Mare nostrum che sei nei guai

Ogni corpo vive finché il sangue continua a circolare. Anche l'Italia. Le sue arterie corrono per mare, costeggiano continenti, si stringono in pochi passaggi obbligati: Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez, Gibilterra. Finché restano aperti, il flusso scorre quasi inosservato. Oggi questi snodi mostrano i primi segni di sofferenza, mentre nei punti decisivi del sistema mediterraneo Turchia, Russia, Cina e Marocco consolidano la propria presenza, cercando di influenzare rotte, porti e margini di manovra. Impossibile per noi restare a guardare.

Corpi senza cuori

Il 79% degli italiani dichiara di volersela "spassare in ogni occasione", il 52% cerca emozioni forti, il 44% vuole liberarsi da qualsiasi vincolo. I dati fotografano una società in cui il corpo è diventato piattaforma biopolitica, e il desiderio si consuma come un contenuto digitale. Nel mezzo, il dibattito sull'educazione sentimentale nelle scuole resta ostaggio di battaglie ideologiche, mentre gli adolescenti crescono senza adulti capaci di insegnare loro cosa significhi voler bene a qualcuno.

Prima di chiedersi cosa sia una macchina

L'informatica ha preso in prestito dalla filosofia la parola "ontologia" svuotandola del suo contenuto originale. Per i filosofi quella parola indicava la domanda su cosa significhi esistere. Per gli informatici indica un catalogo di oggetti e relazioni utile a far funzionare i sistemi. Ma un catalogo, per quanto sofisticato, non può cogliere ciò che ha un centro indivisibile - e questa è esattamente la domanda che la parola, nella sua accezione originale, era attrezzata a fare. Oggi quella domanda non si pone più, e nessuno se ne accorge.

La dissoluzione del Regno Unito

Nel cortile di Buckingham Palace l’Union Jack viene ammainata lentamente per l’ultima volta. L’insieme delle croci di San Giorgio, Sant’Andrea e San Patrizio scompare piega dopo piega, chiudendo la storia di uno Stato costruito unendo regni, nazioni, persino isole diverse. È una scena ancora soltanto immaginaria, ma non più inconcepibile. Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno oggi governi guidati da forze nazionaliste e, riuniti a Cardiff, hanno chiesto a Londra di aprire la strada a nuovi processi di autodeterminazione.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La generazione cosmica è chiamata al "salto quantico"

Il MAXXI di Roma ospiterà il prossimo 10 ottobre 2026, per un’intera giornata, la seconda edizione di Bayram, l’iniziativa che quest’anno assume come titolo e come chiave interpretativa “Il salto quantico”, un’espressione mutuata dalla fisica quantistica per descrivere quella transizione discontinua e irreversibile che sembra oggi attraversare gli equilibri tra guerra e pace, in un momento storico che appare sempre meno come frattura improvvisa e sempre più come una riscrittura progressiva delle regole con cui si era abituati a leggere il mondo. Proprio qui, al Museo MAXXI di Roma, circa un anno fa abbiamo lanciato una piattaforma culturale generazionale chiamata “Bayram”. Dopo una giornata intensa che ha visto la partecipazione di circa 80 ospiti e 2mila partecipanti, abbiamo provato immaginare il futuro interrogandoci su una domanda necessaria, esistenziale, futurologica: “come sarebbe il mondo se le cose andassero diversamente?” Ora non vogliamo fermarci, vogliamo continuare il nostro viaggio interstellare e tracciare un solco narrativo e di riflessione profonda per decodificare il presente e ricodificare il futuro: Sabato 10 ottobre 2026 dalle ore 10 quella stessa “generazione cosmica” che un anno fa si è riunita qui è chiamata a fare “il salto quantico”, sì, perché “Il salto quantico” sarà proprio il titolo di questa seconda edizione di Bayram. Nella fisica quantistica, questo concetto descrive un cambiamento radicale, una transizione discontinua e irreversibile, un passaggio di stato energetico che non segue i parametri e i perimetri tradizionali. Le “regole del gioco” stanno mutando. Tecnologie quantistiche ed intelligenza artificiale stanno rifondando simultaneamente la sicurezza, la diplomazia, la finanza, la politica, l’energia, la guerra e la pace. La profezia è prima di tutto un codice con le sue leggi non scritte.

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Nata come centrale permanente di idee e visioni, Bayram si propone di mettere in relazione discipline che la tradizione accademica ha spesso tenuto separate, dalla fisica alla teologia, dalla poesia alla tecnologia, dalla filosofia all’astrofisica, nella convinzione che solo un confronto aperto tra linguaggi distanti possa restituire una qualche capacità di orientamento in un’epoca dominata dal calcolo delle probabilità piuttosto che dalla certezza delle leggi. Le tecnologie quantistiche e l’intelligenza artificiale occuperanno una parte centrale della riflessione, imponendo una lettura che tenga insieme l’innovazione scientifica e le sue ricadute etiche, la tecnopolitica emergente e le sue implicazioni sul piano internazionale. Il MAXXI, con la propria vocazione a ospitare l’incontro tra arte, architettura e ricerca contemporanea, offre la cornice naturale per una giornata che si annuncia come punto di riferimento nel dibattito culturale italiano sui temi della tecnologia, della geopolitica e del futuro condiviso.

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La necessità di uno Zar

Russia Unita ha vinto con quasi il 60% dei voti, come previsto da tutti. Eppure nessuna elezione è mai una pura formalità: la parvenza dell'esercizio democratico serve a legittimare il potere, anche quando il risultato non è in discussione. Quello che il voto non risolve è la crisi ideologica - il calice del Russkiy Mir si svuota, la guerra dura da 1700 giorni senza l'epica della Grande Guerra Patriottica, e i veterani che torneranno dal fronte peseranno sulla storia russa molto più di qualsiasi voto elettorale.

La guerra dell'oro

Nei caveau e nei mercati dei future si combatte una partita che ha poco di finanziario e molto di geopolitico: da un lato gli Stati Uniti, che mantengono il controllo sul prezzo del metallo attraverso contratti a termine e fondi cartacei gestiti da Wall Street e dalla City; dall'altro la Cina, che accumula riserve fisiche, potenzia la Shanghai Gold Exchange e rifiuta la logica della leva finanziaria su cui l'Occidente ha costruito il proprio primato monetario. È la de-dollarizzazione, ovvero il tentativo di sostituire finalmente il dollaro cartaceo, e dunque di insidiare l'egemonia a stelle e strisce.

Musica democratica, musicista proletario

L'industria discografica ha smantellato ogni corpo intermedio: niente più divisione funzionale tra genere di nicchia, circuito club e major, niente più strutture di tutela per l'esecutore. Al loro posto, un sistema neo-feudale in cui la piattaforma estrae valore a costo zero e il territorio occupa il vuoto lasciato dall'azienda. La drill newyorchese ne è il laboratorio più estremo, ma la logica vale per chiunque produca musica senza accesso all'iper-centro del pop globale.

Interviste

a cura di Francesco Subiaco

Giulio Sapelli: «La Germania è il laboratorio del neo-jingoismo. L'Europa? Una burocrazia celeste che ha rinunciato alla storia»

La Germania è tornata al centro della crisi europea. Nelle elezioni regionali del settembre 2026 l'AfD ha conquistato il primo posto in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, mentre la CDU è rimasta per la prima volta fuori da un parlamento regionale; a Berlino Die Linke ha invece conquistato il primato, con l'AfD in forte crescita. Il centro politico tedesco - vero cuore politico dell'UE - appare sempre più compresso fra due contestazioni di segno opposto.
Per Giulio Sapelli, grande economista, accademico e intellettuale, però, dietro la crisi tedesca e quella europea si manifesterebbe piuttosto il ritorno del neo-jingoismo, la ricerca di protezione sociale e nazionale da parte di gruppi che non si sentono più rappresentati dalle vecchie classi dirigenti.

-Professore, partiamo dalla Germania. AfD ha vinto in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Die Linke ha conquistato Berlino e la CDU di Friedrich Merz ha subito una delle peggiori sconfitte della sua storia. Si parla nuovamente di un'onda nera o rossobruna. È una definizione che la convince?

No. Non userei queste formule quantomeno caricaturali. Quello che vediamo è piuttosto il ritorno di un fenomeno che nei miei ultimi studi ho cercato di interpretare attraverso la categoria del neo-jingoismo.

-Ovvero?

Il jingoismo nasce storicamente nel mondo britannico ed esprime un nazionalismo popolare che si sviluppò all'inizio del Novecento, quando la lotta contro gli immigrati da parte delle aristocrazie operaie delle nazioni metropolitane era scatenata e diffusa. Il neojingoismo è quindi una sua riedizione nazionalista e popolare che con altri mezzi e metodi si presenta come la risposta spontanea delle classi lavoratrici quando percepiscono che il proprio livello salariale, la propria sicurezza e la propria posizione sociale vengono messi in discussione.
È un meccanismo che abbiamo già visto molte volte nella storia europea.
Pensiamo alla concorrenza tra lavoratori provenienti da sistemi economico-sociali differenti. Quando un lavoratore arriva da un Paese nel quale salari, diritti e organizzazione sindacale sono molto più deboli, la sua presenza può essere utilizzata per comprimere le condizioni dei lavoratori del Paese di arrivo.
Questo problema è stato sottovalutato da una parte importante del sindacalismo europeo, troppo spesso incapace di elaborare una politica del lavoro adeguata alle trasformazioni prodotte dalla globalizzazione e dall'integrazione comunitaria.
E allora riemerge il neo-jingoismo, come è riemerso negli USA con Trump.


-Quindi lei interpreta anche una parte dell'avanzata dell'AfD come una questione sociale prima ancora che ideologica?

Certamente. John A. Hobson aveva compreso perfettamente il legame tra imperialismo, competizione internazionale e conflitti sociali. Quando si crea un enorme esercito industriale di riserva, l'offerta di lavoro aumenta e possono diminuire di conseguenza salari, diritti e sicurezza.
La risposta non può essere quella di abbandonare l'immigrato nelle mani del mercato.
Bisogna fare esattamente il contrario: formarlo, insegnargli un mestiere, inserirlo in una struttura sociale e professionale in modo da eliminare condizioni paraschiavistiche e una concorrenza asimmetrica al ribasso che penalizza solo i lavoratori.

-Lei parla quasi di una crisi sistemica della Germania.

Sì.
E qui bisogna ricordare anche il piano Morgenthau. Dopo la Seconda guerra mondiale esisteva realmente, negli Stati Uniti, l'idea di impedire che la Germania tornasse a essere una grande potenza industriale, riducendone radicalmente la capacità produttiva.
Quel progetto non venne realizzato perché la Guerra fredda impose un'altra logica: la Germania occidentale doveva diventare un bastione dell'Occidente.
Da allora l'industria è stata il fondamento della rinascita tedesca.
Ora assistiamo a qualcosa di paradossale: una parte importante della classe dirigente europea ha accettato politiche che rischiano di erodere proprio la base industriale sulla quale era stata costruita la potenza tedesca. Una nuova pastoralizzazione autoimposta che ha disgregato il patto sociale tedesco.

-Friedrich Merz non rappresenta quindi, secondo lei, la possibilità di ricostruire quella borghesia industriale?

Mi pare che Merz rappresenti precisamente la crisi di quel mondo.
La grande industria tedesca avrebbe dovuto reagire molto prima. Invece si è lasciata trascinare dentro una trasformazione industriale e regolatoria senza riuscire a difendere adeguatamente la propria autonomia strategica.
Pensiamo all'automobile e al motore termico.
Per me quello che è avvenuto nell'automotive europeo è emblematico. Il motore termico non è soltanto una tecnologia: è uno dei pilastri sui quali è stata costruita la civiltà industriale europea.
Naturalmente la tecnologia cambia e la transizione energetica è inevitabile. Ma una classe dirigente seria dovrebbe sapere governare queste trasformazioni non distruggere un settore prima di avere costruito quello che dovrà sostituirlo.

-È quello che lei definisce l'"auto-da-fé" della borghesia europea?

Esattamente.
La borghesia industriale europea ha partecipato al proprio auto-da-fé.
Manager pagati cifre enormi, imprenditori trasformatisi progressivamente in finanzieri, grandi gruppi che disponevano di mezzi giganteschi non hanno compreso in tempo che stavano perdendo il controllo delle trasformazioni politiche che decidevano il loro futuro.
È uno dei temi che ho affrontato parlando della fine delle borghesie nazionali.
La vecchia borghesia non era semplicemente una classe ricca. Era una classe radicata in un territorio, in un'impresa, in una professione, in una nazione. Aveva un interesse di lungo periodo.
Oggi quella borghesia si è dissolta.
Al suo posto abbiamo da un lato grandi élite finanziarie deterritorializzate e dall'altro ciò che rimane delle piccole borghesie produttive.
È una trasformazione che ho cercato di descrivere anche parlando del passaggio dal capitalismo manageriale al capitalismo proprietario.

-E in questo quadro come interpreta l'AfD?

Bisogna evitare le stigmatizzazioni.
A mio avviso non si comprende l'AfD se la si considera semplicemente come il ritorno del nazismo. Certamente al suo interno esistono componenti estremiste o deprecabili e la storia tedesca impone una vigilanza particolare. Ma dal punto di vista delle strutture profonde una parte del suo immaginario politico richiama piuttosto la tradizione nazionale prussiana e bismarckiana.
Io credo che il movimento di Alice Weidel rappresenti una forza neojingoista che segna il ritorno del prussianesimo come fondamento della nazione, domanda di ordine, di protezione sociale e di sovranità. E non è un caso che i suoi maggiori successi siano proprio nei territori dell'est prussiano, bismarckiano e protestante.

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-Nel suo precedente libro lei utilizzava Étienne Balázs e La burocrazia celeste per descrivere l'Unione Europea. Quella metafora le sembra ancora valida?

Più che mai.
Balázs descriveva la Cina imperiale come un sistema dominato da una classe di mandarini, funzionari-letterati capaci di esercitare un enorme potere amministrativo.
Quella burocrazia possedeva una cultura straordinaria, ma proprio il suo dominio contribuì a impedire l'autonomia della borghesia e a bloccare una parte dello sviluppo cinese.
Io utilizzo questa immagine per l'Europa contemporanea.
Naturalmente la nostra non è una burocrazia confuciana di letterati. È una burocrazia celeste ordoliberale fatta di tecnici, funzionari, regolatori, apparati che producono norme su norme e che finiscono per identificare il governo con la regolazione.
È esattamente il problema che avevo già indicato parlando dell'Unione Europea come evoluzione di un modello neocameralistico e dirigistico.

-Von der Leyen ha parlato recentemente delle pressioni che Russia e Stati Uniti esercitano sull'Europa. Il vero problema europeo viene dall'esterno o dall'interno?

La pressione internazionale esiste, naturalmente.
Ogni impero persegue esclusivamente i propri interessi.
Il problema è pensare che debbano essere gli altri a preoccuparsi degli interessi europei.
Deve farlo l'Europa.
E invece l'Europa ha progressivamente rinunciato a pensarsi come soggetto politico.
Questo è il vero problema.
Puoi avere migliaia di funzionari, edifici, bilanci, regolamenti, tribunali, programmi. Puoi esercitare un potere enorme sulla vita quotidiana dei cittadini.
Ma questo non significa avere una politica mondiale.
L'Unione Europea possiede moltissimo potere regolatorio, ma pochissima potenza politica.
Ed è evidente che queste componenti sono due cose completamente diverse.

-Quindi non vede un futuro per questa Unione Europea?

Per questa forma dell'Unione Europea vedo enormi difficoltà.
Perché è potentissima e impotente nello stesso momento.
Può stabilire come deve essere prodotto un bene, quali requisiti deve avere un'automobile, come devono essere regolati migliaia di aspetti della nostra vita economica.
Ma poi, quando deve decidere la storia, non decide nulla.
Questo è il paradosso della burocrazia celeste.
Il potere amministrativo cresce mentre diminuisce la propria potenza strategica.

-Lei arriverebbe a parlare di una nuova forma di capitalismo?

Sì.
La definirei provocatoriamente una forma di capitalismo burocratico-confuciano.
Non perché l'Europa sia diventata la Cina, naturalmente, ma perché il capitalismo viene progressivamente incorporato dentro enormi strutture amministrative e regolatorie.
La legittimazione non deriva più soltanto dalla proprietà privata o dal mercato, ma dalla capacità di controllare le norme, le procedure, le autorizzazioni, le grandi strutture sovranazionali.
È un capitalismo nel quale il potere situazionale di fatto diventa sempre più importante.

-Mentre l'Europa si avvita nella regolazione, Stati Uniti e Cina si confrontano direttamente. Proprio negli scorsi giorni Donald Trump e Xi Jinping si incontrano a Washington. Come interpreta questa rivalità?

Con grande preoccupazione.
Bisogna mantenere una cooperazione competitiva.
Stati Uniti e Cina devono competere, ma senza trasformare la competizione in uno scontro totale.
Oggi sembra, invece, che una delle due potenze pensi di poter ottenere una collaborazione duopolistica con l'altra. E ciò sarebbe molto pericoloso.
In questo quadro Taiwan rimane naturalmente uno dei punti decisivi e un cedimento statunitense su questo fronte sarebbe un grave errore.
Qualunque trasformazione radicale dello status quo di Taiwan modificherebbe gli equilibri dell'intero Pacifico.
Non bisogna pertanto ripetere errori già compiuti altrove.

-Eppure nel suo ultimo libro lei insiste anche sulla fragilità interna della Cina.

Perché la Cina non è il monolite che molti occidentali immaginano.
Io continuo a dire che bisogna distinguere il Leviatano dal Behemoth.
Il Leviatano è un potere ordinato. Il Behemoth è un potere gigantesco ma attraversato dal caos.
La Cina possiede una struttura statuale formidabile, ma sotto quella superficie esistono contraddizioni e asimmetrie immense: tra città e campagne, coste e interno, ricchi e poveri, apparato comunista e capitalismo proprietario.
In questo contesto il problema agrario rimane fondamentale.
Milioni di contadini e lavoratori migranti interni vivono ancora dentro sistemi di mobilità e cittadinanza molto differenti da quelli europei.
Per questo non credo alla teoria della Cina come macchina perfetta destinata inevitabilmente a dominare il mondo.
Anche la Cina è attraversata dalla storia.

-Torniamo all'Italia. Anche da noi abbiamo assistito a fenomeni che lei ricondurrebbe al neo-jingoismo: prima la Lega, poi Fratelli d'Italia e oggi Roberto Vannacci. Come interpreta quest'ultimo fenomeno?

Vannacci è un fenomeno neo-jingoista quasi allo stato puro.
Anche perché viene dal mondo militare.
Ma non bisogna sovrastimare il fenomeno.
Una parte della sua forza è prodotta dall'amplificazione dei mass media.
Il vero problema che Vannacci mette in luce non è Vannacci.
È la crisi dell'autorità dello Stato.
Ed in questo disordine le mitologie e nostalgie evocate da Futuro Nazionale non possono che inquietare.

-E il governo Meloni? Rappresenta quella borghesia nazionale che lei vede invece scomparire in Germania e Francia?

Non credo che oggi esista più una vera borghesia nazionale nel significato storico del termine.
Ma l'Italia possiede qualcosa di straordinario che spesso dimentichiamo.
Possiede milioni di persone che ogni mattina tirano su la serranda.
Sono gli artigiani, i piccoli imprenditori, le famiglie che possiedono una piccola azienda, i commercianti, le imprese territoriali.
Questa è una delle grandi risorse dell'Italia.
Io credevo, molti anni fa, che la Lega potesse trasformarsi in quello che Giorgio Amendola avrebbe chiamato un «partito dei produttori»: un movimento capace di rappresentare chi produce realmente.
Non è accaduto.
Ma quei produttori esistono ancora.
E tengono in piedi il Paese e forse oggi guardano, al di là di ogni giudizio politico, più a Meloni che ad altri partiti.

-Lei attribuisce invece alla Gran Bretagna una tradizione istituzionale più profonda rispetto a quelle degli altri paesi occidentali. Ma anche Londra oggi attraversa una crisi molto seria specie sotto spinte neojingoiste e separatiste...

Sì.
Ed è per questo che bisogna tornare a Hobbes.
Tutti leggono il Leviatano, ma per capire il nostro tempo bisogna leggere anche il Behemoth, il libro nel quale Hobbes racconta il caos della guerra civile inglese.
Noi stiamo entrando nuovamente nell'epoca del Behemoth.
Un mondo nel quale le istituzioni esistono formalmente, ma sotto di esse si muovono forze centrifughe, conflitti sociali, identitari e territoriali.
Franz Neumann utilizzò non a caso la stessa immagine per descrivere la struttura del nazionalsocialismo.
Il suo Behemoth rimane uno dei libri più importanti per comprendere come un regime apparentemente centralizzato possa essere in realtà attraversato dalla competizione tra molteplici centri di potere.
Questa categoria oggi torna terribilmente attuale. La cifra del nostro ordine internazionale è proprio questa: un grande disordine, la fine di un mondo più che la fine del mondo.

-E come vede questo cambiamento di epoca e quali sono le sue caratteristiche?

Assistiamo alla fine della grande architettura diplomatica costruita dopo Vestfalia e progressivamente trasformata nei secoli successivi.
È finita la grande borghesia nazionale.
È finito il mondo nel quale esistevano classi dirigenti capaci di pensare cinquant'anni avanti.
È in crisi il sistema nato dopo la Seconda guerra mondiale.
Ma questo non significa che venga meno la storia.
Nascerà qualcos'altro.
Non sappiamo ancora quale forma avrà.
Io ogni giorno vedo scomparire pezzi del mondo nel quale sono cresciuto.
Ma continuo ad avere speranza.
Perché sono cattolico.
E credo che, dentro ogni trasformazione storica, per quanto terribile possa essere, la persona umana riesca prima o poi a ricostruire un ordine.
Lo Spirito continua a muovere la storia.
Anche quando noi non siamo più capaci di vederlo.

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Interviste

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Giulio Sapelli: «La Germania è il laboratorio del neo-jingoismo. L'Europa? Una burocrazia celeste che ha rinunciato alla storia»

«A mio avviso non si comprende l'AfD se la si considera semplicemente come il ritorno del nazismo. Certamente al suo interno esistono componenti estremiste o deprecabili e la storia tedesca impone una vigilanza particolare. Ma dal punto di vista delle strutture profonde una parte del suo immaginario politico richiama piuttosto la tradizione nazionale prussiana e bismarckiana»
Giulio Sapelli: «La Germania è il laboratorio del neo-jingoismo. L'Europa? Una burocrazia celeste che ha rinunciato alla storia»

David Blair: «L'Europa deve reimparare l'arte della politica di potenza»

«Polonia, Paesi baltici, Paesi nordici e Germania lo hanno già capito. La Germania possiede ormai il maggiore bilancio militare d'Europa e sta espandendo le proprie forze armate a un ritmo notevole, limitata non dalla disponibilità di denaro, ma dalla capacità industriale. Gran Bretagna, Francia e Italia, invece, a mio avviso non hanno ancora pienamente compreso le implicazioni della fase attuale. Continuano a spendere troppo poco e a sperare che la crisi possa in qualche modo passare. Ma devono capire che non passerà»
David Blair: «L'Europa deve reimparare l'arte della politica di potenza»

Vladimiro Giacché: «Quella tedesca è una crisi economica, sociale, geopolitica e culturale»

«Berlino cerca spazio attraverso un approccio velleitario sempre più protezionistico e unilateralmente atlantista. Continuare su questa linea sarebbe un ulteriore errore non solo per la Germania, ma anche per tutta l'Ue. L'Europa dovrebbe essere un continente commercialmente aperto, capace di intrattenere rapporti con una pluralità di attori. Chiudersi in una logica di blocco è probabilmente la scelta peggiore»
Vladimiro Giacché: «Quella tedesca è una crisi economica, sociale, geopolitica e culturale»

Mario Giro: «L'ordine internazionale è stato scientemente messo da parte e sabotato dagli interessi delle singole potenze»

«L’ONU funziona solo se gli Stati che lo compongono vogliono farlo funzionare. In passato i segretari generali parlavano con tutte le parti in gioco; oggi spesso nessuno di esse vuole incontrarli. La crisi dei trattati di non proliferazione nucleare, il linguaggio militarista applicato alle migrazioni e il ritorno dei nazionalismi con caratteri imperiali sono il segno dell’indebolimento delle regole comuni. Un concerto di fattori che evidenziano lo scivolamento nel particolarismo nazionale contro progetti collettivi di dialogo e cooperazione»
Mario Giro: «L'ordine internazionale è stato scientemente messo da parte e sabotato dagli interessi delle singole potenze»

Georges Malbrunot: «Non ci sarà guerra totale fra Iran e USA»

«Nessuna delle due parti ha interesse a una simile evoluzione. Da un lato, Trump si sta avvicinando alle elezioni di metà mandato e non vuole presentarsi agli elettori con un conflitto aperto. D'altra parte, non vedo che cosa potrebbe ottenere in più rispetto a ciò che non è già riuscito a ottenere in precedenza, anche se è evidente che, attualmente, gli attacchi americani contro infrastrutture civili, come ponti e aeroporti, hanno l'obiettivo di paralizzare l'economia iraniana»
Georges Malbrunot: «Non ci sarà guerra totale fra Iran e USA»

Confessioni

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Jacques Attali

«L’Occidente ha vinto. Il mondo intero ha adottato i valori dell’Occidente. Guardate i cinesi: si vestono come gli occidentali, hanno adottato i costumi e alcune regole occidentali dello Stato di diritto, anche se vivono sotto una dittatura. Comprano prodotti della moda, sono diventati individualisti. L’Occidente ha vinto però come vinse l’Impero romano. Quando l’Impero romano scomparve, nel V secolo, tutti erano ormai romani. I barbari erano diventati cristiani e si vestivano come i romani. L’Impero romano trionfò nella propria scomparsa. Penso che oggi accada qualcosa di simile. L’ideologia induista può prevalere in India, ma non credo abbia una vocazione proselitista e quindi non la vedo come concorrente dell’ideologia occidentale. L’Islam, invece, può esserlo»
Jacques Attali

C'è il sentiero

Da Erasmo a Montaigne, i giganti della cultura occidentale erano prima di tutto maestri della scorciatoia intellettuale. Xavier Nueno lo dimostra in "Un saper leggero" (Einaudi, 2026): la civiltà letteraria non è mai stata accumulo orizzontale di sapienza, ma tecnica della selezione. Il problema nasce quando il riassunto sostituisce il pensiero invece di prepararlo. E l'intelligenza artificiale, in fondo, non è che il definitivo taccuino di luoghi comuni del Rinascimento, elevato a sistema e dotato di parola automatica.

L'ultimo spettacolo di Beppe Grillo

Dal duello a distanza a colpi di video con Giuseppe Conte, reo di avergli scippato il movimento e di averlo istituzionalizzato tradendone i valori, alla pubblicazione sul proprio blog lo scorso 29 luglio di una dura invettiva contro la sua creatura politica, il visionario padre padrone del partito pentastellato è tornato a farsi sentire sulla scena politica del paese, ammiccando alle utopie libertarian dei padroni della Silicon Valley per solleticare l’elettorato antisistema M5S delle origini più refrattario alla "Grosse Koalition" col PD.

Congo, guerra infinita

Tshisekedi lancia un dialogo nazionale per rifondare lo Stato, ma esclude l'M23 che occupa i Kivu e gli uomini di Kabila, condannato a morte in contumacia. L'opposizione ci vede la manovra per un terzo mandato vietato dalla Costituzione e ricorda come finì la Conferenza sovrana di Mobutu. Intanto Kigali muove i ribelli e Washington firma accordi sulle miniere. Il Congo resta il paese più ricco e meno governato del continente.

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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