Il fondamentalismo è figlio della modernità

L’individualismo religioso nasce dai mali della società occidentale. Su tutti, dalla perdita del sacro cui i fondamentalisti rispondono proponendo con atteggiamento oppositivo una deriva sovrastrutturale. Ben diverso dall'integralismo, il quale esiste proprio per fermare le condizioni che potrebbero portare agli sviluppi della modernità, il fondamentalismo prospera laddove vi è progresso smodato. Tanto che l'uno non potrebbe esistere senza l'altro, e viceversa.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

Un nuovo patto generazionale

Giuliano Da Empoli, autore de Il mago del Cremlino, scrisse diversi anni fa un libro meno celebre di quello che lo ha fatto arrivare finalista al premio Goncourt, ma altrettanto lungimirante. Si intitola La prova del potere. Una nuova generazione alla guida di un vecchissimo Paese ed è stato pubblicato nel 2015, quando Matteo Renzi era già presidente del Consiglio. Insieme avevano già lavorato, a Firenze, poi in giro per l’Italia. Giuliano Da Empoli fu prima assessore alla Cultura di Matteo Renzi, poi divenne suo ideologo fin dai tempi delle primarie 2012, per infine consacrarsi suo consigliere politico appena entrato a Palazzo Chigi. Da un lettore spasmodico di Vladislav Surkov non poteva del resto essere altrimenti. Con quel pamphlet l’autore già si domandava in che modo questa nuova generazione di trenta-quarantenni affacciatasi al potere avrebbe dovuto “evitare le trappole del nuovismo a tutti i costi, senza ricadere nella palude della conservazione e della rendita”. Un manifesto ante litteram, scolpito nero su bianco, di un lavoro iniziato nel 2010 parallelamente alle varie edizioni della Leopolda, a partire dalla primissima: Prossima fermata Italia. Un vero e proprio rituale politico in grado di riunire una comunità umana, aggregare nuove persone, identificare il nemico, condividere emozioni e idee, riuscendo a diventare centrale quando i suoi membri sono stati chiamati nei ruoli apicali della catena di comando. C’è un libro potentissimo scritto da David Kertzer ne 1988 in cui attraverso l’analisi di esempi raccolti in tutto il mondo ed in varie epoche storiche - dai riti cannibalistici aztechi alle inaugurazioni dei presidenti americani, dalle marce del Ku Klux Klan in Georgia alle manifestazioni per la Festa dei Lavoratori a Mosca - dimostra che il successo di qualunque forza politica, conservatrice o rivoluzionaria, è strettamente connesso al proprio successo dell’uso del rituale. E come tutti i movimenti, poi occorre fare i conti con l’istituzionalizzazione; il rito con l’afflato; la potenza con il potere.  Prima ancora di Giuliano Da Empoli, in tempi non sospetti, anche Luca Josi, enfant prodige del Partito Socialista Italiano per il quale divenne segretario del movimento giovanile dal 1991 al 1994, aveva già anticipato il fenomeno del “ricambio generazionale” con un patto siglato nel 2007 all’Ara Pacis di Roma – questa volta estemporaneo e non rituale - nel quale alcune personalità sottoscrivevano l’impegno a lasciare o non accettare ruoli di leadership istituzionale una volta raggiunti i 60 anni. Tra i firmatari di quel manifesto non solo c’era Giuliano Da Empoli, ma anche Giorgia Meloni, che allora aveva appena compiuto trent’anni. In questo Dispaccio (a pagine 5 e 6) abbiamo trascritto e pubblicato l’intero discorso introduttivo che inaugurava questa giornata. Roma, Marzo 2024. XVI Martedì di Dissipatio Nel 2024 manca una piattaforma di dialogo, ascolto e confronto che metta insieme le più brillanti menti della sua generazione, a confrontarsi tra loro, al cospetto dei grandi maestri. Un luogo in cui si trovano le coordinate per viaggiare tra Oriente e Occidente; tra Nord e Sud del mondo; tra Spirito, Tempo e Spazio; tra Eterno e Contingente. Un presidio collettivo metapolitico e inter-generazionale di crescita umana e professionale che non sia estemporaneo bensì duraturo, in continuo sviluppo, un luogo in cui tutti possano diventare protagonisti nell’elaborazione dei contenuti con proposte, contributi e idee. Con la speranza, di non finire mai, nella classifica di Forbes U-30.
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Le parole e la psiche

Nell'Italia post-pandemia il rapporto fra il numero di lettori e i crescenti casi di burnout riflette uno stato di benessere complesso e frammentato. Mentre la vendita di libri ha registrato un aumento fra i lettori abituali, la propensione alla lettura è diminuita fra gli occasionali, contribuendo a una polarizzazione culturale ancora da decifrare. Parallelamente, l'aumento dei casi di depressione, specie tra i giovani, evidenzia le sfide esercitate del precariato e della pressione lavorativa.

La Cina guglielmina

Negli ultimi tempi si è iniziato a parlare dell’inizio di una seconda Guerra Fredda. Ma il periodo che stiamo vivendo ricorda ben altro. Siamo alla fine della seconda Belle Époque, dove un grande impero che domina la scena da decenni è visto in declino dai suoi rivali (e anche da parte dei suoi alleati) e dove una nuova potenza industriale si affaccia all’orizzonte, bramosa di rivalsa e di sovvertire l’ordine costituito.

IMEC e BRI, corridoi imperiali

I corridoi sono sempre stati presenti nella storia geopolitica. Di fatto non si è mai trattato di mere estensioni rettilinee, quanto di aperture dalle concettualità ben più vaste di quelle espresse in termini geografici. Asia e Indo-Pacifico - quest’ultimo con la partecipazione statunitense - si protendono verso un Occidente che deve decidere se cedere o meno al declino.

Interviste

a cura di Francesco Subiaco

«Se viene a mancare la lunga esperienza di un buon capo di gabinetto il ministero ne risente, tanto più se anche il ministro è al suo esordio nella carica». Governare dietro le quinte secondo Guido Melis

I capi di gabinetto, in questi ultimi anni hanno goduto di una fama tanto misteriosa e suggestiva, quanto fantasiosa. Di essi si fa spesso, infatti, il ritratto di maschere ancestrali del Deep State, di figure che rappresentano il volto invisibile del potere. Uomini che dai gabinetti ministeriali, dietro le quinte governano il Paese, non tramite il consenso o il dominio, ma tramite il consiglio. Figure che non solo hanno il potere, ma che soprattutto sono il potere. Una ricostruzione degna dei romanzi di Michael Dobbs o di alcuni testi del miglior De Roberto, ma che rischia di fraintendere o oscurare i veri ruoli e poteri che si esercitano nei gabinetti ministeriali. Il capo di gabinetto è, infatti, una figura cruciale dei pubblici poteri che svolge un ruolo di coordinamento e collegamento tra decisore politico e amministrazione, e che nel tempo ha visto mutare le sue funzioni e il suo ruolo. Per capire veramente il loro ruolo abbiamo intervistato il Professor Guido Melis, studioso e saggista, tra i maggiori esperti di Storia delle istituzioni politiche e Storia dell’amministrazione, che alla storia e alle storie dei gabinetti ministeriali e dei suoi protagonisti ha dedicato "Governare dietro le quinte. Storia e pratica dei gabinetti ministeriali in Italia 1861-2023"(Il Mulino, curato insieme a Alessandro Natalini) e "Il potere opaco. I gabinetti ministeriali nella storia d'Italia" (Il Mulino, curato insieme a Giovanna Tosatti). -"Eminenze grigie", "opache figure del potere", "grandi vecchi del Deep State". Sui capi di gabinetto e sul loro ruolo è stato detto tutto il contrario di tutto, con ricostruzione o testimonianze spesso molto fantasiose (se non complottistiche). Professor Melis può dirci chi è veramente un capo di gabinetto e quale è il suo ruolo all'interno dei pubblici poteri? Il capo di gabinetto è una figura sfuggente, che le poche norme esistenti non valgono a definire con precisione. In origine (età liberale) era il responsabile di un piccolissimo nucleo di collaboratori stretti del ministro, tratto dall’interno dell’amministrazione stessa e incaricato di funzioni di segreteria privata inerenti alla persona del ministro: corrispondenza, affari privati, tutt’al più rapporto col collegio elettorale. Il fascismo mantenne la figura entro questi limiti. Ma le cose cambiarono con l’avvento della Repubblica. La nuova classe politica espressa dai partiti non conosceva l’amministrazione e poco se ne fidava, ben sapendo che – in assenza di una vera epurazione – la burocrazia era quella stessa del fascismo. Così interpose tra il ministro e il vecchio apparato amministrativo coi suoi direttori generali un gabinetto; ma un gabinetto assai più vasto (per numero di componenti) e più incisivo (per funzioni delegate) di quanto non fosse accaduto prima. I capi gabinetto del periodo 1948-1963 furono in prevalenza scelti dai ministri nelle file del Consiglio di Stato, Corte dei conti e Avvocatura dello Stato (o, più di rado, nell’alta magistratura ordinaria). Giuristi (spesso molto preparati), privi di una qualificazione politico-partitica, in genere estranei alle singole amministrazioni alle quali erano preposti. Dico preposti non a caso, perché ben presto essi divennero i veri arbitri dell’attività amministrativa, surrogando o addirittura sostituendo i ministri responsabili e comandando l’amministrazione dall’alto. Ci fu poi un’ulteriore fase, quella aperta dai governi di centro-sinistra a partecipazione socialista: dal 1963 (governo Moro 1) almeno sino agli anni Ottanta del Novecento, i gabinetti, pur traendo ancora i loro membri dalle istituzioni che ho sopra citate, ebbero però via via  una maggiore colorazione politica. Il capo di gabinetto divenne maggiormente un interprete della linea politica del suo ministro. Le funzioni esercitate divennero più direttamente politiche. Da allora in poi il gabinetto e chi lo dirige è un’intercapedine tra il ministro e il corpo della sua amministrazione, che continua a operare coi suoi dirigenti generali ma soggetta alla sostanziale direzione del gabinetto; e svolge funzioni più o meno di direzione a seconda anche della personalità del ministro (per intenderci: un ministro pratico dell’amministrazione non si lascia fagocitare dal capo di gabinetto; uno alle prime armi o inesperto sì). -Nel testo da lei curato, "Governare dietro le quinte", vengono trattati la "storia" e la "pratica" dei gabinetti ministeriali. Come è cambiata nella storia italiana la funzione del capo di gabinetto? In parte le ho già risposto: un cambio netto si ha dagli anni Sessanta in poi, quando la figura, prima “neutra” (un capo di gabinetto poteva “servire” ministri diversi, anche se di fatto tutti appartenenti alla medesima maggioranza centrista), diviene più “di parte”. Nelle 40 interviste che abbiamo realizzato coi capi gabinetti del passato abbiamo riscontrato l’esistenza di due idee, quasi due “filosofie”, dei capi di gabinetto: quelli che ci hanno detto “io sono un servitore dello Stato, svolgo funzioni di traduzione amministrativa di indirizzi politici del ministro”; e quelli che invece ci hanno detto “io mi sento partecipe del disegno politico del ministro, che affianco e partecipo attivamente alla elaborazione delle politiche pubbliche”. Alfredo Quaranta, ad esempio, ci ha dato la prima risposta; Paolo De Joanna o anche Michele Dipace la seconda. -Nello specifico come tale ruolo ha mutato la sua funzione e la sua influenza durante la "prima parte della Repubblica"? Il periodo della prima Repubblica ha visto in azione capi di gabinetto molto influenti. In alcuni casi essi duravano ben più dei ministri di riferimento (che cambiavano spesso con il continuo e cronico mutamento degli esecutivi); ciò ha consentito loro una conoscenza continuativa e approfondita della macchina dello Stato e ne ha fatto gli indispensabili sacerdoti della continuità burocratica, tanto più importante in presenza di una tanto spiccata (e patologica) discontinuità politica. Personalità come Tamiozzo (specie nel campo dei beni culturali), Uccellatore, De Lise, Manzari, Scarcella, Anelli, Calabrò, Quaranta hanno di fatto “governato” per più tempo che non molti dei ministri, passando al momento della crisi di governo e della nomina del nuovo esecutivo da un ministero a un altro (e con ciò diventando dei “generalisti”, specialisti cioè non di una sola materia ma delle molte materie ministeriali). Si sono creati anche abbinamenti stabili (un ministro come Remo Gaspari sceglieva, qualunque fosse il ministero assegnatogli, quali suoi collaboratori Uccellatore e Quaranta, Iannotta e De Lise). Intorno ai capi di gabinetto si sono consolidate burocrazie esterne ai vari ministeri, via via formatesi per “chiamata” dei diversi ministri. Tutto ciò ha creato un sistema amministrativo parallelo e spesso sovrastante quello naturale, previsto dalle norme. Ha desautorato i direttori generali dei ministeri e in definitiva li ha separati (come se si fosse interposto un filtro) dai rispettivi ministri. Ciò per gli effetti negativi. L’effetto positivo è che si è costituita di fatto e senza che alcuna norma lo stabilisse una élite della Repubblica, forse l’unica: un cuscinetto di super-esperti che ha di molto influenzato le attività di governo. -Per guardare più alla parte di "pratica" dei gabinetti ministeriali, quali ruoli e compiti esso esercita nel suo rapporto con il decisore politico e con l'amministrazione? E quali poteri esercita soprattutto? Il gabinetto è il vero tramite tra il ministro e la sua amministrazione. Quest’ultima riceve dal capo di gabinetto le direttive per l’attività quotidiana (“io assegnavo le pratiche ai direttori generali”, ci ha detto uno dei capi di gabinetto intervistati). Va poi ricordato – non ne abbiamo sinora parlato – che nel gabinetto si sono via via consolidate altre figure, in subordine al capo di gabinetto: il capo dell’ufficio legislativo ha la responsabilità importantissima delle norme, cioè coordina coi suoi collaboratori tutta la produzione legislativa inerente al ministero (è noto che le leggi, da molto tempo ormai, non le fa il Parlamento ma le propone – in varie forme – il Governo, e quindi sono materia degli uffici legislativi). C’è poi una figura che ha preso piede negli ultimi decenni, ed è il responsabile della comunicazione esterna. Nei gabinetti lavora molta gente: i più  affollati arrivano a 100, 200, 300 persone; in genere assunte con contratti a termine che cessano alla fine del Governo che li ha reclutati, ma che talvolta si confermano anche col Governo successivo, diventando quasi stabili. -In un quadro come quello italiano, in cui non esiste un sistema come era quello degli enarchi, quale è il profilo e la fucina in cui si sviluppano i capi di gabinetto? E quali devono essere tendenzialmente le loro caratteristiche? Il Consiglio di Stato, la Corte dei conti, l’Avvocatura dello Stato, le alte magistrature (queste specie nel Ministero della giustizia). In genere sono essenzialmente dei giuristi. Ciò corrisponde a un vizio italiano: governare da noi vuol dire fare leggi, o norme di rango minore, comunque significa avere una preparazione giuridica. In altri Paesi governare vuol dire invece operare concretamente, non emanando prescrizioni ma formulando piani economici, elaborando politiche sociali o intervenendo nel concreto su singoli problemi inerenti alle materie affidate a quel ministero. Ovviamente in questi casi occorrono, sì, degli esperti di diritto ma anche molte altre competenze pratiche extragiuridiche. Una piccola svolta la impose nella sua breve durata in carica il governo Renzi, quando cercò di sostituire i gabinettisti provenienti dalle pépinèeres che ho citato con i consiglieri parlamentari. L’esperimento suscitò una forte reazione degli esclusi e si interruppe col cadere del governo Renzi. -E perché si sviluppano proprio tramite questo sentiero e queste istituzioni? Molto per tradizione. Un ministro, specie se arriva per la prima volta al governo (oggi capita più di ieri) non sa letteralmente dove mettere le mani. Come se fosse un ristoratore che, comprato il ristorante, non conoscesse nulla del funzionamento della cucina. Allora è naturale che si rivolga allo chef che gestiva prima di lui il ristorante e che richiami in servizio lo staff di cuochi che conoscono a menadito la cucina. Poi queste istituzioni (come il Consiglio di Stato ecc.) sono in genere prestigiose e forniscono ottimi elementi per guidare i gabinetti. Il ministro neofita spesso si rivolge al presidente del Consiglio di Stato o all’Avvocato generale e chiede dei nomi: su quella rosa sceglie. Ciò determina una continuità. -Il testo oltre ad una rigorosa ricostruzione storiografica anche una panoramica su tutte le voci del silenzio che hanno esercitato questo compito. Quali furono le figure di capi di gabinetto esemplari che hanno cambiato la storia del potere e dei poteri italiani? Questa è una domanda difficile. Noi abbiamo fatto anche un libro di biografie (si intitola Il potere opaco. I gabinetti ministeriali nella storia d’Italia, il Mulino, 2019, a cura mia e di Giovanna Tosatti) nel quale abbiamo raccolto, dall’Ottocento a oggi, alcuni profili esemplari di addetti ai gabinetti. Ci sono giuristi insigni, soprattutto; ma anche – specie in età liberale, personalità di altra estrazione: pochi, ma ci sono. Alcuni sono stati essi stessi ministri (per esempio Vincenzo Giuffrida, che era un collaboratore stretto di Nitti, poi consigliere di Stato; o Gaetano Stammati, che era vicinissimo ad Andreotti, ragioniere generale dello Stato). Altri sono stati esperti in varie materie, ad esempio nelle scienze agrarie e della bonifica (Eliseo Iandolo, per fare un nome). Lei mi chiede quanto hanno contato negli equilibri del potere? Non è facile dirlo, perché la funzione è in gran parte indecifrabile: suggeritori, influenti nelle decisioni piccole e grandi, longa manus nei contatti segreti tra il loro ministro e altre personalità istituzionali, costruttori di reti con altri capi di gabinetto magari provenienti dalla medesima “casa madre” come fu il Consiglio di Stato. Talvolta anche legislatori occulti: “Quella legge – ci ha detto uno di loro – l’ho scritta tutta io, dal primo all’ultimo articolo. E siccome né il ministro, né il Consiglio dei ministri, né il Parlamento l’hanno modificata, io sono l’autore della legge”. -Negli ultimi anni come la figura del capo di gabinetto si inserisce nel complesso sistema dei pubblici poteri in cui il ruolo del mondo politico è stato profondamente instabile?  Molto è cambiato dal 1994 in poi, nella cosiddetta “seconda Repubblica”: anche se l’avvento di Berlusconi, nonostante le premesse che lasciavano credere a un cambiamento radicale, non segnò affatto una novità nel reclutamento dei capi di gabinetto. Oggi siamo in presenza di un governo nuovo (quello Meloni) che ha modificato di molto l’organico dei capi di gabinetto. Con effetti visibili di instabilità (sono già frequenti le dimissioni o gli spostamenti ad altro incarico dei primi prescelti). Di fatto, se viene a mancare la lunga esperienza di un buon capo di gabinetto, il ministero ne risente, tanto più se – come nel caso attuale – anche il ministro è al suo esordio nella carica. -Viviamo, secondo molti analisti, in questo momento una fase di "innovazione" all'interno della nostra amministrazione. Secondo lei quali sono i principali nodi della nostra burocrazia che andrebbero affrontati e risolti? Massimo Severo Giannini, che è stato uno dei grandi maestri del diritto amministrativo del secolo scorso e che nel 1979-80 tentò una coraggiosa riforma dell’amministrazione, diceva: primo devi conoscere le funzioni che vuoi esercitare, poi decidi l’organizzazione più adatta infine scegli il personale più idoneo a svolgere quelle funzioni. Noi oggi non sappiamo bene quali siano le funzioni, oscilliamo tra più modelli di organizzazione, assumiamo il personale a casaccio con una tipologia di concorso che non ci dice quali sono i più adatti e in migliori. Detto ciò, il mondo è cambiato e sta cambiando repentinamente: digitale, intelligenza artificiale. Come possiamo pensare di amministrare una società permeata da questi epocali cambiamenti se non modifichiamo i modelli amministrativi, le norme, le procedure, le modalità di azione, il reclutamento, la valutazione del merito, le carriere? Ci vuole una revisione completa e profonda, non per piccole riformette. Roma, Febbraio 2024. XV Martedì di Dissipatio -La nostra storia è fatta però non solo di zelanti servitori dello stato, ma anche di figure in cui si sono concentrati enormi poteri. Pensiamo a Carlo Dossi durante i governi Crispi. Quali furono tra i numerosi capi di gabinetto quelli che più svolsero, nel bene e nel male, un ruolo quasi da Eminenza Grigia? Il caso che lei cita è quello di Alberto Carlo Pisani Dossi, un dirigente del Ministero degli affari esteri dell’Ottocento che altri non era se non Carlo Dossi, lo scrittore della “Scapigliatura lombarda”. Dossi, nominato capo di gabinetto da Crispi, dovette misurarsi con il potere consolidato del segretario generale del Ministero Giacomo Malvano (uomo caro alla Destra storica, per moltissimi anni figura preminente in quella amministrazione). Fu una lotta senza esclusione di colpi. Crispi, che era il protettore di Dossi e che gli aveva affidata la riforma del Ministero, cercò di spedire Malvano il più lontano possibile, destinandolo a Tokyo. Malvano riuscì a scampare dall’esilio facendosi nominare consigliere di Stato. Più tardi, caduto Crispi e tornati in sella i suoi avversari, toccò al povero Dossi la sorte di essere spedito a Bogotà. Comunque la riforma Pisani Dossi si fece e fu efficace. Modificò in profondo le materie e i coefficienti di merito dei concorsi alla carriera diplomatica, consentendo di fatto una trasformazione del profilo stesso dei prescelti. Si può ben dire che Dossi fu dunque capace di orientare il suo ministro (Crispi) e di realizzare un disegno di cambiamento. Figure influenti, anche se forse non quanto Dossi, furono, Camillo Corradini con Giolitti, Ferdinando Flores con Nitti, Francesco Barlotta con De Gasperi, il già citato Giuseppe Manzari con Moro, Franco Piga con Rumor, Gianni Letta ispiratore di Berlusconi, Sandro Pajno stretto sodale del primo Prodi. Una indubbia influenza ebbero i due Fortunato, padre e figlio: il primo, Pietro, vicinissimo a Emilio Colombo; il secondo, Vincenzo, altrettanto prossimo a Tremonti. Una precisazione infine va fatta per i capi di gabinetto di tre ministeri per così dire “speciali”: Interno, Difesa, Affari esteri. In questi tre ministeri i capi di gabinetto sono in genere tratti dalle file delle rispettive amministrazioni. All’Interno è un prefetto, alla Difesa un militare, agli Esteri un diplomatico. Ciò non significa che non sia il ministro a scegliere, ma ciò avviene previa una consultazione coi rispettivi corpi, i quali – attraverso le loro figure più influenti – offrono dei profili di candidati. Inutile dire che questi corpi conservano una compattezza interna e un senso dell’identità che forse non hanno le altre amministrazioni.
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Interviste

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«Se viene a mancare la lunga esperienza di un buon capo di gabinetto il ministero ne risente, tanto più se anche il ministro è al suo esordio nella carica». Governare dietro le quinte secondo Guido Melis

Per capire il ruolo dei capi di gabinetto in Italia abbiamo intervistato il Professor Guido Melis, studioso e saggista, tra i maggiori esperti di Storia delle istituzioni politiche e Storia dell’amministrazione, che alla storia e alle storie dei gabinetti ministeriali e dei suoi protagonisti ha dedicato "Governare dietro le quinte. Storia e pratica dei gabinetti ministeriali in Italia 1861-2023"(Il Mulino, curato insieme a Alessandro Natalini) e "Il potere opaco. I gabinetti ministeriali nella storia d'Italia" (Il Mulino, curato insieme a Giovanna Tosatti).
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«La destra è radioattiva. Qualsiasi cosa piaccia alla destra diventa negativa agli occhi della sinistra, anche se è una cosa di sinistrissima»: mutazioni politiche nell’Italia odierna secondo il Professor Luca Ricolfi

Rispetto a qualche decennio fa, destra e sinistra sembrano essersi scambiate valori e basi sociali. In Italia e nel resto d'Occidente è occorsa una mutazione radicale, di cui per certi aspetti ancora non si ha totale contezza. Ne abbiamo parlato con il Professor Luca Ricolfi, docente e presidente della Fondazione Hume, che ha studiato approfonditamente il fenomeno.
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«La Massoneria aveva chiaro che non ci sarebbe stata una nuova Italia se non passando per l’istruzione pubblica». La formazione della coscienza nazionale nel saggio di Marco Rocchi

Attraverso "Le imperative esigenze del bilancio morale. La politica dell’istruzione nei ministri massoni tra proclamazione del Regno d’Italia e fascismo" (Mimesis, 2024), Marco Rocchi approfondisce il ruolo della massoneria nel cosiddetto "secondo Risorgimento" - quello combattuto nelle aule parlamentari, e conseguentemente sui banchi di scuola, per la creazione di un'identità nazionale italiana.
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«Per fortuna la vita è più grande dell’intelligenza e da un certo punto di vista sono le cose a fare noi più che noi a fare le cose». Il senso del romanzo oggi secondo Claudio Gallo

Cani di Carta è la storia di Rodolfo Rodrick, giornalista della Gazzetta di Moralia, il quale scopre che la nuova rete idrica di Bengodi è costruita con materiali altamente cancerogeni. Ma un fatto dev’essere riconosciuto dalla società per esistere, e il governo tace per non indisporre l’Impero alleato di Aurelia dove si producono le tubature. La fonte della notizia è un dirigente della Società Acque Potabili, che poco dopo si uccide. È la prima di una serie di morti sospette che coinvolge chiunque incroci la rivelazione. Per scrivere lo scoop della vita, Rodolfo dovrà sopravvivere alla censura invisibile dei media e al mondo letale dei servizi segreti.
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«La stragrande maggioranza degli eletti nel PD vuole la fine dell’occupazione israeliana a Gaza». Lorenzo Pacini, l’assessore infedele alla linea

«Non sono un cane sciolto»: la linea dissidente dell'assessore del Partito Democratico Lorenzo Pacini ha causato polemiche e richieste di dimissioni. Lo abbiamo raggiunto per chiedergli cosa ne pensa della reazione dei suoi dirigenti, oltre che per chiedergli conto di alcune accuse di antisemitismo lanciate contro di lui nelle ultime ore.
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Sulla volontà d'(im)potenza internazionale

In un mondo dove la storia smentisce la concretezza politica dei concetti di ordine internazionale e convivenza pacifica, emerge un paradosso: mentre si aggrappano a tali ideali, gli eventi globali evidenziano una crisi morale profonda. Gli Stati si trovano in una lotta per mantenere un'illusione di legittimità universale, mascherando la loro vera natura a-morale dietro principi di realtà fittizi.

L’Europa contro

I due leader politici più intrepidi del Continente - Macron e Borrell - provano a tracciare una linea strategica per il futuro dell’Europa. Ci riescono solo in parte, in un clima intellettuale occluso dalle paure e accecato nella lucidità storica dell’intraducibilità ideologica. In un clima strategico dove ogni decisione contingente peggiora il quadro a lungo termine, il Continente si muove felice e a piccoli passi verso la guerra totale.

La guerra per finta di Macron

Dietrofront francese sulla guerra in Ucraina: dopo due anni di tira e molla, l’Eliseo starebbe valutando l’invio di truppe sul campo. Ma la vera battaglia Macron la prepara in Europa, per battere Le Pen alle consultazioni di giugno, restituire alla Marianna il prestigio perduto con le ultime débâcles africane, e avvantaggiarsi in vista della lotta per controllare la nuova UE.

Confessioni

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Roberto D’Agostino

"Il botto con Dagospia non si può fare perché non è in formato analogico. Nel digitale non abbassiamo quasi mai la saracinesca, è un flusso continuo. I click sono tanti, ma la verità è che il mondo di carta è un mondo lontano e contrario al nostro. Dagospia è una semplice tavola da surf, e noi cerchiamo di stare in piedi, cavalcando le onde. Non diciamo al lettore come deve guidare, come deve amare, o come comportarsi."
Roberto D’Agostino

Alla ricerca dell’interesse nazionale

Da sempre gli apparati di difesa e sicurezza sono portatori di una propria visione di mondo che offrono poi ai decisori politici. Definiscono qual è l’interesse della nazione e, da questo, le migliori strategie per perseguirlo. La relazione annuale dei servizi di informazione italiani deve essere letta, quindi, con l’intento di estrapolare tali informazioni, così da poter carpire il punto di vista dello Stato. Un compito che può risultare più arduo di quanto sia lecito aspettarsi.

Bruxelles contro i colossi

La normativa europea sui servizi digitali - nota come Digital Service Act - conferisce a Bruxelles importanti strumenti nella lotta contro il dominio dei colossi di Internet americani e cinesi. Con l'entrata in vigore del DSA, le principali Big Tech dovranno adempiere a obblighi più stringenti, mentre la Commissione acquisisce poteri di vigilanza e sanzionatori. Tuttavia, sorgono dibattiti sul bilanciamento tra sicurezza e libertà di espressione.

China down

Come rivelato da Reuters, nel 2019 la CIA, per ordine di Donald Trump, reagisce alla crescente influenza di Pechino lanciando una campagna di disinformazione contro il governo di Xi Jinping. Una prova della difficoltà occidentale nel penetrare la società cinese e che rafforza la necessità di riorientare le strategie d'intelligence.

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Le parole e la psiche

Due fenomeni, apparentemente inaggregabili, possono dire molto sullo stato di benessere di un Paese come l’Italia: il numero di lettori e i fenomeni da burnout e depressione. È un dato avvalorato – e riconfermato qualche mese fa sul Sole 24 ore - che la pandemia, da un lato, ha dopato l’assuefazione alla lettura di lettori già forti – coloro che leggono almeno dodici libri all’anno - e che rappresentano una modesta percentuale della popolazione italiana, appena il 6,4%; dall’altro ha fiaccato la propensione alla lettura di chi già la esercitava poco – coloro che leggono da uno a tre libri ogni anno, di solito durante le vacanze estive - e che oggi comprende il 17% del totale. Invece, la percentuale di chi non apre alcun libro durante l’anno mantiene una drammatica coerenza con le precedenti rilevazioni statistiche, attestandosi a quota 39,3%. Risultato? Nel mondo post-covid, la media dei libri letti (forse faremo meglio a dire acquistati) è salita a 7,4 contro i 6,3 degli anni precedenti ma rispetto ad un numero di lettori quantitativamente inferiore. Lo scenario è quello una sorta di polarizzazione della ricchezza culturale che prospera nelle mani di chi già ne aveva molta e languisce in chi già in passato ne dimostrava scarso interesse, avendo questi ultimi deciso di abbandonarla in favore di mezzi di intrattenimento considerati più dinamici, ossia che richiedono una modalità di fruizione tutta passiva. Su di un altro crinale, è un dato anch’esso, si fa serio l’aumento nei contesti di lavoro, ma pure relazionali, dei fenomeni da burnout. In Italia ne soffrono circa il 16% degli individui ma, tuttavia, questo disturbo pare accarezzato, o sperimentato in fase transitorie e non ancora patologiche, da quasi l’80% dei giovani. Il motivo è il precariato trasversale, sperimentato per quasi ogni impiego, indipendentemente dal titolo di studio. Tale disagio pare, inoltre, intrinseco al tessuto che caratterizza da sempre il sistema produttivo nostrano, rilevandosi spesso nell’ambito della piccola e media impresa privata. I motivi riportati dal Corriere della Sera sono attribuibili a «mancanza di chiarezza riguardo a compiti, responsabilità e obiettivi, alla pressione legata alle tempistiche e al carico di lavoro». Questo determina una maggiore difficoltà per le aziende di mantenere risorse per periodi di tempo lunghi e, da una prospettiva opposta, alimenta il dibattito sulla diffusione della settimana corta. Fatte le dovute premesse, si può correre al paradosso. L’orizzonte di una buona salute mentale è per certi aspetti conseguibile attraverso un costante esercizio della lettura. La fusione dell’io con l’oggettività del mondo esterno non potrà mai essere totale, tuttavia, ai fini del benessere psichico, si necessita che esso possa essere in grado di incassare i colpi delle avversità, comuni a ciò che si chiama vivere, quando si manifestano. Per utilizzare un termine demartiniano è indispensabile tutelare la propria «presenza» nel mondo, pena la follia.  La letteratura è un dispositivo che aiuta a preservare la sanità della psiche. Essa ha la funzione di far vivere al lettore un’esperienza di vita sotto forma di esplosione contenuta: le delusioni amorose, le crisi adolescenziali, gli attriti con l’autorità dei genitori, i litigi fra amici, la fatica del lavoro, la mancanza, l’accettazione del lutto. Ogni potenziale evento è sublimato nella finzione letteraria che, d’altra parte, pedagogicamente, lo fa vivere al lettore in forma attenuata, quasi fosse un vaccino per renderlo pronto al futuro, un bagaglio di esperienze teoriche pronte all’uso. Attraverso gli eroi dei romanzi si vivono drammi e gioie, vite non vissute di prima mano ma delle quali si viene a conoscenza. Tutto ciò è necessario alla crescita personale poiché come scriveva lo psicanalista Bruno Bettelheim ne “Il mondo incantato”: «Contrariamente al mito antico, la saggezza non salta fuori perfettamente sviluppata come Atena dalla testa di Zeus; essa viene edificata, a poco a poco, dagli inizi più irrazionali».  L’apparentemente irrazionale, è il romanzesco, il patto che l’autore e il lettore suggellano accettando di lasciare le lore identità per essere in grado di proiettarsi in un luogo neutro dell’immaginazione dove, per poter osservare da vicino le gesta dei protagonisti, ciò che è possibile nella realtà è istituzionalmente sospeso in favore del fantastico o del verosimile. A ragione, Renato Nisticò - celebre bibliotecario della Scuola Normale -, si esprimeva in questi toni: «Scrivere e leggere significa rinunciare momentaneamente alla propria personalità per esperimentarne altre e diverse, mettendosi a guardare il mondo (o meglio, i mondi) con occhi altrui. […] La letteratura è di per sé il luogo di un diretto esercizio di facoltà magiche, in conseguenza delle quali la fantasia, liberamente esercitata, produce credenze vincolate a determinati protocolli di realtà. […] Pensiamo a ciò che accade: un autore carpisce i pensieri segreti di un avventuriero dei secoli passati, spostandosi indietro nel tempo […]; oppure fruga nei sentimenti di una donna che abita dall’altra parte del pianeta, pur senza averla mai conosciuta, non spostandosi mai da casa sua. Senza che abbia introdotto un solo elemento per farci intendere che quella donna esista veramente, e che lui l’abbia interpellata, noi gli crediamo, e diamo credito alla plausibilità del suo agire.» Roma, Dicembre 2023. XIII Martedì di Dissipatio Se sorprendentemente riconosciamo nell’istituto della letteratura un ultimo vestigio, pienamente accettato dalla modernità, di antiche pratiche magiche, la sua classe di funzioni - come l’abbandono dell’io in favore di una personalità vicaria - concorre alla definizione, si potrebbe dire al riconoscimento, dell’identità personale del soggetto come della società umana tutta. Il mancato uso e consumo di questo bene abbandona molti individui a sé stessi, amputandone la possibilità di conoscere una varietà di vissuti e di esperienze e relegandoli alla miopia di una sola esistenza, certo troppo poco per scovare la saggezza necessaria a superare le difficoltà proprie di un mondo che si muove in modo sempre più convulso.
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