Il filtro che non filtra

Quando l’intelligenza artificiale entra nella produzione del sapere, i controlli che dovrebbero garantirne l’affidabilità smettono di funzionare. Le meta-analisi sull’IA a scuola, i riferimenti bibliografici inventati che si moltiplicano negli articoli biomedici e i libri con citazioni false mostrano un sistema in cui la verifica non è pagata, il giudizio resta nelle mani di pochi e la correzione arriva tardi, quando l’errore ha già circolato.

La propaganda necessaria

Nell’odierna società dell’informazione, la politica italiana e per esteso dell’intero continente europeo pare non reggere l’urto con la sempre più sofisticata e accattivante costruzione del consenso dei regimi rivali: qualche istruzione per rimediare alle falle del marketing politico a partire dall’analisi di Pietro Francesco Dettori nella sua ultima fatica, “Riconquistare le menti e i cuori. L’Occidente sul campo di battaglia digitale” (Rubbettino, 2026).

Il mestiere di vedere prima

Lo Stato sa già molto, ma lo sa a pezzi e lo sa tardi. Se il Ministero del Futuro vuole essere qualcosa di più di un nome, deve imparare un'arte ancora più antica dell’intelligence: trasformare informazioni sparse in un giudizio, e dire con onestà quanto quel giudizio sia incerto.

Dollari e prestigio

Con milioni di dollari distribuiti tra Harvard, l'MIT e decine di ricercatori di fama internazionale, Jeffrey Epstein si è costruito per quasi trent’anni un posto d’onore nel mondo accademico. Credibilità culturale in cambio di finanziamenti per un sistema cronicamente a corto di risorse. Nemmeno la condanna per prostituzione chiuse quelle porte, e la vicenda mostra quanto sia permeabile la ricerca quando rimane a secco di fondi pubblici.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La generazione cosmica è chiamata al "salto quantico"

Il MAXXI di Roma ospiterà il prossimo 10 ottobre 2026, per un’intera giornata, la seconda edizione di Bayram, l’iniziativa che quest’anno assume come titolo e come chiave interpretativa “Il salto quantico”, un’espressione mutuata dalla fisica quantistica per descrivere quella transizione discontinua e irreversibile che sembra oggi attraversare gli equilibri tra guerra e pace, in un momento storico che appare sempre meno come frattura improvvisa e sempre più come una riscrittura progressiva delle regole con cui si era abituati a leggere il mondo. Proprio qui, al Museo MAXXI di Roma, circa un anno fa abbiamo lanciato una piattaforma culturale generazionale chiamata “Bayram”. Dopo una giornata intensa che ha visto la partecipazione di circa 80 ospiti e 2mila partecipanti, abbiamo provato immaginare il futuro interrogandoci su una domanda necessaria, esistenziale, futurologica: “come sarebbe il mondo se le cose andassero diversamente?” Ora non vogliamo fermarci, vogliamo continuare il nostro viaggio interstellare e tracciare un solco narrativo e di riflessione profonda per decodificare il presente e ricodificare il futuro: Sabato 10 ottobre 2026 dalle ore 10 quella stessa “generazione cosmica” che un anno fa si è riunita qui è chiamata a fare “il salto quantico”, sì, perché “Il salto quantico” sarà proprio il titolo di questa seconda edizione di Bayram. Nella fisica quantistica, questo concetto descrive un cambiamento radicale, una transizione discontinua e irreversibile, un passaggio di stato energetico che non segue i parametri e i perimetri tradizionali. Le “regole del gioco” stanno mutando. Tecnologie quantistiche ed intelligenza artificiale stanno rifondando simultaneamente la sicurezza, la diplomazia, la finanza, la politica, l’energia, la guerra e la pace. La profezia è prima di tutto un codice con le sue leggi non scritte.

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Nata come centrale permanente di idee e visioni, Bayram si propone di mettere in relazione discipline che la tradizione accademica ha spesso tenuto separate, dalla fisica alla teologia, dalla poesia alla tecnologia, dalla filosofia all’astrofisica, nella convinzione che solo un confronto aperto tra linguaggi distanti possa restituire una qualche capacità di orientamento in un’epoca dominata dal calcolo delle probabilità piuttosto che dalla certezza delle leggi. Le tecnologie quantistiche e l’intelligenza artificiale occuperanno una parte centrale della riflessione, imponendo una lettura che tenga insieme l’innovazione scientifica e le sue ricadute etiche, la tecnopolitica emergente e le sue implicazioni sul piano internazionale. Il MAXXI, con la propria vocazione a ospitare l’incontro tra arte, architettura e ricerca contemporanea, offre la cornice naturale per una giornata che si annuncia come punto di riferimento nel dibattito culturale italiano sui temi della tecnologia, della geopolitica e del futuro condiviso.

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Interviste

a cura di Francesco Subiaco

Sir Hew Strachan: «Oggi, più che in qualsiasi altro momento dalla fine della Guerra fredda, abbiamo bisogno di un dibattito aperto sulla deterrenza nucleare»

Secondo Julian Corbett, la grandezza britannica risiedeva nella capacità di coniugare la proiezione talassocratica di un impero planetario con la salvaguardia degli equilibri continentali. Padrona delle comunicazioni marittime più che dei mari in senso assoluto, Londra poteva esercitare la propria egemonia attraverso il commercio, la mobilità delle flotte e l'impiego calibrato della forza terrestre, impedendo al contempo che una singola potenza instaurasse la propria supremazia sull'Europa. Era questa la duplice vocazione strategica britannica: dominare gli oceani e preservare, mediante alleanze e contrappesi, il pluralismo delle potenze continentali. Il potere britannico ha cambiato volto. La sua secolare proiezione talassocratica, dall'egemonia imperiale alla special relationship americana, deve oggi ridefinirsi nell'epoca di Trump, del multipolarismo e del ritorno della guerra in Europa. Quale sarà la nuova strategia di Londra nell'epoca post Brexit? Per comprendere questa metamorfosi abbiamo interpellato Sir Hew Strachan, tra i massimi conoscitori della storia militare e del pensiero strategico britannico. Già professore a Oxford, membro della British Academy, consulente chiave dei vertici militari e delle istituzioni britanniche, dal capo di stato maggiore britannico a ministro della difesa e premier, è autore di opere capitali come The First World War e The Direction of War, fino al recente The British Home Front and the First World War. Con lui abbiamo ripercorso l'evoluzione della strategia britannica e le incognite del nuovo disordine mondiale.

-Quanto rimane della tradizione strategica marittima britannica alla Corbett nell'attuale disordine internazionale?

Corbett scriveva della strategia britannica e del suo rapporto con la politica prima della Prima guerra mondiale. Ciò che affermava sulla strategia marittima rimane ancora attuale e, probabilmente, oggi viene richiamato più frequentemente rispetto a vent'anni fa. L'Europa, tuttavia, è cambiata, sia per effetto della NATO sia dell'Unione europea. La sua unità, per quanto travagliata, è ormai un dato acquisito e rende quindi sostanzialmente irrilevanti, nel contesto regionale, le concezioni tradizionali dell'equilibrio di potenza. La Joint Expeditionary Force (JEF) è diventata il principale ambito di applicazione della potenza marittima e militare britannica nel contesto europeo, rendendo sempre più importanti le relazioni con i Paesi scandinavi, soprattutto alla luce della crescente possibilità di apertura di una rotta marittima artica. Al momento, tuttavia, la Royal Navy non è aggiornata per operare né nel Baltico né nell'Artico, e gran parte dei suoi sforzi di modernizzazione si concentra sulle vie di accesso al Nord Atlantico.

-Da Suez alla Global Britain, quali sono state le grandi svolte della strategia britannica e come sta cambiando oggi il ruolo di Londra?

Dalla prospettiva del 2026, la crisi di Suez di settant'anni fa appare oggi come il vero punto di svolta nella presa di coscienza britannica del proprio ridimensionamento: il momento in cui il Regno Unito riconobbe la propria subordinazione agli Stati Uniti e cominciò ad accettare il declino della propria influenza a est del Mediterraneo. Nel 1957 Londra avviò un'importante revisione della difesa che fissò due condizioni tuttora valide: l'abolizione della coscrizione obbligatoria e l'adozione di un deterrente nucleare indipendente. Ma quelle decisioni non risolsero, di per sé, lo squilibrio tra le ambizioni britanniche e le risorse disponibili, uno squilibrio che persiste ancora oggi. Attualmente, il principale fattore che orienta la politica di difesa britannica è Donald Trump. Può sembrare un eroe improbabile, ma la sua imprevedibilità ha costretto sia il governo sia la società a introdurre una dose di realismo nella riflessione sulla difesa e sui suoi costi, in un modo che né Obama né Biden erano riusciti a ottenere. Naturalmente, questa considerazione vale per l'Europa nel suo complesso, non soltanto per la Gran Bretagna. Sotto un certo profilo, siamo più preoccupati dagli americani che dai russi.

-Quali capacità dovrebbe privilegiare Londra per colmare le lacune militari evidenziate dalla Strategic Defence Review?

La principale necessità della Gran Bretagna non consiste nell'assumere un impegno definito in termini di una specifica capacità militare, ma nel riconoscere che il primo requisito della difesa è la resilienza nazionale. La Strategic Defence Review del 2025 ha invocato un dibattito nazionale sulla difesa. Il rifiuto del governo, almeno finora, di finanziare integralmente il piano industriale della difesa gli ha però sottratto l'autorevolezza necessaria per avviare un simile confronto. Il risultato è che, sebbene l'opinione pubblica riconosca in larga misura l'opportunità di aumentare la spesa per la difesa, le sue reazioni rimangono prive di orientamento e di una direzione precisa. Il problema è aggravato dal fatto che circa un quarto del bilancio destinato agli approvvigionamenti militari viene assorbito dalla nuova generazione di sottomarini nucleari lanciamissili balistici, gli SSBN. La Strategic Defence and Security Review del 2010 aveva riconosciuto che il deterrente nucleare avrebbe dominato la spesa per la difesa nella seconda metà degli anni Venti, eppure questa pressione strutturale viene raramente riconosciuta nel dibattito pubblico, sia sul piano fiscale sia su quello strategico. Oggi, più che in qualsiasi altro momento dalla fine della Guerra fredda, abbiamo bisogno di un dibattito aperto sulla deterrenza nucleare. Macron ha avviato un confronto di questo genere in Francia all'inizio di quest'anno; in Gran Bretagna, invece, continua a regnare il silenzio.

-Trump chiede agli europei di essere «partner, non protettorati». Che cosa rimane oggi della relazione speciale angloamericana?

Se la relazione speciale sopravvive ancora, la si ritrova in due ambiti. Il primo è la cooperazione di intelligence nell'ambito dei Five Eyes. Il secondo è costituito dai legami personali instaurati tra i militari che hanno combattuto fianco a fianco in Iraq e Afghanistan. Quest'ultimo rappresenta però un patrimonio destinato progressivamente a esaurirsi, non soltanto perché i singoli militari vanno in pensione, ma anche perché molti alti ufficiali americani di grande valore sono stati epurati dall'attuale amministrazione statunitense. Non soltanto la Gran Bretagna, ma anche il resto d'Europa riconosce oggi la necessità di presentarsi come partner degli Stati Uniti, anziché come loro protettorati. Fu proprio perché si trovavano in una condizione di dipendenza che i membri europei della NATO seguirono gli Stati Uniti in Afghanistan. Ricevettero ben pochi riconoscimenti all'epoca e ancora meno dall'amministrazione Trump. Trump ha dichiarato di volere partner responsabili. Ed è proprio in qualità di partner che gli europei, britannici compresi, si sono rifiutati di seguire gli Stati Uniti e Israele nella loro invasione dell'Iran. La furia di Trump ha rivelato che non aveva compreso una cosa fondamentale: i partner che agiscono come potenze sovrane prendono le proprie decisioni sulla base dei propri interessi.

Roma, Ottobre 2026. XXXVI Martedì di Dissipatio

-Come dovrebbe evolvere la deterrenza europea di fronte alla strategia di escalation nucleare della Russia?

La deterrenza per negazione ha fallito. Nel febbraio 2022 gli Stati Uniti e i loro alleati, come già nel 2008 e nel 2014, si sono autodissuasi dall'agire. Le armi nucleari sono pienamente implicate nei conflitti contemporanei. Tre potenze nucleari — Russia, Stati Uniti e Israele, sebbene quest'ultimo non abbia formalmente riconosciuto il proprio status nucleare — sono in guerra. Due di esse stanno combattendo contro l'Iran, in un conflitto innescato principalmente dal timore che Teheran possa acquisire armi nucleari. La Russia, nel frattempo, ha dimostrato in numerose occasioni di essere pronta a minacciare un'escalation nel conflitto ucraino. Durante la Guerra fredda, la strategia della deterrenza non si fondava sulla negazione, bensì — proprio come avviene oggi nella strategia russa — sulla disponibilità a ricorrere all'escalation. Se le potenze possiedono armi nucleari, devono riflettere su come ricavarne il massimo valore strategico. E per farlo devono smettere di considerarle come una categoria separata, integrandole più pienamente nelle proprie politiche di difesa.

-La crescente convergenza strategica tra Russia, Cina e Iran sta trasformando gli equilibri dell'Eurasia e l'ordine occidentale?

Nel 1914 e nel 1939, due guerre potenzialmente circoscritte a livello locale si trasformarono in guerre mondiali a causa delle loro conseguenze di secondo e terzo ordine. L'invasione austro-ungarica della Serbia nel 1914 e quella tedesca della Polonia nel 1939 — se si considera l'inizio della guerra in Europa e non in Asia — avrebbero potuto rimanere geograficamente circoscritte. La prossimità geografica può produrre effetti a catena. L'invasione dell'Iraq nel 2003 attirò combattenti dall'Iran e da altri Paesi, mentre la guerra in Afghanistan si estese al Pakistan e aggravò il problema della droga in Iran. Tuttavia, nonostante la sua posizione geografica tra i due teatri di guerra, l'Iran non agì in modo da fonderli in un conflitto più ampio, esteso dal Mediterraneo orientale all'Hindu Kush. Oggi, invece, l'Iran è direttamente sotto attacco, reagisce colpendo le basi americane situate nel Golfo e alimenta i combattimenti sia in Libano sia in Ucraina. Europa, Medio Oriente e Asia centrale sono tutti coinvolti. La chiusura di fatto dello stretto di Hormuz produce conseguenze economiche globali, dalle quali nemmeno gli Stati Uniti, nonostante la loro autosufficienza petrolifera, sono immuni. Ha inoltre riacceso il conflitto degli Houthi con l'Arabia Saudita e accresce l'attrattiva commerciale della rotta transartica, a vantaggio della Russia e della Cina. La Cina, in quanto futura potenza egemone globale, ha interesse a evitare di essere coinvolta direttamente in una grande guerra, ma trae benefici immediati dalle guerre combattute dagli altri, soprattutto quando queste mettono in evidenza l'impotenza degli Stati Uniti. La sua capacità di rafforzare la propria posizione come attore stabile è ulteriormente accresciuta dall'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, che, includendo ormai anche l'India, riunisce i due Paesi più popolosi del mondo. È aumentata la possibilità che questi effetti si combinino producendo conseguenze negative, più probabilmente per errori di calcolo e sviluppi involontari che per una precisa volontà politica. Nel frattempo, la capacità d'influenza delle organizzazioni multilaterali, prime fra tutte le Nazioni Unite, si è ridotta.

-Quali lezioni della preparazione britannica alla Prima guerra mondiale rimangono valide per la sicurezza del Regno Unito contemporaneo?

Nel 1914 la Gran Bretagna si trovava al centro di un sistema commerciale globalizzato, finanziato dalle sue banche, dipendente dalla sterlina e assicurato dalla City di Londra. Possedeva circa il 40 per cento del tonnellaggio mercantile mondiale, controllava numerosi punti di strozzatura strategici delle rotte marittime, tra cui Gibilterra, Suez e lo stretto di Malacca, e disponeva di una rete di basi coloniali. Inoltre, caso pressoché unico, possedeva un sistema efficace ed espandibile di imposizione sul reddito, uno strumento essenziale per controllare l'inflazione monetaria in tempo di guerra. Questi elementi si rivelarono risorse enormi per sostenere una lunga guerra di logoramento. Nessun Paese, in nessuna epoca, può realisticamente essere pienamente preparato a una grande guerra. Tuttavia, la Gran Bretagna precedente al 1914 aveva quantomeno previsto e discusso alcune delle questioni fondamentali, soprattutto grazie al lavoro del Committee of Imperial Defence. Si trattava di un sottocomitato del governo, al quale partecipavano i capi di stato maggiore, istituito nel 1902. Nel 1914 il Comitato aveva predisposto un war book, un documento che elencava alcune delle misure da adottare allo scoppio delle ostilità, compresa l'assicurazione di guerra per il naviglio mercantile. La Marina, comprese le sue riserve, stava svolgendo esercitazioni nel luglio del 1914 e venne mantenuta in posizione operativa mentre la crisi si aggravava. L'Esercito, organizzato principalmente per il servizio imperiale, era meno preparato a una guerra sul continente europeo. Tuttavia, il dibattito pubblico sulla coscrizione obbligatoria, sviluppatosi prima del conflitto, aveva almeno sollevato alcune delle questioni che l'espansione dell'Esercito e la rigenerazione delle forze avrebbero successivamente imposto di affrontare. La Gran Bretagna entrò in guerra prevedendo di dover adottare una strategia marittima. Questa costituì il fondamento del suo sforzo bellico e del sostegno agli alleati continentali, ma Londra dovette comunque improvvisare la creazione di un esercito continentale e individuare il modo migliore per impiegarlo.

-Nel suo libro How Do Wars End? affronta il problema della conclusione dei conflitti. Come possono finire oggi le guerre e cosa significa vincerle?

È improbabile che oggi una guerra si concluda con una vittoria decisiva sul campo di battaglia, nonostante la retorica, derivata dalla storia, dei leader nazionali. Esistono eccezioni, come la riconquista britannica delle isole Falkland nel 1982, ma sono possibili proprio perché gli obiettivi di entrambe le parti sono chiaramente definiti e limitati. Nelle due guerre mondiali, combattute per obiettivi ambiziosi e inconciliabili, prevalse l'alleanza economicamente più forte, dopo combattimenti prolungati. Il contributo degli Stati Uniti fu decisivo. Washington considerò il processo di pace del 1919 un fallimento, perché non era riuscito a tradurre sul piano politico la vittoria ottenuta nel 1918. Dal 1945, invece, gli Stati Uniti hanno esaltato l'esito della Seconda guerra mondiale come dimostrazione del fatto che la resa incondizionata possa produrre una pace duratura. Donald Trump ha talvolta avanzato pretese analoghe nei confronti dell'Iran, immaginando di poter imporre le condizioni della pace anziché negoziarle. Nel maggio 1945 l'esercito tedesco era stato annientato, l'Armata Rossa era entrata a Berlino e Hitler era morto. Eppure, persino allora, la Germania cercò, senza successo, di negoziare condizioni migliori. La pace richiede che entrambe le parti accettino il verdetto della guerra: certamente una parte deve riconoscere la propria sconfitta, ma anche il presunto vincitore deve accettare la resa del nemico. Nel caso del Giappone, i negoziati furono prolungati e gli Stati Uniti avevano bisogno di una conclusione della guerra più rapida di quanto apparisse probabile, sia per ragioni interne sia perché l'Unione Sovietica poteva ormai trasferire il proprio esercito verso est. L'esercito giapponese continuava a combattere su numerosi fronti e un'invasione delle isole metropolitane avrebbe comportato pesanti perdite. Gli Stati Uniti preferirono negoziare anziché affrontare i costi di un conflitto ancora più lungo, e l'imperatore rimase al potere. La costruzione della pace è dunque un processo. E questo processo assolve a una funzione precisa: permette di parlare di pace mentre la guerra continua. Il cessate il fuoco, le tregue e gli armistizi non costituiscono quindi accordi di pace, ma opportunità per sospendere i combattimenti, che possono oppure no trasformarsi nella base di un'intesa più duratura. In Ucraina, Zelensky è disposto a negoziare un cessate il fuoco, uno spazio nel quale le trattative possano proseguire mentre le uccisioni si interrompono. Putin, invece, vuole un trattato di pace che riconosca almeno l'attuale linea del fronte e, idealmente, comprenda l'intero Donbass, perché un simile accordo avrebbe forza giuridica e conferirebbe alla Russia una permanenza territoriale in una forma legittimata dal diritto. Che si tratti di Gaza, dell'Iran o dell'Ucraina, tutte le parti belligeranti devono partecipare alla definizione di condizioni di pace reciprocamente accettabili. L'alternativa è un "conflitto congelato", un armistizio che non rappresenta una vera pace, anche quando, come in Corea, può durare per oltre settant'anni.

-Dove si combatte oggi il nuovo Grande Gioco geopolitico tra le potenze e chi sta prevalendo?

Il Grande Gioco del XIX secolo si svolse in un'epoca dominata dalle grandi potenze e fu condotto principalmente da due Stati che appartenevano all'Europa senza esserne pienamente parte. Sia la Gran Bretagna sia la Russia erano uscite vincitrici dalla guerra contro la Francia nel 1815 e avevano interesse a comprendere come l'equilibrio di potenza potesse impedire nuove guerre all'interno dell'Europa. Poiché si trovavano alla periferia del continente, erano libere di perseguire politiche espansionistiche in Asia e di sfruttare le opportunità create dal declino dell'Impero ottomano, che a sua volta apparteneva all'Europa senza esserne pienamente parte. Le analogie con il presente, tuttavia, sono utili soltanto in misura limitata. L'Asia centrale e orientale si trova nuovamente al centro della geopolitica, ma oggi riveste un'importanza economica ancora maggiore rispetto al passato, sia per il petrolio e le altre materie prime sia per la crescita demografica e la conseguente domanda di consumi. L'Europa, tuttavia, ha perso le proprie colonie e non occupa più il vertice dell'ordine internazionale. Il numero degli Stati sovrani membri delle Nazioni Unite è triplicato dal 1945. Di conseguenza, le organizzazioni multilaterali create dopo la Seconda guerra mondiale per governare l'ordine internazionale mostrano ormai gravi segni di affaticamento: vengono svalutate dagli stessi Stati Uniti che le avevano istituite e sfruttate dalla Cina a vantaggio dei propri interessi nazionali. Il cambiamento climatico aggiunge un'ulteriore complicazione. Gli Stati situati lungo la fascia equatoriale affrontano problemi esistenziali legati alla disponibilità d'acqua e alla stessa possibilità di sopravvivenza, rendendo sempre più difficile mantenere i vincoli imposti dalle frontiere statali. Lo scioglimento dei ghiacci artici apre un nuovo spazio di competizione. Lo stesso accade nei mari e negli oceani del mondo, mentre gli Stati estendono le proprie acque territoriali e le zone economiche esclusive. Data la portata di questi problemi, avremmo bisogno di soluzioni globali, ma continuiamo a privilegiare risposte regionali, proprio come ai tempi del Grande Gioco.

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Interviste

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Sir Hew Strachan: «Oggi, più che in qualsiasi altro momento dalla fine della Guerra fredda, abbiamo bisogno di un dibattito aperto sulla deterrenza nucleare»

«Data la portata di questi problemi, avremmo bisogno di soluzioni globali, ma continuiamo a privilegiare risposte regionali, proprio come ai tempi del Grande Gioco»
Sir Hew Strachan: «Oggi, più che in qualsiasi altro momento dalla fine della Guerra fredda, abbiamo bisogno di un dibattito aperto sulla deterrenza nucleare»

Sir David Omand: «L'intelligence deve illuminare le decisioni, non sostituirsi alla politica»

«Le capacità più avanzate dell'intelligenza artificiale stanno modificando profondamente il controllo umano. Tradizionalmente una persona era dentro il processo decisionale, coinvolta in ogni scelta e nella valutazione delle informazioni. Nei combattimenti più rapidi, invece, tende a trovarsi sopra il processo: stabilisce in anticipo regole e limiti per reti di sensori elettronici, sorveglia il sistema che opera autonomamente e interviene se qualcosa cambia o va storto. La responsabilità umana rimane, ma assume la forma della supervisione. La questione etica non è più soltanto come tenere l'uomo dentro ogni decisione, bensì come garantire che i sistemi valutino correttamente le informazioni e operino secondo i criteri morali che vogliamo, anche quando cambiano le circostanze»
Sir David Omand: «L'intelligence deve illuminare le decisioni, non sostituirsi alla politica»

Marta Peirano: «La sorveglianza è il contrario della democrazia. L'Europa deve liberarsi dallo strapotere delle piattaforme americane»

«Quando è l'amministrazione a sorvegliare i cittadini, non siamo più in una democrazia. Le grandi aziende tecnologiche competono per diventare il sistema operativo della prossima rivoluzione industriale. L'Europa deve investire nelle università, nella ricerca e in tecnologie proprie»
Marta Peirano: «La sorveglianza è il contrario della democrazia. L'Europa deve liberarsi dallo strapotere delle piattaforme americane»

Andrey Spiridonov: «Continuare una guerra perché non riusciamo ancora ad immaginare la pace significa lasciare che siano i morti di domani a pagare la nostra incapacità»

«Credo che proprio Roma ci insegni una cosa fondamentale: governare significa decidere prima di sapere tutto. La conoscenza perfetta non esiste. Se aspettiamo la certezza assoluta, spesso arriveremo alla decisione quando sarà ormai troppo tardi. Ma il contrario è altrettanto pericoloso: agire sulla base di una semplice intuizione o di una paura. Governare non significa aspettare di avere tutte le risposte; significa sapere quando quelle disponibili sono sufficienti per agire e avere l’intelligenza di correggersi quando la realtà cambia»
Andrey Spiridonov: «Continuare una guerra perché non riusciamo ancora ad immaginare la pace significa lasciare che siano i morti di domani a pagare la nostra incapacità»

Ramón González Férriz: «Con Sánchez, la Spagna ha compiuto passi verso l'autoritarismo»

«Ha perdonato reati commessi dai suoi alleati in cambio del loro sostegno politico, ha attaccato apertamente i giudici e la stampa critica, ha permesso la corruzione di alcune persone di sua fiducia e ha occupato in maniera grossolana istituzioni neutrali come la televisione pubblica o l'istituto demoscopico pubblico. Credo che il bilancio sia essenzialmente negativo, non tanto per le singole politiche adottate, quanto per la sua adesione a posizioni autoritarie che spesso associamo alla destra radicale»
Ramón González Férriz: «Con Sánchez, la Spagna ha compiuto passi verso l'autoritarismo»

Confessioni

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Stefano Pontecorvo

«In quasi tutti i Paesi nei quali ho lavorato ho incontrato una domanda d'Italia superiore alla nostra capacità di risposta. Esisterebbe uno spazio enorme per noi: economico, culturale, diplomatico e industriale. Ma non riusciamo a occuparlo. Abbiamo istituzioni deboli, priorità spesso sbagliate e una pubblica amministrazione che non risponde con la velocità necessaria. Le imprese provano a muoversi, ma non possono farlo sempre da sole, soprattutto nei mercati nei quali la presenza dello Stato è determinante»
Stefano Pontecorvo

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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