Una colomba sopra San Pietro

Brando, alter ego di Tonino Bettanini, riemerge nella Siria devastata dalla guerra civile, tra monasteri cristiani, milizie jihadiste e un carceriere che è insieme nemico e protettore. Ma la liberazione è solo l'inizio: la storia di "Rapiti. Dalla Siria di Paolo alla Roma di Pietro" (Sagep, 2026) si sposta a Roma, dove ogni simbolo può diventare minaccia e ogni volto salvato potrebbe nascondere qualcosa di irrisolto. Un romanzo su come la guerra non finisca mai davvero, nemmeno quando si torna a casa.

Gli Stati Uniti hanno dimenticato il catenaccio

Proprio mentre i mondiali aprono i battenti sul suolo americano, vale la pena ricordare che gli Stati Uniti hanno costruito la loro egemonia sulla pazienza: intervenire tardi, apparire come liberatori, mai come conquistatori. Dal 1989 si sono convertiti al gioco della Seleçao - attaccare ovunque, in ogni direzione, senza aspettare il momento giusto. Il risultato è una potenza che moltiplica i nemici e rischia di sperperare in pochi anni ciò che aveva costruito in duecento.

La traiettoria comune di marxismo e capitalismo

Per decenni sono stati pensati come nemici assoluti. Eppure entrambi nascono dalla stessa stagione spirituale della modernità, condividono la dissoluzione della trascendenza, la centralità della tecnica e l'universalismo emancipativo. Il capitalismo non sconfisse il marxismo perché più giusto: lo sconfisse perché più adatto a servire la forza storica che entrambi avevano contribuito a liberare. Ora quella forza - la tecnica - sta incontrando il proprio limite.

Africa rossa

La presenza cinese in Africa non si spiega con la sola "trappola del debito", narrazione tanto cara in Occidente. "Africa Rossa" di Alessandra Colarizi (L'Asino d'oro edizioni, 2022) ricostruisce un progetto più vasto e più paziente, ovvero quello di un modello alternativo che non chiede riforme in cambio di investimenti, e che per questo sta vincendo la partita mentre altri continuano a perdere terreno.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La legge della giungla

Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.

Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.

Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.

È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.

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Lettere aperte, porte chiuse

La lettera di Zelensky serve a mostrare apparente disponibilità alla pace, a togliere argomenti agli americani che accusano Kyiv di voler prolungare la guerra, a parlare ai russi sopra la testa di Putin e a convincere gli occidentali che l’Ucraina può ancora far male. Letta da Mosca, non appare come una mano tesa, ma come una provocazione pubblica. Se lo scopo è una pace reale - non giusta - serve rovesciare i paradigmi che in quasi cinque anni hanno prodotto soprattutto un fallimento collettivo. Non si può pretendere che la parola parta sempre dagli altri. Può e deve cominciare anche da noi. Se la linea seguita non ha portato alla vittoria, né alla pace, né a un equilibrio più stabile, insistere è ottusità.

La scommessa americana nel Caucaso

Il 7 giugno gli armeni votano per il Parlamento, ma la posta in gioco supera i confini nazionali. Al centro vi è il TRIPP, ovvero il corridoio voluto da Washington che attraverso il sud dell'Armenia dovrebbe collegare l'Azerbaigian al Nakhchivan, marginalizzando Russia e Iran. Pashinyan parte favorito, ma il margine della vittoria sarà decisivo: una maggioranza ridotta potrebbe bloccare la revisione costituzionale richiesta da Baku e con essa l'intera architettura dell'accordo.

L'uomo e il silicio

Dall’invenzione del primo microprocessore al pensiero sulla coscienza, Federico Faggin incarna lo slancio geniale dell’innovazione italiana nel mondo. Fisico, pioniere del silicio e filosofo dell’informazione, ha trasformato l’elettronica e ridefinito il rapporto tra mente e macchina. Una vita tra Vicenza, la Silicon Valley e le profondità dell’essere, sempre con lo sguardo rivolto a ciò che viene dopo.

Interviste

a cura di Francesco Iasevoli

Giorgio Zanchini: «La trasparenza è una promessa della democrazia, ma non può essere assoluta»

Lockerbie, di Giorgio Zanchini (Editori Laterza, 2026), analizza e indaga su uno degli attentati più controversi della storia recente, quello della strage del volo Pan Am 103, deflagrato in aria a causa di un ordigno esploso a bordo e i cui rottami, insieme ai corpi delle vittime, 270 in totale, sono precipitati sull’omonima cittadina scozzese il 21 dicembre 1988. A distanza di quasi quarant’anni la giustizia vede un unico condannato: l’ex agente segreto libico Abdelbaset al-Megrahi. Molte, però, le ombre e i giochi di potere dietro le evidenze giudiziarie, le quali, per chi sa guardare come Zanchini, sembrano forse condizionate anche dagli equilibri geopolitici del tempo. Muhammar Gheddafi, da villain per eccellenza dell’Occidente agli anni della distensione e degli affari miliardari prima delle primavere arabe, appare, secondo le indagini, il vero mandante politico dell’attentato. Tuttavia, ancora non è chiaro se la vicenda di Lockerbie sia finita per prestarsi, in realtà, solo come utile narrazione politica sulla spregiudicatezza del Colonnello, ignorando forse deliberatamente altre piste, come quella che ricondurrebbe all’Iran.

Zanchini svolge un’opera profonda e articolata di mappatura critica, offrendo un’onesta panoramica dei fatti e di tutti gli attori in gioco, restituendo dignità e onore alle molte vittime della strage, spesso dimenticate nei grandi numeri delle statistiche del terrorismo. C’è anche molta Italia nell’opera che spesso si avvicina a una spy story, da Craxi e Andreotti al celebre Lodo Moro. Un paese segnato dagli anni di piombo e che ha tanto interiorizzato, per ragioni storiche, gli equilibri velenosi e violenti di quella lunga e triste stagione, i cui rumori riecheggiano in Lockerbie.

-Dott. Zanchini, dunque tutto inizia dietro il bancone di un’enoteca parigina...

Ci troviamo in un bar, io avevo ventuno anni e lavoravo in un’enoteca inglese a Parigi. In realtà quel periodo lavorativo sarebbe durato dall’estate fino a Natale, come avevo già fatto tre anni prima a Londra. Lì, infatti, avevo lavorato un po’ come tuttofare in uno di quei famosi club londinesi riservati all’establishment locale e avevo conosciuto un ragazzo inglese con cui ho stretto una grande amicizia. Fu lui a dirmi: “Vieni a Parigi e prendi il mio posto”. Così per sei mesi lavorai al Willis Wine Bar, un’enoteca inglese a Parigi. Una sera di metà dicembre arrivarono due ragazze inglesi, poco più grandi di me. Parlammo a lungo. Una delle due, in particolare (Sophie Hudson), mi colpì molto per fascino, simpatia e avvenenza. Tre giorni dopo il mio amico inglese mi disse che quella ragazza era a bordo dell’aereo esploso sopra Lockerbie. La cosa mi turbò moltissimo. Poi sono passati quasi quarant’anni e, a un certo punto, ho deciso di tornare su quella storia.

-Nel libro colpisce moltissimo il capitolo in cui prova a restituire una panoramica delle vite delle vittime, in cui smettono di essere solo un numero e tornano persone. Il terrorismo trasforma le vittime in statistiche?

Rischia di farlo. È quello che scrive anche Georgia Nucci, che secondo me ha svolto il lavoro più accurato di ricostruzione delle vite delle vittime nel libro On Eagles’ Wings. Negli archivi delle fondazioni create dai familiari ho trovato biografie e testimonianze preziose. Ho cercato di ricostruire quelle vite appoggiandomi a quel lavoro. Di fronte a un attentato terroristico, soprattutto quando il numero delle vittime è alto, si rischia sempre di ridurre tutto a una cifra. 270 morti diventano un numero astratto. Nucci ha voluto fare un’operazione precisa: dare corpi, vite e sostanza a quei numeri. Io mi sono mosso sulla stessa linea. A partire da quella ragazza incontrata a Parigi, ho pensato che fosse un gesto doveroso restituire un po’ di dignità alle 270 vittime, raccontare chi erano. Molti erano giovani nel pieno della loro esistenza, oltre che miei coetanei. Quelle vite spezzate mi sembravano qualcosa di terribile. Era una forma minima di restituzione. In effetti le vittime delle stragi diventano spesso soltanto numeri. In Italia, grazie alle associazioni dei familiari, si è fatto un grande lavoro sulla memoria. È un compito civile. In contesti come guerre o conflitti contemporanei è molto più difficile. Penso all’Algeria, all’Iraq post-Saddam o a Gaza. Ma per uno Stato con istituzioni solide, preservare la memoria delle vittime è un dovere.

-Durante la lettura aleggia costante lo spettro della Realpolitik. Tutto sembra portare a Gheddafi e alla Libia, eppure restano aperte altre piste, come quella iraniana. Perché sono state accantonate?

La risposta è che, dal punto di vista giudiziario, non erano abbastanza solide. I giudici scozzesi hanno esaminato sia la pista palestinese sia quella iraniana. Furono prese molto sul serio. Si guardò ai gruppi vicini ad Abu Nidal e alle cellule palestinesi scoperte in alcuni rifugi in Germania poche settimane prima dell’attentato. Anche la pista iraniana fu approfondita. Il problema è che non si arrivò mai a prove sufficienti. La Libia, invece, lasciò una serie di indizi che trovarono una loro credibilità in sede giudiziaria. È per questo che si arrivò all’incriminazione e poi al processo degli agenti libici. La verità giudiziaria ha prodotto una sola condanna, dopo un procedimento molto complesso basato su un apparato indiziario coerente e concordante. Per questo la pista libica resta quella riconosciuta. Detto questo, esistono forti sospetti sulla mano iraniana, come vendetta per l’errore nell’ abbattimento del volo Iran Air 655 da parte degli Stati Uniti sei mesi prima di Lockerbie, che provocò 290 vittime, e sulla collaborazione di gruppi palestinesi. La mia impressione è che la verità storica sia più ampia della verità giudiziaria e coinvolga probabilmente diversi attori. Tendo invece a escludere le tesi complottistiche che attribuiscono la strage direttamente alla CIA. Francamente trovo poco credibile che gli Stati Uniti abbiano organizzato una strage di cittadini americani.

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

-L’imminenza della Prima guerra del Golfo potrebbe aver favorito la pista libica rispetto a quella iraniana?

Questa è una delle ipotesi avanzate da studiosi di relazioni internazionali e da diversi giornalisti che si sono occupati del caso. Secondo questa lettura, gli Stati Uniti avevano bisogno dell’Iran nel quadro strategico che si stava delineando contro Saddam Hussein. Bush avrebbe detto a Thatcher che conveniva evitare di attribuire la responsabilità all’Iran e concentrarsi invece sulla Libia di Gheddafi. Il contesto geopolitico certamente favoriva la pista libica rispetto a quella iraniano-palestinese. Detto questo, non credo che la Realpolitik abbia compromesso l’indipendenza dei giudici scozzesi. Loro hanno esaminato tutte le piste e sono arrivati a quella conclusione perché non hanno trovato sostanza probatoria nelle altre. Come ha scritto l’ex ministro della Giustizia scozzese Kenny MacAskill, il processo fu trasparente. Molto spesso chi giudica, però, non conosce fino in fondo il “grande gioco” geopolitico che si muove sopra di lui.

-Esiste un modo migliore di amministrare la verità nelle democrazie?

È una domanda enorme, perché implica affrontare il tema del segreto di Stato. Pensiamo al caso Abu Omar: governi di ogni colore politico hanno confermato il segreto. Oppure alla strage di Ustica, dove ancora oggi esistono aree di opacità. Anche su Lockerbie probabilmente CIA ed MI6 hanno raccolto informazioni che resteranno coperte per anni. La trasparenza assoluta non esiste. Uno Stato ha anche il dovere di difendersi. Norberto Bobbio ha scritto pagine molto belle su questo tema: la trasparenza è una promessa della democrazia, ma non può essere assoluta. Molti segreti vengono desecretati dopo decenni. Altri richiedono tempi molto più lunghi. La vera domanda è come trovare un equilibrio tra il diritto dei cittadini a conoscere la verità e le esigenze della sicurezza nazionale.

-Nel capitolo “Lockerbie e noi” mette in relazione la strage del Pan Am 103 con la stagione del terrorismo italiano. Nero, rosso, mafioso. Mai islamico. Il Lodo Moro ha funzionato?

Sì e no. Abbiamo avuto stragi terribili a Fiumicino sia prima sia dopo l’inizio del cosiddetto Lodo Moro. L’accordo, nella sua forma più nota, prevedeva libertà di transito e di movimento per i gruppi palestinesi in cambio dell’impegno a non colpire l’Italia. Il problema è che non tutti i gruppi palestinesi erano controllabili. Abu Nidal, per esempio, contrastava apertamente la linea di Arafat. A un certo punto una parte del mondo palestinese cercava un accomodamento con l’Occidente, mentre le frange più estremiste erano del tutto incontrollabili. Quindi il Lodo Moro poteva funzionare con alcuni interlocutori, ma non con tutti. Ed è lì che nascevano i problemi.

-Una curiosità finale tra aviofobici: come si è sentito dopo aver scritto un libro incentrato su una strage aerea?

Forse ho aspettato così tanto tempo proprio perché non volevo affrontare questo tema. Da ragazzo ero terrorizzato dalle bombe sugli aerei. Oggi, paradossalmente, mi sembrano meno probabili, perché proprio dopo Lockerbie i controlli aeroportuali sono diventati molto più rigorosi. Poi siamo passati dalle bombe ai dirottamenti. L’11 settembre ha cambiato completamente il paradigma. Ti confesso però che leggere centinaia di pagine di rapporti tecnici sull’esplosione in volo di un jumbo jet è stato difficile. Esistono documenti che descrivono secondo per secondo cosa accade dopo un’esplosione a bordo. Per me è stato un incubo. Mia figlia, che ha paura dell’aereo ancora più di me, ha provato a leggere quelle pagine e dopo poco mi ha detto: “Papà, non riesco ad andare avanti”.

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Interviste

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Giorgio Zanchini: «La trasparenza è una promessa della democrazia, ma non può essere assoluta»

«A partire da quella ragazza incontrata a Parigi, ho pensato che fosse un gesto doveroso restituire un po’ di dignità alle 270 vittime, raccontare chi erano. Molti erano giovani nel pieno della loro esistenza, oltre che miei coetanei. Quelle vite spezzate mi sembravano qualcosa di terribile. Era una forma minima di restituzione»
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Ignacio Peyró: «Non c'è Paese più complesso dell'Italia, né Paese più scritto e modellato anche dallo sguardo altrui»

«La mia tradizione è spagnola ed europea. Ciò che mi interessa è onorare la tradizione della grande prosa in lingua castigliana. In Spagna amo Azorín, Cervantes, Pla, Galdós, Baroja, Ortega y Gasset e una sorta di Tomasi di Lampedusa in versione spagnola, ovvero i fratelli Villalonga di Maiorca. Dall'Italia ho letto molta poesia: Leopardi mi ha cambiato la vita! Ma anche la Francia e, come no, il mondo britannico: come dimostrano Waugh e Kipling, un'arte della prosa, cioè del ritmo e dello sguardo»
Ignacio Peyró: «Non c'è Paese più complesso dell'Italia, né Paese più scritto e modellato anche dallo sguardo altrui»

Federica Saini Fasanotti: «La Libia è un organismo politico incompiuto con tendenze neomedievali»

«Gheddafi ha lasciato un Paese devastato. La Libia non è mai esistita come Stato sovrano nazionale nel senso europeo del termine. Non ha mai avuto una democrazia e non ha mai avuto istituzioni solide. Gheddafi ha volutamente impedito la formazione di istituzioni autonome. Ha concentrato il potere su di sé e sulla propria cerchia. Quando è stato ucciso, non c'erano argini capaci di contenere milizie, estremismi e tensioni locali»
Federica Saini Fasanotti: «La Libia è un organismo politico incompiuto con tendenze neomedievali»

Peter Robinson: «La prima volta che entrai nello Studio Ovale diedi un'occhiata al presidente Reagan e pensai "ma è soltanto umano". Questa è la vera natura del potere»

«L'Europa manca di un settore tecnologico di qualche reale importanza, non riesce a controllare i propri confini e si trova incapace di tenere testa a Vladimir Putin, il leader di un Paese con un'economia grande soltanto la metà di quella tedesca. Ma quando mi sento tentato di disperare, incontro qualche giovane europeo che ha ricevuto un'istruzione eccellente ed è determinato a fare qualcosa — abbastanza spesso, ad avviare un'azienda. Se Santa Caterina da Siena rifiutò di rinunciare all'Italia e Santa Giovanna d'Arco diede la vita per la Francia, chi sono io per rinunciare alla speranza?»
Peter Robinson: «La prima volta che entrai nello Studio Ovale diedi un'occhiata al presidente Reagan e pensai

Gennaro Sangiuliano: «Non è la democrazia in sé a produrre inefficienza, è la sua degenerazione burocratica e culturale a farlo»

«Non credo che democrazia ed efficienza siano inconciliabili. L’Italia democratica ha realizzato in pochi anni l’Autostrada del Sole. Il problema è che oggi le democrazie occidentali tendono a confondere la democrazia con l’assemblearismo permanente. Si è diffusa una cultura del dubbio senza fine, del rinvio continuo, del ricorso sistematico, della paralisi procedurale»
Gennaro Sangiuliano: «Non è la democrazia in sé a produrre inefficienza, è la sua degenerazione burocratica e culturale a farlo»

Un partito-meme conquista l'India

Gli "scarafaggi" si sono organizzati. Quando un giudice della Corte Suprema indiana ha definito i giovani disoccupati che criticano le istituzioni "scarafaggi infestanti", non immaginava che in dodici ore sarebbe nato un partito, che in una settimana avrebbe raccolto venti milioni di follower e un milione di iscritti. Il "Cockroach Janta Party" dimostra che il digitale non è solo uno strumento di controllo, ma può ancora essere un'arma nelle mani di chi non ha nient'altro.

Identikit della classe dirigente cinese

Il processo di selezione per entrare nel Partito Comunista Cinese dura fino a tre anni, passa attraverso indagini sul passato familiare, giuramenti solenni e monitoraggio ideologico costante. Gli aspiranti membri devono dimostrare di essere irreprensibili. È il filtro con cui Pechino forma la propria classe dirigente - e neutralizza in anticipo chiunque potrebbe diventare un problema.

Vilfredo Pareto e la menzogna necessaria

Mentre il mondo precipitava nell'abisso, Pareto prendeva appunti. Non su chi avesse ragione, ma su come tutti mentissero nello stesso modo. A distanza di un secolo - come si evince dalla lettura di "Guerra e propaganda. Piccolo manuale di controinformazione" (Settecolori, 2026) - gli ingranaggi che descrisse girano ancora: cambiano le parole e i nemici, cambia la velocità con cui le narrazioni si consumano. Ma le pulsioni profonde, quelle no.

Confessioni

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Richard Slotkin

«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Richard Slotkin

Palantir è uno specchio

Il manifesto di Palantir spaventa perché non nasconde la propria natura: dice che il mondo è fatto di potenze, nemici e infrastrutture critiche, e che la neutralità tecnologica è una maschera. Mentre l'Occidente lo demonizza come minaccia autoritaria, accetta con minore turbamento che apparati pubblici disciplinino linguaggio e dissenso. La vera domanda non è se sia giusto costruire armi basate sull'AI: verranno costruite comunque. La domanda è chi lo farà e per quale scopo.

La magnifica umanità ad un bivio

La prima enciclica di Leone XIV - Magnifica Humanitas - è anche il primo vero intervento della Chiesa sulla rivoluzione tecnologica più importante della storia. Il Papa elenca i danni e critica i presupposti culturali del transumanesimo, ma sempre trattenendo il colpo. La domanda che riecheggia tra le righe, senza mai essere pronunciata, è: esiste una via cristiana all'intelligenza artificiale?

L'Impero sotto nessun cielo

Se Trump tenta di piegare il linguaggio religioso alla legittimazione della guerra, la Santa Sede prova a opporvi un contrappeso morale. Ma ridurre questa tensione a un semplice dissidio fra un presidente e un pontefice significherebbe mancarne il senso storico. In filigrana riemerge una nuova lotta per le investiture, un rinnovato conflitto tra papato e impero, in cui la pretesa del potere politico non è più solo governare il mondo, ma anche consacrarsi moralmente per farlo. Di contro, Roma prova a opporre un contrappeso, nel tentativo di arginare la saldatura tra guerra e sacro, e di contenere l’entropia del caos globale.

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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