L'intelligenza artificiale corregge i propri errori in una frazione di secondo, senza vergogna. L'intellettuale preferisce inventare un mistero piuttosto che ammettere una previsione sbagliata. Uno dei paradossi del nostro tempo è che un insieme di circuiti simuli meglio la saggezza di chi ha dedicato la propria vita a costruirla.
Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.
Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.
Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.
Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio
Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.
È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.
Lord Charles Powell, consigliere per gli affari esteri di Margaret Thatcher, ha attraversato dall’interno i momenti chiave della politica britannica, dalla cessione di Hong Kong, alla special relationship Reagan-Thatcher, passando per le complesse dinamiche tra UK, Europa e Stati Uniti. Consigliere diplomatico di Thatcher e Major, ha cambiato la proiezione internazionale della Gran Bretagna, tanto che da alcuni è considerato il Kissinger britannico. Nel 1991 lascia la carriera diplomatica per svolgere ruoli di grande spessore nel mondo imprenditoriale: per dieci anni è stato presidente sia del China-Britain Business Council che del Singapore British Business Council, oltre che presidente della task force per l'Asia del governo britannico e Presidente dell’International Advisory Board di Rolls-Royce dal 2005 al 2017. Lo abbiamo raggiunto nella sua splendida villa nelle campagne del Lazio per affrontare i nodi della proiezione angloamericana.
-Lord Powell, lei ha servito durante il governo Thatcher in un periodo che incluse i negoziati su Hong Kong. A trent’anni di distanza, come sono cambiati i rapporti tra Cina e Occidente?
Dall’accordo su Hong Kong in poi, le relazioni con la Cina hanno avuto fasi alterne. È cambiato l’atteggiamento britannico ed europeo, che si è fatto talvolta più ostile. Nel Regno Unito si ritiene che Pechino penetri istituzioni e svolga attività di intelligence nel nostro territorio. Si tratta di una lettura in parte esagerata, ma anche se fosse solo parzialmente fondata ciò non archivia il fatto che ogni grande Paese moderno ha bisogno di una relazione con la Cina.
-Perché?
La dimensione dell’economia cinese rende, infatti, impossibile trattarla come un attore marginale. L’ascesa di Pechino in questa anni è stata sorprendente. Sotto il profilo della crescita economica e dell'importanza strategica, con armi nucleari e capacità da superpotenza, essa è ormai comparabile solo a Stati Uniti e Russia. Pertanto non si può immaginare un decoupling con la Cina. Bisogna però costruire un rapporto operativo, basato su cautela e pragmatismo, persuadendo Pechino a una linea più ragionevole e basata sulla reciprocità nei rapporti con i nostri paesi. Allo stesso tempo anche noi occidentali dobbiamo compiere lo sforzo di sviluppare un rapporto operativo e senza pregiudizi ideologici con la Repubblica Popolare.
-Entreremo in una nuova Guerra fredda tra Occidente e potenze come Cina e Russia?
Spero di no. Sarebbe un arretramento contrario ai nostri interessi. Non credo che la Cina voglia davvero una nuova Guerra fredda, anche se alcune sue attività la spingono in quella direzione. Molto più gravi, a mio avviso, sono le attività della Russia, soprattutto in Ucraina, che rappresentano chiaramente un segnale premonitore di una nuova Guerra fredda. E ciò sarebbe un grave danno sia per la Russia sia per noi.
-Cosa la preoccupa in questo quadro?
L’elemento più allarmante è l’alleanza informale fra Cina, Russia, Corea del Nord e, almeno fino a poco tempo fa, Iran: una nuova “banda dei quattro” interessata a ridurre il potere degli Stati Uniti e l’influenza euroamericana nelle istituzioni internazionali. Si tratta di un blocco di paesi che vuole indebolire la capacità delle democrazie di fissare regole comuni sostituendole con regole proprie e non democratiche. Al momento credo che dividere e contenere questa coalizione informale sia la principale priorità degli occidentali.
-Che giudizio dà di Trump e del suo approccio agli affari internazionali?
La prima parola che mi viene in mente è erratico. La politica americana, ad oggi, viene perseguita in modo irregolare e dipende troppo spesso da dichiarazioni sui social media, invece che da un confronto coerente e prolungatoe talvolta difficile, come è sempre stato nella tradizione delle relazioni transatlantiche. Gli alleati devono abituarsi a uno stile diverso, e ciò porta evidenti svantaggi.
-Si tratta di un rapporto al momento non facile in questa fase, specie per l'anglosfera...
Si ogni tanto riceviamo brutte sorprese. Come sull’idea che gli Stati Uniti vogliano prendere il controllo del Canada o della Groenlandia. Oppure sul fronte dei dazi, con improvvise imposizioni di tariffe più alte. Tuttavia alcune delle battaglie americane sono fondate ed essenziali. Trump ha ragione sull’inadeguatezza della spesa europea per la difesa e ha prodotto un cambiamento consistente: molti Paesi si sono impegnati ad aumentarla tra il 3,5% e il 5%. Un impegno richiesto da altri presidenti in passato che solo l'attuale amministrazione ha saputo ottenere. Resta da vedere se lo faranno davvero, ma è chiaro che Washington non vuole più sostenere quasi da sola la sicurezza euro-atlantica. Ci sono inoltre altri risultati positivi.
-Ad esempio?
Nello scenario latinoamericano. Il cambiamento in Venezuela è evidente e il regime cubano sembra avviato verso la fine. Dopo i danni e crimini del comunismo castrista, anche un cambio di regime a Cuba sarebbe positivo, purché non tramite una guerra. Pertanto credo che bisogna convivere con l’imprevedibilità di Trump, influenzarlo quando possibile e riconoscere gli esiti positivi.
-Quale futuro vede per il rapporto anglo-americano?
Nel lungo periodo resto ottimista. È un rapporto profondamente radicato, lo è dalla Seconda guerra mondiale, e al suo interno esistono forme di collaborazione molto strette. La maggior parte delle amministrazioni americane dal secondo dopoguerra in poi hanno cercato un rapporto stretto con il Regno Unito. L’espressione “special relationship” riguarda forse il passato, ma indica un legame che al di là di tutto è ancora forte. Ha avuto momenti difficili, con Carter, e momenti alti, con Reagan e Bush padre.
Come molte relazioni, anche questa oscilla, ma entro confini piuttosto chiaramente definiti. Esiste una stretta cooperazione, soprattutto nei settori militare, della difesa e dell’intelligence, dove ritengo che il rapporto sia assolutamente unico, forse non eguagliato da nessun altro per ampiezza. Certo ci sono anche disaccordi, ovviamente: sui dazi, sulla politica commerciale e sugli atteggiamenti verso la sovranità nazionale di altri Paesi, come Canada e Groenlandia. Ma credo la solidità dell'anglosfera non sia in discussione ed anzi credo si rafforzerà nei prossimi decenni.
Giugno, 2026. XXXV Martedì di Dissipatio
-E nella crisi della relazione transatlantica quale futuro vede per l’Europa?
L’Europa, Gran Bretagna compresa, non ha fatto abbastanza per mantenere e ampliare la propria forza e capacità militare. Ha ceduto troppo alla spesa sociale crescente e ai debiti elevati, mettendo in pericolo le proprie economie. Anche gli europei, quindi, devono ripensare il proprio ruolo, investire sulla difesa e lavorare con maggiore forza sulla relazione con gli Stati Uniti, anche quando questa relazione è difficile da gestire.
Non credo inoltre che la relazione euro-americana sia danneggiata in modo fatale nel lungo periodo. I media esasperano le crisi quotidiane e le polemiche sul tema. Ma il legame tra Nord America ed Europa sugli aspetti chiave non è messo in discussione.
-Dove vuole portare l’America il presidente Trump?
Ha idee nette sulla sua idea di America e società. Specie per quanto riguarda il tema dell’immigrazione su cui la sua preoccupazione riflette problemi presenti anche in Italia e Gran Bretagna, ma che lui affronta con più determinazione. Vuole che l’America resti il Paese più potente del mondo, e si sta muovendo per mantenere questo risultato. Ha ottenuto successi significativi, anche se non sempre pari a quelli rivendicati.
-Ad esempio?
Pensiamo all'Iran, dove l'intervento statunitense è riuscito a ridimensionare la capacità militare di Teheran, ma non ha raggiunto il risultato sperato di un regime change. La chiusura dello stretto di Hormuz e le repressioni interne contro l'opposizione democratica hanno generato inoltre un netto arretramento su alcuni obiettivi statunitensi. Al di là degli annunci del presidente e dei risultati raggiunti quello iraniano resta a mio avviso uno scenario ancora aperto.
-Ci muoviamo verso una nuova governance mondiale fondata sull’equilibrio di potenza o verso un nuovo bipolarismo?
Non parlerei di mondo davvero bipolare, ma di un sistema in cui il ruolo delle istituzioni multilaterali è stato danneggiato e si sta riducendo. Queste contano meno perché Cina e Russia ne respingono il valore quando non ottengono ciò che vogliono; e perché Trump non attribuisce alle istituzioni multilaterali lo stesso ruolo che avevano grazie al sostegno americano. Io credo che in futuro ci sarà meno diplomazia multilaterale e più bilateralismo con il conseguente ridimensionamento degli organismi sovranazionali. E ciò, secondo alcuni, potrebbe riguardare anche l’Unione Europea.
-Si tratta di una fase o di una tendenza inevitabile?
Non credo che si tratti di un cambiamento definitivo destinato ad alterare completamente lo stato del mondo. Abbiamo visto alleanze e assetti prosperare in certi momenti e declinare in altri. Dunque si tratta più che altro degli effetti dell’aumento della potenza cinese, soprattutto economica, ma anche militare, che conferisce a Pechino un’influenza molto maggiore nel mondo rispetto al passato.
A questo si accompagna, in una certa misura, la decadenza della potenza russa. La Russia è certamente una potenza in declino. Le sue attività in Ucraina non fanno che sottolinearlo. Quindi si possono osservare cambiamenti, ma non credo che siamo di fronte a un contesto completamente nuovo.
Sarà ancora un mondo in cui elementi come il soft power e la diplomazia continueranno ad avere un ruolo molto importante. Ma lo sarà soprattutto in un'ottica bilaterale.
-In questo quadro come valuta l’attuale proiezione internazionale del governo britannico?
La Gran Bretagna vive una situazione difficile. Le elezioni hanno prodotto una maggioranza ampia per il Partito Laburista, ma il Labour ha poi incontrato difficoltà interne che ne hanno ostacolato la capacità di garantire un governo chiaro e forte. Ciò ha prodotto crescita bassa, un debito elevato e misure insufficienti per contenere la spesa sociale. Le misure finora adottate dal governo per contenere la spesa, soprattutto quella per il welfare, hanno danneggiato sia la forza della nostra economia sia la percezione del ruolo della Gran Bretagna nel mondo. C’è poi un cambiamento più profondo.
-Quale?
Stiamo assistendo ad un cambiamento sistemico. Il Regno Unito si avvia verso una politica multipartitica. La Gran Bretagna ha conservato a lungo un sistema bipartitico, ma ora nelle future elezioni potranno esserci quattro, cinque o sei partiti che competeranno tra loro con percentuali ravvicinate. Questo cambierà la natura del futuro esecutivo soprattutto alla luce del sistema elettorale uninominale. E non sono da escludere ipotesi di governi di coalizione. Il bipartitismo consente chiarezza di responsabilità e di politiche pubbliche, il multipartitismo produce soprattutto compromessi, talvolta utili, ma spesso confusi. Un governo come quello di Margaret Thatcher sarebbe impensabile in un sistema multipartitico. Perciò questa mutazione porterà a importanti cambiamenti sistemici anche nel ruolo internazionale britannico.
Roma, Maggio 2026. XXXIV Martedì di Dissipatio
-La Gran Bretagna sta cercando di riparare i rapporti con l’Unione Europea?
Certamente. Dopo il disastro della Brexit, che ha causato danni significativi all’economia britannica, c’è il riconoscimento che la rottura con l’Unione Europea è stata troppo costosa e brusca. Esistono molte aree in cui dobbiamo tornare a collaborare. Non credo però che Londra presenterà domanda di rientro nell’Unione. Non sarebbe fattibile né conveniente ad oggi e non sono sicuro che l’UE lo vorrebbe, dopo le agonie della Brexit. Ma si può lavorare a una relazione più stretta, condividendo alcune politiche europee e partecipando in parte ad alcune istituzioni, senza piena adesione. Ciò soprattutto cercando una convergenza sul versante della difesa e della sicurezza.
-Che tipo di Europa aveva in mente la Lady di Ferro?
Thatcher era favorevole alla partecipazione britannica al progetto europeo. Negli anni Settanta guidò la campagna conservatrice a favore dell’ingresso della Gran Bretagna in Europa. Ciò che rifiutava era un’Unione capace di cancellare la sovranità nazionale. Riteneva che alcune politiche potessero essere comuni e altre dovessero restare nelle mani degli Stati. Questi due elementi però potevano coesistere.
Non tutti i Paesi dovevano aderire allo stesso grado di integrazione. Per questo fu istituito l'opt out. Alcuni potevano mantenere politiche più indipendenti, come è accaduto con la moneta unica. La Thatcher vedeva un’Europa diversificata come un’Europa più forte, anche nella difesa, purché la sovranità nazionale non fosse sacrificata. Personalmente penso che sarebbe stata un’Europa migliore. Anche perché la sua visione includeva una forte cooperazione transatlantica. Le cose sono andate diversamente, e per questo Europa e Gran Bretagna sono oggi più deboli.
-Com’era lavorare con la Lady di ferro?
Margaret Thatcher era esigente, prima di tutto con sé stessa. Lavorava per un numero incredibile di ore, con dedizione straordinaria. È stata Primo Ministro più a lungo di chiunque altro nella storia moderna britannica. Lasciò l’impressione di una leader forte, difficile, pronta a battersi per gli interessi britannici fino al raggiungimento dell’obiettivo. Questo la rendeva una partner scomoda, ma ciò gli permise di cambiare profondamente la Gran Bretagna.
Negli anni Settanta il Paese era in declino, ostaggio di sindacati che scioperavano continuamente. Thatcher ne ridusse il potere, in particolare durante lo sciopero dei minatori, riportandoli al loro compito: tutelare gli iscritti, non tentare di governare il Paese. Privatizzò gran parte delle industrie nazionalizzate e ridusse il ruolo del socialismo nel governo britannico, escludendolo a lungo da una funzione significativa.
Per chi lavorava con lei fu emozionante e stressante.
-Perché?
In quanto pretendeva che gli altri lavorassero quanto lei. Viaggiava moltissimo, lavorava nei fine settimana e richiedeva disponibilità costante. Ma fu un privilegio essere nella stanza quando incontrava Deng Xiaoping, Reagan, altri presidenti americani, Nelson Mandela. Essere accanto a lei in quei momenti fu un’esperienza enormemente preziosa.
-Che cosa dovrebbero imparare i conservatori europei e britannici dall'era thatcheriana?
Dovrebbero imparare l’importanza di politiche chiare, idee chiare, obiettivi chiari e fermezza nel mantenerli. Thatcher mostrava vera leadership, cosa che molti leader nazionali non fanno. Il Partito Conservatore britannico, oggi molto ridimensionato, deve tornare rilevante mostrando quel tipo di leadership e quella determinazione. L’attuale leader, da questo punto di vista, sta facendo un buon lavoro: parla in modo energico, chiaro e spigoloso. Un leader non può evitare la controversia; deve affrontarla e prevalere.
Un governo conservatore dovrebbe inoltre applicare politiche di libero mercato e mantenere la tassazione al livello più basso ragionevolmente possibile. Il peso fiscale nell’economia britannica è cresciuto enormemente dai tempi di Thatcher e non credo abbia prodotto risultati particolarmente benefici. Questa resta una delle principali lezioni.
-Giorgia Meloni sta cercando di costruire una svolta conservatrice in Italia e in Europa. È possibile?
Potrebbe sembrare impertinente, da non italiano, esprimere un giudizio. Ma passo molto tempo in Italia e ho una moglie italiana, quindi posso permettermi qualche commento. Ritengo che Giorgia Meloni stia svolgendo un lavoro notevole. Sta cambiando il proprio partito e sviluppando un approccio conservatore più coerente al governo dell’Italia, che può portare benefici al Paese.
Sarà difficile completare il progetto, dati i problemi del quadro internazionale, ma è già rimasta al governo più a lungo di quasi tutti i leader italiani moderni, con l’eccezione di Silvio Berlusconi. Se riuscirà a ottenere più tempo, potrà produrre un cambiamento significativo, rafforzando l’Italia e dandole in Europa il peso che merita.
«Dopo il disastro della Brexit, che ha causato danni significativi all’economia britannica, c’è il riconoscimento che la rottura con l’Unione Europea è stata troppo costosa e brusca. Esistono molte aree in cui dobbiamo tornare a collaborare. Non credo però che Londra presenterà domanda di rientro nell’Unione. Non sarebbe fattibile né conveniente ad oggi e non sono sicuro che l’UE lo vorrebbe, dopo le agonie della Brexit. Ma si può lavorare a una relazione più stretta, condividendo alcune politiche europee e partecipando in parte ad alcune istituzioni, senza piena adesione. Ciò soprattutto cercando una convergenza sul versante della difesa e della sicurezza»
«A partire da quella ragazza incontrata a Parigi, ho pensato che fosse un gesto doveroso restituire un po’ di dignità alle 270 vittime, raccontare chi erano. Molti erano giovani nel pieno della loro esistenza, oltre che miei coetanei. Quelle vite spezzate mi sembravano qualcosa di terribile. Era una forma minima di restituzione»
«La mia tradizione è spagnola ed europea. Ciò che mi interessa è onorare la tradizione della grande prosa in lingua castigliana. In Spagna amo Azorín, Cervantes, Pla, Galdós, Baroja, Ortega y Gasset e una sorta di Tomasi di Lampedusa in versione spagnola, ovvero i fratelli Villalonga di Maiorca. Dall'Italia ho letto molta poesia: Leopardi mi ha cambiato la vita! Ma anche la Francia e, come no, il mondo britannico: come dimostrano Waugh e Kipling, un'arte della prosa, cioè del ritmo e dello sguardo»
«Gheddafi ha lasciato un Paese devastato. La Libia non è mai esistita come Stato sovrano nazionale nel senso europeo del termine. Non ha mai avuto una democrazia e non ha mai avuto istituzioni solide. Gheddafi ha volutamente impedito la formazione di istituzioni autonome. Ha concentrato il potere su di sé e sulla propria cerchia. Quando è stato ucciso, non c'erano argini capaci di contenere milizie, estremismi e tensioni locali»
«L'Europa manca di un settore tecnologico di qualche reale importanza, non riesce a controllare i propri confini e si trova incapace di tenere testa a Vladimir Putin, il leader di un Paese con un'economia grande soltanto la metà di quella tedesca. Ma quando mi sento tentato di disperare, incontro qualche giovane europeo che ha ricevuto un'istruzione eccellente ed è determinato a fare qualcosa — abbastanza spesso, ad avviare un'azienda. Se Santa Caterina da Siena rifiutò di rinunciare all'Italia e Santa Giovanna d'Arco diede la vita per la Francia, chi sono io per rinunciare alla speranza?»
«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.
Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».
Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.
La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran.
Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:
«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».
L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.
Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima.
Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.
La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.
La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.
Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.
Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.
Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.
Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.
I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.