Indecisione all'italiana

L’allargarsi del conflitto mediorientale oltre i suoi confini mette a nudo una volta di più il più grande limite dell’Italia: l’incapacità di scegliere. In preda a timori di ogni sorta, si rimane immobili di fronte al caos. In queste condizioni, il problema non è quale decisione prendere, ma se si sia ancora disposti a prenderne una.

Governare l'onda

La nuova Relazione dell'intelligence e il report NATO sulla guerra cognitiva riconoscono che la stabilità delle democrazie dipende sempre più dall’ambiente informativo. Piattaforme, polarizzazione e competizione politica hanno generato un’onda che gli attori politici hanno imparato a sfruttare. Quando gli Stati cercano di governarla come un problema di sicurezza, la distinzione tra difesa e controllo diventa incerta.

Perché l'Iran attacca il Golfo

L’attacco sferrato dal duo Washington-Tel Aviv rischia di trasportare l’intero Medio Oriente in un conflitto regionale. Teheran risponde colpendo basi statunitensi e infrastrutture critiche nei paesi del Golfo Persico. L’impressione è che si stia configurando uno scontro dal quale tutti gli attori potrebbero uscirne sconfitti sul piano strategico.

La parabola trumpiana

Dal 2016 ad oggi sembra passato un secolo, non un decennio. Donald Trump passa dallo "splendido isolazionismo" ad una piena fase Neo-Con di cui non si vede la fine. Ma stavolta, a differenza di Bush figlio, non si perde tempo a giustificarla con riferimenti vetusti all'ordine liberaldemocratico. La sete di conquista che ha sé stessa come fine, il desiderio di essere temuti come stella polare del proprio operato, l'abbandono dell'ipocrisia in favore di uno spietato cinismo: questa sarà la vera eredità di Donald Trump.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La legge della giungla

Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.

Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.

Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.

È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.

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L'importanza dello Stretto di Hormuz

Nel crocevia infuocato tra Teheran e Tel Aviv, lo Stretto di Hormuz assume un ruolo cruciale: leva simbolica e minaccia strategica, capace di ridefinire gli equilibri globali. Con l’ombra lunga del conflitto e il peso della diplomazia, Pechino si trova stretta tra dottrina e necessità. È qui che l’Iran scommette sul caos per guadagnare centralità, mentre il mondo assiste all’emergere di un nuovo asse di tensione planetaria.

Ora o mai più

L’attacco israelo-americano all’Iran ha neutralizzato il suo obiettivo primario. Ma la morte dell’Ayatollah Ali Khamenei sarà sufficiente a innescare il “regime change”? Il futuro è nelle mani degli iraniani: la partita vera si gioca nelle piazze, in queste ore si capirà se gli Ayatollah potranno ancora contare sul supporto del loro popolo o se il 2026 sarà l'anno del crollo di un sistema di potere nato quasi mezzo secolo fa.

Il Messico non è uno Stato sovrano

Nemesio Oseguera, detto El Mencho, è stato ucciso durante un'operazione delle forze speciali messicane. L'intelligence era americana, il Messico ha così solo sparato ad un bersaglio puntato da Washington. Un perfetto esempio di come preservare e rinunciare sovranità al tempo stesso.

Interviste

a cura di Francesco Subiaco

Marco Carnelos: «Tutti dal dopoguerra hanno ricercato una special relationship con gli USA. Solo Berlusconi è riuscito ad edificarne una solida e duratura»

Poche persone hanno distinto e definito il ruolo dell'Italia contemporanea nel contesto internazionale come Silvio Berlusconi: dalle intese di Pratica di Mare alla special relationship con gli Stati Uniti fino ad una idea di una diplomazia disinvolta con i rogue states in nome dell'interesse delle imprese italiane e del Paese. Un'eredità complessa, ricca di sfumature e insegnamenti per l'attualità che l'ambasciatore Marco Carnelos, già Ambasciatore in Iraq e nello staff diplomatico dei Presidenti Dini, Prodi e Berlusconi, e Giovanni Castellaneta, già Ambasciatore in Iran, Australia e Stati Uniti, sherpa G7/G8 del Presidente del Consiglio, hanno riannodato nel loro "Berlusconi, il mondo secondo lui. Una lezione di politica estera nell'attuale disordine globale" (Guerini e Associati, 2026). Per affrontare l'attualità e le lezioni della diplomazia berlusconiana abbiamo intervistato l'ambasciatore Marco Carnelos.

-A 4 anni dalla scomparsa di Silvio Berlusconi cosa resta nella politica estera italiana della sua eredità?

Non molto purtroppo, e questa è una delle principali motivazioni all’origine del libro. Non si tratta tanto della continuità di una linea politica che negli anni è rimasta abbastanza immune rispetto alla fisiologica alternanza di maggioranze politiche diverse, quanto la necessità di riscoprire alcuni strumenti e impostazioni di politica estera che sembrerebbero essere state inopinatamente messe da parte.

-Secondo lei, cosa erano le relazioni internazionali per Berlusconi? E come vedeva lo scenario globale e il ruolo internazionale dell'Italia?

Un lavoro costante a favore della pace, della democrazia e della libertà e dello sviluppo economico portato avanti pragmaticamente, senza eccessivi condizionamenti ideologici, ma con il giusto buon senso e un interesse particolare a sviluppare ulteriormente le relazioni economiche e commerciali dell’Italia, ovvero uno strumento non solo politico ma un asse portante della promozione del Made in Italy. Un percorso in cui, egli, idealmente, poneva l’Europa al centro di un grande spazio geopolitico e di geoeconomico di cooperazione da Vancouver a Vladivostok con un fulcro nel Mediterraneo e con il nostro Paese al centro di questo bacino. Molto ambizioso, forse troppo, ma senza ambizioni non si realizza nulla. Che poi l’Italia avesse ed abbia tuttora le caratteristiche e la forza per realizzarlo è tutto un altro discorso.

-A quali riferimenti internazionali o nazionali guardava il berlusconismo sul versante strategico? E che punti di continuità (o riferimenti diretti) vi erano rispetto alle bussole strategiche di Craxi, Andreotti, Spadolini e Dini, per citare un esempio?

In Italia Bettino Craxi e, in particolare, Gianni De Michelis, hanno costituito per lui, sia pur nelle differenze ideologiche, due importanti punti di riferimento verso una politica estera più flessibile e meno condizionata dagli schematismi rigidi della Guerra Fredda, senza per questo rinnegare le scelte storiche fatte dal nostro Paese all’indomani del Secondo Conflitto Mondiale, ovvero quella Atlantica e quella Europeista. Non si trattava di distanziarsi da questi due ambiti ma di attualizzarli dinamicamente e in un mondo che iniziava a trasformarsi radicalmente con quelle oggi sono delle accelerazioni vertiginose dove Storia e Natura stanno riaffermando le loro prerogative nei confronti di una parte dell’umanità abbagliata, forse eccessivamente, da un neoliberismo senza controlli e una globalizzazione travolgente. All’estero sicuramente Ronald Reagan e Margaret Thatcher, artefici a loro modo di quelle politiche che in ultima analisi portarono alla fine della Guerra Fredda e alla vittoria, che, ahimè, oggi appare temporanea e in larga parte stravolta, del modello liberal-democratico e dell’economia di mercato.

-Il mondo liberale e popolare italiano ha sempre avuto una forte vocazione europeista (da De Gasperi a Einaudi) ed atlantista (pensiamo a Gaetano Martino o a Cossiga). Come vedeva invece il multilateralismo, e nello specifico l'Unione Europa e la Nato, Berlusconi?

Ne intuiva l’importanza e l’impossibilità di farne a meno che rendeva arduo tracciare percorsi autonomi. Tuttavia, il metodo multilaterale - con i suoi bizantinismi, le farraginosità, gli estenuanti aspetti protocollari, la retorica vuota e autoreferenziale - metteva a dura prova la sua pazienza e il suo animo che era essenzialmente votato alla concretezza. Si trattava di un contesto in cui la sua capacità ammaliante, che otteneva il meglio di sé nei contesti bilaterali, ne risultava irrimediabilmente diluita. Quanto all’UE, Berlusconi non fu mai un eurolirico, ma fu assai più europeista di quanto si possa pensare. Quanto alla NATO, Berlusconi ambiva ad una sua attualizzazione una volta venuta meno la Guerra Fredda, ma attualizzazione non significava la sua estensione sic et simpliciter ma un processo politico più ragionato, libero da automatismi alimentati da pregiudizi ideologici o fobie storiche. Era quello che tentò di avviare con Pratica di Mare, salvo poi trovarselo depotenziato dopo appena sei mesi con il varo del terzo allargamento ad Est dell’Alleanza che costituì il principale peccato originale (ma non l’unico) della drammatica situazione che scontiamo oggi in Europa orientale.

-Oggi in molti criticano o santificano la special relationship tra gli USA di Biden e Trump e l’Italia di Meloni. Come Berlusconi invece coltivò il rapporto con la Casa Bianca?

In primo luogo, tutti i Presidenti del Consiglio italiani del dopo guerra – chi più chi meno - hanno ricercato una special relationship con gli Stati Uniti. Berlusconi è riuscito a edificarne una molto solida grazie ad una permanenza al potere assai più prolungata rispetto ai suoi predecessori e successori. Credeva fortemente, del resto, nell’importanza delle relazioni personali tra leader, e con George W. Bush ebbe il tempo di costruirne una, complice anche una situazione straordinaria determinatasi all’inizio del XXI secolo. Non gli fu possibile fare altrettanto con Barack Obama, ma sarebbe troppo lungo spiegarne qui le ragioni. Nonostante la sua fortissima propensione filo-americana, mai compresa fino in fondo dall’establishment politico di Washington che ragionava (e ragiona) purtroppo con logiche a somma zero, fu tuttavia in grado di tenere testa agli Stati Uniti rispetto al rapporto con la Russia quando a Washington l’afflato verso Putin iniziò a calare (ammesso che vi sia mai stato).

Un precedente storico importante fu rappresentato da figure come Bettino Craxi, Giulio Andreotti e Giuliano Amato che ebbero la forza di sfoderare gli attributi con Reagan durante l’epica vicenda di Sigonella nel 1985.  Ma comunque – come spiegato nel libro – questo ricercato rapporto speciale si basava sulla constatazione che – secondo le parole dello stesso Berlusconi – “lui la pensava come gli Stati Uniti ancora prima di sapere come la pensassero”. Oggi sarebbe a dir poco azzardato equiparare la special relationship di Berlusconi con Bush con quella della Meloni con Biden e, soprattutto, con Trump, ma diamo tempo al tempo, anche se, effettivamente non ne rimane poi molto. Spezzando tuttavia una lancia a favore del nostro attuale Premier, per lei è un percorso assai più stretto e tutto in salita mentre stiamo vivendo – soprattutto a causa dell’incontinenza comportamentale di Trump - la più importante crisi del Rapporto Transatlantico da quando quest’ultimo esiste. Ciò nonostante, vediamo Macron, Merz e Starmer che, benché dileggiati a turno dall’attuale inquilino della Casa Bianca, si prostrano a turno nello Studio Ovale per acquisirne la benevolenza. Si distingue da loro, come un gigante, il Premier spagnolo Sanchez, capace di dire dei no.

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

-Per citare una contestata categoria fergusoniana, abbiamo finora parlato del "West", pensiamo ora al "rest". Berlusconi entra al governo a pochi anni dalla disarticolazione della ex Jugoslavia e in piena era Elcyn, proseguendo al suo ritorno un rapporto solido con la Russia di Putin, la Libia di Gheddafi ed anche altri Paesi stigmatizzati come autocratici. Quale era l'approccio berlusconiano al cosiddetto resto del mondo?

Era essenzialmente pragmatico e interessato ad una proficua collaborazione economica, questo non deve tuttavia autorizzare a pensare che nutrisse o ammirasse le pulsioni autoritarie di alcuni dei suoi interlocutori. Per quanto egli indirizzò la sua politica estera lungo tre assi fondamentali, rapporto con gli USA, con l’Europa e la Russia, senza tuttavia tralasciare il Medio Oriente, la relazione instaurata con la Libia ed il Trattato di Amicizia sottoscritto con Gheddafi nel 2008 ebbe tuttavia, sia pur brevemente, il merito di impartire una sonora lezione alle ex potenze coloniali europee e, soprattutto, di offrire al Sud del mondo un apprezzatissimo esempio di come fare ammenda per i trascorsi coloniali che, purtroppo, hanno macchiato sia pur in misura minore, anche il nostro Paese. Tra il 2008 ed il 2011, nel continente africano in particolare, l’esempio offerto dall’Italia ebbe un forte impatto. Speriamo che la Premier Meloni riesca nuovamente a propiziarlo con il Piano Mattei. Berlusconi aveva anche intuito all’inizio del suo ultimo mandato di Governo la crescente importanza della Cina ma non ebbe tuttavia il tempo di sviluppare questo rapporto come aveva fatto Romano Prodi che lo aveva preceduto nel biennio 2006-2008, complice anche la drammatica crisi finanziaria scatenata dagli Stati Uniti pochi mesi dopo che si era reinsediato a Palazzo Chigi.

-Quanto è attuale la bussola berlusconiana in politica estera e che lezioni può dare all'Italia di oggi nell'era delle policrisi e della nuova competizione tra potenze?

Dovrebbe esserlo in misura maggiore, di qui la nostra idea del libro con alcuni suggerimenti e l’attualizzazione di alcune visioni e intuizioni del defunto Presidente del Consiglio. Nonostante l’ambizione a vederci riconosciuto uno status al pari dei tre grandi europei, questo obiettivo per l’Italia, vuoi per decenni di un sistema politico frammentato ed un’instabilità di Governo marcata e alcune zavorre storiche ineludibili, è sempre stato un percorso in salita. Berlusconi come altri leader italiani ha perseguito tale obiettivo e occorre riconoscere che qualche lezione abbiamo tentato di impartirla ma raramente siamo stati ascoltati. Berlusconi si batté strenuamente per evitare il conflitto con l’Iraq nel 2003 sapendo che si sarebbe rivelato catastrofico per quel paese e avrebbe innescato conseguenze drammatiche per i paesi vicini e per l’Europa con spaventosi flussi migratori.

Ha provato per anni, con risultati alterni, a sensibilizzare i partner europei sulla dimensione europea della crisi migratoria. Parimenti ha provato inutilmente a denunciare l’ottusità delle politiche rigoristiche dei nordici all’indomani della crisi finanziaria del 2008 salvo poi vedere che le regole di bilancio europee diventavano immediatamente flessibili quando era nell’interesse di Francia e Germania. Provò – debolmente e forse anche maldestramente in verità– ad ammonire Nicolas Sarkozy e il suo degno sodale David Cameron dalle conseguenze drammatiche dell’intervento in Libia nel 2011, ma fallì anche perché aveva membri importanti del suo Governo e lo stesso Capo dello Stato che all’epoca gli remavano contro. In sintesi, al nostro paese non sono mancati né il buon senso né felici intuizioni di politica estere ma sono purtroppo mancati gli attributi per farli valere e, soprattutto, la capacità di fare sistema a favore degli interessi nazionali del nostro Paese.

-Che ricordo ha della figura del Cavaliere? Può citarci qualche aneddoto?

Una persona decisamente gentile, affabile e simpatica nel privato, pronto a mettere a suo agio chiunque a prescindere dal suo status sociale o economico. Aveva un spiccata capacità seduttiva anche nei confronti di coloro che si trovavano agli antipodi della sua visione politica. A me hanno sempre colpito il suo pragmatismo ed il buon senso. Aveva le sue intuizioni ed una sua visione, non sempre era disposto a rimetterle in discussione in presenza di fatti nuovi che in qualche modo le pregiudicavano, ma se si trovava il tempo di spiegargli bene e con calma le potenziali implicazioni negative di alcune sue intenzioni era pronto a ritornare sulle sue decisioni. In questa attività, come viene spiegato più volte nel libro, un ruolo cruciale lo ha sempre svolto l’allora Sottosegretario di Stato Gianni Letta. Quanto agli aneddoti, nel libro ne abbiamo inseriti alcuni, ma quelli più esilaranti e talvolta imbarazzanti abbiamo preferito ometterli. La nostra intenzione, fin dall’inizio, è sempre stata quella di scrivere un libro di politica e non di gossip; in Italia di quest’ultimo ormai ne abbiamo ormai fin troppo!

-Se dovesse descrivere Berlusconi in politica estera con pochi aggettivi o con una definizione come lo descriverebbe?

Una figura geometrica concava e convessa allo stesso tempo, intersecata da rette di buon senso, pragmatismo e realismo. In altre parole, una persona pronta a dare il massimo per raggiungere concretamente gli obiettivi di politica estera che si prefiggeva.

-Come un approccio berlusconiano, alla luce dei suoi precedenti e della sua visione, si comporterebbe di fronte alle grandi crisi in atto in Medio Oriente e in Europa orientale, oltre a quella del rapporto transatlantico?

Qui tocchiamo i punti dolenti. L’attuale gravissima situazione in Medio Oriente lo avrebbe indotto ad agire principalmente su Israele per mettere in guardia lo Stato ebraico da alcune derive politiche che, a lungo termine, si potrebbero rivelare controproducenti non solo all’interno dei confini del Paese, ma anche per le vaste comunità ebraiche sparse per il mondo. Berlusconi, che aborriva la guerra e la violenza, si sarebbe speso al massimo per far comprendere all’attuale leadership israeliana che un assetto stabile nella regione richiedeva (e richiede) il riconoscimento – serio e non con inediti ed improvvisati Board di natura privatistica - dei diritti dei palestinesi e non può essere edificato con tensioni significative con quasi tutti i paesi dell’area, pur non sminuendo gli effetti che l’immane tragedia del 7 ottobre 2023 ha avuto per le preoccupazioni di sicurezza israeliane. Azzardando credo che Berlusconi avrebbe saputo svolgere un ruolo serio di mediazione per la pace, comprendendo le preoccupazioni israeliane, ma sapendole ricondurre in quadro più pragmatico e conciliante.

Egli avrebbe anche fatto l’impossibile per riannodare i fili del dialogo con la Russia nella prospettiva del comune interesse (di tutti, anche di quelli inconsapevoli dei pericoli) verso un’autentica architettura di sicurezza europea. In altri termini, la salvaguardia di un’Ucraina sovrana ed indipendente ma anche la presa in carico, all’insegna dell’empatia cognitiva e del netto rifiuto di forme diffuse di russofobia che serpeggiano in Europa, di alcune – ineludibili - percezioni russe in materia di sicurezza, tenendo conto del cruciale principio dell’indivisibilità di quest’ultima. Infine, per quanto concerne gli Stati Uniti, egli avrebbe fatto del suo meglio per ammaliare una figura per certi versi narcisistica come Donald Trump per traghettare su lidi meno tempestosi il fondamentale Rapporto Transatlantico. In caso di insuccesso – a mio avviso piuttosto probabile – si sarebbe pragmaticamente rassegnato a limitare i danni attendendo tempi migliori ovvero, come si dice a Napoli, che “passasse la nottata”. Con uno sguardo al presente, non saprei, tuttavia, se possiamo veramente permetterci di aspettare tutto il tempo necessario affinché la nottata passi.

-E che rapporti, continuità e divergenze c'erano tra Berlusconi e Trump? 

Non mi risulta che ebbe mai alcun tipo di rapporto strutturato con Trump. Quest’ultimo ha iniziato ad affacciarsi nell’agone politico nel 2015, quando Berlusconi ne era già uscito traumaticamente – anche se non completamente - alla fine del 2011.

Si tratta sicuramente di due personalità molto forti, carismatiche con forti punte di narcisismo, esasperato nel caso dell’americano, ma Berlusconi, nonostante qualche gaffe, non giunse mai alle punte di cattivo gusto e di arroganza manifestate in modo quasi seriale dall’attuale inquilino della Casa Bianca.

Aggiungerei che tra Trump e Berlusconi colui che personificava al meglio il cosiddetto “sogno americano” fosse proprio il secondo; si era autenticamente fatto da sé, senza vantare “santi in paradiso” e forme di cooptazione politica, mentre il primo ha avuto la strada spianata dalle fortune e dalle conoscenze del padre che, peraltro, non gli hanno impedito di inanellare imbarazzanti episodi di bancarotta economica.

-Quale sarebbero delle politiche concrete ispirate allo stile Berlusconi che l'Italia e l'Europa potrebbero adottare per rispondere a questo attuale disordine internazionale?

Riscoprire un minimo di autonomia strategica, naturalmente in un contesto europeo, non certamente finalizzata a creare ulteriori problemi ma piuttosto ad esplorare tutte le strade e le opportunità per risolverli. In sintesi, riaffermare e far valere concretamente il soft power europeo unitamente all’hard power di una vera Difesa Comune.

Recuperare la constatazione, che riterrei scontata, che per condurre una politica che prevenga e stabilizzi le crisi un minimo di empatia cognitiva (ovvero avere la capacità mentale di mettersi anche nei panni dell’interlocutore) è fondamentale per giungere ad un qualsivoglia compromesso che sia credibile e duraturo.

Affermare assertivamente, guardando al drammatico presente, e ferma restando la più categorica condanna verso ogni forma di terrorismo ai danni di Israele, che una critica politica ad una qualsivoglia iniziativa di un qualsivoglia Governo israeliano non può essere sempre ridotta ad una manifestazione di antisemitismo, anche perché così si rischia di banalizzare la fondamentale lotta contro questo odioso fenomeno. Avere il coraggio di affermare che se la Governance dell’umanità deve essere condotta con delle regole più o meno condivise da tutti gli attori, è necessario che tali regole vengano applicate senza doppi standard.

E, in ultima analisi, comprendere che siamo giunti ad uno spartiacque storico dell’umanità dove cinque secoli di leadership (o egemonia, dipende dai punti di vista) dell’Occidente stanno lentamente finendo e che occorre attrezzarsi – senza isterismi, manicheismi ed eccezionalismi – ad un assetto policentrico, o se preferite multipolare, del sistema internazionale.

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Interviste

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Marco Carnelos: «Tutti dal dopoguerra hanno ricercato una special relationship con gli USA. Solo Berlusconi è riuscito ad edificarne una solida e duratura»

«Credeva fortemente, del resto, nell’importanza delle relazioni personali tra leader, e con George W. Bush ebbe il tempo di costruirne una, complice anche una situazione straordinaria determinatasi all’inizio del XXI secolo. Nonostante la sua fortissima propensione filo-americana, [...] fu tuttavia in grado di tenere testa agli Stati Uniti rispetto al rapporto con la Russia»
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Fasanella: «Gli inglesi hanno sempre voluto influenzare la politica italiana attraverso il controllo delle nostre élite»

«Per il governo, Churchill e i conservatori puntavano sul riciclaggio del “fascismo buono”: i gerarchi della filiera anglofila sopravvissuti, primo fra tutti Dino Grandi. Mentre la continuità istituzionale doveva essere garantita dalla monarchia. I laburisti invece avevano un rapporto privilegiato con le correnti laico-azioniste della politica italiana. Entrambi, conservatori e laburisti, detestavano i cattolici»
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«La riforma non toglie indipendenza, ma la restituisce», Luca Palamara sulla separazione delle carriere

«Il sorteggio non è caos, ma la fine delle lottizzazioni; servono regole chiare per una giustizia più rapida e trasparente. Per battere davvero "il Sistema" bisogna rompere un meccanismo psicologico: la paura di esporsi contro di esso»
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Andrea Venanzoni: «Il movimento MAGA è in crisi. Vance? In netta difficoltà. L'unico stratega è Marco Rubio»

«La verità è che i movimenti non organicamente strutturati, privi di una architettura, di reali ideologi e di figure di vertice, eccessivamente appiattiti su una dimensione personalistica, quando la figura attorno cui si sono agglomerati e raccolti entra in crisi finiscono essi stessi per decadere. E mi sembra innegabile poter sostenere che in termini di politica interna la stella di Trump si sia molto appannata, per molti motivi.»
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Vanni Codeluppi: «Il gossip è il grande collante che tiene insieme tutti i sottosistemi sociali.»

«Jean Baudrillard parlava dell’entropia della struttura del sistema sociale, del collasso, diceva lui, della struttura classica della modernità che i grandi sociologi avevano studiato e messo a fuoco. Baudrillard diceva che essa era andata in crisi perché i confini tra un sottosistema e l’altro si erano indeboliti. Per questo noi oggi fatichiamo a distinguere che cos'è parte di un mondo specifico, per esempio economico, politico o di spettacolo. Tutto è sempre più rimescolato.»
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Una rivoluzione industriale invisibile

La stampa in 3D di un motore elettrico completo da parte del Massachusetts Institute of Technology, resa pubblica qualche giorno fa, non rappresenta soltanto un progresso tecnologico. È, più probabilmente, uno di quei fatti silenziosi che segnano una discontinuità storica. Non produce immediatamente titoli paragonabili a una crisi finanziaria o a una guerra, ma introduce un cambiamento destinato a ridefinire nel tempo l’organizzazione stessa dell’economia mondiale.

Stallo alla messicana

Claudia Sheinbaum Pardo: prestanome di López Obrador o scintilla di democrazia? Il Messico è una nazione dilaniata da violenza e povertà; più che una presidenza, dunque, si tratta di una sfida per dimostrarsi degna della carica e per smentire le accuse che le vengono rivolte da dentro e da fuori. Uno stallo da western all'italiana, dove il bottino non c’è: in gioco è il futuro di una popolazione stanca e insoddisfatta. Il bilancio del primo anno presidenziale è una questione apicale.

Separare le carriere è cosa giusta

Dall’ideale platonico alla ragion di Stato machiavelliana, la questione resta la stessa: come costruire un sistema giusto in una realtà imperfetta. Il referendum diventa così un passaggio per riflettere su terzietà, fiducia pubblica e assetto dei poteri.

Confessioni

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Richard Slotkin

«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Richard Slotkin

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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