Le grida armene non fanno rumore

Alcune guerre sono mute, di altre invece c'è una bulimia d'informazioni. È fondamentale che le coscienze europee non abbandonino l'Armenia. Gli Azeri hanno aspettato trent'anni di condizioni sociali, economiche e politiche adatte per riprendersi il Karabakh. Ora che la cuspide dei loro sogni è così vicina non aspetteranno molto per realizzare l'utopica unione dell'annessione del territorio armeno. Nel frattempo i nostri interessi energetici non devono impedirci di guardare alla situazione con lucidità.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

Eurafrica

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca non è visto in realtà come una buona notizia a Palazzo Chigi. A parlare è la testa più che il cuore di chi sa che quella foto in cui Giorgia Meloni e Joe Biden si tenevano a braccetto - dopo che la leader di Fratelli d’Italia era intervenuta al CPAC qualche anno prima, infiammando i conservatori americani - potrebbe far perdere la centralità strategica di cui il Paese gode in questa fase storica. Questa è la ragione principale che spinge la premier, abilissima ancora una volta, nel costruire una retrovia strategica tutta europea che va dall’asse Londra-Roma-Tirana fino al principio di mutuo soccorso col ticket femminile Metsola-Von Der Leyen in vista delle prossime elezioni, per recuperare dunque una ragione di esistenza nel Vecchio Continente anziché nel Mondo, infine di sopravvivenza nel sistema a-polare che diventa lentamente sino-americano, con una globalizzazione a due velocità.   Non a caso, dove c’è retrovia, c’è anche profondità, proiezione, e la copertura europea, è la rampa di lancio per pensare l’Italiafrica. Il Mediterraneo come un mare che unisce nel rispetto reciproco e nella pacifica convivenza della stessa casa comune. Il dialogo come forma più alta contro la barbarie dell’omologazione e del sincretismo culturale e religioso. Solo così, cioè promuovendo l’idea di un’Europa che non può non essere africana ed una Africa che non può non essere europea, è possibile costruire una prospettiva euro-africana, come esiste una prospettiva euroasiatica, che attenzione, non significa costruire l’Eurafrica o l’Eurabia, bensì costruire una grande comunità di destino. Il Piano Mattei appunto svelato in questi giorni, ai leader africani ma soprattutto alle due donne che hanno bisogno di Giorgia Meloni a partire da Giugno 2024: Roberta Metsola e Ursula Von Der Leyen.  L’idea della premier di sfidare Elly Schlein, agnello sacrificale del Partito Democratico, in un confronto televisivo, è il duello perfetto che nasconde il suo vero nemico post-elezioni americane: “Giuseppi” Conte. Colui che - non avendo opposizione interna - è libero di gestire la competizione elettorale in modo asimmetrico, un po’ contro la sinistra e un po’ contro la destra. E a quel punto con Donald Trump alla Casa Bianca, potrà far convergere tutta la sua politica estera con quella statunitense e colpire sul nervo scoperto del centro-destra. Cioè il totale appiattimento sulla prosecuzione della guerra in Ucraina. Potrebbe inoltre riprendere in mano il Piano Mattei con maggiore forza, forte della retorica filo-palestinese, musica per le orecchie dei leader africani, se non addirittura chiedere agli americani di essere esenti dalla missione navale nel Mar Rosso contro gli Houthi, esattamente come chiese agli americani in tema di sanzioni all’Iran. L’Italia fu l’unico Paese esente da queste. È in quell’occasione che Giuseppe divenne “Giuseppi”.  Roma, Luglio 2023. X Martedì di Dissipatio Chi lo avrebbe mai detto, eppure mentre in tutta l’Europa occidentale scompaiono i partiti tradizionali, in Italia i piccoli cannibalizzano i grandi da dentro anziché da fuori. Dopo le europee la Meloni si prepara dunque a lanciare il grande partito conservatore, con stile blairiano, mentre il capo del Movimento 5 Stelle a questo punto, può provare a prendersi il Partito Democratico e costruire un grande cartello progressista. 
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La politica americana è una grande metafora

Il tentativo di decodificare l'incomprensibile dibattito pubblico d'oltreoceano non può fare a meno degli studi linguistici, solo apparentemente avulsi da significati politici e filosofici. Secondo George Lakoff, ad esempio, l’intera analisi filosofica va ricostruita tenendo conto dei risultati sperimentali delle neuroscienze e della psicologia cognitiva. Allo stesso modo, i suoi studi sulle "metafore concettuali" potrebbero rappresentare un valido aiuto per capire come mai nel 2024 il Paese più importante del mondo si ritrovi a dover scegliere fra Joe Biden e Donald Trump.

Senza dolore non si cambia

Se ogni cosa richiama il suo contrario e si sviluppa in relazione ad essa, allora il tentativo di estirpare il dolore dalla moderna società è un tentativo destinato a fallire. Instillata sin dalla più giovane età, l'algofobia di cui parla Byung-chul Han ne "La società senza dolore" altro non è che il principio guida per aggirare ogni possibile situazione traumatica. Ma è anche il modo in cui il potere cerca di mantenere il sistema uguale a sé stesso, impedendo ogni conflitto funzionale al cambiamento.

Il Made in Italy non si può banalizzare

La promozione di un liceo del Made in Italy è l'ultima di una serie di macchiette nazionaliste che poco o niente hanno a che vedere con l’afflato culturale, storico, geografico della cultura italiana. Sostenere l'industria del Paese significa invece intervenire sulle sue storture e zone d'ombra, quali sono le condizioni di lavoro o lo sfruttamento di città come Firenze e Venezia, ormai ridotte a parchi giochi per turisti.

Interviste

a cura di Davide Arcidiacono

«Per fortuna la vita è più grande dell’intelligenza e da un certo punto di vista sono le cose a fare noi più che noi a fare le cose». Il senso del romanzo oggi secondo Claudio Gallo

Per scrivere di retroscena, di mondi paralleli, di oscure dinamiche politiche, è fondamentale avere contezza di come tutto ciò si sviluppi nella realtà. Claudio Gallo - per trentasette anni giornalista de La Stampa, divenendo dopo poco responsabile del desk esteri - si è per lungo tempo buttato a capofitto nelle trame di potere mediorientali (con una particolare predilezione per l'Iran), cercando di carpirne l'essenza. Il fattore umano, dietro ai riti e alle posture, è ciò che permette di entrare in contatto con una cultura: l'unico modo per restituire l'ossatura ideologica a un pubblico che parte da zero. Non c'è così premio migliore dello scoprire che un uomo di lettere di siffatta natura decida di dedicarsi alla stesura di romanzi. Proprio perché i reportage, nel loro implicito tentativo di umanizzare gli abitanti di una terra aliena, possono funzionare fino a un certo punto. Indossare i loro abiti, pur nella fantasia meditativa propria della lettura, arriva alla mente molto più della raccolta di centinaia d'informazioni. L'ultimo romanzo di Claudio Gallo, però, non parla di mondi lontanissimi, ma di luoghi a noi vicini. Così vicini da sembrare italiani. Politica, potere, corruzione, omertà: Cani di Carta racconta una storia di casa nostra, sebbene sentirselo ricordare, alle volte, può dar fastidio. Abbiamo raggiunto il suo autore per fargli qualche domanda. - Come nasce l’idea per Cani di Carta? Dopo quasi quarant’anni di giornalismo, volevo dire qualcosa su quell’ambiente. Specialmente perché l’immagine generica circolante è molto lontana dalla realtà. Non si tratta di denigrare il giornalismo, sarebbe soltanto il contrario di una lode acritica. M’interessava far vedere perché il risultato è l’opposto di quello che si proclama, qual è la funzione principale dell’informazione, cosa c’è sotto la maschera. Certo, più le cose sono complesse meno sono definite, quindi se è giusto individuare nel giornalismo un core business che è essenzialmente la funzione propagandistica, c’è poi intorno una nuvola grigia e contraddittoria da cui possono uscire anche cose positive per la società. La gerarchia tuttavia non si può rovesciare completamente, nell’informazione comanda il signore di questo mondo, come dice il Vangelo di Giovanni. Diciamo, un po’ paradossalmente, che il male del giornalismo è frutto del calcolo mentre il bene viene più dal caso o da una mancata composizione degli interessi predominanti ai vertici della società. Quello del giornalismo insomma non è un mondo a parte di spassionati osservatori della realtà, è un’articolazione della società così com’è e ne condivide sia i fini nascosti sia quelli apparenti. Poi per fortuna nostra le macchine non funzionano mai perfettamente. Non che rimpianga quei tempi, ma quando il pianeta era diviso in due blocchi il panorama mediatico nel cosiddetto occidente era molto meno asfittico di quello odierno, in cui tutti sembrano essere sostanzialmente d’accordo. Gli spunti critici esistono sempre, ma nel mondo dei social media sono polverizzati, resi invisibili dentro una specie di rumore di fondo che una persona normale si sente in dovere di ignorare. Uno si potrebbe chiedere perché non ho scritto un saggio. Il fatto è che volevo divertirmi e la scrittura romanzesca è molto più appagante di quella saggistica. Ora vedremo se si divertono anche i lettori. Sulla storia in sé del romanzo, mi piaceva l’idea irrealisticamente macabra di un mondo dove chi avvelena le menti, il giornalismo e la politica, è in combutta con chi avvelena i corpi in nome del sacrosanto profitto e dell’ordine globale costituito. Per fortuna un mondo così brutto è solo una fantasia.  - Le tue esperienze sembrano focalizzarsi più sugli esteri, in particolare verso l’Oriente. Invece questo è un libro che parla del nostro Paese: senti che serve dire qualcosa sull’Italia che oggi viene, volutamente o meno, ignorato? In Italia si può essere nazionalisti soltanto nello sport. Come dire, puoi essere libero solo in galera, tutto il resto serve a farti passare per pazzo o criminale. Se uno chiede a un giovane a caso, patria al massimo è il nome di un bar. Anche qui, nella società, nel mondo dei rapporti umani, non c’è niente di granitico. Le idee, le identità, si formano lentamente nel corso della storia e nella storia si dissolvono. Però nel presente esistono, con gradi diversi d’intensità e indicano cose reali, legami reali che dovrebbero dare un senso (limitato sin che si vuole) alla vita comunitaria. In questo quadro, che cosa resta oggi dell’Italia? Ben poco. Siamo una provincia dell’impero, dove si è inventato persino il sovranismo senza sovranità. Siamo di fatto una colonia. I vecchi governanti democristiani, con tutte le loro orribili colpe, lo avevano capito e avevano usato la nostra ambiguità costitutiva per allungare una catena troppo corta. Una cosa da fare tenerezza. Il mondo dell’informazione moderna ha ucciso il popolo, ne ha fatto una massa di lotofagi, ognuno chiuso nel suo delirio personale, incapace di dire noi e per questo sommamente controllabile. L’Europa è stata l’ultima occasione perduta di costruire un noi. Dopo secoli di guerre e discordie c’era la possibilità di ammettere: siamo quelli che non concordano su nulla, ma a forza di odiarci abbiamo qualcosa in comune. Potremmo amarci per stanchezza. Invece no. L’Europa di Bruxelles è oggi la più grande nemica dei suoi popoli.  - La condizione contemporanea sembra contraddistinta da un overdose di due elementi. Il primo è lo spettacolo. Quale senso può avere allora continuare a scrivere storie quando esse sovrabbondano? Guy Debord lo disse genialmente e confusamente alla fine degli anni sessanta, siamo immersi, in procinto di annegare, nella società dello spettacolo. Credo che si possa tradurre così: viviamo in un mondo dove le cose reali (e siamo d’accordo che «realtà» è un concetto ambiguo, più un buco nero di una categoria, qui si parla delle realtà su cui possono concordare due amici in osteria, o alla riunione del partito) sono state sostituite da immagini. È come se alla scatola cinese della caverna di Platone si fosse aggiunto uno scompartimento, ancora più lontano dalla luce del fuoco. Noi non siamo buoni: ci immaginiamo di esserlo. Non siamo cattivi: ci immaginiamo di esserlo e così via. Senza che questo impedisca alle forze che costituiscono il nostro mondo di mescolarsi  secondo immemorabili scenari archetipici. Soltanto, la nostra consapevolezza è indebolita, quasi dissolta, siamo diventati degli automi orgogliosi della loro falsa libertà. All’inizio del novecento Hegel aveva decretato la morte dell’arte, Walter Benjamin aveva fatto l’autopsia all’Aura. Bob Dylan, per giocare all’alto e al basso, scriveva sul retro della copertina di Bringing It All Back Home nel 1965: «Non vorrei essere Bach, Mozart, Tolstoy, Joe Hill, Gertrude Stein o James Dean, sono tutti morti. I Grandi Libri sono stati scritti, le Grandi Frasi pronunciate». E il post-modernismo ha cercato di convincerci che non solo “non c’è niente di nuovo sotto il sole” ma che le ossessioni ripetitive della nostra cultura sono un gioco ordinato da regole astruse ma senza alcun senso. Potrei anche non essere d’accordo ma non posso non tenerne conto. Perché allora raccogliere il testimone anonimo del milionesimo autore di romanzi? Perché per fortuna la vita è più grande dell’intelligenza e da un certo punto di vista sono le cose a fare noi più che noi a fare le cose. Come le immagini che guidano la mente nascono sfolgoranti e poi perdono progressivamente la loro forza finché non ne nasce una nuova, così le narrazioni si usurano e vanno continuamente ripetute.  Non credo però che il nostro orizzonte sia immutabile: nella nostra società la funzione simbolica, anche soltanto i vecchi modelli sociali da emulare e rinnegare, è asfittica e prossima alla morte. La nostra vita scorre così in fretta (non devo certo scoprire oggi l’accelerazione sociale) che i simboli non riescono più a cristallizzarsi. La maggiore ricchezza  materiale (ma anche quella sta rapidamente declinando) corrisponde a un progressivo impoverimento umano.  - Il secondo elemento è la tecnologia. La tecnica si è impadronita di tutto: c’è ancora speranza per il vecchio mondo o il trend non può essere invertito? Esteticamente l’atteggiamento reazionario ha il suo innegabile fascino. Ma purtroppo non funziona, dobbiamo provare a portare tutto quello possiamo del nostro bagaglio personale nella contemporaneità. Niente di assoluto però. Non ci si può adattare a tutto, a volte si può anche scegliere di dire semplicemente no, finché si può, finché dura. Ci sono diversi esempi nella storia. Se non concordo con la Thatcher sul fatto che la società non esiste ma esistono solo gli individui, non sono neanche sicuro che esista solo la società. Il fatto che ognuno sia solo davanti al proprio nulla credo sia un’esperienza incontestabile. La tecnica è un tipo di pensiero riduzionistico che ha nella sua efficacia una forza e un fascino diabolici. Un paio di occhiali che ti fanno vedere il mondo in un certo modo. Heidegger diceva che la scienza non pensa. Indietro non si torna, disfarci della tecnica (magari sarà la tecnica a disfarsi di noi) è impossibile. L’unico controveleno apparentemente possibile è la sua relativizzazione, specialmente in contrasto con la forma di grossolana verità religiosa che la scienza e la tecnologia stanno diventando a livello popolare. Bisogna rendersi conto che dietro a un gadget che apparentemente ti semplifica la vita c’è un intero universo pronto a imprigionarti.  - L’intelligenza artificiale è il grande tema del momento. Secondo te è un bluff? Le sue possibilità sono ingigantite oppure può davvero rappresentare un pericolo per l’umanità? L’intelligenza artificiale non è per niente un bluff, rischia di essere l’ultima schiavitù tecnologica. Dire che è utile non significa niente in un una civiltà organizzata intorno all’idea di produzione e profitto illimitati. Al di fuori del principio costitutivo dell’idea di umanità che è e sarà per sempre  il limite, l’uomo è limitato, il mondo è limitato, non può che diventare uno strumento distruttivo e antiumano. A cominciare dei posti di lavoro che andranno perduti nel campo della medicina, della giurisprudenza del giornalismo, dell’intrattenimento e così via. E’ interessante che questa rivoluzione, certo senza consapevolezza e ancora meno complotti, è stata preparata dalla de-alfabetizzazione delle masse, con l’incoraggiamento attraverso i media dell’uso massiccio di cliché, pensieri preconfezionati, morali del gregge. Quando si tratta di cliché infatti l’AI è imbattibile, perché, come hanno fatto notare molti, tra cui ultimamente Noam Chomsky,  l’intelligenza artificiale non pensa ma assembla un numero stratosferico di statistiche e analogie, imitando così il pensiero. L’uomo massa inconsapevole e super-controllato della nostra finta democrazia sarà la sua prima vittima. - A proposito di tecnica, qualche mese fa ci ha lasciati Gianni Vattimo. Tu ha avuto modo di collaborarci per lungo tempo: vuoi condividere con noi un suo ricordo? Non collaboravo con lui, ero suo amico. Ovviamente, Vattimo era straordinariamente intelligente, ma soprattutto era capace di pensare con una chiarezza inusuale nel mondo accademico. Non stava sadicamente a vedere l’effetto che le sue parole astruse avevano su di te, ma si forzava di farsi capire con grande umiltà e ironia. Non condivido necessariamente il suo “pensiero debole” ma è impossibile non riconoscerlo come un percorso molto consequenziale attraverso la filosofia del Novecento.  Pensiero debole è stato un nome felice-infelice,a livello mediatico si dimentica spesso che l’aggettivo debole voleva esprimere una forza, la forza dell’umanità caratterizzata dal dialogo e dalla continua interpretazione della realtà all’interno della comunità. Il fatto che dicesse ciò che pensava gli valse, nell’ultima parte della sua vita, la scomunica perenne nel mondo dei media. Era una persona molto generosa, persino all’eccesso. - Il Medio Oriente, di cui hai scritto per anni, oggi è una polveriera pronta a esplodere. Forse anche più di quanto non fosse vent'anni fa. Siamo diretti verso un punto di non ritorno? Dal dopoguerra  Medio Oriente, inchiavardato in un sistema internazionale bipolare, è passato attraverso gli sconvolgimenti di un sistema unipolare e adesso sta vivendo le conseguenze della crisi del sistema che si articola intorno all’unica superpotenza, l’impero del dollaro, come lo chiamano gli strateghi cinesi, per capirci. Il sistema di cui facciamo parte, pur in periferia. Che gli Stati Uniti stiano per crollare, come qualcuno un po’ frettolosamente annuncia, è tutto da vedere. Vale sempre la vecchia battuta: gli Usa hanno i secoli contati. Però è vero che la situazione internazionale non è mai stata così instabile dal dopoguerra e che nel nostro mondo i cambiamenti sono così rapidi da scoraggiare qualsiasi previsione. La Palestina, tradizionale miccia di tanti conflitti, è più in fiamme che mai, i Paesi del Golfo cercano chi garantisca loro il business eterno e l’invisibilità interna, l’Iran vuole essere una potenza regionale e il  bonus di intoccabilità morale di Israele  durerà ancora ma non sarà infinito.  Ma non solo il Medio Oriente, focolai di crisi si aprono in tutto il mondo, dal Nagorno Karabakh, alle isole del mar della Cina, alle Curiili alla Corea a Taiwan e così via.  C’è di che farsi venire una certa ansia. Inutile fare previsioni, meglio incrociare le dire e sperare in un governo marziano che riscopra l’interesse nazionale. - Dopo "Cani di carta" c'è già un'altra idea che ti stuzzica per il prossimo romanzo? Sto pensando a un romanzo di formazione per vecchi. Ho l’età in cui potrei scriverlo. Anche se nella fase della vita che Dante chiamava lunare, la vecchiaia, la forma bisognerebbe imparare a perderla. Il problema di oggi è che non si può perdere una cosa che non si ha. 
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Interviste

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«Per fortuna la vita è più grande dell’intelligenza e da un certo punto di vista sono le cose a fare noi più che noi a fare le cose». Il senso del romanzo oggi secondo Claudio Gallo

Cani di Carta è la storia di Rodolfo Rodrick, giornalista della Gazzetta di Moralia, il quale scopre che la nuova rete idrica di Bengodi è costruita con materiali altamente cancerogeni. Ma un fatto dev’essere riconosciuto dalla società per esistere, e il governo tace per non indisporre l’Impero alleato di Aurelia dove si producono le tubature. La fonte della notizia è un dirigente della Società Acque Potabili, che poco dopo si uccide. È la prima di una serie di morti sospette che coinvolge chiunque incroci la rivelazione. Per scrivere lo scoop della vita, Rodolfo dovrà sopravvivere alla censura invisibile dei media e al mondo letale dei servizi segreti.
«Per fortuna la vita è più grande dell’intelligenza e da un certo punto di vista sono le cose a fare noi più che noi a fare le cose». Il senso del romanzo oggi secondo Claudio Gallo

«La stragrande maggioranza degli eletti nel PD vuole la fine dell’occupazione israeliana a Gaza». Lorenzo Pacini, l’assessore infedele alla linea

«Non sono un cane sciolto»: la linea dissidente dell'assessore del Partito Democratico Lorenzo Pacini ha causato polemiche e richieste di dimissioni. Lo abbiamo raggiunto per chiedergli cosa ne pensa della reazione dei suoi dirigenti, oltre che per chiedergli conto di alcune accuse di antisemitismo lanciate contro di lui nelle ultime ore.
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«Questa è una vocazione che hanno tutti gli esseri umani, poi alcuni di loro ci si specializzano e ne fanno una professione». I segreti del lobbismo rivelati da Claudio Velardi

Imprenditore, politico, fondatore del Riformista: Claudio Velardi ha collezionato un'esperienza che per molti sarebbe difficile raccogliere in sette vite. L'ultima battaglia in ordine di tempo, quella per l'istituzionalizzazione delle pratiche lobbistiche in Italia, è in pieno svolgimento.
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«L’impunità di Israele di fronte alla violenza delle sue azioni non trova alcuna giustificazione all’interno del diritto internazionale». Gli errori della narrazione ufficiale secondo Mattia Giampaolo

«All’origine di tutto vi è un peccato, si potrebbe definire, idealistico: quello di trattare i due attori come soggetti perfettamente simmetrici»
«L’impunità di Israele di fronte alla violenza delle sue azioni non trova alcuna giustificazione all’interno del diritto internazionale». Gli errori della narrazione ufficiale secondo Mattia Giampaolo

«La centralità strategica dell’Italia è sempre stata poco sfruttata: siamo un hub portuale e logistico, ma la nostra negligenza e i difficili rapporti con l’Oriente ci hanno impedito di far leva su questo fatto.» Verso l’infinito Mediterraneo con Roberto Domini

Trainata dalla Marina Militare, l’Italia medita di estendere il Mare Nostrum al mondo intero. Ma siamo davvero pronti? Dissipatio lo ha chiesto all’Ammiraglio Roberto Domini.
«La centralità strategica dell’Italia è sempre stata poco sfruttata: siamo un hub portuale e logistico, ma la nostra negligenza e i difficili rapporti con l’Oriente ci hanno impedito di far leva su questo fatto.» Verso l’infinito Mediterraneo con Roberto Domini

Confessioni

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Roberto D’Agostino

"Il botto con Dagospia non si può fare perché non è in formato analogico. Nel digitale non abbassiamo quasi mai la saracinesca, è un flusso continuo. I click sono tanti, ma la verità è che il mondo di carta è un mondo lontano e contrario al nostro. Dagospia è una semplice tavola da surf, e noi cerchiamo di stare in piedi, cavalcando le onde. Non diciamo al lettore come deve guidare, come deve amare, o come comportarsi."
Roberto D’Agostino

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Il diritto di vivere nella storia

Il fatto che lo spazio saldamente occupato da una civiltà sia racchiuso tra frontiere immobili, non esclude la permeabilità di queste frontiere ai beni culturali che di continuo le attraversano in tutti i sensi. Ogni civiltà esporta e importa beni culturali, che si tratti di una particolare tecnica di fusione, della bussola, della polvere da sparo, di un modo per temperare l’acciaio, di un sistema filosofico […]. F. Braudel, Il mondo attuale. Le civiltà extraeuropee, Einaudi, Torino, 1966, p. 30 Una civiltà per definirsi tale e per vivere in salute si struttura sulla necessità esistenziale del dialogo. Storicamente si è sempre consumato un processo simile, sia che si parli di un’idea diffusa attraverso un libro nascosto nelle pelli di un mercante giramondo, che di un sistema politico imposto con la forza da un esercito invasore. Lo scambio stimola il pensiero, irrobustisce la capacità di adattamento al nuovo, coalizza gli animi nella ricerca di soluzioni alternative al mero fatto compiuto. Pur sopravvivendo grazie allo scambio, le civiltà, d’altra parte, si definiscono anche attraverso la chiusura nei confronti di una pratica culturale o di un modo di vivere proveniente dall’esterno; è attraverso questa zona frontaliera che una civiltà riconosce sé stessa e si distingue per originalità dalle altre; ed è a cagione di questo egocentrismo collettivo che il mondo moderno, in realtà, non è mai stato veramente globalizzato. Una civiltà raggiunge la propria vera personalità respingendo nell’oscurità delle terre limitrofe e già straniere tutto ciò che la disturba. La sua storia è costituita dalla decantazione secolare di una personalità collettiva presa, come ogni personalità individuale, fra un destino chiaro e cosciente e un destino scuro e incosciente, che è la base e la ragione del primo, pur rimanendo sempre ignorato. F. Braudel, Il mondo attuale, cit., p. 50 Negli ultimi decenni una civiltà, quella europea occidentale, sembra aver espulso coattamente un bene imprescindibile che per secoli e secoli custodiva gelosamente: il senso della storia. Il concetto di tempo, severo e inaggirabile, sembra essere stato barattato con l’edonismo, con l’illusione dell’eterno presente. Essere nati al tempo della fine della storia significa costringere una parte della propria coscienza sotto formaldeide. L’eterno presente occidentale pare esemplificato da pratiche “culturalmente” diffuse come le serie tv di Netflix sparate in loop fino a notte fonda, dai bei vestiti indossati per entrare in scena all’atto dell’aperitivo, dalla frivola certezza di rinnovare ogni anno il modello di iPhone. A guardar bene, d’altra parte, questa percezione è vera solo in parte. Al disconoscere l’esistenza di un tempo che corre imperituro consegue la morte del pensiero, la fragilità del dibattito, il dilagare di sintomi depressivi e da esaurimento. Tuttavia, questi ultimi avallano con una certa tragicità la non totale estinzione del senso della storia nelle nostre società. Siamo di fronte a un paradosso. Fino a non molti decenni fa gli usi, i modi di vivere, le norme legali e spirituali di una società -come si può evincere dall'opera di Stefan Zweig - duravano molto di più della vita di un individuo, cambiavano con molta lentezza, nell’arco di tempo in cui si susseguivano molte generazioni, attraverso cambiamenti impercettibili ai viventi. Questa arena di certezze esistenziali, che si apprendevano alla nascita e si riconoscevano ancora eguali alla fine della vita, forniva una struttura culturale adamantina, una forma di sicurezza mentale, una capacità di riconoscere il proprio mondo tanto solida da far percepire all’individuo anche il lato più crudo della storia, ossia la guerra o le forme di lotta politica: indipendentemente dall’epoca appariva chiaro, per quanto miserabile potesse essere, il proprio posto nel mondo. Il disintegrarsi, oggi, di queste certezze è ben esemplificato dal sociologo Alessandro Cavalli sull’ultimo numero de «il Mulino». Le società sono entità che prescindono da coloro che di volta in volta ne fanno parte, esistevano prima che i membri che attualmente la compongono esistessero e esisteranno anche dopo la loro morte. Su questa trascendenza della società rispetto a coloro che la occupano provvisoriamente sono nate molte rappresentazioni e credenze, ma non è su queste che vorrei riflettere in questa sede. Mi piace la metafora che assimila la società a un treno la cui popolazione è composta da coloro che salgono (nascono o immigrano) e coloro che scendono (muoiono o emigrano). La novità degli ultimi tre secoli è che il treno non solo si sposta, ma si modifica mentre i viaggiatori sono ancora in viaggio. Le società cambiano nell’arco della vita, quelle in cui viviamo nella fase del tramonto della nostra esistenza non sono più quelle nelle quali siamo stati accolti al momento della nostra nascita. P. Cavalli, L’età dell’incertezza in «il Mulino», vol. 524, n. 4, 2023, pp. 15-31, p. 19 Dall’impossibilità di stimare il proprio futuro, lavorativo, affettivo, esistenziale, dall’incapacità di riconoscere il mondo in cui si vive, si sviluppano fenomeni di burnout e depressivi: è una forma di protesta, tragica e inconscia, con cui gli individui che vivono in una società a-storica rivendicano il proprio diritto ad uno scorrere del tempo più ordinato. Ritrovarsi a vivere in un tempo caduco e transitorio, instancabilmente mutabile, consegue la ceca tenacia all’accaparrarsi il presente, l’unico oggetto che dà sicurezza, nella speranza di blindare un futuro che si staglia fosco. Altre società complesse, dall’est europeo alla polveriera mediorientale, funzionano diversamente, si potrebbe dire che il loro funzionamento sia ancora “tradizionale”. Il tempo storico ha ancora un senso e ogni individuo accetta la sicurezza con cui l’ordine costituito in cui è immerso lo incasella: ossia la certezza di scegliere fra un numero limitato e imposto di opzioni, non la libertà totale di perdersi nel cosmo del possibile. La Pax Americana è un'ubriacatura da cui quelle parti di mondo si sono presto riavute; certo è che da tre anni ad oggi il peso della storia ha dimostrato in innumerevoli occasioni come essa sia il traino dei fatti umani. Un evento fra tutti si erge a segnacolo di tale dinamica. Quando il 23 giugno del 2023 il capo del Wagner Group, Evgenij Prigožin, ordinò ai suoi quarantamila mercenari di lasciare il fronte e attraversare il confine russo-ucraino, per marciare con carri armati ed elicotteri verso la capitale dello Stato per cui combattevano e dove molti di loro erano nati, lascia intendere come la storia resti componente mai esausta dell’ordine su cui le relazioni di potere si strutturano. In Europa questo evento è stato recepito per il tempo della sua durata: un solo giorno, un film un po' noioso visto il martedì sera e presto dimenticato. Il suo peso è in realtà enorme e affonda le radici in un passato lontano duemila anni. La sfida di Prigožin a Putin, l’attraversamento di un confine e la marcia su Mosca ricordano, con le dovute variazioni del caso, il più insigne scontro di Cesare contro Pompeo. Analogie del genere stanno in piedi grazie alla loro forza simbolica: a distanza di millenni le controversie più bieche si risolvono con l’uso della forza, diretta o meno. Non è una soluzione galante o auspicabile, è semplicemente la realtà. Gli esempi - accettando ancora l’arco temporale dei tre anni - non mancano: la riconquista di Kabul da parte dei talebani dopo un’effimera pacificazione di vent’anni; la lotta senza quartiere, in barba a qualsiasi divieto del diritto internazionale, di Israele a Gaza; i colpi di Stato nel Sahel; il Venezuela affamato di territori; o ancora, nello stesso contesto della guerra russo-ucraina, l’uso discrezionale del gas da parte di Mosca per generare crisi economiche e stress test sulle democrazie occidentali.      Roma, Maggio 2023. VIII Martedì di Dissipatio Quello che nel Vecchio continente viene narrato di queste vicende è lo stupore e lo sciocco disappunto di fronte alla volgarità e al disordine del mondo esterno: non c’è visione più miope se si accetta invece che le relazioni fra Stati, quindi di potere, non sono altro che relazioni fra uomini, raramente mosse dal raziocino, mai ordinate e certo imprevedibili.  Se ai fenomeni prima elencati si aggiungono l’esplosione di una pandemia e la volontà di una parte del globo a sottrarsi dal giogo costituito da una serie di istituzioni economiche e giuridiche in cui non si riconosce, probabilmente non si trarrà una previsione schizofrenica a scrivere che sarà sul collo di coloro che aggirano l’ostacolo posto dal tempo, vivendo un eterno presente, su cui calerà la ghigliottina della storia.
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