Iran: novanta secondi a mezzanotte

Pur ponendosi quale egemone regionale, l’Iran non può occultare discrasie e criticità interne che si riflettono su strategie di politica estera che sviano le attenzioni. La teocrazia, sostenuta da un potente apparato paramilitare, non cela i mai trascorsi aneliti imperiali.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

Dentro la Bruxelles Bubble

La spartizione dei cosiddetti “TOP EU jobs” non attende le elezioni europee. La redazione di Dissipatio si è messa in contatto con il network di Bubble Report (www.bubblereport.eu) per individuare tutti i puntini e unirli in un scenario che ora proviamo a mettere nero su bianco. Ecco che nella bolla di Bruxelles e nelle cancellerie che contano, o che contavano, si iniziano a scoprire poco a poco le carte. A questo giro di boa però, nonostante Emmanuel Macron e Olaf Scholz abbiano ancora la pretesa di distribuirle, in realtà non sembrano più loro a tenere il banco e stabilire le regole di ingaggio: i loro rispettivi governi sono debolissimi sia all’interno che all’esterno. Il caos geopolitico che imperversa intorno a un’Europa frammentata e in forte affanno è l’elemento strutturale di questa fragilità. Ma anche la fragilità delle loro rispettive famiglie politiche non scherza, soprattutto quando si fanno i conti in tasca ai “macroniani europei” (leggasi Renew Europe). Questi, infatti, rischiano di perdere moltissimi seggi. Basti pensare che in Spagna sono a zero contro i sette delle ultime elezioni, in Italia rischiano lo stesso ineluttabile destino. E le cose non vanno meglio negli altri Stati membri. A partire dalla Germania dove, nonostante le bandierine pro-austerity di Christian Lindner, rischiano di finire sotto la soglia del cinque per cento. Ed è in questo contesto che il capo dell’Eliseo prova a giocare in attacco. Dopo aver messo al riparo i suoi fedelissimi più giovani (Gabriel Attal e Stéphane Séjourné) all’interno della nuova compagine di governo in Francia, utilizza Draghi per sparigliare le carte. Sa bene che la debolezza del suo di governo e del suo movimento politico in Europa non gli consentirà di far saltare il banco e scegliere come fece nella puntata precedente, quando silurò Manfred Weber e tirò fuori dal cappello Ursula von der Leyen. Ora è diverso, non può permettersi il lusso di piazzare il suo talentuoso Thierry Breton, serve quindi correre ai ripari per limitare il crescente potere Giorgia Meloni e di Donald Tusk (leggasi Stati Uniti) sull’Europa. Quale migliore idea dunque di Mario Draghi come possibile super candidato? L’amico giusto al posto giusto, al momento giusto. Che si avvale del fido professore italiano Francesco Giavazzi, il quale insieme al professore francese Dominique Moisi è di casa a Parigi e all’Eliseo. In estrema sintesi: “un governo di salvezza nazionale” (tecnico-politico de facto) di italiana memoria esportato a livello europeo. Roba da far venir l’orticaria a Olaf Scholz, il quale, buon’anima, deve fare i conti con una Germania in preda al tracollo economico e con uno spezzatino di maggioranza che, da un lato, non vuole sentir parlare di debito europeo (i liberali di Lindner, Mario Draghi non lo vogliono vedere manco in cartolina) e, dall’altro, lotta per avere la Annalena Baerbock al posto di Josep Borrell come Alto Rappresentante dell’Unione Europea con delega alla difesa (vedi i verdi). I tedeschi della CDU che han sempre dato le carte nel PPE non stanno messi meglio. Il progetto di far entrare Giorgia Meloni nei popolari - targato Manfred Weber - per ora sembra in standby. Se continua così, prima o poi, saranno i popolari a bussare alla porta dei conservatori della premier italiana chiedendole di entrare a farne parte. La sconfitta di Macron alle prossime presidenziali in Francia appare ineluttabile. È quindi in questa chiave che va letta la inversione a 360 gradi di Marine Le Pen sul suo posizionamento internazionale. Che fa anche scopa con la recente pace tra lei e la nipotina (una neo-conservatrice atipica che sulle orme della Meloni in Italia illumina la strada dei conservatori in Francia). E che presto o tardi la potrebbe portare a rompere con i tedeschi di AfD lasciandoli soli in nel gruppo Identità e Democrazia per migrare insieme alla nipotina nell’ECR. Nel frattempo due pezzi da novanta del socialismo europeo come Costa e Sanchez potrebbero ambire al posto di Charles Michel alla presidenza del Consiglio. In mezzo a questo guazzabuglio, la vispa Teresa della politica europea è “Ursulona”, la quale dopo aver accettato lo spitzenkandidaten è diventata l’obiettivo di un tiro al piccione interminabile, con i tedeschi del suo partito divisi più che mai. Tra chi sogna di vendicarsi e prendere il suo posto (leggi Weber) e chi vuole mandarla a casa per avere la scusa in Germania di cacciare Scholz dal Governo, accusandolo di non contare più nulla in Ue. In tutto ciò, Roberta Metsola spera di non perdere la poltrona di Presidente del Parlamento Europeo perché altri due anni e mezzo combacerebbero con le elezioni politiche a Malta consentendole di rientrare in casa da Premier, scalzando finalmente i socialisti dal governo e riuscendo laddove non sono riusciti né gli scandali di corruzione né le giornaliste saltate in aria. Il PPE rappresenterà, seppur con le ossa rotte, ancora il primo partito per numero di seggi in Parlamento. È quindi chiaro che una delle sue personalità avrà più chance di essere eletta a capo della Commissione. Sempre che la politica non decida di abdicare ai tecnici come ha già fatto altrove in giro per il Vecchio Continente, relegando un Parlamento Europeo senza diritto d’iniziativa legislativa a un ruolo ancor più secondario. E qui la carrellata di nomi per la Presidenza si spreca: il croato Plenkovic, l romeno Iohannis, il greco Mitsotakis, la maltese Metsola, il tedesco Weber, e via discorrendo. L’attuale presidente croato Plenkovic piace ai tedeschi e funzionerebbe in un’ottica di allargamento ai Balcani, ma dovrebbe lasciare il suo Governo. Stesso discorso vale per il premier Kyriakos Mitsotakis. Klaus Iohannis invece vorrebbe il posto, ma ha creato mal di pancia tentando di rubare la scena di Mark Rutte alla Nato. In questo incredibile caos, gli americani al tempo di Biden (poi con Trump potrebbe essere tutta un’altra storia) diranno la loro insieme tramite la Meloni e Tusk (anche se il loro obiettivo, quello di indebolire la Germania tramite la guerra in Ucraina è stato già parzialmente raggiunto). E alla fine la sorpresa potrebbe arrivare proprio dall’Italia. Oltre a Mario Draghi, potrebbe essere proprio Antonio Tajani, forte della sua esperienza e rete di potere su a Bruxelles, e del rapporto di fiducia reciproca con Giorgia Meloni. In compenso dovrebbe lasciare la Farnesina, e gestire la segreteria del Partito in “esilio”.
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Interviste

a cura di Francesco Subiaco

«Un’opinione pubblica meno attenta ai fatterelli e più ai grandi problemi: solo così il Paese potrà risollevarsi». Miseria e nobiltà d’Italia secondo Sabino Cassese

L'Italia è un Paese prismatico ricco di forti contraddizioni e ambiguità. Un Paese formato da un intreccio di paesi, in cui anche il Potere tende a disgregarsi in poteri poliarchici e diffusi. In cui convivono una aspirazione al cesarismo ed una vocazione ai particolarismi, una tradizione statalista e un uno stato "introvabile". Composto da una pluralità di centri di potere con obiettivi, proiezioni strategiche e tattiche completamente diverse, se non divergenti. Una tendenza alla divisività e alla porosità che si associa però ad una grande ricchezza e diversità culturale, economica e sociale straordinaria delineando il quadro di una nazione dotata di tante miserie, ma anche di altrettante nobiltà. Un tema che è il centro dell'ultimo saggio del professor Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, saggista, editorialista e professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa: "Miseria e nobiltà d'Italia: Dialoghi sullo stato della nazione" (Solferino, 2024). Una raccolta di "operette morali" sullo stato della Nazione, sui suoi meccanismi, sulle sue reali condizioni. Cassese, tramite dialoghi che confrontano le due anime dello stesso autore (e della società italiana), realizza uno studio e un confronto a tutto campo sui veri nodi del Paese: su leggi e deroghe, burocrazia buona e cattiva, passato e futuro della Repubblica, pro e contro dell’Unione Europea, riforme presidenziali e ruolo del capo dello Stato. Dei colloqui dal sapore volterriano che sulla scia della tradizione dialogica di Diderot e Leopardi associa coppie di opposti (un riformista e un illuminista, uno statalista e un globalista, un militarista e un pacifista, un aristocratico e un plebeo) non solo per mostrarne le differenze ma soprattutto per cercare di affrontarle, capirle, rivelarle. Ne emerge un saggio fatto di tante operette morali che in maniera sobria, plastica e sopra le parti cerca di fare sintesi, in un panorama politico già troppo diviso, sui veri problemi del Paese, con un ottimismo concreto pieno di responsabilità. Per affrontare questi temi abbiamo intervistato il Professor Cassese.  -Perché "Miseria e nobiltà d’Italia"? Cosa l'ha spinta a scrivere questa raccolta di dialoghi sui veri nodi del nostro Paese? Due motivi. Primo: fare il punto sulla situazione dell'Italia, perché vi sono indicatori di declino da circa vent'anni, un declino molto chiaro in termini comparativi, sia nell’economia che nella demografia. Secondo: valutare anche le contraddizioni del nostro Paese, che è un Paese prismatico, nel senso che ha molte facce, aree di eccellenza e aree di sottosviluppo. -Sulla scia di Diderot ha tracciato una sorta di enciclopedia dialogica dell'Italia e dei suoi vizi e delle sue virtù. Come le appare lo stato della nazione di fronte alle sfide della contemporaneità? Se vuole una valutazione sintetica, direi che tra gli aspetti negativi e gli aspetti positivi prevalgono quelli positivi, per cui continuo ad essere ottimista. Faccio qualche esempio: abbiamo una struttura sanitaria che da vent'anni è in crisi, ma le aspettative di vita degli italiani sono tra le più alte in Europa. Abbiamo un debito pubblico altissimo, ma la ricchezza privata è di dimensioni quasi quattro volte superiore al debito pubblico. Continuiamo ad avere un forte divario tra Nord e Sud, ma questo è compensato sia dalla forte meridionalizzazione delle strutture pubbliche, sia dalle migrazioni: due milioni di persone negli ultimi vent'anni si sono spostate dal Sud al Nord. -Nel dialogo tra un italiano e un anti-italiano ha tracciato alcuni lineamenti sulla condizione dello Stato e della macchina pubblica. Perché esso è "introvabile" e "onnipresente"? È onnipresente perché, come in tutte le democrazie mature, moltissimi interessi collettivi sono stati canonizzati come interessi pubblici e presidiati da uffici pubblici. È introvabile perché non abbiamo imparato a gestire la complessità e quindi, ad ogni piccolo intoppo, la macchina amministrativa si ferma. -Quanto ritiene significativo il ruolo e il valore di una cultura realmente garantista per affrontare i veri tarli del potere giudiziario? Più che significativo, essenziale, perché lo stesso potere giudiziario consiste in un sistema di garanzie e quindi la cultura garantista ne fa parte. -Viviamo in una fase di numerosi allarmi sullo stato della nostra democrazia. Quali sono le vere forze e debolezze della nostra democrazia? Un punto di forza è costituito dalla diffusione della democrazia a livello territoriale, negli ottomila comuni e nelle venti regioni. Un altro punto di forza è il pluralismo della nostra società. Il principale punto di debolezza è costituito dalla scarsa affluenza alle urne, che è andata diminuendo in particolare negli ultimi anni, e che si accompagna alla mobilità dell'elettorato. Ed ora anche la concentrazione della funzione legislativa nel governo, che così svolge una funzione sia esecutiva che legislativa. -Come valuta oggi il ruolo e lo stato delle élite italiane, soprattutto burocratiche, rispetto a quelle francesi? Abbiamo, in Italia, alcune eccellenti strutture amministrative, alcuni bravi amministratori, ma non abbiamo un sistema amministrativo funzionante come quello francese. La responsabilità di tutto questo sta nel sistema delle spoglie, nel patronato politico, nell'abbandono del criterio del merito e del concorso. -Si parla molto di premierato o di una opzione presidenziale. Lei cosa ne pensa della possibilità di una riforma istituzionale in questo senso? Penso che bisogna concentrarsi sulla sostanza, non sulla forma. Quindi, cercare di assicurare la stabilità del vertice dell'esecutivo, cioè del governo, e la sua coerenza di azione politica, che può essere garantita dalla preminenza del presidente del Consiglio dei Ministri. Se vengono assicurate queste due finalità sarà una buona riforma. -Che prospettiva vede per il nostro Paese? Non appartengo alla categoria dei piagnoni, anche se mi rendo conto che siamo in una fase negativa del ciclo. Penso che l’Italia abbia le risorse per potersi risollevare. Per far questo, bisognerebbe avere chiari gli obiettivi. Minore attenzione da parte dell'opinione pubblica a fatti e fatterelli e maggiore concentrazione sulle grandi tendenze e sui grandi problemi, come quelli della sanità e quelli della scuola. Individuazione chiara degli obiettivi e loro stabilità nel tempo, per evitare di cambiare strada ogni anno. Maggiore produttività del Paese. Una cultura e un'opinione pubblica più attente al buon funzionamento della società e delle istituzioni. di Valerio Molinaro e Francesco Subiaco
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Interviste

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«Un’opinione pubblica meno attenta ai fatterelli e più ai grandi problemi: solo così il Paese potrà risollevarsi». Miseria e nobiltà d’Italia secondo Sabino Cassese

La visione di Sabino Cassese non si presta a slogan come quelli che il cittadino medio è ormai abituato a sentire quotidianamente. L'ottimismo lascia veloce il posto alle preoccupazione, a loro volta acquietata da nuova positività. Una costante rincorsa fra bene e male che è ciò che in ultima istanza caratterizza davvero l'Italia. Abbiamo raggiunto Cassese per chiedergli del suo ultimo libro - Miseria e nobiltà d'Italia: Dialoghi sullo stato della nazione" (Solferino, 2024) - oltre a una opinione personale sul premierato, riforma che sta molto a cuore all'attuale esecutivo
«Un’opinione pubblica meno attenta ai fatterelli e più ai grandi problemi: solo così il Paese potrà risollevarsi». Miseria e nobiltà d’Italia secondo Sabino Cassese

«Sciascia e gli altri intellettuali non capirono molto di questo partito. Il nodo è che esso stava sulla linea di faglia tra due campi di forze: l’evoluzione e l’immobilismo». Ascesa e caduta della DC secondo Guido Formigoni

Dopo Paolo Pombeni abbiamo raggiunto anche Guido Formigoni - coautore di "Storia della Democrazia cristiana. 1943-1993"(Il Mulino) - per capire il suo punto di vista sul partito più influente dell'Italia Repubblicana, nel tentativo di storicizzarlo, a distanza di oltre trent'anni dalla sua caduta.
«Sciascia e gli altri intellettuali non capirono molto di questo partito. Il nodo è che esso stava sulla linea di faglia tra due campi di forze: l’evoluzione e l’immobilismo». Ascesa e caduta della DC secondo Guido Formigoni

«Stiamo andando verso la fine di un mondo. Ma non verso la fine del mondo. Ce ne sarà un altro. E da cattolico credo che in ogni contesto l’umano riuscirà sempre a trionfare». Il nuovo disordine mondiale secondo Giulio Sapelli

Abbiamo raggiunto il Professor Giulio Sapelli in occasione dell'uscita del suo ultimo libro “Verso la fine del Mondo. Lo sgretolarsi delle relazioni internazionali” (Guerini e Associati, 2024) per parlare di guerre, diplomazie e anarchia internazionale. Ne emerge un ritratto che, sebbene poco confortante, può fungere da buon punto di partenza per analizzare la direzione che ormai da tempo, nostro malgrado, abbia intrapreso.
«Stiamo andando verso la fine di un mondo. Ma non verso la fine del mondo. Ce ne sarà un altro. E da cattolico credo che in ogni contesto l’umano riuscirà sempre a trionfare». Il nuovo disordine mondiale secondo Giulio Sapelli

«Enrico Mattei fu un gran tessitore e non si faceva scrupolo di manipolare la DC per far funzionare ENI». Paolo Pombeni e i segreti della Prima Repubblica

Abbiamo raggiunto il direttore della rivista "Il Mulino" per scambiare due chiacchiere in merito al suo ultimo libro "Storia della Democrazia cristiana. 1943-1993"(Il Mulino), scritto assieme a Guido Formigoni e Giorgio Vecchio.
«Enrico Mattei fu un gran tessitore e non si faceva scrupolo di manipolare la DC per far funzionare ENI». Paolo Pombeni e i segreti della Prima Repubblica

«Se viene a mancare la lunga esperienza di un buon capo di gabinetto il ministero ne risente, tanto più se anche il ministro è al suo esordio nella carica». Governare dietro le quinte secondo Guido Melis

Per capire il ruolo dei capi di gabinetto in Italia abbiamo intervistato il Professor Guido Melis, studioso e saggista, tra i maggiori esperti di Storia delle istituzioni politiche e Storia dell’amministrazione, che alla storia e alle storie dei gabinetti ministeriali e dei suoi protagonisti ha dedicato "Governare dietro le quinte. Storia e pratica dei gabinetti ministeriali in Italia 1861-2023"(Il Mulino, curato insieme a Alessandro Natalini) e "Il potere opaco. I gabinetti ministeriali nella storia d'Italia" (Il Mulino, curato insieme a Giovanna Tosatti).
«Se viene a mancare la lunga esperienza di un buon capo di gabinetto il ministero ne risente, tanto più se anche il ministro è al suo esordio nella carica». Governare dietro le quinte secondo Guido Melis

Confessioni

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Vittorio Feltri, l’imperdonabile

"Il mio faro è stato Montanelli, perché aveva una capacità di coinvolgere il lettore che più nessuno ha avuto, neanche io. Da Biagi, invece, ho imparato a fare i contratti. Era il più bravo di tutti a guadagnare soldi. E poi, in fondo i soldi servono. Oggi è più difficile per un giornalista, perché i giornali non vendono più un cazzo. Le case editrici incassano poco e automaticamente pagano poco. C’è poco da fare, questa è la nostra storiaccia."
Vittorio Feltri, l’imperdonabile

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Terza via all’italiana

Oggi la politica si fa sui social. Deputati e quadri di partito intervengono più volte al giorno, lanciando in rete commenti spesso acefali e sragionevoli, senza preoccuparsene più di tanto in quanto l’obiettivo è far rumore, alimentando la battaglia di risposte fra ammiratori e detrattori. Questo modus operandi, che oscilla tra lo spregiudicato e il patetico, è il prodotto di due fenomeni legati alla natura delle piattaforme social, rispetto ai quali è quasi impossibile restare imparziali. Il primo deriva dalla quantità potenzialmente infinita di immagini, tweet e video dalle quali l’utente è inondato ad ogni suo accesso. Tale bulimia indebolisce la memoria storica, piegandola sul brevissimo termine: un grave commento espresso da una personalità politica spesso suscita scandalo per un solo giorno, viene bollato come gaffe e successivamente dimenticato dalla maggior parte dell’opinione pubblica. La seconda problematica è forse madre della prima. La facilità di comunicare con gli altri utenti, a portata di clic, dà sfogo ad una delle pulsioni più ancestrali dell’uomo, l’istinto. Spesso le opinioni o i commenti che vengono pubblicati rispetto a un fatto di cronaca non sono il frutto di un processo riflessivo ma piuttosto di un’azione impulsiva, a caldo. Tutto ciò è estremamente regressivo. Se dalla distopia che viviamo di fronte al nostro telefono, che è in effetti la realtà, indossassimo gli stivali delle sette leghe per compiere un salto nello spazio-tempo, potremmo ritrovarci in una notte di ottant’anni fa, in compagnia di due figure inseguite per le langhe piemontesi da un manipolo di soldati dalla Repubblica di Salò. La prima di queste figure, Vittorio Foa - già prigioniero politico e futuro dirigente sindacale -, ricorda di aver vagato per alcuni giorni in compagnia di un giovane partigiano giellista fuggito dal confino, e chiamato Nada. Quest’ultimo aveva necessità di nascondere, almeno fino alla fine della guerra civile, un pacco che portava nella tasca della giubba. Il pacco in questione trovò dimora, quella stessa notte, sotto i mattoni in cotto di un casolare disperso fra le colline. Nelle turbolenze di quei giorni, con lo stato deflagrato lungo le sue disgrazie politiche e militari, l’oggetto racchiuso nella carta da zucchero, poteva essere indispensabile a ricostruire, almeno simbolicamente, un ordine civile nella Penisola. Il pacco conteneva la prima edizione dell’Esprit des Lois di Montesquieu; il partigiano che voleva conservarla era Franco Venturi, colui che divenne un insigne storico dell’illuminismo. Considerando il totale abbandono della cultura da parte di qualsiasi esponente politico, indipendentemente dalla fazione cui essi appartengono, la figura di Venturi si fa necessaria. Il messaggio che l’intellettuale lasciò di quegli anni traspare dai suoi articoli dell’esilio: l’esercizio allo studio ed il sapere non possono mai essere disgiunti dalla militanza politica. Nella giovinezza di Venturi, infatti, è imprescindibile il nesso fra studio dell’illuminismo e lotta politica. Essi non potevano essere scissi poiché, se nel XVIII secolo, i philosophes più radicali misero la loro elaborazione intellettuale al servizio degli umili, contro l’ignoranza e i privilegi; così la tragica realtà della Guerra Mondiale domandava agli intellettuali coevi un ritorno alle sorgenti del pensiero: un necessario illuminismo per ripensare le vicende degli ultimi vent’anni e sciogliere la matassa sui motivi che avevano portato il fascismo al potere. Era richiesta una grande sensibilità storica che non disgiungesse il passato dal presente ma che anzi, utilizzasse il primo per dare una spiegazione al secondo. Roma, Dicembre 2023. XIII Martedì di Dissipatio Dal punto di vista pratico l’attività politica di Venturi si sviluppò - oltre che con la militanza partigiana -, attraverso gli articoli scritti sui quaderni di «Giustizia e Libertà» e nel circolo della rivista, dove subirà il fascino del suo compagno più anziano, Carlo Rosselli e della sua raffinata elaborazione intellettuale, il socialismo liberale. All’epoca i giellisti, da un lato, presero le distanze dagli intellettuali della generazione precedente, affiliati alla Mazzini Society - come Gaetano Salvemini e lo stesso padre di Venturi, Lionello -, i quali riponevano tutta la loro fiducia nelle democrazie occidentali riconosciute come unico strumento di opposizione al fascismo. Sia, dall’altro, da tutta la massa di militanti antifascisti che riteneva, che dopo la guerra, si potesse ripristinare una libertà ricalcata sul mondo di ieri. Questo non era accettabile in quanto erano state le contraddizioni dell’Italia liberale e la scorretta interpretazione del Risorgimento che avevano portato alla marcia su Roma. L’antifascismo giellista consisteva, come scrive Michele Battini: «Nella lotta antiautoritaria, anticapitalistica e morale contro la patologia degenerativa della società: la disgregazione di tutte le vecchie forme di cultura, che aveva procurato anche la morte delle ideologie antifasciste liberale, socialista e repubblicana». Negli obbiettivi del gruppo occorreva «ripensare daccapo» il passato poiché era necessaria una  rivoluzione intellettuale e morale per rompere con l’autobiografia della nazione […] non solo politica ma umana, perché tutto il vecchio mondo politico liberale, democratico, socialista aveva dichiarato un tragico fallimento morale. (M. Battini, Necessario Illuminismo. Problemi di verità e problemi di potere, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2018, p. 39.) C’era bisogno di rinnovamento. Questa istanza era stata compresa in quegli anni anche da Togliatti quando, in un discorso pronunciato nel 1944, di fronte ai compagni della federazione romana, sottotraccia cercava di far capire ai militanti che il vecchio PCd’I - rivoluzionario-leninista, annullato dal fascismo a lunghi anni di clandestinità - avrebbe, per necessità dei tempi, abbandonato la sua veste rivoluzionaria per diventare un partito nuovo, operante all’interno dello Stato, in competizione democratica con altri partiti. «Perché nel ’44-45, Togliatti ripete in modo ossessivo […]: che il PCI dev’essere “nuovo” e “nazionale”? Non è retorica. Togliatti […] cerca di far capire al corpo dei militanti (convinti acriticamente e ‘sentimentalmente’ che la Resistenza potrebbe costituire l’antefatto del progetto di rivoluzione socialista sulla cui base il Partito era nato) che non è così. Cerca di far capire che il fatto macroscopico della vittoria (a suo tempo) del fascismo, della sua lunga durata e del suo radicamento […] impongono, ad un Partito che può anche continuare a denominarsi “comunista”, una strategia del tutto nuova. Una strategia incentrata sulla democrazia politica.» (L. Canfora, La metamorfosi, Bari, Laterza, 2021, pp. 21-2.) Ma qual era il fondamento del Socialismo liberale teorizzato dagli intellettuali di Giustizia e Libertà? Esso era un socialismo che prendeva le distanze da quello sovietico, criticandone il totalitarismo statalista e la pianificazione (il cosiddetto “Termidoro russo”), proponeva un sistema economico misto, ambiva a costituire un movimento che innescasse una rivoluzione antifascista che fosse però classista in senso operaio. Il nome stesso, unione di due ideologie apparentemente antitetiche, si origina dall’"idea che il socialismo fosse storicamente non l’antitesi, ma la continuazione del liberalismo classico". Questa affermazione si giustifica col fatto che: «Il liberalismo è stato ed è tuttora una grande forza rivoluzionaria, e come tale è destinato ad attuarsi “in tutte le forze attive, rivoluzionarie della storia”. Non c’è dubbio che oggi la forza attiva e rivoluzionaria della storia sia il proletariato. Dunque il socialismo, in quanto riconosce come suo soggetto storico il movimento operaio, non solo è rispetto al liberalismo l’erede storico, ma è anche concretamente il nuovo esecutore dello spirito liberale. Chi si muove fiduciosamente in favore degli oppressi si muove “nello spirito del liberalismo e nella pratica del socialismo”.» (N. Bobbio, Introduzione, in C. Rosselli, Socialismo liberale, Torino, Einaudi, 1997 (1930), p. XLIII) Tuttavia, il pensiero del giovane Venturi, pur essendo in continuità con la linea teorica rosselliana, ne è, allo stesso tempo, un avanzamento intellettuale. Dalla critica al suo tempo Venturi comprese che il socialismo, allontanandosi dalla degenerazione sovietica, avrebbe dovuto sposare le istanze delle sue origini illuministiche promuovendo un sistema sociale che non fosse classista, esclusivo per la classe operaia, ma adatto a tutti i cittadini, nel solco del più genuino pensiero democratico.      
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