Il governo laburista di Keir Starmer ha revocato il visto a Ye - al secolo Kanye West - invitato come headliner al Wireless Festival di Londra, affondando l'evento e riaprendo una frattura antica: dove finisce la lotta all'odio e dove comincia la censura di Stato? Una questione che spacca la politica e rilancia il dibattito sulla libertà d'espressione nelle democrazie occidentali.
Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.
Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.
Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.
Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio
Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.
È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.
Legge numero 18: Il potere ha le sue unità di misura se non le conosci non puoi capire, non puoi operare né agire nel mondo delle ombre. Legge numero 1: il potere deve saper fingere, di lavorare, di lottare, di difendere ciò che rappresenta, anche perché spesso fingere di cambiare le cose più che cambiarle è il vero segreto del successo. Ed infine legge numero 12: bisogna dire dei no, sempre, in alcuni casi, meno, in altri, ma con metodo perché da questi "no" dipenderà il tuo peso se non proprio la tua stessa sopravvivenza.
Sono queste alcune delle leggi auree per "essere il potere" che Alfonso Celotto, costituzionalista, accademico e uomo di governo, già più volte capo di gabinetto e capo ufficio legislativo in vari esecutivi, racconta nel suo ultimo libro "Oligocrazia. Il potere sono io"(Bompiani). Un'opera mandragolesca, a metà strada tra l'Arte della guerra di Sun Tzu e Misteri dei ministeri di Augusto Frassineti, che illumina con un taglio brillante, ironico, ma profondamente lucido e colto il ruolo di tutti gli uomini ombra del Potere: "gabinettisti", consiglieri, capi legislativi, capi di gabinetto. Lo fa alternando memoria personale, storia costituzionale e consigli strategici in una sintesi tanto ammaliante quanto suggestiva. Celotto, un po' come Roy Cohn in The Apprentice, racconta infatti i codici e i segreti che tengono in piedi la continuità della Repubblica, mentre governi e ministri passano, dal punto di vista di chi invece resta. Oligocrazia in questo senso è il Boris del Potere italiano, ovvero un testo che con una verve brillante, grottesca e affilata, riesce però a mostrare al lettore le 18 vere leggi auree del Deep State, senza banalizzare il loro mistero, ma anche senza cedere al cinismo, in modo da insegnare come non rinunciare alla passione civile nel servizio alle istituzioni.
-Professor Celotto perché Oligocrazia?
Per capire il titolo del mio testo vale la pena soffermarsi sull'etimologia delle cosiddette parole del potere. Nella tradizione greca, infatti, kràtos indicava una forza che si impone, incontenibile, mentre arkè richiamava un potere più legittimo, riconosciuto, ordinato. Per questo la monarchia, e più in generale il governo dei pochi, si legano di solito al morfema "arkè": da qui nasce, ad esempio, il termine "oligarchia".
"Oligocrazia", invece, suggerisce qualcosa di diverso. Non soltanto il governo di pochi, ma la forza più intensa, più penetrante, più incisiva di quel dominio: un potere che non si limita a essere riconosciuto, ma che agisce, si impone e tramite quei pochi fa funzionare la macchina statale. È il potere concreto degli ingranaggi burocratici, dei capi di gabinetto, dei "gabinettisti", di coloro che fanno girare lo Stato restando spesso nell'ombra.
-E come nasce questo libro?
Questo libro è figlio della mia esperienza personale: di vent'anni trascorsi nei gabinetti ministeriali, in Parlamento, al governo, nelle regioni. Nasce soprattutto dalla volontà di raccontare com'è fatto il potere, quello che normalmente viene considerato il governo dei pochi, degli oligos. Ma nasce anche come testimonianza personale, non solo su come funziona la macchina, ma anche su come un ragazzo qualunque, un ragazzo di provincia, proveniente da una famiglia di benzinai e meccanici, possa arrivare a Roma, crescere grazie a provvidenze e borse di studio, e giungere nelle stanze del potere. Per capire che tutti possiamo stare dentro esse, perché la Repubblica fondata sul lavoro, è fondata soprattutto sul lavoro di chiunque. Chiunque sia capace, meritevole, disposto a lavorare e a studiare, può arrivarci. Ho insistito molto su questo punto, sull'idea dello studio e dell'impegno, perché secondo me è anche una testimonianza civile del senso di crescere dentro le istituzioni.
-Chi è davvero un capo di gabinetto e perché, per parafrasare un noto testo, è lui il potere?
Il capo di gabinetto è il capo della macchina ministeriale. Perché è vero che c'è il ministro come vertice politico, ma accanto a lui c'è questa figura che in genere è un giurista esperto, un consigliere di Stato, un professore universitario, un avvocato dello Stato, un consigliere della Corte dei conti, che serve sia a organizzare la macchina ministeriale sia il gabinetto stesso. Questa figura è pertanto la cinghia di trasmissione fra il potere politico e il potere della burocrazia, tra politica e amministrazione.
-Quali sono i veri poteri di un capo di gabinetto? E che tipo di rapporti ha con i membri degli apparati?
Il capo di gabinetto è una sorta di cuscinetto, perché non ha poteri specifici se non quello di organizzare l'ufficio stampa, la segreteria, l'ufficio legislativo. Ma il suo compito essenziale è quello di tenere i rapporti: con gli altri ministeri, con il Parlamento, con le regioni, con le istituzioni, con le aziende. È dunque uno snodo che diventa fondamentale per il buon funzionamento e il buon andamento del governo. Molto spesso si dice che il capo di gabinetto sia una sorta di ministro ombra, perché lavora un passo indietro pur svolgendo un ruolo cruciale.
-Come si è avvicinato al mondo del Deep State e quando iniziò a vivere quel mondo?
Io sono arrivato al Deep State un po' per caso, perché sono diventato professore di diritto costituzionale, quindi di quello che in spagnolo si chiama anche derecho político: le regole del potere accanto a ciò che è il potere politico. Così, un po' alla Candide di Voltaire, mi sono avvicinato attraverso una serie di primi incarichi, che il libro racconta, e poi sono cresciuto fino a ruoli apicali come capo di un ufficio legislativo e capo di gabinetto.
-Quale fu la sua esperienza nei gangli del Potere e che ricordi e aneddoti ne ha?
Per quanto mi riguarda ho tanti ricordi, tanti aneddoti. Il libro è anche un libro aneddotico, perché prova a raccontare quello che mi è successo. Vi racconto volentieri, anche se non c'è nel libro, questo episodio: al Ministero dello Sviluppo economico, durante il governo Renzi, il mio ministro mi affidò un fascicolo cifrato "SBI", che riguardava la revoca del titolo di Cavaliere del lavoro a Silvio Berlusconi. Era un momento molto delicato, perché Berlusconi era stato condannato in via definitiva in Cassazione ed era comunque leader di un partito che si trovava in quella posizione, dovendo anche subire sanzioni accessorie. E quindi un capo dell'ufficio legislativo — quale ero allora — deve cercare di capire i modi, i percorsi, studiare se si possa revocare un titolo del genere, che nel caso di Berlusconi era davvero quasi onomastico, perché lui era "il Cavaliere". Quindi lo Stato poteva, doveva togliergli questo titolo? Un capo di gabinetto quindi deve affrontare anche nodi di questo tipo e saperli sciogliere.
-Il libro si articola su 18 leggi ferree del Potere. Quali sono secondo lei le più indispensabili e quali vengono taciute e sottovalutate nell'effettivo governo del Paese?
Nel testo racconto la struttura del potere attraverso queste leggi, perché il potere ha leggi scritte e non scritte, è fatto di riti, è fatto di gerghi, è fatto anche di conoscenza e di partecipazione. In fondo il potere non ha forma: è come l'acqua, prende la forma di ciò che incontra. E quindi c'è sempre qualcuno che decide. Per esempio, nei giorni del Covid, quando bisognava decidere di chiudere l'Italia, quando si doveva fare la lista dei negozi da lasciare aperti e di quelli da lasciare chiusi, non era un momento facile: serviva qualcuno che decidesse. E se non decidi tu, c'è sempre qualcun altro che decide, perché il potere funziona così. Per questo il potere è come l'acqua, in quanto si insinua, entra nei gangli, nelle pieghe che trova, e in quel modo poi arriva a decidere, arriva a fare.
Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio
-A cosa serve il potere?
Serve a organizzare lo Stato, a organizzare la vita repubblicana, a gestire la macchina pubblica. Quindi il potere serve per fare, ma serve anche per istruire bene e per capire come fare.
-Spesso è anche illusionismo...
A volte si. Ma occorre precisare un altro aspetto. I vecchi gruppi di lavoro, le riunioni, le organizzazioni non sono soltanto una strategia illusionistica, ma alle volte anche una vera strategia politica. Racconto qui un altro aneddoto che non ho vissuto direttamente: quando arrivò, dopo il tragico 8 settembre, la Repubblica Sociale, essa diede l'ordine ai ministeri di trasferirsi, perché Roma era occupata dai nazisti e dai fascisti e quindi venne imposto di spostarsi al Nord. Lì un burocrate si inventò una soluzione: disse "certo che ci trasferiamo", perché in quella situazione non poteva dire di no, però poi aggiunse "ma prima faremo l'inventario". Peccato che per fare l'inventario ci misero diciotto mesi, e così non si trasferì quasi nessuno. Quindi il potere è anche illusionismo, e si misura talvolta anche sulla propria capacità di elaborare strategie illusionistiche.
-Ed è anche per questo che il Paese, sui grandi temi, è in una condizione di "riformismo immobile", per dirla con Guglielmo Negri? O ci sono altri motivi?
I grandi temi, le grandi riforme, sono argomenti difficilissimi. Lo sono perché per farle veramente bisogna lavorare tutti insieme. Quando poi porti le riforme nel portafoglio politico, ti accorgi che non c'è più spazio, perché la riforma non può essere di destra o di sinistra: la riforma deve essere superiore. In fondo la nostra forza è proprio la Costituzione: una Costituzione forte, voluta da tutti, che fu approvata da Togliatti, Nenni, De Gasperi, Croce, Nitti, Orlando. Dunque una Costituzione condivisa. In quel senso diventa una norma superiore. Ad esempio quando vai a riformare la giustizia non puoi fare una riforma di destra o di sinistra, altrimenti la svilisci, abbassi la stessa Costituzione.
-Cene, club, circoli: quanto influenzano le reti e i circuiti degli apparati?
Ovviamente il potere è anche la vita che può fare un capo di gabinetto, un capo legislativo, che vive dentro il potere romano: i salotti, gli eventi, la partita di calcio, il tennis, il circolo, gli incontri. Perché poi il potere è fatto anche di pettegolezzi, è finire subito su Dagospia, o è essere imitati da Crozza. Per esempio, uno dei ministri con cui lavoravo mi disse: "Se fossi imitato da Crozza sarei arrivato". Perché a quel punto certi personaggi — pensiamo a Vincenzo De Luca — sono diventati, proprio grazie all'imitazione di Crozza o di altri comici, veri personaggi di risonanza nazionale. Ecco allora che il potere è anche immagine, ed è anche molte altre cose non tutte immediatamente riconoscibili.
-Come si dovrebbe comportare un bravo capo di gabinetto? Quali errori dovrebbe evitare e quali consigli accettare?
È difficile dare una ricetta su come dovrebbe comportarsi un bravo capo di gabinetto. Certo, ci sono alcune regole: deve essere il primo a entrare e l'ultimo a uscire, deve essere molto presente, deve cercare di ascoltare, tutti e sempre. Un buon capo di gabinetto deve confrontarsi, deve scrivere per ricordarsi le cose, e deve poi cercare di distribuirle con temperanza e con pazienza.
-In alcuni casi cambiavano i ministri e i governi ma restavano i capi di gabinetto, o contavano più questi ultimi che i ministri.
Tante volte i capi di gabinetto sopravvivono ai ministri, perché è capitato anche a me di restare nello stesso ministero pur cambiando il ministro. Perché il capo di gabinetto sa, conosce, e se arriva un ministro che sa poco o che deve pensare anche agli altri portafogli politici, la continuità del tutto è garantita proprio dal capo di gabinetto. Ecco allora che il capo di gabinetto assicura anche la continuità del potere nell'interesse dello Stato.
-Che cos'è il potere in definitiva, secondo lei?
Dire che cos'è il potere è quasi impossibile. È stata la sfida di Montesquieu, di Machiavelli, e ancora prima di Platone. Il potere è organizzazione, è gestione della vita umana, ma è anche — come racconto — quello dell'arbitro di calcio, quello del controllore del treno. Mentre il potere, inteso come potere pubblico, è l'organizzazione di uno Stato per il buon funzionamento di una Repubblica. Ci sono pertanto tanti poteri, ma il potere, per sua natura, è indefinibile. Dopo tanti anni io non riesco ancora ad avere una ricetta per dire che cosa sia. Ma il potere lo senti addosso, il potere lo trovi nei posti più incredibili, il potere in fondo è far funzionare uno Stato secondo le regole, le regole costituzionali.
«Il potere è organizzazione, è gestione della vita umana, ma è anche — come racconto — quello dell'arbitro di calcio, quello del controllore del treno. Mentre il potere, inteso come potere pubblico, è l'organizzazione di uno Stato per il buon funzionamento di una Repubblica. Ci sono pertanto tanti poteri, ma il potere, per sua natura, è indefinibile. Dopo tanti anni io non riesco ancora ad avere una ricetta per dire che cosa sia.»
«Nel Sud, il centro-sinistra è dominato da cacicchi locali forti, mentre nel centro-destra prevalgono figure con forte radicamento locale, ma meno incisive e spesso in conflitto tra loro. Durante il referendum, queste divisioni hanno impedito una gestione efficace, confermata dal fatto che i governatori di Forza Italia del Sud (in primis Occhiuto e Schifani) non si siano sostanzialmente impegnati in questa battaglia»
«Il vero negoziatore non è un manipolatore né un oratore aggressivo. Deve possedere grande capacità di ascolto, autocontrollo, capacità di sospendere il giudizio e leggere il contesto. Deve saper raccogliere informazioni, comprendere la psicologia dell’interlocutore, distinguere tra posizione dichiarata e interesse reale»
«Credeva fortemente, del resto, nell’importanza delle relazioni personali tra leader, e con George W. Bush ebbe il tempo di costruirne una, complice anche una situazione straordinaria determinatasi all’inizio del XXI secolo. Nonostante la sua fortissima propensione filo-americana, [...] fu tuttavia in grado di tenere testa agli Stati Uniti rispetto al rapporto con la Russia»
«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.
Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».
Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.
La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran.
Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:
«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».
L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.
Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima.
Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.
La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.
La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.
Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.
Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.
Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.
Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.
I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.