Per trent'anni il digitale si è venduto come smaterializzazione: lessico etereo, estetica aerea, promessa di un sapere svincolato dalla gravità. Ma tutto solo per nascondere ciò che era in realtà: capannoni di cemento armato, cavi sul fondo del Mar Rosso, terre rare estratte in pochi paesi. Il 5 maggio l'ONU ha ammesso per la prima volta che il modello stesso ha raggiunto un limite. Due giorni dopo, un surriscaldamento negli USA ha mandato offline centocinquanta servizi in cascata. La concentrazione non è più negoziabile: si consolida per inerzia e si interrompe per esposizione.
Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.
Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.
Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.
Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio
Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.
È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.
«Signor Gorbaciov, abbatta questo muro». Quando Ronald Reagan pronunciò questa frase davanti alla Porta di Brandeburgo, nel giugno del 1987, Berlino era ancora la capitale simbolica della ferita europea: da una parte l'Occidente, con le sue promesse di libertà e consumo; dall'altra l'impero sovietico, già incrinato ma ancora avvolto nella sua severa architettura ideologica e poliziesca. Quelle parole, accolte con iniziale freddezza, oggi ci appaiono come la principale lettera di sfida che Washington aveva scagliato contro il Cremlino e l'intero edificio del bipolarismo. Il momento in cui ad un'epoca di cambiamenti si stava sostituendo un cambiamento di epoca. Ventinove mesi più tardi, il muro sarebbe caduto davvero, trascinando con sé non solo una frontiera di mattoni e filo spinato, ma l'immaginario stesso della Guerra Fredda. Si apriva allora una stagione nuova, dominata dall'euforia della vittoria occidentale, dalla promessa della globalizzazione e dall'illusione che la storia avesse finalmente scelto una direzione irreversibile che oggi è in profondo subbuglio.
Dietro quella formula destinata a entrare nella memoria del Novecento vi era Peter Robinson, speechwriter della Casa Bianca negli anni di Ronald Reagan e di George H. W. Bush, tra le più significative e brillanti voci delle presidenze statunitensi. Anni dopo Robinson avrebbe continuato a frequentare il linguaggio del potere non più nel regno delle anticamere presidenziali, ma davanti alle telecamere di Uncommon Knowledge, il programma di interviste promosso dal Hoover Institute, nel quale ha intervistato alcune delle figure più influenti della cultura politica americana, conservatrice e non. Abbiamo pertanto raggiunto Peter Robinson, scrittore, saggista e giornalista, per parlare con lui dei principali cambiamenti del potere americano.
-Che cosa le ha lasciato la sua esperienza come speechwriter alla Casa Bianca?
Guardo ai miei anni alla Casa Bianca con affetto, e anche con una certa nostalgia. Avevo un presidente che veneravo e colleghi — i miei compagni speechwriter — che erano i miei amici più stretti. Ho scoperto che questo aspetto della Casa Bianca di Reagan — l'ufficio degli speechwriter — viene spesso trascurato. C'è la tendenza a supporre che questo o quel discorso sia stato scritto da questo o quello scrittore da solo. Ma nello staff c'erano sei speechwriter in ogni dato momento; per quanto ricordi, nel corso degli otto anni dell'amministrazione furono undici le persone che servirono in questo ruolo. Entravamo e uscivamo continuamente dagli uffici gli uni degli altri, scambiandoci idee, pettegolezzi politici, leggendo materiale a vicenda.
Durante il mio ultimo viaggio a Firenze, per ricorrere a un paragone italiano, sono stato colpito dal modo in cui il Rinascimento fu meno opera di singoli individui — persino di individui geniali — che di botteghe. Noi speechwriter, naturalmente, non eravamo certo Michelangelo o Raffaello. Ma l'ufficio degli speechwriter era una sorta di bottega. Il me giovane — entrai nello staff della Casa Bianca a 25 anni — amava tutto questo.
-Qual è il suo ricordo più forte del presidente Reagan?
I miei ricordi più vividi di Ronald Reagan si svolgono tutti nello Studio Ovale. Sebbene quel luogo rappresentasse il posto più importante di Washington — in un certo senso, il centro degli stessi Stati Uniti — il presidente era sempre rilassato, a suo agio, quasi sereno. Non ricordo una singola riunione che non iniziasse con una battuta o una barzelletta. Voleva sempre mettere a proprio agio anche noi speechwriter.
-E, prendendo in prestito il titolo del suo notevole libro, How Ronald Reagan Changed My Life, in che senso Reagan ha cambiato la sua vita?
Dandomi, quando ero ancora in un'età formativa, un esempio di grande successo unito a una semplice umanità e integrità. Il presidente mi ha mostrato che queste due cose potevano andare insieme.
-Lei ha assistito dietro le quinte ad alcuni dei più grandi momenti della storia americana, scrivendo più di 300 discorsi, incluso il celebre discorso "Tear down this wall". Che cosa resta oggi delle speranze nate alla fine della Guerra fredda, e che cosa la storia ha smentito?
Ah, Francesco, con questa domanda tocchi un punto dolente. Ero così giovane, così ingenuo. Pensavo che stessimo arrivando da qualche parte. Supponevo che le vittorie di Reagan — tasse più basse; governo molto più piccolo e limitato; una forte presenza estera — sarebbero rimaste permanenti. Ora vedo che nessuna vittoria nella vita, soprattutto in politica, è mai permanente.
Non molto tempo fa mi sono imbattuto in una citazione di J.R.R. Tolkien, autore de Il Signore degli Anelli: "Sono cristiano, e quindi cattolico. Questa è diventata ormai anche la mia visione.
Gli anni Ottanta? Giovanni Paolo II a Roma, Margaret Thatcher a Londra, Ronald Reagan a Washington. Ma sebbene all'epoca pensassi che quegli anni rappresentassero una vittoria definitiva o permanente, ora vedo che rappresentavano invece soltanto una sorta di scorcio. Perseveriamo.
-Nel 2000 ha pubblicato It's My Party: A Republican's Messy Love Affair with the GOP. Come vede la trasformazione del Partito Repubblicano dalla fine dell'era neoconservatrice a oggi? E quale futuro vede per il GOP dopo Trump?
Di recente ho posto questa stessa domanda a Ron DeSantis, governatore della Florida. La sua risposta? Il GOP "è in palio". Nessuno può dire oggi quale partito vincerà le elezioni di midterm a novembre, figuriamoci quale aspetto avrà il Partito Repubblicano quando Donald Trump si ritirerà in Florida fra tre anni.
Vorrei però notare almeno questo: tra coloro che potrebbero plausibilmente vincere la nomination repubblicana per la presidenza nel 2028 — è troppo presto, ancora una volta, per dire qualcosa con certezza, ma le speculazioni sono già cominciate — figurano in modo prominente tre nomi: il segretario di Stato Marco Rubio, il senatore Ted Cruz del Texas e lo stesso governatore Ron DeSantis. Tutti e tre incarnano quel conservatorismo che il Presidente Reagan avrebbe sicuramente apprezzato.
Roma, Aprile 2026. XXXIII Martedì di Dissipatio
-Come vede l'America contemporanea e la sua profonda polarizzazione interna?
Una prospettiva storica aiuta. L'elezione presidenziale del 1800 fu aspra come qualunque altra nella nostra storia. Poi arrivarono gli scontri sulla guerra del 1812; la lunga crisi, lentamente maturata, del Compromesso del Missouri e del Kansas-Nebraska Act; e poi naturalmente la stessa Guerra civile. Ancora negli anni Settanta, il Paese sembrava sul punto di disgregarsi. Noi americani abbiamo visto di peggio.
-Lei ha condotto Uncommon Knowledge per quasi trent'anni. Che cosa ha imparato sull'arte di rendere memorabile una conversazione?
Preparazione: prendo questa parte molto seriamente. Per ogni ora di televisione che registro, dedico molte ore alla lettura e alla scrittura, costruendo un copione: una serie di domande organizzate in modo da trasmettere il senso di un percorso, di un viaggio. Paradossalmente, avere un copione accurato — una serie completa di domande scritte — mi rende libero di improvvisare, allontanandomi dal testo.
-Il momento più memorabile?
Accadde molti anni fa durante un'intervista con Milton Friedman. Nel mezzo di una discussione economica, scartò alcune politiche perché sarebbero state "sbagliate". "Ma, Milton," dissi, "lei non sta formulando un argomento economico. Sta formulando un argomento morale." Lui mi guardò semplicemente per un momento. Poi rispose: "Non sono forse tutte le argomentazioni, in fondo, argomentazioni morali? Quel momento mi è rimasto impresso. Milton Friedman sosteneva ciò che sosteneva perché credeva fosse giusto.
-Lei è cresciuto protestante, ma in seguito è diventato cattolico. Che cosa ha significato per lei l'incontro con la fede e la spiritualità cattolica? E come interpreta il risveglio cattolico che sta avvenendo ora negli Stati Uniti?
Sono diventato cattolico perché sono giunto alla conclusione — molto riluttante, credo di dover ammettere — che tutto ciò che la Chiesa insegna è vero. Come mi disse una volta un professore universitario: "Peter, la Chiesa cattolica è la Chiesa. Tutto il resto sono note a piè di pagina e critiche."
Il risveglio che sta avvenendo ora qui negli Stati Uniti non avrebbe potuto sorprendermi di più. Naturalmente ne sono del tutto favorevole, ma non lo avrei mai previsto. I giovani che partecipano alla messa in latino. Giovani donne che indossano il velo. Studenti che partecipano all'adorazione. Aumenti delle vocazioni in molte diocesi, e sondaggio dopo sondaggio che dimostra che i giovani uomini in seminario si considerano "conservatori" o "centristi", non "liberali" o "progressisti".
Nella mia esperienza, però, questi giovani non possiedono alcuna consapevolezza della lunga guerra culturale che si è svolta all'interno della Chiesa negli Stati Uniti. Non hanno la sensazione di dover scegliere da che parte stare. Nessuno di loro ricorda la Chiesa prima del Concilio Vaticano II. Non cercano alcun tipo dibattaglia. Semplicemente praticano la fede nei modi che percepiscono come veri, significativi e belli.
-Lei ha osservato la Silicon Valley dall'interno per decenni. Il rapporto tra il mondo della tecnologia e la politica conservatrice è cambiato drasticamente negli ultimi anni, soprattutto con figure come Peter Thiel ed Elon Musk. Che cosa significa questo per il futuro della destra americana? E come stanno cambiando le élite americane?
Nel 2004 il compianto politologo Samuel Huntington pubblicò un saggio, "Dead Souls", sostenendo che gli Stati Uniti avevano prodotto una classe che non aveva alcuna utilità per il Paese. "Questi transnazionalisti," scriveva Huntington, "hanno scarso bisogno di lealtà nazionale, vedono i confini nazionali come ostacoli... e considerano i governi nazionali come residui del passato...". Guardandomi intorno nella Silicon Valley, pensai che Huntington avesse ragione. Nel 2017, per esempio, Mark Zuckerberg pronunciò un discorso ad Harvard lodando "le forze della... comunità globale".
Poi sono arrivati personaggi come Peter Thiel, Elon Musk, Marc Andreessen, David Sacks, Palmer Luckey e una dozzina di altri tecnologi che mostrano un patriottismo senza imbarazzo. Questo cambia tutto: tutto. Mentre ci avviciniamo quest'estate al 250º anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, l'esperimento americano resta capace di suscitare il sostegno — persino l'amore — dei nostri cittadini più straordinari.
-Come vede la cosiddetta seconda Guerra fredda tra Stati Uniti e Cina?
Su questo punto sono dalla parte degli ottimisti, forse perché sono abbastanza vecchio da ricordare la prima Guerra fredda.
-Quale differenza c'è tra l'Unione Sovietica di allora e la Cina di oggi?
Il comunismo, ai vecchi tempi, si dimostrò seducente. Le élite di tutto l'Occidente divennero simpatizzanti comuniste, se non apertamente marxiste. Persino quando il giornalista Whittaker Chambers ruppe con il Partito Comunista alla fine degli anni Trenta, avrebbe scritto in seguito di credere che stesse "lasciando la parte vincente per quella perdente".
Il comunismo cinese non è nulla del genere. Nessun americano o europeo vuole unirsi al PCC. Non ci sono poster di Xi Jinping nelle stanze dei dormitori universitari. La Cina rappresenta certamente un avversario molto pericoloso. Ma le possibilità che ci seduca — che indebolisca il nostro morale o ci sconfigga dall'interno — mi sembrano pari a zero.
-Qual è la sua opinione su papa Leone XIV e Giorgia Meloni?
Quale americano non si sentirebbe attratto dal Pontifex Maximus che un tempo era Bob Prevost, dei sobborghi di Chicago? Un uomo umile e santo, in un incarico impossibile. Mentre gran parte della Chiesa si muove verso la tradizione e l'ortodossia — si veda la Chiesa in America — altre parti sembrano determinate ad abbracciare qualcosa di molto vicino all'eresia — si veda la Chiesa in Germania. Tenere tutto insieme? Cercare l'unità? Ma come? Oremus pro papa.
Quanto alla presidente del Consiglio Meloni, confesso di non essere un osservatore attento. Posso lasciarla ai suoi connazionali italiani e a lei?
-Lei è stato recentemente in Europa. Come vede il futuro del Vecchio Continente, con la sua stanchezza, le sue contraddizioni e le sue ambiguità?
L'Europa manca di un settore tecnologico di qualche reale importanza, non riesce a controllare i propri confini e si trova incapace di tenere testa a Vladimir Putin, il leader di un Paese con un'economia grande soltanto la metà di quella tedesca. Ma quando mi sento tentato di disperare, incontro qualche giovane europeo che ha ricevuto un'istruzione eccellente ed è determinato a fare qualcosa — abbastanza spesso, ad avviare un'azienda. Se Santa Caterina da Siena rifiutò di rinunciare all'Italia e Santa Giovanna d'Arco diede la vita per la Francia, chi sono io per rinunciare alla speranza?
-Lei ha lavorato all'interno della Casa Bianca. Com'è davvero il potere visto dall'interno?
La prima volta che entrai nello Studio Ovale, diedi un'occhiata al presidente Reagan e poi pensai: "Ma è soltanto umano." Non sono sicuro di che cosa mi aspettassi. Qualcuno più grande della vita, suppongo. Quello che trovai invece fu qualcuno più piccolo e più anziano di quanto sembrasse in televisione. Qualcuno che era semplicemente — un uomo.
Questa è la vera natura del potere. Viene esercitato dagli esseri umani. Soltanto esseri umani.
-Quali figure le sarebbe piaciuto di più intervistare?
Il mio sogno? Guidare da Roma fino alle colline, e poi intervistare il pontefice su una terrazza di Castel Gandolfo.
«L'Europa manca di un settore tecnologico di qualche reale importanza, non riesce a controllare i propri confini e si trova incapace di tenere testa a Vladimir Putin, il leader di un Paese con un'economia grande soltanto la metà di quella tedesca. Ma quando mi sento tentato di disperare, incontro qualche giovane europeo che ha ricevuto un'istruzione eccellente ed è determinato a fare qualcosa — abbastanza spesso, ad avviare un'azienda. Se Santa Caterina da Siena rifiutò di rinunciare all'Italia e Santa Giovanna d'Arco diede la vita per la Francia, chi sono io per rinunciare alla speranza?»
«Non credo che democrazia ed efficienza siano inconciliabili. L’Italia democratica ha realizzato in pochi anni l’Autostrada del Sole. Il problema è che oggi le democrazie occidentali tendono a confondere la democrazia con l’assemblearismo permanente. Si è diffusa una cultura del dubbio senza fine, del rinvio continuo, del ricorso sistematico, della paralisi procedurale»
«Il grande errore è stato sottovalutare la profondità delle differenze tra le diverse civiltà. In Europa permane una matrice solidaristica; in Cina prevale una concezione comunitaria, nella quale la collettività viene prima dell'individuo. Per questo il capitalismo ha potuto espandersi senza produrre una vera omogeneizzazione politica e culturale»
«Sopravvivere significa stare sopra. Significa controllare, verificare, governare, avere ancora una possibilità di azione nel medio-lungo periodo. La sottovivenza, invece, è la condizione contemporanea in cui stiamo sotto. Ci siamo rimasti sotto. Non controlliamo più nulla: siamo controllati. Non agiamo: siamo agiti. Non pensiamo: siamo pensati»
«La nicchia della ricerca di libri introvabili è fatta di gente che si crede in possesso di un segreto, ma che spesso si trova in mano solo una serie di illusioni auto-indotte: il libro come oggetto-feticcio, la rarità come valore assoluto, l’appartenenza come pedigree. Nei miei libri, specialmente nell’ultimo (Avventure di un cacciatore di libri - Luni, 2025), contesto proprio questo: il mito del libro raro, costruito da un mercato che si autoalimenta»
«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.
Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».
Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.
La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran.
Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:
«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».
L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.
Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima.
Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.
La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.
La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.
Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.
Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.
Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.
Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.
I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.