Una società senza adulti

L'Australia ha bandito i social ai minori di sedici anni e in tanti hanno indicato questa misura come modello per bloccare pericolose derive tecnologiche. Ma censurare non equivale ad introdurre qualcuno alla vita adulta, che ad oggi non esiste. Il rito di passaggio non c'è, l'approdo verso la maggiore età è un vuoto che nessun filtro potrà mai colmare.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La legge della giungla

Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.

Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.

Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.

È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.

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Il fuoco che consuma

"Il fuoco di Prometeo. Intelligence e intelligenza artificiale" (Rubbettino, 2025), curato da Mario Caligiuri, affronta la sfida dell'intelligenza artificiale senza cedere né all'ottimismo facile né all'apocalisse: l'IA non minaccia l'uomo con la ribellione, ma con qualcosa di più sottile, l'assuefazione. E se la tecnica avanza senza una pedagogia all'altezza, ciò che si perde non è la libertà, ma la capacità stessa di desiderarla ancora.

Obiettivo Kharg

L’egemone potrebbe essere entrato in una trappola senza uscita, e sta studiando qualsiasi possibilità per portare a casa una vittoria, che pare però difficilmente raggiungibile. Lo sbarco dei Marines sull’Isola di Kharg è una soluzione valutata seriamente dall’amministrazione Trump. Un’operazione estremamente rischiosa, ma forse capace di svoltare il conflitto.

Pace senza sovranità

Tra piazze che invocano la pace e governi che non possono permettersela, l'Italia resta intrappolata in dipendenze strutturali - militari, tecnologiche, informatiche - costruite in decenni di sudditanza verso Washington e Tel Aviv. Finché "sovranità" resterà una parola lontana dal nostro lessico politico, ogni appello alla dignità non sarà che uno sfogo generoso, destinato a dissolversi senza lasciare traccia.

Interviste

a cura di Francesco Subiaco

Fabrizio Cicchitto: «Il centrodestra ha un problema strutturale di radicamento nel Mezzogiorno. Il referendum lo ha dimostrato chiaramente»

Il risultato del referendum di marzo ha scatenato un terremoto nella maggioranza di governo che ha ridiscusso vecchi equilibri e la balance of power del centrodestra. Dalle dimissioni di Del Mastro e Santanchè nell'esecutivo alle tensioni interne a Forza Italia culminate nella sostituzione di Gasparri con Stefania Craxi, fino al complesso ruolo degli eredi di Berlusconi in questo equilibrio. Per affrontare questi nodi abbiamo intervistato Fabrizio Cicchitto, storico esponente della tradizione liberalsocialista del Psi, figura chiave delle formazioni berlusconiane alla Camera e uomo chiave della Seconda Repubblica. Autore di saggi come "Storia di Forza Italia 1994-2018" e "L'odissea socialista. Nenni, Lombardi, Craxi. 2 giugno 1946 - 19 gennaio 2000" (entrambi editi Rubbettino), lo abbiamo raggiunto nel suo studio romano per chiedere il suo parere sullo scenario post referendario. 

-Come valuta le conseguenze e gli effetti del risultato del referendum del 22 e 23 marzo?

Il risultato, per molti aspetti, è stato una sorpresa per tutti. In primis per i sondaggisti, che hanno sbagliato completamente le loro previsioni. Allo stesso tempo l'esito del referendum induce però un dubbio sistemico che travalica questo risultato.

-Quale?

In un contesto sociale sempre più imprevedibile e polarizzato come il nostro, ritengo che nei futuri referendum sarà estremamente difficile per un eventuale fronte del "sì" ottenere la vittoria. Qualunque esso sia. Questo perché un "sì" rappresenta una proposta precisa, quindi divisiva. Il "no", invece, è molto più trasversale ed efficace: raccoglie sia chi non vota mai sia le posizioni più estreme, oltre che quelle contrarie sul merito.

Il "no" del referendum di marzo ha avuto una composizione paradossale: dagli anarchici ai centri sociali, fino a figure moderate come Casini, Franceschini e Mastella. Un fronte che è stato aiutato dall'astensionismo e dalle delusioni rispetto al governo. Questa coalizione così ampia e trasversale rende pertanto strutturalmente difficile far passare qualsiasi proposta.

-E sul futuro dell'esecutivo?

Per quanto riguarda i riflessi politici, il governo e Meloni hanno una possibilità di superare questa fase su un nodo fondamentale quale quello economico-sociale. Se riuscissero — cosa molto difficile — a rilanciare una politica minimamente espansiva, potrebbero assorbire questa sconfitta. In caso contrario, rischiano una crisi significativa.

La prima verifica sarà immediata. 

-Quale?

La tensione emersa con Confindustria. Se si arriverà ad una distensione, il governo potrà proseguire con forza, pur non risolvendo i propri problemi. Se invece il conflitto persisterà per la miopia di parte dell'esecutivo, si aprirà un ulteriore problema, anche perché Confindustria è stata finora tendenzialmente favorevole all'esecutivo. Oggi quindi Meloni può rilanciare il proprio mandato proprio sui temi economici. Mentre l'ipotesi di elezioni a breve mi sembrerebbe un errore. 

-Nel centro-destra, Forza Italia ha registrato alte percentuali di "no" e di astensione. Come valuta la situazione del partito dopo i recenti rimpasti e le difficoltà attuali?

Forza Italia sin dalla sua fondazione ha una impostazione di partito personale che nonostante i tentativi di Tajani di attenuarla continua a persistere. 

Berlusconi, a suo tempo, costruì il partito con un imprinting carismatico e impedì, nonostante le vicende giudiziarie, la vittoria totale della sinistra post–Mani Pulite, mantenendo aperto il sistema seppure in un bipolarismo anomalo.

Se questo è stato il merito storico di Berlusconi quello di Tajani, successivamente, è stato quello non scontato di garantire la tenuta del partito. Non ha il carisma di Berlusconi, ma ha assicurato una guida stabile capace di conciliare le proprie anime interne. Oggi però esiste un problema duplice: politico e organizzativo.

-Ovvero?

Tajani è contemporaneamente ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, in una fase internazionale molto complessa. Questo limita la sua capacità di seguire il partito. Forza Italia ha quindi un problema di gestione politico-organizzativa e culturale come tale.

Si tratta, di un punto non risolto per ragioni tecnico-operative estremamente cruciale. Tajani può utilizzare la sua guida politica per conciliare le varie anime, ma un partito non può reggersi solo sulla leadership: servono strutture, quadri e una linea culturale definita. Tale questione deve però risolversi senza scatenare correntismi o scissioni. Anche perché, per la sua storia e conformazione, Forza Italia non è strutturata per reggere forti divisioni interne.

-E il rapporto con gli eredi?

L'equilibrio tra la famiglia Berlusconi e Tajani è un punto decisivo. Una rottura comprometterebbe l'intero partito. È necessario trovare una soluzione condivisa tra questi due poli e individuare figure interne capaci di garantire organizzazione e direzione politico-culturale conciliando necessità di rinnovamento con la coesione interna. Credo quindi che serva quindi una maggiore convergenza e un più efficace equilibrio tra Tajani e la famiglia Berlusconi per rafforzare il futuro del partito. 

-Come ottenere questo?

In passato, Berlusconi integrò figure con esperienza politica anche provenienti da ambiti diversi — Scajola sul piano organizzativo, Bondi, Verdini, il sottoscritto e altri su quello politico-culturale. Oggi serve una soluzione analoga, con persone diverse ma con funzioni equivalenti.

-Ad alcuni le posizioni recenti degli eredi del Cavaliere sono apparse eccentriche rispetto alla linea del centrodestra meloniano. Lei che ne pensa?

Gli interventi di Marina Berlusconi sono interessanti specie quando si concentrano sul piano culturale del pensiero liberale e in parte li condivido o ritengo condivisibili. Tuttavia, tra elaborazione culturale e gestione politica non esiste una traduzione automatica e meccanica. Staremo a vedere. 

Il problema resta quello già indicato: trovare un punto di equilibrio e costruire una struttura organizzativa e culturale solida, evitando divisioni interne nel centrodestra. È quindi necessaria una convergenza tra leadership della maggioranza e i Berlusconi senza conflittualità interne nell'interesse di entrambi.

-Quale è il vero problema del centrodestra?

A mio avviso, il rapporto e il radicamento con il Sud. Forza Italia, come la Lega, ha infatti un problema strutturale nel Mezzogiorno. Il referendum lo ha evidenziato chiaramente: Sicilia, Calabria e Campania sono rimaste sostanzialmente immobili. Ed anche nel centro Italia dalle Marche al Molise il risultato è stato deludente. 

Nel Sud, il centro-sinistra è dominato da cacicchi locali forti, mentre nel centro-destra prevalgono figure con forte radicamento locale, ma meno incisive e spesso in conflitto tra loro. Durante il referendum, queste divisioni hanno impedito una gestione efficace, confermata dal fatto che i governatori di Forza Italia del Sud (in primis Occhiuto e Schifani) non si siano sostanzialmente impegnati in questa battaglia. Il centrodestra ha quindi un problema di classe politica nel Sud. Fanno eccezione figure di indubbie capacità, come Adriana Poli Bortone a Lecce, purtroppo minoritarie.

Al contrario, la Lega, pur assente in molte aree, ha mostrato forza nelle regioni dove governa, grazie all'impegno di Zaia, Fontana e Fedriga, segno di una classe dirigente locale solida, seppure con una leadership nazionale con problemi analoghi alle altre forze. 

Ne emerge un problema strutturale: il centro-destra è debole al Sud, mentre il centro-sinistra lo è al Nord, sintomo di un Paese spaccato. 

-Giuseppe Conte sta rafforzando la sua posizione nel Sud e come leader in pectore del centro-sinistra. Come valuta questo suo nuovo protagonismo?

È un tema distinto, con implicazioni anche internazionali. Conte non è affidabile: ha avuto ambiguità evidenti con Putin e con la Cina, come dimostrano la Via della Seta e la missione russa durante il Covid.

È un abilissimo trasformista, capace di adattarsi per conquistare consenso. Lo abbiamo visto di recente con le sue repentine giravolte su Ucraina e Medio Oriente. Questo rappresenta un problema enorme non solo per il centro-sinistra, ma per l'intero sistema politico, specie per i pericoli strategici che porterebbe un suo eventuale ritorno a Palazzo Chigi. 

All'interno del PD esiste inoltre una corrente — da Bettini a D'Alema — che lo preferisce a Schlein. Il centro-sinistra appare quindi attraversato da contraddizioni profonde, non risolte, bensì mascherate, dai recenti successi elettorali.

-Nel suo libro "L'Odissea Socialista" ricostruisce la storia del socialismo riformista. Cosa resta oggi di quella tradizione?

La situazione è paradossale. Il PSI è finito con Craxi e la diaspora socialista ha prodotto risultati limitati, per lo più locali.

Tuttavia, esiste ancora una cultura socialista diffusa grazie all'azione di individualità di livello, fondazioni e riviste. La classe dirigente del PD del passato ha contribuito alla distruzione del PSI per prenderne il posto, ma questa operazione ha avuto conseguenze fallimentari. Oggi si il PD si trova, infatti, a confrontarsi con forze massimaliste come Avs e con il trasformismo inquietante e pericoloso di Conte. Anche se, in questo caso, verrebbe da dire che chi è causa del proprio male pianga sé stesso...

Si avverte, però, l'assenza di un partito socialista riformista, elemento fisiologico nelle democrazie occidentali. Tuttavia, non esistono oggi le condizioni per ricostruirlo. Le strutture attuali non hanno peso politico sufficiente. Il salto verso una forza politica organizzata è molto ampio e, allo stato attuale, non si intravedono le condizioni per compierlo. Mi auguro che le nuove generazioni per vie imprevedibili possano fare rinascere un vero e solido partito socialista e riformista di impostazione occidentale.

-Esiste un insegnamento di quella tradizione valido per le forze politiche di oggi?

L'esempio resta l'azione politica e culturale di Craxi. Dopo la sua scomparsa, i tentativi di ricostruzione sono stati deboli e restano solo esperienze culturali e prepolitiche. Forse l'unico consiglio che posso dare è di imparare da lui come riferimento politico e internazionale. 

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Interviste

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Fabrizio Cicchitto: «Il centrodestra ha un problema strutturale di radicamento nel Mezzogiorno. Il referendum lo ha dimostrato chiaramente»

«Nel Sud, il centro-sinistra è dominato da cacicchi locali forti, mentre nel centro-destra prevalgono figure con forte radicamento locale, ma meno incisive e spesso in conflitto tra loro. Durante il referendum, queste divisioni hanno impedito una gestione efficace, confermata dal fatto che i governatori di Forza Italia del Sud (in primis Occhiuto e Schifani) non si siano sostanzialmente impegnati in questa battaglia»
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Marzio G. Mian: «Normalizzare i rapporti con i russi non è ancora possibile, ma in Italia c’è voglia di cambiare»

«Io viaggio con poche certezze. Forse una: quella di portare a casa la pelle»
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Frediano Finucci: «La negoziazione non si fa "contro" qualcuno, ma "con" qualcuno, anche se si tratta di un soggetto estremamente ostile»

«Il vero negoziatore non è un manipolatore né un oratore aggressivo. Deve possedere grande capacità di ascolto, autocontrollo, capacità di sospendere il giudizio e leggere il contesto. Deve saper raccogliere informazioni, comprendere la psicologia dell’interlocutore, distinguere tra posizione dichiarata e interesse reale»
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Marco Carnelos: «Tutti dal dopoguerra hanno ricercato una special relationship con gli USA. Solo Berlusconi è riuscito ad edificarne una solida e duratura»

«Credeva fortemente, del resto, nell’importanza delle relazioni personali tra leader, e con George W. Bush ebbe il tempo di costruirne una, complice anche una situazione straordinaria determinatasi all’inizio del XXI secolo. Nonostante la sua fortissima propensione filo-americana, [...] fu tuttavia in grado di tenere testa agli Stati Uniti rispetto al rapporto con la Russia»
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Fasanella: «Gli inglesi hanno sempre voluto influenzare la politica italiana attraverso il controllo delle nostre élite»

«Per il governo, Churchill e i conservatori puntavano sul riciclaggio del “fascismo buono”: i gerarchi della filiera anglofila sopravvissuti, primo fra tutti Dino Grandi. Mentre la continuità istituzionale doveva essere garantita dalla monarchia. I laburisti invece avevano un rapporto privilegiato con le correnti laico-azioniste della politica italiana. Entrambi, conservatori e laburisti, detestavano i cattolici»
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Il poliziotto del mondo va in pensione

Le conseguenze dell'aggressione all'Iran conducono inevitabilmente a scelte dolorose per Washington, nessuna delle quali pare sostenibile per la sopravvivenza dell'amministrazione Trump, che ora si trova in una situazione d'impasse, dove ogni mossa sembra non avere più senso. La questione iraniana rischia così di rivelarsi l'errore strategico in grado di accelerare il tramonto di un impero già in crisi.

Il senso della Lega Nord

Umberto Bossi non inventò il malcontento del nord: lo trovò già pronto, lo tradusse in linguaggio politico e lo portò fin dentro le istituzioni che aveva giurato di distruggere. Gianfranco Miglio gli aveva fornito l'architettura teorica, ovvero il federalismo, le macroregioni, la critica dello Stato unitario. Ma quando si trattò di scegliere tra riformare il sistema ed entrarvi, Bossi scelse il potere. Fu l'origine dei suoi problemi e di quelli della sua creatura.

La condizione megamoderna

La "Megamodernità" (Laterza, 2026) non rappresenta la fine della modernità, ma la sua intensificazione oltre ogni soglia critica. Patologia che potrebbe diventare cura. Vanni Codeluppi descrive un sistema che assorbe tutto trasformandolo in contenuto consumabile. È dunque ancora possibile opporsi?

Confessioni

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Richard Slotkin

«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Richard Slotkin

Il segreto dell'arsenale

In "Venetians" (Sonzogno, 2026), Luca Josi e Allegra Scattaglia ricostruiscono una Serenissima priva di cartoline romantiche: crocevia burocratico e spietato dove la supremazia tecnica vale quanto la guerra per le informazioni, e dove il silenzio della Storia copre le urla nelle segrete di Palazzo Ducale. Un romanzo manzoniano nell'ambizione: parlare del presente attraverso il passato, senza mai tradire nessuno dei due.

La scelta di Marina Berlusconi

Dalle parole della primogenita del fondatore di Forza Italia si evince l’esigenza di cambiamento. Al di là delle celebrazioni di rito per il lavoro svolto da Antonio Tajani, è chiaro che Forza Italia si trova ad un bivio: essere guidata da un profilo che ricordi da vicino Silvio Berlusconi o lasciarsi trasportare dalla necessità di voltare pagina? Il futuro è nelle mani di Marina, che è chiamata ad una presa di posizione, anche in tempi piuttosto brevi.

Il nemico necessario

Nel momento in cui Bruxelles invoca de-escalation e riapertura diplomatica ma rafforza anche la postura di sicurezza, emerge una dinamica più profonda della contingenza geopolitica. Quando la sicurezza diventa la grammatica dominante della politica, l’insicurezza non appare più come il suo fallimento, ma come la sua diretta conseguenza.

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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