Dopo la proposta di un Ministero del Futuro presentata al MAXXI di Roma il 10 ottobre scorso, resta una domanda aperta: chi, dentro le istituzioni, saprà accogliere quelle visioni e farle arrivare dove si decide? La risposta passa dai funzionari con spirito corsaro, capaci di anticipare i cambiamenti, mettere in relazione ciò che lo Stato già sa e segnalare gli scogli. Prima ancora di una sede o di un nuovo ministero, il futuro ha bisogno di un equipaggio.
Il MAXXI di Roma ospiterà il prossimo 10 ottobre 2026, per un’intera giornata, la seconda edizione di Bayram, l’iniziativa che quest’anno assume come titolo e come chiave interpretativa “Il salto quantico”, un’espressione mutuata dalla fisica quantistica per descrivere quella transizione discontinua e irreversibile che sembra oggi attraversare gli equilibri tra guerra e pace, in un momento storico che appare sempre meno come frattura improvvisa e sempre più come una riscrittura progressiva delle regole con cui si era abituati a leggere il mondo. Proprio qui, al Museo MAXXI di Roma, circa un anno fa abbiamo lanciato una piattaforma culturale generazionale chiamata “Bayram”. Dopo una giornata intensa che ha visto la partecipazione di circa 80 ospiti e 2mila partecipanti, abbiamo provato immaginare il futuro interrogandoci su una domanda necessaria, esistenziale, futurologica: “come sarebbe il mondo se le cose andassero diversamente?” Ora non vogliamo fermarci, vogliamo continuare il nostro viaggio interstellare e tracciare un solco narrativo e di riflessione profonda per decodificare il presente e ricodificare il futuro: Sabato 10 ottobre 2026 dalle ore 10 quella stessa “generazione cosmica” che un anno fa si è riunita qui è chiamata a fare “il salto quantico”, sì, perché “Il salto quantico” sarà proprio il titolo di questa seconda edizione di Bayram. Nella fisica quantistica, questo concetto descrive un cambiamento radicale, una transizione discontinua e irreversibile, un passaggio di stato energetico che non segue i parametri e i perimetri tradizionali. Le “regole del gioco” stanno mutando. Tecnologie quantistiche ed intelligenza artificiale stanno rifondando simultaneamente la sicurezza, la diplomazia, la finanza, la politica, l’energia, la guerra e la pace. La profezia è prima di tutto un codice con le sue leggi non scritte.
Nata come centrale permanente di idee e visioni, Bayram si propone di mettere in relazione discipline che la tradizione accademica ha spesso tenuto separate, dalla fisica alla teologia, dalla poesia alla tecnologia, dalla filosofia all’astrofisica, nella convinzione che solo un confronto aperto tra linguaggi distanti possa restituire una qualche capacità di orientamento in un’epoca dominata dal calcolo delle probabilità piuttosto che dalla certezza delle leggi. Le tecnologie quantistiche e l’intelligenza artificiale occuperanno una parte centrale della riflessione, imponendo una lettura che tenga insieme l’innovazione scientifica e le sue ricadute etiche, la tecnopolitica emergente e le sue implicazioni sul piano internazionale. Il MAXXI, con la propria vocazione a ospitare l’incontro tra arte, architettura e ricerca contemporanea, offre la cornice naturale per una giornata che si annuncia come punto di riferimento nel dibattito culturale italiano sui temi della tecnologia, della geopolitica e del futuro condiviso.
Ogni Stato, qualunque sia la sua forma, ha bisogno di sicurezza interna. Riconoscere le minacce, comprenderne le intenzioni e neutralizzarle prima che compromettano l'ordine politico costituisce una necessità elementare di qualsiasi società organizzata. Vale per gli Stati contemporanei come per gli imperi del passato. Valeva, inevitabilmente, anche per Roma. È questa una delle dimensioni più interessanti affrontate da Andrey Spiridonov, studioso di intelligence, controspionaggio e sistemi istituzionali complessi, nel suo L’Impero romano e il controspionaggio. Potere, informazione e governo dell’incertezza. Del resto, anche il percorso del suo autore sembra sottrarsi alla linearità delle biografie convenzionali. Gli apparati di sicurezza sovietici e russi, la frattura con Mosca, l’esilio e l’asilo politico in Italia. È lungo il confine tra ciò che è noto e ciò che rimane nell’ombra che si muove la ricerca di Spiridonov. Il suo volume osserva la Roma antica da una prospettiva poco frequentata, anche per la natura riservata delle attività in questione e per la difficoltà di ricostruirle attraverso le fonti, concentrandosi sugli apparati e sui meccanismi attraverso i quali Roma raccoglieva informazioni, cercava di comprendere le intenzioni degli uomini, sorvegliava le proprie periferie e tentava di anticipare le minacce alla stabilità dello Stato. Roma governava territori vastissimi, attraversati da rivalità, congiure e minacce difficili da prevedere. La sua stabilità dipendeva anche dalla capacità di raccogliere informazioni, verificarne l'attendibilità e riconoscere segnali che, isolatamente, potevano apparire insignificanti. Ma disporre di molte informazioni non significava necessariamente comprendere la realtà. Le notizie potevano essere incomplete, manipolate o interpretate attraverso i pregiudizi di chi le riceveva. Il caso di Seiano, prefetto del pretorio e uomo di fiducia di Tiberio, mostra quanto il controllo dei canali informativi potesse condizionare le decisioni dell'imperatore. Dove risiede realmente il potere quando la conoscenza del decisore dipende da una catena di intermediari e interpretazioni? È l'eterno problema dell'incertezza, che accompagna ogni forma di stato. Attendere informazioni definitive poteva significare intervenire troppo tardi; agire prematuramente esponeva al rischio di decisioni disastrose. Governare richiedeva dunque non soltanto conoscenza, ma prudenza, capacità di adattamento e disponibilità a correggere le proprie valutazioni. Informazione, percezione e potere costituiscono così il filo conduttore di una riflessione che, partendo dalla Roma antica, raggiunge direttamente le questioni della sicurezza contemporanea. Ne abbiamo discusso con Andrey Spiridonov, che ringraziamo per la disponibilità.
- Per chi non la conoscesse, chi è Andrey Spiridonov e di che cosa si occupa?
Vivo in Italia dal 2009. È un Paese che ho scelto consapevolmente e che sento molto vicino alla mia sensibilità e ai valori nei quali mi riconosco. Nel 2012, in seguito al mio dissenso nei confronti della politica condotta in Russia e alle persecuzioni che ne sono derivate, la Repubblica Italiana mi ha riconosciuto lo status di rifugiato. Non lo considero un semplice fatto burocratico e non lo dimentico: l’Italia mi ha protetto in uno dei momenti più difficili della mia vita e, con il tempo, è diventata casa mia. La mia formazione è iniziata in ambito militare. Ho frequentato la Scuola Militare Suvorov di Leningrado e successivamente l’Istituto Superiore Militare di Comando delle Truppe di Frontiera del KGB dell’URSS (Comitato per la Sicurezza dello Stato dell’Unione Sovietica) a Mosca. Ho poi proseguito la mia formazione presso l’Accademia dell’FSB della Federazione Russa (Servizio Federale di Sicurezza). Parallelamente alla carriera professionale ho ampliato i miei studi nel campo delle relazioni economiche internazionali, dell’economia e dell’amministrazione pubblica. Nel 2007 ho conseguito un dottorato di ricerca, discutendo una tesi dedicata alla politica migratoria della Russia, alla sua evoluzione e alle possibili vie del suo perfezionamento. Per molti anni ho prestato servizio negli apparati di sicurezza dello Stato, nell’intelligence e nel controspionaggio. Ho iniziato nelle strutture operative del Distretto di Frontiera dell’Asia Centrale e successivamente ho lavorato a Mosca in incarichi operativi. È stata quindi una formazione non soltanto teorica: una parte importante di ciò che studio oggi nasce dall’esperienza diretta del lavoro operativo, dall’analisi delle informazioni, dal rapporto con le fonti e dalla necessità di prendere decisioni in situazioni nelle quali raramente si dispone di un quadro completo. Con il tempo quell’esperienza professionale, unita alla formazione accademica, si è trasformata in ricerca. Da questo percorso è nato l’Institutional Counterintelligence Analysis, ICA: una disciplina che studia non soltanto le azioni di un eventuale attore ostile, ma anche le vulnerabilità che le stesse istituzioni possono generare attraverso i propri processi decisionali, i flussi informativi, le strutture organizzative e il modo in cui interpretano la realtà. Accanto alla ricerca c’è poi la letteratura. Il mio romanzo più recente, A Time of Borrowed Names, racconta il mondo dell’intelligence attraverso le persone che vi entrano e ne vengono trasformate: identità, lealtà, guerra, amore, perdita e sopravvivenza. In fondo, i due aspetti del mio lavoro si incontrano: nei romanzi osservo l’essere umano dentro i sistemi; nei miei studi cerco di comprendere i sistemi attraverso il comportamento degli esseri umani.
- Il controspionaggio è da sempre il suo campo di studio e di lavoro. Come è nata l’idea di applicare questa prospettiva all’Impero Romano?
L’idea è nata da una domanda molto semplice: il controspionaggio nasce davvero con i servizi moderni? Studiando Roma, mi sono accorto che la risposta era molto più complessa. I Romani non avevano un servizio di controspionaggio nel senso contemporaneo, ma conoscevano perfettamente il problema: dovevano individuare le congiure, controllare la lealtà politica e militare, utilizzare informatori, verificare le informazioni e capire una minaccia prima che diventasse evidente. La congiura di Catilina è straordinaria da questo punto di vista: troviamo fonti umane, informatori, intercettazione di comunicazioni, gestione degli intermediari e azione preventiva. Non possiamo chiamare Cicerone un ufficiale di controspionaggio moderno, naturalmente. Ma la logica di molte delle sue azioni è sorprendentemente riconoscibile ancora oggi. Roma non aveva la nostra tecnologia e non aveva i nostri servizi. Ma aveva già compreso il problema fondamentale della sicurezza dello Stato. Duemila anni dopo abbiamo cambiato gli strumenti. Molto meno, invece, abbiamo cambiato le domande.
- Nel volume ritorna spesso il problema di prendere decisioni in condizioni di incertezza. Come capiamo quando si è raggiunta una conoscenza sufficiente per agire, pur sapendo che resterà inevitabilmente incompleta?
Credo che proprio Roma ci insegni una cosa fondamentale: governare significa decidere prima di sapere tutto. La conoscenza perfetta non esiste. Se aspettiamo la certezza assoluta, spesso arriveremo alla decisione quando sarà ormai troppo tardi. Ma il contrario è altrettanto pericoloso: agire sulla base di una semplice intuizione o di una paura. Per me, una conoscenza diventa sufficiente quando informazioni provenienti da fonti diverse cominciano a formare una struttura coerente, le ipotesi alternative sono state seriamente considerate e possiamo spiegare non soltanto che cosa pensiamo, ma perché lo pensiamo. È una lezione profondamente romana: prudenza, osservazione della realtà e responsabilità della decisione. Governare non significa aspettare di avere tutte le risposte; significa sapere quando quelle disponibili sono sufficienti per agire e avere l’intelligenza di correggersi quando la realtà cambia.
- L’imperatore formalmente decideva, ma dipendeva da chi osservava le province, redigeva i rapporti, trasmetteva i messaggi, controllava gli accessi e selezionava le informazioni destinate al centro. Dove si colloca realmente il potere quando qualcuno può influenzare ciò che il decisore ritiene vero?
È una delle domande centrali del libro. Il potere non appartiene soltanto a chi prende la decisione. Appartiene, in parte, anche a chi costruisce la realtà sulla quale quella decisione viene presa. Un imperatore poteva avere un’autorità immensa, ma non poteva essere contemporaneamente a Roma, sul Reno, in Britannia, in Siria e in Africa. Doveva vedere l’Impero attraverso gli occhi degli altri. E proprio qui nasce una forma di potere molto sottile: decidere che cosa il sovrano deve sapere, che cosa deve sapere prima, che cosa può aspettare e quale significato attribuire a un’informazione. Il potere più visibile è quello di chi decide. Ma il potere più discreto – e talvolta più pericoloso – è quello di chi contribuisce a determinare ciò che il decisore ritiene vero.
- Quanto pesa il fattore culturale nel campo dell’intelligence, in particolare nella capacità di riconoscere le minacce reali senza sottovalutarle o fraintenderle a causa, appunto, di bias culturali?
Il fattore culturale è fondamentale. Nell’intelligence uno degli errori più pericolosi è pensare che l’avversario ragioni come noi. Se interpretiamo un’altra società attraverso i nostri valori, le nostre paure e le nostre categorie mentali, possiamo avere informazioni corrette e arrivare comunque a una conclusione sbagliata. La storia italiana offre esempi importanti dell’esigenza di comprendere l’ambiente umano prima ancora del singolo fatto. Penso, per esempio, al generale Carlo Alberto dalla Chiesa: nella lotta contro le Brigate Rosse comprese che non bastava inseguire i singoli reati; bisognava comprendere l’organizzazione, le relazioni tra le persone, il contesto e la logica interna dell’avversario. È una lezione di intelligence di grande modernità: non basta sapere più cose dell’avversario. Bisogna capire come interpreta la realtà, senza per questo perdere la capacità di giudicarla con i propri criteri.
- Nel libro emerge una Roma capace di adattare strumenti e metodo alle circostanze. Quanto conta ancora oggi evitare schemi troppo rigidi e preservare il fattore umano, quindi il giudizio dell’analista?
Conta moltissimo. Roma ci insegna che la forza di un sistema non consiste nell’avere una risposta prestabilita per ogni minaccia, ma nella capacità di adattarsi quando la realtà cambia. Il metodo è indispensabile, perché protegge l’analista dall’intuizione arbitraria e dai propri pregiudizi. Ma il metodo non deve diventare una gabbia. Se uno schema ci impedisce di vedere ciò che non avevamo previsto, quello schema ha smesso di aiutarci. Ed è qui che rimane insostituibile il fattore umano: esperienza, cultura, capacità di riconoscere un’anomalia e anche il coraggio di dire: “Il nostro modello non spiega più quello che stiamo osservando”. I metodi devono essere rigorosi, ma l’intelligenza deve rimanere flessibile.
Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio
- Il suo percorso personale e professionale che l’ha portata a viaggiare tra Russia, Stati Uniti e Italia le consente di osservare l’Italia anche da una prospettiva esterna. Quali ritiene siano oggi le principali minacce alla sicurezza interna dello Stivale?
Vorrei fare una piccola precisazione. La Russia appartiene alla mia biografia e alla mia formazione, e non rinnego né il Paese né la sua cultura. Ma vivo in Italia e sono un rifugiato politico proprio perché non potevo condividere la direzione politica intrapresa dalla leadership russa. Oggi guardo questi problemi dalla prospettiva di una persona che vive in Italia, appartiene allo spazio europeo e ha maturato anche una lunga esperienza negli Stati Uniti. Quanto all’Italia, le minacce contemporanee sono interconnesse: criminalità organizzata e penetrazione nell’economia legale, cyberattacchi, spionaggio e influenza straniera, disinformazione, radicalizzazione di matrice religiosa o rifiuto delle regole comuni e vulnerabilità delle infrastrutture strategiche. L’Italia possiede però un patrimonio istituzionale di enorme valore, maturato affrontando terrorismo, mafia, violenza politica e criminalità organizzata. La sfida, oggi, è evitare che minacce diverse, osservate separatamente da amministrazioni diverse, diventino riconoscibili soltanto quando è troppo tardi. La sicurezza moderna comincia dalla capacità di collegare ciò che, a prima vista, sembra non avere alcun collegamento.
- Ha conseguito un dottorato in Economia con una tesi dedicata alla politica migratoria della Russia. Alla luce dei suoi studi, come valuta il rapporto tra fenomeni migratori e sicurezza?
È sicuramente un tema molto delicato, perché ci si muove su un terreno fragile, nel quale è facile cadere in semplificazioni e perdere di vista la complessità del fenomeno. Le migrazioni hanno una dimensione umana, economica e sociale, ma pongono anche questioni concrete di sicurezza interna. Il problema di sicurezza nasce quando lo Stato perde la capacità di governarlo: quando non riesce a identificare adeguatamente chi entra, quando l’irregolarità alimenta reti criminali, quando le procedure diventano troppo lente e quando l’integrazione non funziona. Allo stesso tempo, una democrazia deve saper distinguere con grande rigore chi rappresenta realmente un rischio da chi fugge da una guerra o da una persecuzione e ha diritto alla protezione. Lo dico anche da rifugiato politico: per me questa distinzione non è soltanto accademica. Sicurezza e umanità non sono in contraddizione. Uno Stato serio deve saper controllare, distinguere e integrare. La vera sicurezza nasce dall’equilibrio: regole chiare, controllo efficace, rispetto della dignità umana e integrazione reale.
- Nelle città possono formarsi comunità e appartenenze alternative, anche fondate su valori religiosi, che possono entrare in tensione con la laicità dello Stato. Quali rischi possono derivarne e quali conseguenze può avere sottovalutare il fenomeno?
Come dicevo prima, la capacità dello Stato di governare determinati fenomeni è fondamentale per garantirne la sicurezza interna. Questo vale anche per la coesione sociale, che dipende dal riconoscimento di un ordinamento comune, al quale tutti dovrebbero sottostare. È una condizione essenziale per la stabilità dello Stato e per il funzionamento delle sue istituzioni. Il problema nasce quando un’appartenenza religiosa, politica o ideologica pretende di sostituire le regole dello Stato con un proprio ordinamento. Possono allora formarsi spazi nei quali l’autorità della legge viene messa in secondo piano. Se emergono isolamento, radicalizzazione o rifiuto delle regole comuni, lo Stato non può ignorarli. Il principio deve restare lo stesso per tutti: pieno rispetto della libertà religiosa, nel quadro dell'ordinamento costituzionale e delle leggi della Repubblica.
- L’ICA, disciplina da lei fondata, studia le mosse degli attori ostili e consente di riconoscere configurazioni nelle quali azioni singolarmente legittime, considerate nel loro insieme, possono condizionare, indebolire o trasformare le istituzioni. Dove possiamo osservare oggi dinamiche ambigue di questo tipo?
È proprio qui che l’ICA cambia il punto di osservazione. Nei miei libri parto da un principio semplice: un’istituzione può diventare vulnerabile anche quando ogni singolo elemento, osservato separatamente, sembra perfettamente spiegabile. Ho studiato, per esempio, due casi europei molto diversi: Danske Bank, istituto bancario danese coinvolto in un vasto scandalo di riciclaggio attraverso la propria filiale estone, e Wirecard, società tedesca di pagamenti elettronici fallita nel 2020 dopo la scoperta di gravi irregolarità contabili. Nel lavoro dedicato a Danske Bank ho cercato di andare oltre la sola categoria del riciclaggio osservando come informazioni, responsabilità e competenze possano distribuirsi tra soggetti diversi, ciascuno dei quali vede soltanto una parte della realtà. Con Wirecard la domanda analitica è analoga: non basta chiedersi se le informazioni esistessero; bisogna capire perché informazioni presenti in domini diversi non siano state ricomposte per tempo in un quadro coerente. L’ICA aggiunge quindi una domanda: non soltanto «Quale singolo fatto è sospetto?», ma «Che cosa sta prendendo forma davanti a noi quando colleghiamo tutti questi elementi?». Uso un’immagine che in Italia viene quasi naturale: un mosaico romano. Una tessera, osservata da sola, racconta pochissimo. Solo facendo un passo indietro appare l’immagine. L’ICA nasce per vedere il mosaico.
- La sua esperienza negli apparati di sicurezza sovietici e russi le ha consentito di conoscere dall’interno le istituzioni e la cultura del Paese. Alla luce del suo percorso personale e professionale, come interpreta oggi la guerra in Ucraina?
Chi ha conosciuto realmente un conflitto armato comprende una cosa che talvolta si dimentica quando la guerra viene osservata da lontano: tutte le guerre, anche quelle durate cent’anni, prima o poi finiscono con qualcuno che si siede a un tavolo e parla. L’invasione russa dell’Ucraina ha prodotto una tragedia enorme. Ma dietro le strategie, le mappe e le dichiarazioni politiche ci sono esseri umani. Ogni giorno di guerra significa altri morti, altri invalidi, bambini senza un padre o una madre e famiglie che porteranno quelle ferite per generazioni. E c’è una cosa che nessuna analisi geopolitica dovrebbe farci dimenticare: nessuna madre al mondo vuole ricevere il proprio figlio o la propria figlia in una bara. Che si chiami Marco, Ivan o John, per sua madre sarà sempre il figlio più prezioso del mondo. La pace deve essere costruita nel rispetto del diritto internazionale e deve essere capace di durare. Ma se sappiamo che, alla fine, qualcuno dovrà comunque sedersi a un tavolo e parlare, la responsabilità della politica è fare tutto il possibile perché, prima di quel giorno, siano il minor numero possibile le madri costrette a piangere i propri figli.
- Secondo lei, Mosca avrebbe potuto muoversi in modo più efficace sul piano politico e diplomatico per evitare di arrivare all’intervento militare?
È difficile stabilire, a posteriori, quali scelte politiche o diplomatiche avrebbero potuto impedire lo scoppio della guerra. Gli strumenti per cercare una soluzione esistevano: gli accordi di Minsk, il formato Normandia, l’OSCE e numerosi canali bilaterali e multilaterali. Tuttavia, nel loro insieme, non sono riusciti a evitare il conflitto. Bisogna considerare che la guerra è stata preceduta da anni di tensioni e di errori politici, che non possono essere ricondotti a un singolo episodio. Questo non modifica le responsabilità giuridiche derivanti dall’uso della forza, ma ci ricorda quanto sia importante mantenere aperti i canali diplomatici, anche nelle situazioni più difficili. La diplomazia deve essere utilizzata fino all’ultimo momento possibile. Un negoziato fallito può essere riaperto il giorno dopo. Una vita perduta, no.
- Esistono oggi concrete possibilità di uscire da questa situazione in modo da limitare ulteriori danni?
Uno spazio per la diplomazia esiste finché esiste una reale volontà politica di negoziare. Ma bisogna essere realistici: dopo anni di guerra, morti e distruzione, non esistono più soluzioni indolori. Ogni decisione umana ha un prezzo. La vera domanda è come impedire che il prezzo diventi ancora più alto. Servono una riduzione della logica dell’escalation, un negoziato serio nel quale l’Ucraina sia naturalmente parte essenziale e garanzie di sicurezza credibili: una pace che prepara semplicemente la prossima guerra non è una vera pace. Anche l’Europa dovrà avere un ruolo importante, perché saranno gli europei a convivere per molti anni con le conseguenze politiche, economiche e di sicurezza di ciò che verrà deciso. Non so quale sarà il compromesso finale, so però una cosa: continuare una guerra perché non riusciamo ancora ad immaginare la pace significa lasciare che siano i morti di domani a pagare la nostra incapacità di trovarla oggi.
- A causa della guerra in Ucraina, i rapporti tra Italia e Russia sembrano essere ai minimi. Qual è il suo giudizio su questa situazione e come potrebbe muoversi l’Italia nei confronti della Russia?
È una situazione dolorosa, anche perché tra italiani e russi esistono rapporti culturali e umani molto più antichi dell’attuale crisi politica. Credo sia importante distinguere sempre un Paese, la sua cultura e il suo popolo dalle decisioni del suo governo. L’Italia ha assunto una posizione chiara nel quadro europeo e atlantico, fondata sul sostegno all’Ucraina e sul rispetto del diritto internazionale. Questo, tuttavia, non significa rinunciare alla capacità diplomatica. Credo che l’Italia possa avere, quando esisteranno le condizioni, un ruolo utile. Nella diplomazia italiana riconosco una qualità che apprezzo molto: la capacità di essere ferma senza considerare il dialogo una debolezza e pragmatica senza rinunciare ai principi. Prima o poi questa guerra finirà e l’Europa dovrà costruire un nuovo equilibrio di sicurezza nel quale dovrà trovare il modo di convivere anche con la Russia. Per storia, cultura diplomatica e capacità di parlare con interlocutori molto diversi, l’Italia possiede qualità preziose per contribuire a costruire ponti senza rinunciare ai propri principi.
- Che rapporto Lei ha oggi con l’Italia? Come si trova?
Il mio rapporto con l’Italia, ormai, non è quello di un ospite. Qui vive la mia famiglia, qui crescono i miei due figli. L’Italia mi ha accolto in uno dei momenti più difficili della mia vita e mi ha permesso di ricominciare. Di questo sarò sempre profondamente grato. Ma l’Italia mi ha dato anche qualcosa di fondamentale per uno studioso e per uno scrittore: la libertà e la serenità necessarie per continuare a studiare, scrivere e sviluppare i miei progetti scientifici. Con il tempo, l’Italia è diventata non soltanto il Paese nel quale vivo, ma anche uno dei principali oggetti della mia ricerca. Ho studiato la storia dell’intelligence italiana e la sua evoluzione istituzionale, la sicurezza dello Stato e la Ciociaria, il Lago di Lugano e la frontiera italo-svizzera come spazio storico di intelligence, oltre alla logica dell’intelligence e del controspionaggio nel mondo romano. Nella dedica del mio nuovo libro sull’Italia ho scritto che questo Paese, nel corso degli anni, è diventato la mia seconda Patria. È esattamente ciò che sento. Vorrei che il mio lavoro potesse restituire almeno una piccola parte di ciò che l’Italia ha dato a me e alla mia famiglia. L’Italia mi ha accolto, mi ha dato la possibilità di continuare a studiare e a creare. Io, nel mio piccolo, cerco di esserle utile. Oggi è casa mia.
«Credo che proprio Roma ci insegni una cosa fondamentale: governare significa decidere prima di sapere tutto. La conoscenza perfetta non esiste. Se aspettiamo la certezza assoluta, spesso arriveremo alla decisione quando sarà ormai troppo tardi. Ma il contrario è altrettanto pericoloso: agire sulla base di una semplice intuizione o di una paura. Governare non significa aspettare di avere tutte le risposte; significa sapere quando quelle disponibili sono sufficienti per agire e avere l’intelligenza di correggersi quando la realtà cambia»
«Ha perdonato reati commessi dai suoi alleati in cambio del loro sostegno politico, ha attaccato apertamente i giudici e la stampa critica, ha permesso la corruzione di alcune persone di sua fiducia e ha occupato in maniera grossolana istituzioni neutrali come la televisione pubblica o l'istituto demoscopico pubblico. Credo che il bilancio sia essenzialmente negativo, non tanto per le singole politiche adottate, quanto per la sua adesione a posizioni autoritarie che spesso associamo alla destra radicale»
«L'Europa si è abituata a livelli elevati di spesa sociale mentre una parte decisiva del costo della sua difesa ricadeva su Washington. È una condizione che non possiamo più considerare garantita. Dovremo trasferire risorse da cose che apprezziamo, come i generosi sistemi di welfare, alla sicurezza. Non disponiamo infatti di una crescita economica tale da rendere indolore questa scelta. Guardando indietro, il periodo fra il 1989 e il 2014 appare per quello che era: un'anomalia storica, non una nuova normalità.»
«Le manifestazioni di queste settimane sono motivate, almeno in parte, da rivendicazioni che potrebbero anche essere considerate accettabili. Ma diventano inascoltabili quando si accompagnano alla volontà di mettere a ferro e fuoco il Paese e di instaurare il disordine. È quanto abbiamo visto nell'ultimo mese. Si tratta di un movimento alimentato da una minoranza, perché moltissimi liceali non hanno alcuna intenzione di interrompere le lezioni per scendere in piazza. Una minoranza attiva e rumorosa, influenzata dall'ultrasinistra e dalla France Insoumise, che cerca di seminare il caos perché questo è il suo progetto politico»
«Vediamo quanto la crisi attuale, pur avendo il suo epicentro nel Golfo, pesi anche sull'Italia, sia dal punto di vista economico sia da quello degli equilibri geopolitici. Esiste un interesse politico comune da perseguire. Credo che l'Italia abbia svolto un ottimo lavoro, favorito anche dalla sua rinnovata stabilità politica»
«In quasi tutti i Paesi nei quali ho lavorato ho incontrato una domanda d'Italia superiore alla nostra capacità di risposta. Esisterebbe uno spazio enorme per noi: economico, culturale, diplomatico e industriale. Ma non riusciamo a occuparlo. Abbiamo istituzioni deboli, priorità spesso sbagliate e una pubblica amministrazione che non risponde con la velocità necessaria. Le imprese provano a muoversi, ma non possono farlo sempre da sole, soprattutto nei mercati nei quali la presenza dello Stato è determinante»
Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.
Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».
Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.
La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran.
Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:
«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».
L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.
Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima.
Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.
La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.
La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.
Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.
Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.
Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.
Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.
I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.