Il solco aperto da Trump con tutti gli alleati europei, e infine anche con l’Italia, invita ad una riflessione più profonda. Sulle due sponde dell’Atlantico, diverse idee di Occidente, diverse idee di Europa. Meloni cerca di tenere assieme le due anime, mostrandosi contemporaneamente europeista e filoamericana, sebbene in patria la vorrebbero nazionalista. Un equilibrismo fra estremi difficile da mantenere. All’indomani del fallimentare bilaterale con Rubio è venuta la Giornata dell’Europa: un invito a scoprire e confrontare i molteplici percorsi paralleli che la Premier cerca di abbracciare simultaneamente.
Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.
Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.
Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.
Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio
Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.
È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.
C'è qualcosa di anacronistico, e proprio per questo affascinante, nell'idea che ci sia qualcuno, là fuori, che dedichi gran parte del proprio a tempo a rovistare tra mercatini, a setacciare biblioteche mitteleuropee, a esplorare archivi dimenticati. Al tempo della totale accessibilità di qualsiasi testo, la figura del cacciatore di libri rari sembrerebbe destinata all'estinzione, reliquia di un mondo pre-digitale. La realtà, come spesso accade, è più interessante di così. Perché se Internet ha reso tutto facilmente reperibile, ha anche appiattito il paesaggio, privando il libro della propria tridimensionalità. È in questo paradosso che si muove da oltre vent'anni Simone Berni, bibliofilo, saggista e autore, fra gli altri, di Avventure di un cacciatore di libri (Luni Editrice, 2025), che della ricerca ha fatto non una professione ma una vocazione, nel senso più profondo del termine. Lo abbiamo intervistato per capire cosa si nasconda dietro un'edizione pirata di Benedetta Parodi, oltre che per chiedergli cosa si provi a trovare un Dracula ungherese del 1898.
-La tua passione per la caccia ai libri rari nasce, correggimi se sbaglio, nel 2001, ispirato dall'esempio del newyorchese Michael Sober. Cosa ti colpì al punto da trasformare cioè che faceva nella tua vocazione personale?
Michael Sober mi colpì per un dettaglio che i bibliofili snob odiano ammettere: lui non era un angelico custode del libro, ma un mercante di emozioni. Vedeva nella ricerca una forma di arbitraggio: comprava dove il libro era “solo carta”, rivendeva dove diventava “oggetto di culto”. Questo, da allora, mi ha reso quasi indifferente alle edizioni numerate, alle carte speciali, alle plaquette con stampa d’artista: spesso sono solo paraventi di uno status che non ha nulla a che fare con il testo. Ho trasformato quella sospensione in vocazione: non colleziono oggetti, ma tracce di storie, di errori, di paranoie sociali attorno al libro. Tuttavia, devo ammettere che i dettagli mi stancano quando diventano un sistema codificato: meglio quando emergono per caso, diventando così un vantaggio formidabile.
-Come si è evoluto il mestiere del cacciatore di libri con l'avvento di internet? Il digitale ha reso più facile o più difficile trovare rarità?
Oggi chi è nato dopo l’avvento di Internet domina il digitale molto meglio di chi c’era prima: allarmi, bot, script di monitoraggio, prezzi aggiornati in tempo reale. Sul piano tecnico, viene tutto fatto in modo più efficiente. Ma alla fine il libro è sottratto a quella logica. Il valore nasce proprio dai dettagli che solo chi ha vissuto il mondo prima del web riconosce. Un’edizione pirata, una rilegatura anomala, l’etichetta di un antiquario scomparso, la dedica in un’interlinea… cose che il nativo digitale vede solo come “metadati” trascurabili. Internet ha reso più facile trovare un titolo, ma ha reso infinitamente più difficile capire cosa quel libro è veramente, e non solo cosa rende una volta messo in vendita.
-Qual è la scoperta più incredibile della tua carriera? So che nel 2014 hai trovato la prima immagine illustrata di Dracula in un'edizione ungherese del 1898, sconosciuta fino ad allora. Come ti sei imbattuto in essa e cosa ha significato per te? È quella la tua scoperta più importante o ce ne sono altre che menzioneresti?
Certo, c’è il Dracula ungherese del 1898, ma la scoperta più incredibile non è solo quella: è la capacità di vivere un’esperienza di rivelazione che poi si rivela incompleta. Ebbi tra le mie mani quell'edizione alla Biblioteca nazionale Széchényi di Budapest. Sembrava l’unico esemplare esistente, e per qualche settimana mi sono sentito come un Indiana Jones della sinistra culturale.
Poi, studiandolo con più calma, mi sono reso conto che quel libro era sì circolato (poche copie) in qualche libreria antiquaria del centro Europa, ma in esemplari mancanti della copertina originale; quindi, non era stato riconosciuto e nessuno ci aveva messo gli occhi. Per quanto riguarda Il mal di padrone di Egidio Ferrero: è stato l’altro lato della stessa medaglia. Ho raccolto copie quando questo libro era ancora considerato un “errore” della critica, sulla scia delle lodi di Pavese e Vittorini. Quell’edizione doveva diventare un piccolo patrimonio, una scommessa storica. Oggi? Il libro è ancora snobbato, le copie non valgono una fortuna, e il mercato non ha mai montato la cosiddetta “legge del mito”. È un fallimento lucido: mi ha insegnato che collezionare libri significa anche scommettere sulla memoria collettiva, e che questa memoria - se vuole - è capacissima di non seguirvi.
-Nel servizio che ti ha dedicato Tg2 Storie ho visto nella tua collezione anche libri di cucina a firma Antonella Clerici e Benedetta Parodi, non esattamente volumi che ci si aspetterebbe di trovare fra gli scaffali di un bibliofilo. Qual è dunque il criterio che usi per valutare il valore di un libro?
Le copertine che si vedono nel servizio di TG2 Storie sono un caso perfetto di auto-dissacrazione del bibliofilo. Non sono semplicemente libri di cucina di tendenza: sono edizioni pirata, illegali, reperite nei mercatini. Non esistono come “edizioni autentiche”, sono contraffazioni. Se cercate sul web quegli stessi titoli noterete che quelli dell’editore regolare hanno una copertina diversa.
Il criterio che uso è molto poco romantico: il valore non è solo nell’edizione numerata o nel prestigio della collana, ma nella storia concreta che il libro racconta. Una copia pirata di un libro di Benedetta Parodi o di Antonella Clerici vale perché documenta un fenomeno di mercato: titoli di enorme successo commerciale che hanno generato un underground di stampa clandestina. In un certo senso, sono i “libri crudi” dell’Italia contemporanea: i volumi che le famiglie comprano, leggono, perdono e poi cedono, ma che la cultura ufficiale non considera mai abbastanza nobili da meritare una ristampa “ufficiale”. Io li raccolgo come “fossili sociali”.
Roma, Aprile 2026. XXXIII Martedì di Dissipatio
-Cosa ti ha spinto a scrivere libri divulgativi sulla bibliofilia, aprendo questa nicchia a un pubblico più vasto? Il tuo primo libro “A caccia di libri proibiti” (2005) nacque dagli articoli pubblicati sul tuo blog, spinto dalle richieste di collezionisti italiani e spagnoli che lamentavano la mancanza di saggi sull'argomento. Ti aspettavi quel successo?
A suo tempo, scrissi A caccia di libri proibiti perché il blog e gli articoli avevano già creato una piccola comunità di lettori che da tempo mi chiedevano un testo più organico, in formato-libro vero e proprio. Ma non ho mai pensato di “spiegare” la bibliofilia ai profani: volevo in realtà demolirla alle fondamenta. La nicchia della ricerca di libri introvabili è fatta di gente che si crede in possesso di un segreto, ma che spesso si trova in mano solo una serie di illusioni auto-indotte: il libro come oggetto-feticcio, la rarità come valore assoluto, l’appartenenza come pedigree.
Nei miei libri, specialmente nell’ultimo (Avventure di un cacciatore di libri - Luni, 2025), contesto proprio questo: il mito del libro raro, costruito da un mercato che si autoalimenta.
-Hai scritto di libri censurati, proibiti e "scomparsi nel nulla". Qual è il caso di censura editoriale che ti ha colpito di più e perché certi libri vengono fatti sparire dalla storia? Esiste ancora oggi una forma di censura nel mondo dell'editoria, magari meno visibile ma altrettanto efficace?
Rispetto al 2008, anno in cui mi sono occupato del caso Imprimatur di Monaldi & Sorti, oggi la situazione è drasticamente cambiata. I libri non vengono più bruciati in piazza, non si tengono lontani dai circoli editoriali gli autori scomodi. Oggi, a metà degli anni ’20 del XXI secolo, un libro scomodo viene lasciato lentamente morire. La vera censura oggi è meno visibile e allo stesso tempo più efficace: algoritmi di ricerca che declassano certi titoli, editori che non ristampano libri “scomodi”, catene di distribuzione che non lo ordinano. La censura è diventata invisibile perché è interna al mercato: non c’è un divieto formale, ma un rifiuto silenzioso a tenerlo in vita.
Ecco perché mi interessa così tanto il filone esoterico-filosofico-massonico: molti dei libri che cerco sono stati relegati al mercato secondario, o venduti solo in edizioni provvisorie, perché non entrano in quello che il mercato oggi considera “lettura utile”. C’è una forma di censura che non necessita di divieti ufficiali: certi libri basta renderli inaccessibili, e il loro valore canonico svanisce. E il miglior modo di far sparire un libro, alla fine, è metterlo in un mercato sterminato, fatto di decine e decine di titoli simili, senza un elemento di distinzione che lo evidenzi.
-Qual è il “genere” di libri che prediligi, o che ti emoziona di più ritrovare? Sono quelli esoterici che più volte negli anni hai menzionato?
Il genere che mi emoziona di più è quello che vive tra due mondi: non è del tutto esoterico, ma ne porta il linguaggio; non è solo filosofico, ma si veste di occulto. Io cerco titoli colti di massoneria, di filosofia, di storia dei simboli, ma anche di “magia” accademica. Ad esempio: La mente cosciente di David Chalmers, America’s Secrets Establishment di Antony C. Sutton, Les Sept Têtes du Dragon Vert di Teddy Legrand, L’unità del mondo di Giuseppe Cambareri.
Questi non sono solo libri “strani”: sono testi che hanno vissuto in aree di confine, dove la conoscenza ufficiale e quella non ufficiale si incrociano. Li trovo emozionanti perché raccontano la storia di un’Italia, e di un mondo, che non ha mai deciso se considerare queste idee come follia o come un illuminante anticipo di pensiero.
-Come vedi il futuro della bibliofilia? I libri fisici rari avranno ancora valore tra vent'anni? Con gli ebook, l'intelligenza artificiale e la stampa on-demand, il concetto stesso di "libro introvabile" è destinato a cambiare?
Il vero problema è che il bibliofilo di oggi rischia di non essere più un “cercatore”, ma un “accumulatore”. La digitalizzazione può rendere qualsiasi titolo potenzialmente disponibile, ma la vera caccia resterà quella che cerca segni, tracce, copie pirata, edizioni arabe, egiziane, persiane, cubane di Il nome della rosa, prime edizioni di Sotto altro cielo di Mastriani, o ancora quelle copertine di Clerici e Parodi che non esistono “ufficialmente”, ma fanno bella mostra di sé nei mercatini e in barba a ogni legge. Io vedo la bibliofilia come l’ultima resistenza romantica a quel mondo che crede di poter archiviare tutto in maniera ordinata e definitiva.
«La nicchia della ricerca di libri introvabili è fatta di gente che si crede in possesso di un segreto, ma che spesso si trova in mano solo una serie di illusioni auto-indotte: il libro come oggetto-feticcio, la rarità come valore assoluto, l’appartenenza come pedigree. Nei miei libri, specialmente nell’ultimo (Avventure di un cacciatore di libri - Luni, 2025), contesto proprio questo: il mito del libro raro, costruito da un mercato che si autoalimenta»
«Del resto, non è mica facile: questi sono lavori di lungo periodo, e i progetti di lungo periodo e la politica oggi non vanno d’accordo. Tutto si consuma subito: slogan, annunci, proclami, post su Instagram»
«I cinesi hanno una visione del tempo diversa dalla nostra. Una volta un collega cinese mi disse: sappiamo che voi siete contrari al ritorno di Formosa alla madrepatria; non è che non vogliamo dirvi quando accadrà, è che non lo sappiamo. Ma accadrà. Si tratta pertanto di un dossier non solo strategico, ma simbolico e culturale su cui Pechino non credo cederà»
«Occorre non precludersi altre relazioni e rapporti con attori chiave quali Sud-est asiatico, Giappone, Corea del Sud, Australia, India e perfino con la Cina. Ciò però con la consapevolezza che oggi nessuno può più guardare alle relazioni internazionali soltanto in termini di convenienza. Anzi, il panorama contemporaneo ci ha insegnato che il criterio della sicurezza prevale, e deve prevalere sempre, su quello della convenienza»
«Il potere è organizzazione, è gestione della vita umana, ma è anche — come racconto — quello dell'arbitro di calcio, quello del controllore del treno. Mentre il potere, inteso come potere pubblico, è l'organizzazione di uno Stato per il buon funzionamento di una Repubblica. Ci sono pertanto tanti poteri, ma il potere, per sua natura, è indefinibile. Dopo tanti anni io non riesco ancora ad avere una ricetta per dire che cosa sia.»
«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.
Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».
Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.
La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran.
Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:
«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».
L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.
Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima.
Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.
La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.
La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.
Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.
Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.
Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.
Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.
I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.