno a questa nuova postura saudita, pakistana e turca.

Gli Emirati Arabi Uniti in questo contesto appaiono invece isolati in tale gioco e cercano di riaprire alcuni canali con Teheran.

Non credo dunque che vi saranno nuovi allargamenti degli Accordi di Abramo, anche se vediamo chiaramente Trump esercitare pressioni in questo senso sul presidente libanese Joseph Aoun, con l'obiettivo di strappargli una normalizzazione con Israele.

-Perché non ritiene che Beirut possa aderire agli Accordi?

In quanto il Libano non è un attore pienamente autonomo. Non credo che firmerà gli Accordi di Abramo senza il consenso di Mohammed bin Salman, e quest'ultimo certamente non lo concederà nelle attuali circostanze.

-Quale bilancio trae dall'attivismo regionale di Tel Aviv?

I successi tattici ottenuti da Israele dopo il 7 ottobre non si sono trasformati in una vittoria strategica. Hezbollah, Hamas e il regime iraniano sono stati indeboliti, ma non sono stati eliminati. L'attuale politica di sicurezza israeliana, fondata sulla forza e sull'esibizione della propria supremazia militare, non ha fatto altro che isolare ulteriormente Israele nel mondo arabo. Al punto che oggi Tel Aviv conserva relazioni strette soltanto con gli Emirati Arabi Uniti, il Marocco e il Bahrein.

Il problema più serio per Israele è però l'evoluzione dell'opinione pubblica americana. Tra i democratici cresce il sostegno a una limitazione degli aiuti militari, mentre una quota sempre maggiore della società americana guarda in modo critico al governo israeliano. Queste crepe nella relazione con Washington sono molto più gravi per gli israeliani delle critiche europee. Pertanto dopo le prossime elezioni di metà mandato, non è da escludere una riduzione dell'impegno americano rispetto a Tel Aviv.

-La trasformazione dell'Iran e l'indebolimento strategico di Israele potrebbero favorire l'ascesa della Turchia. In che modo Erdoğan sta ridefinendo gli equilibri regionali?

La Turchia ha ristabilito buone relazioni con l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, ha mantenuto rapporti funzionali con l'Iran e continua a rappresentare per Teheran un canale importante, potenzialmente utilizzabile come corridoio commerciale e logistico per aggirare le sanzioni.

Ankara non è più percepita da Mohammed bin Salman come il principale concorrente dell'Arabia Saudita per la leadership sunnita. Allo stesso tempo, ha rafforzato la propria influenza in Siria, in Libano e nel Kurdistan iracheno. Erdoğan intrattiene inoltre un buon rapporto con Trump e può agire, insieme a Mohammed bin Salman, come intermediario della politica americana nella regione.

Parallelamente, Ankara ha irrigidito la propria posizione nei confronti di Israele. A Tel Aviv alcuni strateghi considerano la Turchia il prossimo grande ostacolo regionale dopo l'Iran, circostanza che potrebbe determinare un'intensificazione della competizione, se non dello scontro, tra i due Paesi.

Occorre riconoscere che la Turchia, criticata in Europa per la sua vicinanza ai Fratelli musulmani e per la sua politica in Libia e nel Mediterraneo, ha ottenuto indiscutibili successi diplomatici. È ormai imprescindibile non soltanto in Medio Oriente, ma anche nel conflitto ucraino. A ciò si aggiungono il peso degli investimenti turchi e il dinamismo delle imprese turche nei Paesi arabi. Questi due fattori rendono Ankara un attore più influente e determinante rispetto al passato.

-Come potrebbe evolvere la politica israeliana dopo le elezioni previste per ottobre?

Se Netanyahu dovesse vincere nuovamente, la logica della forza proseguirà e Israele continuerà a isolarsi, anche rispetto agli Stati Uniti. Se dovesse emergere Naftali Bennett, o una personalità con posizioni più o meno analoghe, non vi sarebbe un cambiamento radicale: il rifiuto di uno Stato palestinese e la linea dura contro l'Iran rimarrebbero invariati.

Un'ipotesi più moderata, incarnata da Gadi Eisenkot, potrebbe attenuare la politica di escalation, ma il vecchio «campo della pace» israeliano appare oggi molto indebolito. La società rimane profondamente segnata dal trauma del 7 ottobre e dall'illusione secondo cui la superiorità militare e tecnologica israeliana potrebbe, da sola, garantire una sicurezza permanente.

Prima del 7 ottobre, molti Paesi arabi erano disposti a riconoscere Israele in cambio della creazione di uno Stato palestinese. Finché i dirigenti israeliani non torneranno al principio della «terra in cambio della pace», l'integrazione regionale dello Stato ebraico resterà bloccata.

In questa prospettiva, quanto più si indebolirà la relazione tra Stati Uniti e Israele, tanto meno i Paesi arabi saranno incentivati a normalizzare le proprie relazioni con Israele.

-Qual è la vera strategia di Donald Trump per il Medio Oriente?

Non sono certo che esista una strategia coerente. Trump ha impulsi tattici, a volte utili: può chiedere a Netanyahu di porre fine ai bombardamenti oppure decidere di negoziare direttamente con Hamas. Ma una successione di intuizioni non costituisce una strategia.

La sua idea iniziale era ridurre l'impegno militare americano e sostituirlo con una «pace economica», fondata sugli investimenti e sugli accordi commerciali. Tuttavia, il piano per Gaza è bloccato, il dossier iraniano non ha prodotto alcun risultato e le relazioni con Mohammed bin Salman si sono deteriorate. In questo contesto, il sostegno offerto ad Ahmed al-Sharaa in Siria rimane un atto isolato.

La guerra che Trump ha lanciato contro l'Iran, apparentemente sotto la pressione di Israele, è stata un fallimento totale. L'idea secondo cui l'eliminazione di Khamenei e di alcuni dirigenti dei Guardiani della rivoluzione avrebbe provocato il crollo del regime rivela una profonda incomprensione delle dinamiche iraniane. Washington ha capito a proprie spese che l'Iran non era il Venezuela.

Teheran possiede uno Stato strutturato, apparati potenti, in particolare repressivi, risorse umane e capacità di pianificazione, come la guerra ha dimostrato. Inoltre, l'imposizione di sanzioni per decenni ha prodotto l'effetto opposto rispetto a quello ricercato: l'Iran ha reso autonomi i propri processi produttivi, dai droni al nucleare, fino alle centrali elettriche. La politica americana ha infine determinato un fallimento strategico per Washington: la sua capacità di deterrenza non funziona quasi più. Il caso iraniano dimostra che non esiste una strategia americana, ma soltanto impulsi tattici.

-Con la fine del macronismo e le elezioni presidenziali francesi del 2027, come potrebbe evolvere la politica estera di Parigi, in particolare in Africa e in Medio Oriente?

La posizione francese è già arretrata in entrambe le regioni. In Africa, la Francia subisce il peso dell'eredità della Françafrique (ndr ovvero le relazioni di influenza e controllo, politiche, economiche e militari tra la Francia e le sue ex colonie nell'Africa subsahariana), degli errori di metodo commessi durante le ultime presidenze e del rapporto, spesso mal gestito da Emmanuel Macron, con diversi dirigenti africani. In Medio Oriente, Macron ha investito molte energie, ma ha ottenuto risultati pressoché inesistenti. Il fallimento del tentativo di rifondazione del Libano nel 2020 ne è l'esempio più evidente.

Il declino diplomatico francese è legato alla debolezza economica e alla crisi politica interna: quando un Paese vede compromessa la propria stabilità istituzionale, la sua voce conta inevitabilmente meno sulla scena internazionale. Se la prossima presidente fosse Marine Le Pen, sarebbe probabile un maggiore avvicinamento agli Emirati Arabi Uniti, al Marocco e a Israele. Ma un insieme di preferenze bilaterali non costituisce ancora una politica estera.

Nell'ultimo decennio la società francese si è spostata verso destra, e ciò ha influenzato la cultura diplomatica di numerosi candidati, compresi alcuni che si richiamano al gollismo, ma che hanno abbandonato il suo principio di autonomia strategica. Questo è particolarmente evidente nel loro allineamento al governo di Benjamin Netanyahu.

Rimango dunque pessimista. Qualunque sia il presidente eletto nel 2027, penso che la Francia avrà enormi difficoltà a recuperare rapidamente l'influenza perduta. Senza una ripresa economica e senza le riforme indispensabili al rilancio del Paese, il declino francese in Africa e in Medio Oriente è purtroppo destinato a proseguire.

di Andrea Petolicchio e Francesco Subiaco

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Interviste

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Georges Malbrunot: «Non ci sarà guerra totale fra Iran e USA»

«Nessuna delle due parti ha interesse a una simile evoluzione. Da un lato, Trump si sta avvicinando alle elezioni di metà mandato e non vuole presentarsi agli elettori con un conflitto aperto. D'altra parte, non vedo che cosa potrebbe ottenere in più rispetto a ciò che non è già riuscito a ottenere in precedenza, anche se è evidente che, attualmente, gli attacchi americani contro infrastrutture civili, come ponti e aeroporti, hanno l'obiettivo di paralizzare l'economia iraniana»
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Rick Dufer: «Il Signore degli Anelli è una storia in cui è facilissimo trovare se stessi, in più forme»

«Una parte di ognuno di noi è lo hobbit pigro che vuole solo starsene in pace nella sua Contea e una parte e lo hobbit scagliato in un'avventura di cui non può prevedere il risultato, ma decide di abbracciarla; una parte di noi è Gollum, con le sue dipendenze e la sua brama di ricomporre le proprie personalità e una parte è Boromir, la cui forza viene schiacciata dalla tentazione della scorciatoia»
Rick Dufer: «Il Signore degli Anelli è una storia in cui è facilissimo trovare se stessi, in più forme»

Christian Harbulot: «A parte de Gaulle, chi ha davvero provato a ridurre la dipendenza europea dagli Stati Uniti? Quasi nessuno»

«Negli ultimi anni questa dipendenza, a lungo rimossa, è diventata evidente ed è stata persino rivendicata da Trump come arma di condizionamento. Però occorre essere chiari, questa visione non è solo di Trump. [...] Già Obama guardava soprattutto alla Cina, non all’Europa, e lo stesso vale per Biden e per molti suoi consiglieri. Siamo quindi ad un bivio: vogliamo continuare lungo la linea tracciata dopo il 1945, oppure cambiamo? E, se cambiamo, per costruire quale tipo di autonomia europea? Al momento sento molto rumore, ma pochissime proposte concrete»
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Lord Charles Powell: «La Gran Bretagna ha conservato a lungo un sistema bipartitico, ma ora nelle future elezioni potranno esserci quattro, cinque o sei partiti che competeranno tra loro con percentuali ravvicinate»

«Dopo il disastro della Brexit, che ha causato danni significativi all’economia britannica, c’è il riconoscimento che la rottura con l’Unione Europea è stata troppo costosa e brusca. Esistono molte aree in cui dobbiamo tornare a collaborare. Non credo però che Londra presenterà domanda di rientro nell’Unione. Non sarebbe fattibile né conveniente ad oggi e non sono sicuro che l’UE lo vorrebbe, dopo le agonie della Brexit. Ma si può lavorare a una relazione più stretta, condividendo alcune politiche europee e partecipando in parte ad alcune istituzioni, senza piena adesione. Ciò soprattutto cercando una convergenza sul versante della difesa e della sicurezza»
Lord Charles Powell: «La Gran Bretagna ha conservato a lungo un sistema bipartitico, ma ora nelle future elezioni potranno esserci quattro, cinque o sei partiti che competeranno tra loro con percentuali ravvicinate»

Giorgio Zanchini: «La trasparenza è una promessa della democrazia, ma non può essere assoluta»

«A partire da quella ragazza incontrata a Parigi, ho pensato che fosse un gesto doveroso restituire un po’ di dignità alle 270 vittime, raccontare chi erano. Molti erano giovani nel pieno della loro esistenza, oltre che miei coetanei. Quelle vite spezzate mi sembravano qualcosa di terribile. Era una forma minima di restituzione»
Giorgio Zanchini: «La trasparenza è una promessa della democrazia, ma non può essere assoluta»

L’asse delle frodi

Dietro l’ondata di truffe legate a finti seminari di trading online e alle cosiddette “shitcoin” che sta colpendo migliaia di risparmiatori europei si nasconde un asse transnazionale consolidato. Mente strategica, capitali, software made in Tel Aviv. Base operativa: Nicosia. Un racket da centinaia di milioni di dollari al mese.

Settanta metri al giorno

L’ammonimento americano alla Polonia sull’ipotesi d’un incursione russa - addirittura terrestre via Kaliningrad o Bielorussia - getta un’ulteriore luce sinistra sulla questione allargamento del conflitto armato russo-ucraino. Mosca rallenta sul campo sarmatico-eusino e subisce la precisione dei sabotaggi, conscia tuttavia dell’esaurimento delle difese aeree Patriot ucraine, così come dell’incapacità della Vecchia Europa di affrontare davvero il nodo guerra. L’Italia rimane tra le solite paure e i soliti pronunciamenti pacifisti, volti al solo tornaconto personale di una certa parte politica.

Il paradosso di Écône

I lefebvriani riconoscono il Papa, ma ritengono possibile disobbedirgli quando le sue decisioni contraddicono la Tradizione. Le consacrazioni del 1988 e del 2026 sono tentativi di richiamare la Chiesa alle proprie origini, accettando il rischio dello scisma in nome di uno scopo ritenuto più alto. Écône resta un bastione contraddittorio della Tradizione, il cui obiettivo è ricordare a Roma che un’apertura senza limite può finire per distruggere ciò che vorrebbe preservare.

Confessioni

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Richard Slotkin

«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Richard Slotkin

Il lungo inverno demografico di Russia e Ucraina

Mosca ha oscurato i propri dati demografici dalla primavera del 2025, mentre Kiev scende sotto un figlio per donna e conta tre morti ogni nato vivo. Da entrambe le parti le perdite militari si sommano a un declino che precede la guerra e che quest'ultima ha solo accelerato.

La strada madre

Più che una semplice striscia d'asfalto, la Route 66 è il dispositivo narrativo che ha plasmato l’epica e il sogno americano. Nel suo libro "Route 66. Cent'anni on the road" (Odoya, 2026), il giornalista Claudio Castellacci si fa archeologo del mito, attraversando in punta di piedi un'arteria cancellata dalla modernità ma immortale nell'immaginario collettivo. Tra motel abbandonati e città fantasma nel deserto, il volume si rivela un reportage sospeso tra memoria e realtà. Una riflessione profonda sulle ferite del capitalismo e sulla forza della letteratura nel preservare ciò che il progresso tende a cancellare.

Idropolitica africana

Nel Settembre 2025 l’Etiopia ha inaugurato la “Grande diga del Rinascimento etiope”, il più grande impianto idroelettrico del continente africano. Per Addis Abeba è il simbolo di un riscatto storico, paragonato nei discorsi ufficiali alla vittoria di Adua del 1896. Per l’Egitto è una minaccia esistenziale: 55,5 miliardi di metri cubi d’acqua annui che nessun accordo internazionale tutela ancora. Tra i due Paesi non c’è guerra dichiarata, ma una competizione sempre più feroce che ridisegna il Corno d’Africa.

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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