La propaganda necessaria

Nell’odierna società dell’informazione, la politica italiana e per esteso dell’intero continente europeo pare non reggere l’urto con la sempre più sofisticata e accattivante costruzione del consenso dei regimi rivali: qualche istruzione per rimediare alle falle del marketing politico a partire dall’analisi di Pietro Francesco Dettori nella sua ultima fatica, “Riconquistare le menti e i cuori. L’Occidente sul campo di battaglia digitale” (Rubbettino, 2026).

Cosa sta succedendo in Mali

La perdita di Kidal segna un passaggio critico nella crisi maliana e ridefinisce la postura russa nel Sahel. La ritirata dell’Africa Corps evidenzia una strategia più selettiva, mentre attori jihadisti e tuareg sfruttano l’erosione del controllo statale. Ne emerge un sistema più frammentato, in cui sicurezza, risorse e alleanze si riorganizzano secondo logiche fluide, mettendo sotto pressione l’intero impianto regionale costruito negli ultimi anni.

Russi e ucraini combattono anche nel Mediterraneo

Una gasiera russa colpita da un barchino esplosivo ucraino nel Mediterraneo centrale, duecento militari di Kiev dislocati tra Misurata e Zawiya, istruttori ucraini a fianco dei ribelli tuareg nel Sahel: il conflitto si estende fino al giardino di casa italiano. Mentre Mosca consolida la propria presenza nel Fezzan e Eni annuncia nuove scoperte di gas al largo della Tripolitania, Roma si ritrova spettatrice in un teatro che non può permettersi di ignorare.

Sulla natura informale del potere

Il potere non coincide né con la fantasia paranoica di una regia onnisciente né con la rappresentazione rassicurante di un sistema trasparente. Opera più spesso in una zona intermedia, fatta di ambienti, linguaggi, accessi, selezioni e conformismi che non devono comandare apertamente per orientare il plausibile e delimitare il dicibile.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La legge della giungla

Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.

Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.

Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.

È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.

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Piccola missione marziana

Mentre Stati Uniti e Cina si contendono il primato sulla colonizzazione di Marte a colpi di miliardi, l'Italia prova una strada diversa: il progetto "Small Mission to Mars" non punta sulla scala, ma sulla specializzazione. Costruire materiali direttamente sul pianeta usando la regolite marziana, ridurre i costi strutturali della permanenza umana, diventare fornitore indispensabile della futura economia extraterrestre. Una scommessa che vale più del suo nome.

Il paradosso di Kardašëv

Ogni passo in avanti nella produzione e nel consumo di energia non fa che intensificare le crisi, i conflitti e le dipendenze che l'umanità vorrebbe superare. Dalla guerra russo-ucraina allo Stretto di Hormuz, passando per decenni di geopolitica del petrolio, un unico filo rosso attraversa la storia: più le civiltà crescono, più diventano vulnerabili, tanto che oggi si torna a parlare di "lockdown energetico". E la soglia del livello 1 della Scala di Kardašëv, anziché una promessa, rischia di rivelarsi una trappola.

L'Impero sotto nessun cielo

Se Trump tenta di piegare il linguaggio religioso alla legittimazione della guerra, la Santa Sede prova a opporvi un contrappeso morale. Ma ridurre questa tensione a un semplice dissidio fra un presidente e un pontefice significherebbe mancarne il senso storico. In filigrana riemerge una nuova lotta per le investiture, un rinnovato conflitto tra papato e impero, in cui la pretesa del potere politico non è più solo governare il mondo, ma anche consacrarsi moralmente per farlo. Di contro, Roma prova a opporre un contrappeso, nel tentativo di arginare la saldatura tra guerra e sacro, e di contenere l’entropia del caos globale.

Interviste

a cura di Francesco Subiaco

Giampiero Massolo: «Bisogna cercare maggiore autonomia strategica. Ma autonomia non vuol dire indipendenza. L'Europa non sarà indipendente dagli Stati Uniti»

Dalla fine della storia all'idea di un mondo piatto il recente disordine internazionale ha sepolto le certezze della globalizzazione, mettendo in discussione gli automatismi transatlantici e le illusioni avveniristiche europee. Prima la guerra in Ucraina, poi le conflittualità in Medio Oriente hanno, infatti, imposto il ritorno di criteri ineludibili quali sicurezza, resilienza, autonomia, potenza. In questo quadro torna necessaria la tradizione realista delle relazioni internazionali. "Realpolitik: il disordine mondiale e le minacce per l'Italia" si presenta pertanto come una bussola per recuperare quelle lezioni e leggere il presente senza nebbie ideologiche analizzandone i meccanismi più intricati con visione e pragmatismo. Per cogliere questi nodi abbiamo intervistato il suo autore, l'ambasciatore Giampiero Massolo, vicepresidente di Mundys, già direttore del DIS, segretario generale della Farnesina, presidente dell'Ispi, ambasciatore di grande carriera e consigliere diplomatico, tra i più acuti conoscitori della scacchiera internazionale.

-Nel libro Realpolitik lei sostiene un'idea di realismo nelle relazioni internazionali capace di giocare su più tavoli. A quale multiallineamento devono guardare Europa e Italia?

Vorrei chiarire alcuni aspetti. Occorre uscire dall'equivoco secondo cui realismo politico significhi cinismo. Non vuol dire questo. Significa, invece, guardare il mondo per come è, con pragmatismo.

Allo stesso tempo è necessario comprendere che, nonostante il rapporto transatlantico resti insostituibile, ciò non impedisce di seguire due direttrici fondamentali per muoversi nel contesto internazionale.

-Quali?

In primo luogo, cercare maggiore autonomia strategica. Autonomia non vuol dire indipendenza. L'Europa non sarà indipendente dagli Stati Uniti. Vuol dire però gestire in prima persona alcuni aspetti chiave legati alla sicurezza e ai rapporti di vicinato. In quest'ottica rafforzare l'Italia significa rafforzare l'Europa e renderla, nel rapporto transatlantico, non soltanto fruitrice di sicurezza, ma anche fornitrice.

La seconda direttrice è non precludersi altre relazioni e rapporti con attori chiave quali Sud-est asiatico, Giappone, Corea del Sud, Australia, India e perfino con la Cina. Ciò però con la consapevolezza che oggi nessuno può più guardare alle relazioni internazionali soltanto in termini di convenienza. Anzi, il panorama contemporaneo ci ha insegnato che il criterio della sicurezza prevale, e deve prevalere sempre, su quello della convenienza.

Multiallineamento significa dunque tenere saldo il legame con gli Stati Uniti, ma allo stesso tempo costruire un'autonomia europea e italiana capace di dialogare con altre potenze, sapendo che con realtà come la Cina serve estrema cautela. Ciò non significa non dialogare; significa farlo andando però con i piedi di piombo.

-Come vede l'evoluzione delle relazioni tra gli Stati Uniti e gli europei?

Il rapporto transatlantico è solido e conveniente per entrambe le parti. Al di là delle intemperanze e del chiasso politico, esso resta una reciproca necessità. L'Europa ha bisogno degli Stati Uniti e continuerà ad averne bisogno. Non esiste, infatti, una deterrenza credibile verso una Russia aggressiva come quella di Putin senza una presenza americana in Europa.

Ma anche Washington ha bisogno dell'Europa. Le basi restano strumenti essenziali per la proiezione strategica americana verso Golfo, Medio Oriente e Indo-Pacifico, come abbiamo visto con la guerra in Iran. Inoltre l'Europa resta funzionale per Washington anche nella competizione globale con la Cina e quindi una rescissione di tale rapporto è molto improbabile. 

-Il Vecchio continente, però, sul fronte della sicurezza si è molto disinteressato...

L'Europa ha perso molto tempo. Ha confidato nell'idea che la sicurezza potesse continuare a essere garantita stabilmente e senza corrispettivo dagli Stati Uniti. Almeno dalla seconda amministrazione Obama, e poi ancora di più con Trump, è emerso che la sicurezza ha un costo.

La vera discontinuità a cui stiamo assistendo non è quindi la fine dell'alleanza, ma la fine dell'illusione che l'alleanza possa vivere senza contributi proporzionati e senza una responsabilizzazione europea. L'Europa deve quindi assumere una quota crescente della propria difesa e del proprio destino. Innanzitutto nel proprio interesse. 

-La guerra in Ucraina ha accelerato questa necessità?

Certamente. Di fronte alla guerra in Ucraina, l'Europa ha iniziato a costruire elementi di autonomia, a ragionare sulla propria difesa, anche attraverso la formula dei "volenterosi", e a rafforzare apparati militari finora trascurati. Tanto che oggi l'Europa, più degli Stati Uniti, è il principale sostenitore di Kiev. Questo impegno, però, non è ancora sufficiente.

Il vincolo transatlantico va reso più maturo. Se l'Europa non vuole Stati Uniti più distanti o più esigenti, deve dimostrare di essere un alleato capace di assumersi responsabilità concrete. Il problema, quindi, non è scegliere tra rapporto transatlantico e autonomia strategica, ma capire che entrambi sono strettamente correlati. Un'Europa debole rende più fragile anche la Nato; un'Europa più capace, invece, rende il legame con Washington meno passivo e più solido.

-Da dove partire?

Intanto gli europei devono rafforzare la propria postura di difesa. Non basta una difesa chiusa nei trattati comunitari. Serve una sicurezza dell'Europa, più larga e politica, capace di coinvolgere Paesi non UE: inevitabilmente il Regno Unito, ma anche la Norvegia, domani l'Ucraina e, in prospettiva, la Turchia.

A questo vanno affiancate collaborazioni con le grandi democrazie asiatiche e oceaniche: Giappone, Corea del Sud, Australia. Si tratta però di un percorso che necessita di forte pragmatismo e buonsenso.

-Come valuta la risposta dell'Europa al conflitto in Medio Oriente?

La guerra in Iran, dalla chiusura dello Stretto di Hormuz alla chiamata alle armi di Trump, ha mostrato le insufficienze europee. Il ritardo accumulato, però, non è solo militare: è anche industriale, culturale e politico. I governi europei hanno pochi mezzi, vincoli di bilancio stringenti, opinioni pubbliche impreparate e una cultura strategica indebolita da decenni di pace delegata. La chiamata americana è arrivata quindi nel momento in cui gli europei non dispongono ancora degli strumenti necessari.

L'Europa è pertanto in difficoltà: le si chiede di intervenire in un conflitto che non ha contribuito a innescare, sul quale non è stata consultata e rispetto al quale viene chiamata a posteriori. Sarebbe quindi auspicabile, da parte americana, una maggiore comprensione delle condizioni in cui si trovano gli alleati. Ma questi ultimi non possono disinteressarsene completamente. Serve quindi un ruolo adeguate alle proprie possibilità e capacità attuali. 

-Ad esempio?

L'Europa potrà intervenire a cessate il fuoco avvenuto, svolgendo un ruolo nel negoziato e nella garanzia di riapertura dello Stretto.

Roma, Aprile 2026. XXXIII Martedì di Dissipatio

-Come vede l'evoluzione dello scontro con l'Iran e il rischio di una successiva escalation?

Su Iran e Stati Uniti pesano due aspetti che rendono difficile una soluzione nel breve periodo. Il primo è la sfiducia: nessuno ritiene credibile l'altro. Il secondo è la convinzione, da entrambe le parti, di avere il coltello dalla parte del manico.

L'Iran conta sul fatto che il blocco di Hormuz costringa Trump a scendere a più miti consigli. Washington ritiene invece che il controblocco possa provocare una riduzione delle esportazioni energetiche iraniane, arrecando danni molto gravi al regime e costringendo Teheran ad una trattativa vantaggiosa.

-Siamo a una sorta di tiro alla fune...

Sì. Entrambi giocano sul tempo, ma Trump ne ha meno: le reazioni dei mercati, l'aumento del prezzo della benzina e i malumori della sua base elettorale in vista del midterm incombono sul suo mandato.

Pesano anche le divisioni iraniane. Da una parte c'è un'ala che vuole negoziare, così da salvare il salvabile e mantenere il regime; dall'altra c'è l'ala dei Pasdaran, che sembra prevalente, e vuole continuare il conflitto sperando che il logoramento economico e la pressione istituzionale costringano Trump a cedere. È questa la ragione per la quale l'Iran non si è, o non si è ancora, presentato ai colloqui con gli Stati Uniti.

-Cosa aspettarsi dai negoziati?

Credo che, nonostante vi siano necessità materiali per arrivare alla fine del conflitto, le premesse siano estremamente sconfortanti. L'Iran chiede ciò che gli Stati Uniti non possono concedere: il controllo di Hormuz e il pagamento dei danni di guerra. Gli Stati Uniti, dal canto loro, chiedono una vittoria chiara: Hormuz libero e la rinuncia piena e inappellabile dell'Iran all'arricchimento nucleare.

-Qual è il rischio?

I negoziati potrebbero non aprirsi, nonostante la mediazione pakistana e il ruolo cinese alle sue spalle, oppure potrebbero aprirsi e fallire. In quel caso resterebbe come unica strada l'escalation: prima aerea e navale, per fiaccare le capacità iraniane; poi, se non bastasse, attraverso iniziative terrestri limitate contro il terminale di Kharg, le isole dello Stretto o le coste meridionali dell'Iran. Sarebbero però ipotesi estremamente gravose. Non ci sono pertanto soluzioni facili. Gli Stati Uniti hanno interesse a uscire dallo stallo; l'Iran ha la stessa necessità ma se crede di essere in vantaggio e di riuscire a rendere più flessibile Washington prendendo tempo, potrebbe procrastinare. Staremo a vedere.

-Quali conseguenze può avere questo scontro sul quadro regionale?

Decisiva, in questa valutazione, sarà la durata del conflitto. Prima finirà lo scontro, più limitati saranno i danni economici, energetici e infrastrutturali. Però a mio avviso emerge che nell'immediato i Paesi del Golfo sono le principali vittime politiche della crisi.

-Perché?

Perché avevano cercato di frenare l'intervento americano-israeliano e non sono stati ascoltati. Successivamente, soprattutto Emirati e Sauditi, hanno detto: se avete colpito, andate fino in fondo. Anche in quel caso non sono stati ascoltati. È il segno di una sostanziale irrilevanza politica in questa dinamica.

La guerra asimmetrica iraniana, fatta di droni e missili, ha inoltre incrinato il loro modello di sviluppo. Anche questo avrà un peso nel medio e lungo termine.

I loro progetti, basati su turismo, finanza e rendita energetica, dovranno essere ripensati se la regione diventerà più instabile.

Certo nel breve periodo non hanno alternative all'allineamento con Stati Uniti e Occidente. Dopo il conflitto si aprirà però una riflessione: continuare a dipendere da Washington, che ne ha evidenziato l'irrilevanza politica? Cercare accordi diretti con l'Iran? Tornare agli Accordi di Abramo e alla normalizzazione con Israele? Non possono deciderlo ora, ma dovranno farlo.

-E come vede il rapporto di Trump per i partner asiatici?

Giappone, Corea del Sud e Australia sono in prima linea nella competizione con la Cina. Anche loro sono chiamati a contribuire alla sicurezza collettiva, ma devono capire fino a che punto affidarsi agli Stati Uniti.

Il loro rischio è che Washington possa privilegiare accordi diretti con Pechino, puntando su una logica di coesistenza tra superpotenze. Se questa logica di equilibrio dovesse prevalere, gli alleati dovranno capire quale spazio di sicurezza resti loro. 

-Da ex direttore del DIS, come vede il rimodellarsi dell'anglosfera e la crisi dei Five Eyes?

Il ripiegamento americano sul "my country first" ha conseguenze per tutti, anche per l'anglosfera. In primo luogo, il Regno Unito sperimenta difficoltà evidenti. Ma non bisogna esagerare la portata di questa crisi.

Nell'anglosfera restano due elementi forti e determinanti. Il primo è una cultura politica e strategica condivisa, segnata da un modo comune di guardare il mondo. Il secondo riguarda perimetri giuridici e ordinamentali che rendono possibile, nei Five Eyes, ciò che con molte democrazie europee sarebbe più difficile.

Ciò non esclude che gli Stati Uniti possano avere rapporti più intensi con Paesi esterni ai Five Eyes. Ma sono rapporti dettati dalle contingenze. Il nucleo anglosassone resta solido, anche nelle tensioni. Potrà rimodellarsi, adattarsi all'Indo-Pacifico, coinvolgere di più Australia, Regno Unito e Commonwealth, ma difficilmente verrà meno. La sua forza sta meno nelle dichiarazioni politiche del momento e più nella profondità storica, culturale, militare e giuridica che lo tiene insieme.

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Interviste

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Giampiero Massolo: «Bisogna cercare maggiore autonomia strategica. Ma autonomia non vuol dire indipendenza. L'Europa non sarà indipendente dagli Stati Uniti»

«Occorre non precludersi altre relazioni e rapporti con attori chiave quali Sud-est asiatico, Giappone, Corea del Sud, Australia, India e perfino con la Cina. Ciò però con la consapevolezza che oggi nessuno può più guardare alle relazioni internazionali soltanto in termini di convenienza. Anzi, il panorama contemporaneo ci ha insegnato che il criterio della sicurezza prevale, e deve prevalere sempre, su quello della convenienza»
Giampiero Massolo: «Bisogna cercare maggiore autonomia strategica. Ma autonomia non vuol dire indipendenza. L'Europa non sarà indipendente dagli Stati Uniti»

Alfonso Celotto: «Il potere sono io»

«Il potere è organizzazione, è gestione della vita umana, ma è anche — come racconto — quello dell'arbitro di calcio, quello del controllore del treno. Mentre il potere, inteso come potere pubblico, è l'organizzazione di uno Stato per il buon funzionamento di una Repubblica. Ci sono pertanto tanti poteri, ma il potere, per sua natura, è indefinibile. Dopo tanti anni io non riesco ancora ad avere una ricetta per dire che cosa sia.»
Alfonso Celotto: «Il potere sono io»

Fabrizio Cicchitto: «Il centrodestra ha un problema strutturale di radicamento nel Mezzogiorno. Il referendum lo ha dimostrato chiaramente»

«Nel Sud, il centro-sinistra è dominato da cacicchi locali forti, mentre nel centro-destra prevalgono figure con forte radicamento locale, ma meno incisive e spesso in conflitto tra loro. Durante il referendum, queste divisioni hanno impedito una gestione efficace, confermata dal fatto che i governatori di Forza Italia del Sud (in primis Occhiuto e Schifani) non si siano sostanzialmente impegnati in questa battaglia»
Fabrizio Cicchitto: «Il centrodestra ha un problema strutturale di radicamento nel Mezzogiorno. Il referendum lo ha dimostrato chiaramente»

Marzio G. Mian: «Normalizzare i rapporti con i russi non è ancora possibile, ma in Italia c’è voglia di cambiare»

«Io viaggio con poche certezze. Forse una: quella di portare a casa la pelle»
Marzio G. Mian: «Normalizzare i rapporti con i russi non è ancora possibile, ma in Italia c’è voglia di cambiare»

Frediano Finucci: «La negoziazione non si fa "contro" qualcuno, ma "con" qualcuno, anche se si tratta di un soggetto estremamente ostile»

«Il vero negoziatore non è un manipolatore né un oratore aggressivo. Deve possedere grande capacità di ascolto, autocontrollo, capacità di sospendere il giudizio e leggere il contesto. Deve saper raccogliere informazioni, comprendere la psicologia dell’interlocutore, distinguere tra posizione dichiarata e interesse reale»
Frediano Finucci: «La negoziazione non si fa

Non fare nulla e vincere

Nella terza guerra mondiale a pezzi, i cui frammenti si richiamano e si saldano l’uno all’altro, la Cina offre a Taiwan una pace con la pistola sotto il tavolo, valida solo finché le condizioni della riunificazione le decide la madrepatria, che resta “pacifica” soltanto se a stabilirne tempi, forme e limiti è Pechino. Intanto Washington, nonostante l’impegno in Medio Oriente, continua ad armare la deterrenza di Taiwan, che non appare affatto un corpo docile da traviare per l’Impero del Cielo. Vale la lezione di Sunzi: piegare l’avversario prima ancora della battaglia.

Una società che si nutre di violenza

Una donna aggredita a cinghiate su un autobus ad Alessandria, ripresa da smartphone senza che nessuno intervenisse. Quella che potrebbe sembrare mera insensibilità è semplicemente la logica dello spettacolo integrato nella vita, dove la violenza diventa contenuto da condividere, il dolore altrui si trasforma in eccitamento e chi filma è, a sua modo, altrettanto vittima di chi subisce.

Una storia lunga tremila anni

Il conflitto israelo-palestinese non è una serie irrazionale di brutalità reciproche ma un fenomeno storico intellegibile. Con ragioni interne, più importanti delle strumentalizzazioni internazionali. Lo storico israeliano Ilan Pappé ha provato a ricostruirlo in "Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 a oggi" (Fazi Editore, 2024).

Confessioni

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Richard Slotkin

«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Richard Slotkin

La Chiesa come contropotere

Nel surreale scontro fra Trump e Leone XIV emerge, ancora una volta, il vero volto del Vaticano. In epoca di polarizzazione il suo ruolo, intrinsecamente contrario alla politica di potenza, risponde ad una domanda diffusa e fondamentale: quella di moderazione e di dialogo morale. Che poi, alla fine, è la domanda di chi subisce il gioco delle grandi potenze.

Soffocare Teheran è la strategia americana

Il blocco navale selettivo dello Stretto di Hormuz è un assedio chirurgico progettato per affamare l'economia iraniana in poche settimane. Tre milioni di barili al giorno bloccati in un passaggio largo trentatré chilometri, e il mondo intero che paga una crisi che nasce, non dalla scarsità delle risorse, ma dalla vulnerabilità delle rotte. La domanda è: chi si stancherà prima?

Il campo largo non è un progetto politico

La politica italiana ha sempre dimostrato una capacità di adattamento sconfinata: coalizioni incoerenti tenute insieme dal magnetismo del potere, una classe dirigente occasionata più che edificata, vincoli esterni che definiscono a priori il perimetro del praticabile. Modalità di gestione del potere che hanno garantito stabilità finché anche il contesto lo era. Ora che l'ordine internazionale cambia struttura, quella stessa resilienza rischia di diventare il moltiplicatore della sua rigidità.

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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