Non c'è più un piano per il 2027

La sconfitta nel referendum è stata il vero spartiacque di questa legislatura. Così ora Giorgia Meloni naviga a vista verso il 2027, mentre nei palazzi dell’opposizione circolano già le liste dei ministri. Donald Trump ha fatto saltare il banco: Conte vuole scalzare Schlein, D’Alema e Renzi vogliono fare i kingmaker, mentre l’unica ancora di salvezza si chiama Jordan Bardella.

Piccoli reattori nucleari e sovranità energetica

Gli SMR - Small Modular Reactors - sono la grande promessa del ritorno al nucleare europeo: reattori compatti, modulari, pensati per liberarsi dalla volatilità delle forniture esterne. Ma la filiera, così come know-how e tecnologia, restano in mani altrui. L'Italia rientra nel gioco per via amministrativa, senza un vero dibattito pubblico. La finestra per contare davvero si sta chiudendo.

La propaganda necessaria

Nell’odierna società dell’informazione, la politica italiana e per esteso dell’intero continente europeo pare non reggere l’urto con la sempre più sofisticata e accattivante costruzione del consenso dei regimi rivali: qualche istruzione per rimediare alle falle del marketing politico a partire dall’analisi di Pietro Francesco Dettori nella sua ultima fatica, “Riconquistare le menti e i cuori. L’Occidente sul campo di battaglia digitale” (Rubbettino, 2026).

Cosa sta succedendo in Mali

La perdita di Kidal segna un passaggio critico nella crisi maliana e ridefinisce la postura russa nel Sahel. La ritirata dell’Africa Corps evidenzia una strategia più selettiva, mentre attori jihadisti e tuareg sfruttano l’erosione del controllo statale. Ne emerge un sistema più frammentato, in cui sicurezza, risorse e alleanze si riorganizzano secondo logiche fluide, mettendo sotto pressione l’intero impianto regionale costruito negli ultimi anni.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La legge della giungla

Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.

Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.

Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.

È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.

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Russi e ucraini combattono anche nel Mediterraneo

Una gasiera russa colpita da un barchino esplosivo ucraino nel Mediterraneo centrale, duecento militari di Kiev dislocati tra Misurata e Zawiya, istruttori ucraini a fianco dei ribelli tuareg nel Sahel: il conflitto si estende fino al giardino di casa italiano. Mentre Mosca consolida la propria presenza nel Fezzan e Eni annuncia nuove scoperte di gas al largo della Tripolitania, Roma si ritrova spettatrice in un teatro che non può permettersi di ignorare.

Sulla natura informale del potere

Il potere non coincide né con la fantasia paranoica di una regia onnisciente né con la rappresentazione rassicurante di un sistema trasparente. Opera più spesso in una zona intermedia, fatta di ambienti, linguaggi, accessi, selezioni e conformismi che non devono comandare apertamente per orientare il plausibile e delimitare il dicibile.

Piccola missione marziana

Mentre Stati Uniti e Cina si contendono il primato sulla colonizzazione di Marte a colpi di miliardi, l'Italia prova una strada diversa: il progetto "Small Mission to Mars" non punta sulla scala, ma sulla specializzazione. Costruire materiali direttamente sul pianeta usando la regolite marziana, ridurre i costi strutturali della permanenza umana, diventare fornitore indispensabile della futura economia extraterrestre. Una scommessa che vale più del suo nome.

Interviste

a cura di Francesco Subiaco

Gianfranco Fini: «Con la Russia occorre fare i conti, prendendo atto che l'illusione di un suo avvicinamento alle democrazie liberali è naufragata»

L'attuale disordine internazionale ha generato un clima di incertezza foriero di ripiegamenti interni e diffidenze sistemiche. Dal surriscaldamento del rapporto transatlantico alle nuove tensioni revisioniste dell'ordine globale, si assiste a una nuova dialettica tra potenze che scoprono modalità di assedio ibride e recuperi nazionalisti con caratteri imperiali. In questo quadro l'Europa, per citare l'ambasciatore Sergio Vento, sembra paralizzata nella sua condizione di ammalato gigante economico e perdurante nano politico, ostaggio tanto di rigurgiti sovranisti centrifughi quanto delle proprie paralisi autoreferenziali ed euroliriche, che ne impediscono una maturazione. Per meglio affrontare i nodi della scacchiera internazionale, dal ruolo dell'Ue allo scenario mediorientale, abbiamo intervistato Gianfranco Fini, già presidente della Camera, ministro degli Esteri, vicepresidente del Consiglio, figura chiave della destra italiana — dalla svolta di Fiuggi alla nascita della destra di governo — e tra i più acuti esponenti del panorama politico e culturale.

-Come valuta l'attuale stato del rapporto transatlantico?

Siamo in una fase complicata. La polemica di Trump contro gli alleati Nato ha creato preoccupazione e frizioni. Tuttavia, la solidarietà transatlantica resta indispensabile tanto per gli Stati Uniti quanto per l'Europa. È auspicabile pertanto che questo legame possa rinvigorirsi, ma a questo fine serve maggiore responsabilità europea sulla difesa.

-Uno dei nodi che ha aumentato le spigolosità tra le due sponde dell'Atlantico è il conflitto in Medio Oriente. Come valuta l'evoluzione della guerra con l'Iran?

Al momento non vedo molte possibilità di soluzione in tempi brevi, perché Stati Uniti e Iran restano su posizioni opposte su questioni essenziali. La prima è impedire che Teheran avanzi nel programma nucleare. Gli Stati Uniti fanno bene a dire che l'uranio arricchito al 60% non può restare in Iran, ma deve essere sottoposto ai controlli dell'Aiea. Teheran sostiene, invece, di volerlo usare solo per scopi civili, ma è una tesi tutta da dimostrare.

La questione nucleare si intreccia con il blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz, perché anche tramite la "flottiglia delle zanzare" — piccole imbarcazioni veloci e armate impiegate nel conflitto — gli iraniani hanno ostruito un'arteria essenziale degli snodi logistici ed energetici globali. Di fronte al blocco sostanziale di Hormuz, minato dagli iraniani, Trump ha deciso di impedire l'accesso ai porti iraniani per indebolire la teocrazia tramite un controblocco. Un tentativo di duplice logoramento in cui ognuna delle parti punta al cedimento dell'altra. In ogni caso, se questa paralisi durasse, le conseguenze economiche sarebbero pesanti.

-Si può essere speranzosi?

Credo che il fatto che le parti si dicano disponibili a parlare non basti per essere ottimisti. Anche perché la mediazione è affidata al Pakistan, Paese musulmano guidato da una giunta militare, su regia cinese. Mi ha sorpreso anche il ritorno di Putin, disponibile a mediare tra Stati Uniti e Iran, anche se credo che il suo desiderio sia soprattutto quello di rientrare nel quadro internazionale dopo la vergogna dell'invasione dell'Ucraina. Vedremo con quali esiti.

-Di fronte agli appelli sul gas russo, provocati dalla crisi di Hormuz, crede assisteremo a un ritorno della centralità del Cremlino?

Occorre una precisazione. Chi pensa che Putin voglia una riedizione dell'Unione Sovietica non coglie un punto essenziale. Il suo mito è il Russkij mir, lo spazio che Mosca ritiene di dover avere nei Paesi slavi o legati alla tradizione ortodossa. Il riferimento è pertanto Pietro il Grande, non Stalin, anche se preoccupa la riabilitazione degli orrori dello stalinismo.

Io credo che con la Russia occorra fare i conti prendendo atto che l'illusione, nata con Gorbaciov ed Eltsin, di un avvicinamento progressivo di Mosca alle democrazie liberali è naufragata. La Russia è oggi un Paese autoritario e revanscista: si vota, ma si conosce già il risultato; la stampa è repressa, il dissenso colpito; e Mosca prova a ristabilire la propria egemonia con criminali operazioni militari in Ucraina e, prima ancora, in Crimea.

Da almeno quindici anni la Russia ha avviato un suo ritorno, in parte illusorio, tra le grandi potenze. Colpisce che anche in Europa ci siano politici e associazioni pronti a dire che Putin va capito e che Mosca avrebbe le sue ragioni.

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-Qual è la sua valutazione?

Io ritengo che non esista alcuna buona ragione per l'aggressione russa all'Ucraina. Parlare di denazificazione è assurdo.

E se fosse vera la tesi secondo cui Putin avrebbe reagito per timore dell'accerchiamento Nato, bisognerebbe spiegare la questione di Kaliningrad, enclave russa tra Polonia e Paesi baltici, sede della flotta del Baltico. In vent'anni nessuno ha mai minacciato la sovranità russa su Kaliningrad.

-Tornando a Teheran: come vede il futuro del regime iraniano, anche alla luce del peso dei Pasdaran?

È difficile rispondere, perché in Iran non solo non c'è libertà, ma le notizie sono spesso diffuse ad arte. Non c'è ovviamente stato il cambio di regime auspicato da molti iraniani e non solo, anche perché le manifestazioni sono state represse nel sangue dai Pasdaran e dalla polizia politica.

C'è stato però un cambiamento dentro il regime. Il potere non è più saldamente nelle mani delle componenti clericali. Basti pensare che l'attuale Guida suprema versa in condizioni fisiche indefinite e bisogna chiedersi se i comunicati attribuiti ad essa siano davvero suoi o frutto di altri. In questo quadro si distinguono invece le componenti degli apparati militari e industriali.

I nomi più influenti sono il presidente della Repubblica, il presidente del Parlamento e il ministro degli Esteri: figure politiche o vicine agli ambienti militari, non chierici. Abbas Araghchi, ad esempio, è stato ambasciatore a Helsinki e Tokyo e conosce la diplomazia, pur nelle particolarità iraniane. Il baricentro del potere sembra quindi spostato verso un versante più "laico", anche se usare questo termine per l'Iran è quasi impossibile.

-Che evoluzione prevede?

Qualcuno parla di un futuro sul modello pakistano. Ma in Iran non conta solo l'esercito regolare: pesano anche i Guardiani della Rivoluzione e la polizia politica, decisivi e criminali. Ciò rende questa opzione più sfumata e differenziata.

-Sul versante opposto gli Stati Uniti vivono una forte turbolenza interna. Come guarda questa fase americana?

Gli Stati Uniti attraversano una fase di forte polarizzazione, molto più antica di Trump. Il Partito Democratico non ha un vero leader e le sue politiche sono spesso ispirate dalla sinistra californiana e dalla cultura woke. Riferimenti culturali radicali che propongono non una mera "cancellazione della cultura", ma piuttosto una "cultura della cancellazione", cioè la cancellazione dell'identità del popolo, dell'individuo e dei gruppi sociali. Questo processo ha generato insicurezza, tensione e incertezza nella società americana.

La radicalizzazione progressista ha prodotto, per reazione, una radicalizzazione repubblicana. Trump ne è il campione. Se penso al Partito Repubblicano di Bush o Reagan, le similitudini sono poche, tranne il mito del Make America Great Again e degli Stati Uniti come pilastro dell'Occidente. Ma Trump crede molto meno dei suoi predecessori nell'unità occidentale. Anzi.

Trump dice spesso a noi europei che siamo ingrati e dovremmo arrangiarci. Ma dimentica che l'unica volta in cui è stato invocato l'articolo 5 della Nato fu dopo l'11 settembre, su richiesta degli Stati Uniti. L'intervento in Afghanistan fu deciso per colpire il terrorismo e anche gli italiani parteciparono, pagando significativamente in termini di costi e vite umane. Trump dovrebbe quindi essere più onesto intellettualmente, specie con gli alleati.

-Secondo lei molte spigolosità trumpiane, dai dazi al freeriding europeo, sopravviveranno al suo mandato?

Sì. Potranno attenuarsi o accentuarsi, ma è una tendenza già da tempo in atto. La società americana è mutata profondamente sul piano etnico ed economico. In molti Stati lo spagnolo è parlato da un numero estremamente rilevante di cittadini americani. Anche il ruolo dei grandi distretti industriali e manifatturieri è stato fortemente ridimensionato. È cambiato pertanto il volto degli Stati Uniti e sono più diffuse le posizioni a favore di un ridimensionamento dell'impegno internazionale americano.

Trump ha cercato così di rassicurare i connazionali rilanciando l'America First e, in parte, la dottrina Monroe, tramite il rilancio dell'America agli americani e la politica della tutela del "giardino di casa". Un giardino che comprende però Canada, Groenlandia, Venezuela. L'intervento in Venezuela si è mosso in questo senso, seguendo un'impostazione legata a preoccupazioni di sicurezza nazionale, ma anche in una logica economica, legata al petrolio. E in tale disegno il prossimo obiettivo sarà certamente Cuba.

Roma, Aprile 2026. XXXIII Martedì di Dissipatio

-Qual è la vera priorità di questa amministrazione?

Trump guarda soprattutto al continente nordamericano e all'Indo-Pacifico, su cui sta concentrando le sue energie. Per questo tende a dire all'Europa: arrangiatevi, magari mettetevi d'accordo con la Russia. Ciò perché, a suo avviso, la competizione strategica del futuro non è più Washington-Mosca, ma Usa-Cina. E su questo non ha torto.

-Perché?

La Cina è oggi un grande attore internazionale, militare, finanziario ed economico. Pechino è referente per molti Paesi Brics e per molti non allineati, con mire e influenze che si estendono dall'Asia all'America Latina. La sfida cinese è quindi fondamentale.

-In questo quadro che ruolo ha Taiwan?

Resta centrale. I cinesi hanno una visione del tempo diversa dalla nostra. Una volta un collega cinese mi disse: sappiamo che voi siete contrari al ritorno di Formosa alla madrepatria; non è che non vogliamo dirvi quando accadrà, è che non lo sappiamo. Ma accadrà. Si tratta pertanto di un dossier non solo strategico, ma simbolico e culturale su cui Pechino non credo cederà.

-Secondo lei l'ipotesi di un duopolio tra Stati Uniti e Cina, a partire dai colloqui di maggio, in una sorta di G2, è archiviata?

Più si parlano, meglio è. Guai a chiudere i canali di confronto. Però sarebbe un errore pensare che dialogo e scambio commerciale garantiscano un futuro comune o una cogestione sulla linea di Yalta.

Difatti la preoccupazione nel Pacifico resta fortissima: Australia, Giappone e Corea del Sud sono per Washington attori cruciali e pilastri chiave della sua strategia di contenimento della Cina, che da tempo è in atto. Noi guardiamo all'Europa e all'Est, ma ciò che accade nel Pacifico è per gli americani altrettanto significativo, se non forse di più.

-Torniamo all'Europa. Come valuta il futuro dell'impalcatura comunitaria e il ruolo dei movimenti antisistema?

Credo che sovranismo, nella sua declinazione nazionale, sia una parola passata di moda, e ne sono felice. Può però diventare una via d'uscita dall'impasse dell'Unione Europea se si trasforma in sovranismo europeo.

Di fronte al ritorno della centralità delle logiche di potenza, con il diritto internazionale calpestato e l'Onu impotente, gli Stati contano per forza economica, culturale e militare, ma anche per il consenso ottenuto fuori dai propri confini. In questo caso gli Stati europei da soli sono deboli. L'Europa dovrebbe quindi muoversi come soggetto comune, capace di giocare alla pari con Stati Uniti e Cina.

Ma l'Europa deve volerlo.

-Cosa manca?

Occorre rimettere in moto la macchina comunitaria risolvendo il problema della sua architettura istituzionale. Spero pertanto siano superate tanto le barriere legislative e burocratiche che paralizzano le decisioni europee, quanto gli ostacoli che minano una governance comune. Altrimenti continueremo a produrre solo bei comunicati senza azioni rilevanti. Bisogna superare la farraginosità delle decisioni: per fare questo occorre superare la necessità dell'unanimità nel Consiglio europeo.

-A quale sentiero guardare?

Una strada diversa è già esistita: l'euro nacque da un gruppo di Paesi a cui poi altri aderirono progressivamente. Lo stesso vale per Schengen. Serve una via mediana che superi i ritorni anacronistici dei nazionalismi particolari o le fughe in avanti fuorvianti verso un federalismo comunitario utopistico, attraverso una maggiore integrazione pragmatica e basata su dossier essenziali. Questo è il sentiero delle cooperazioni rafforzate, che deve avere come priorità l'autonomia strategica, il riarmo e la sicurezza comune. Ma è necessario essere chiari: l'autonomia europea non è un'alternativa al rapporto transatlantico, bensì il modo per rafforzarlo e farlo maturare. Il sogno degli Stati Uniti d'Europa sul modello del federalismo statunitense è irrealizzabile e va sostituito con un progetto più pragmatico e realista, in un'ottica occidentale.

-Oggi la nostra gauche guarda però ad un sedicente modello Sánchez basato su polemica transatlantica e apparente critica ai parametri atlantici...

Sì, il primo ministro spagnolo è ormai il beniamino della sinistra italiana. Però, al di là delle sue forti polemiche con Trump, Sánchez ha aumentato del 50% la spesa militare e difeso la sua appartenenza alla Nato. Come spesso accade, si vive di innamoramenti parziali e selettivi. La sinistra italiana tende a cullarsi in un riflesso incondizionato per cui tutto quello che fa un governo di destra è sbagliato e quello che fa uno di sinistra è sempre giusto a prescindere. Guardiamo al caso dei centri sui migranti spagnoli in Mauritania, sulla scia di quelli italiani in Albania. Segno che le polemiche di certa sinistra sono spesso pretestuose e aprioristiche. Servirebbe, invece, più buonsenso.

-Come valuta il clima del 25 aprile, dopo l'espulsione della Brigata ebraica e le contestazioni contro bandiere ucraine e iraniane dell'Iran libero?

Molti si sono chiesti come sia possibile che il 25 aprile si riempia ancora di odio, fanatismi ed episodi di violenza. L'aggressione all'Anpi e l'espulsione della Brigata ebraica dal corteo sono episodi di violenza che vanno condannati senza esitazione.

Credevo che gli ultimi vent'anni avessero portato, se non a una riconciliazione nazionale — senza parificazione —, almeno a un clima di condivisione di una certa verità storica. Evidentemente non è stato così.

Avevamo visto giusto nel documento di Fiuggi, quando scrivemmo che tutti i democratici hanno il dovere di essere antifascisti, ma non tutti gli antifascisti sono democratici. C'è, infatti, chi usa l'antifascismo per ridare fiato alla lotta di classe, all'antimperialismo e all'antisionismo. Ma l'antifascismo è un valore se condiviso, non se copre pulsioni non democratiche.

Sulla Palestina questo è chiaro. La causa palestinese è sacrosanta. Ma simpatizzare con Hamas e gridare "Palestina libera dal fiume al mare" significa una di due cose: o ignorare la geografia, oppure voler cancellare Israele dalla carta geografica.

Senza memoria storica e senza distinzione tra critica legittima e odio ideologico, anche le celebrazioni comuni diventano terreno di scontro e propaganda. E il Paese si divide nel profondo ancora oggi.

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Interviste

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Gianfranco Fini: «Con la Russia occorre fare i conti, prendendo atto che l'illusione di un suo avvicinamento alle democrazie liberali è naufragata»

«I cinesi hanno una visione del tempo diversa dalla nostra. Una volta un collega cinese mi disse: sappiamo che voi siete contrari al ritorno di Formosa alla madrepatria; non è che non vogliamo dirvi quando accadrà, è che non lo sappiamo. Ma accadrà. Si tratta pertanto di un dossier non solo strategico, ma simbolico e culturale su cui Pechino non credo cederà»
Gianfranco Fini: «Con la Russia occorre fare i conti, prendendo atto che l'illusione di un suo avvicinamento alle democrazie liberali è naufragata»

Giampiero Massolo: «Bisogna cercare maggiore autonomia strategica. Ma autonomia non vuol dire indipendenza. L'Europa non sarà indipendente dagli Stati Uniti»

«Occorre non precludersi altre relazioni e rapporti con attori chiave quali Sud-est asiatico, Giappone, Corea del Sud, Australia, India e perfino con la Cina. Ciò però con la consapevolezza che oggi nessuno può più guardare alle relazioni internazionali soltanto in termini di convenienza. Anzi, il panorama contemporaneo ci ha insegnato che il criterio della sicurezza prevale, e deve prevalere sempre, su quello della convenienza»
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Alfonso Celotto: «Il potere sono io»

«Il potere è organizzazione, è gestione della vita umana, ma è anche — come racconto — quello dell'arbitro di calcio, quello del controllore del treno. Mentre il potere, inteso come potere pubblico, è l'organizzazione di uno Stato per il buon funzionamento di una Repubblica. Ci sono pertanto tanti poteri, ma il potere, per sua natura, è indefinibile. Dopo tanti anni io non riesco ancora ad avere una ricetta per dire che cosa sia.»
Alfonso Celotto: «Il potere sono io»

Fabrizio Cicchitto: «Il centrodestra ha un problema strutturale di radicamento nel Mezzogiorno. Il referendum lo ha dimostrato chiaramente»

«Nel Sud, il centro-sinistra è dominato da cacicchi locali forti, mentre nel centro-destra prevalgono figure con forte radicamento locale, ma meno incisive e spesso in conflitto tra loro. Durante il referendum, queste divisioni hanno impedito una gestione efficace, confermata dal fatto che i governatori di Forza Italia del Sud (in primis Occhiuto e Schifani) non si siano sostanzialmente impegnati in questa battaglia»
Fabrizio Cicchitto: «Il centrodestra ha un problema strutturale di radicamento nel Mezzogiorno. Il referendum lo ha dimostrato chiaramente»

Marzio G. Mian: «Normalizzare i rapporti con i russi non è ancora possibile, ma in Italia c’è voglia di cambiare»

«Io viaggio con poche certezze. Forse una: quella di portare a casa la pelle»
Marzio G. Mian: «Normalizzare i rapporti con i russi non è ancora possibile, ma in Italia c’è voglia di cambiare»

Il paradosso di Kardašëv

Ogni passo in avanti nella produzione e nel consumo di energia non fa che intensificare le crisi, i conflitti e le dipendenze che l'umanità vorrebbe superare. Dalla guerra russo-ucraina allo Stretto di Hormuz, passando per decenni di geopolitica del petrolio, un unico filo rosso attraversa la storia: più le civiltà crescono, più diventano vulnerabili, tanto che oggi si torna a parlare di "lockdown energetico". E la soglia del livello 1 della Scala di Kardašëv, anziché una promessa, rischia di rivelarsi una trappola.

L'Impero sotto nessun cielo

Se Trump tenta di piegare il linguaggio religioso alla legittimazione della guerra, la Santa Sede prova a opporvi un contrappeso morale. Ma ridurre questa tensione a un semplice dissidio fra un presidente e un pontefice significherebbe mancarne il senso storico. In filigrana riemerge una nuova lotta per le investiture, un rinnovato conflitto tra papato e impero, in cui la pretesa del potere politico non è più solo governare il mondo, ma anche consacrarsi moralmente per farlo. Di contro, Roma prova a opporre un contrappeso, nel tentativo di arginare la saldatura tra guerra e sacro, e di contenere l’entropia del caos globale.

Non fare nulla e vincere

Nella terza guerra mondiale a pezzi, i cui frammenti si richiamano e si saldano l’uno all’altro, la Cina offre a Taiwan una pace con la pistola sotto il tavolo, valida solo finché le condizioni della riunificazione le decide la madrepatria, che resta “pacifica” soltanto se a stabilirne tempi, forme e limiti è Pechino. Intanto Washington, nonostante l’impegno in Medio Oriente, continua ad armare la deterrenza di Taiwan, che non appare affatto un corpo docile da traviare per l’Impero del Cielo. Vale la lezione di Sunzi: piegare l’avversario prima ancora della battaglia.

Confessioni

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Richard Slotkin

«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Richard Slotkin

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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