Il cinquantunesimo Stato

L'Italia americana è una creatura di recente sviluppo. È solo negli ultimi anni, infatti, che è stato assorbito tutto ciò che arrivava da oltreoceano con una inconsapevolezza impensabile. È così che i fatti di casa loro sono diventati fatti di casa nostra. Ed è così che si saluta con gioia la cessione di propri comparti strategici, quale dovrebbe essere la Tim, per motivazioni puramente economiche e finanziarie, e non come tributo all’impero di cui gli italiani si sentono orgogliosamente parte.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La Santa Sede, con una poetica rinnovata, si converte ad un’umana Intelligenza Artificiale

Forse nei seminari cattolici ci sarà molta “frociaggine”, in compenso nei piani alti della Santa Sede, vescovi, cardinali e prefetti hanno le idee estremamente chiare sui nuovi orizzonti terrestri e celesti. Le vie del Signore sono infinite. Mai come oggi questo modo di dire popolare si sta rivelando veritiero, a giudicare dalle insolite traiettorie che la Santa Sede sta percorrendo. Nell’eterno ritorno dell’uguale, in un’epoca che appartiene agli sceneggiatori formattatati dalle nuove policy aziendali delle grandi piattaforme, qualcuno è ancora in grado di agire in maniera imprevedibile. Se fino a poco tempo fa credevamo che la Chiesa cercasse rifugio nelle chiese, ci sbagliavamo. La presenza di Papa Francesco alla Biennale d’Arte di Venezia, accolto dal nuovo presidente Pietrangelo Buttafuoco e quella alla sessione sull’intelligenza artificiale al G7 in Puglia su invito della premier italiana Giorgia Meloni, lasciano intendere che la Chiesa è entrata in una dimensione spazio-temporale ad oggi sconosciuta a molti, con l’urgenza di esplorare le antiche e nuove forme dell’infinito. Dalla bellezza al digitale. Ci sono due Dicasteri – quello per la Cultura e quello per la Comunicazione, con i loro rispettivi prefetti José Tolentino de Mendonça e Paolo Ruffini nonché i segretari, Padre Antonio Spadaro e Monsignor Lucio Adriàn Ruìz - particolarmente attivi nell’affiancamento di Sua Santità in questo cammino ignoto di evangelizzazione. A queste strutture pontificie si aggiungono altre due figure che stanno rafforzando radicalmente l’immaginario del “passato del futuro” nella missione della Chiesa Cattolica Apostolica e Romana: il friulano Don Alessio Geretti, prete di montagna e curatore di mostre importanti, da poco nominato  “responsabile degli eventi d’Arte per il Giubileo 2025, e il romano Paolo Benanti, teologo ed etico della tecnologia, ma anche consigliere personale del Pontefice e neo-presidente della commissione sull’IA di Palazzo Chigi istituita dall’attuale governo italiano. Questo solco binario, che si muove tra le antiche e le nuove forme dell’infinito, in cui la spiritualità si intreccia con le arti e le tecnologie, è stato tracciato già da qualche anno. L’udienza in Cappella Sistina del Papa, con duecento artisti venuti da tutto il mondo, i tempi di ascolto con i giovani “profeti culturali” e ancora i Padiglioni del Vaticano alle Biennali di Arte e di Architettura. E poi il Vademecum per abitare il mondo virtuale, o la carta valoriale “Rome Call” voluta da Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che chiede l’applicazione dei principi dell’etica all’intelligenza artificiale. Nel Carcere femminile della Giudecca a Venezia, dove ha sede l’esposizione della Santa Sede, con le detenute ad accompagnare i visitatori, a un certo punto si leva una scritta al neon che brilla: “Siamo con voi nella notte”. È un raggio nell’oscurità, una torcia che non illumina solo le periferie esistenziali ma anche quelle galattiche. È la nuova postura interstellare della Santa Sede. La grandezza dell’umano che veglia sull’intelligenza delle macchine, che fino a prova contraria, non possono ancora pregare. * Inserito all'interno del diciannovesimo Dispaccio troverete il racconto di Fabrizia Sabbatini, co-direttrice della collana editoriale di Pangea per il Gruppo Editoriale MAGOG, che ha curato la selezione dei versi nel Carcere femminile della Giudecca per il Padiglione della Santa Sede alla Biennale d’arte di Venezia.
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Si diradano le nubi su Ustica

Le rivelazioni di alcuni ex militari in servizio a Solenzara (Corsica) la notte del 27 giugno 1980 confermano l’orientamento giudiziario della Cassazione e la tesi espressa da Giuliano Amato: i caccia francesi, nel tentativo di colpire aerei libici, provocarono – per errore – l’esplosione del DC9 ITAVIA.

È tutta una questione di legge elettorale

Per la gioia di politologi e aspiranti tali, il voto parallelo nel Regno Unito e in Francia ha dimostrato la fondamentale importanza delle regole del gioco. Sta tutta qui la differenza fra stabilità e instabilità. Come Londra, anche Parigi si prepara ad ospitare un Primo Ministro di sinistra, tutto il contrario di quanto ci si aspettava fino a qualche giorno fa, quando Bardella già si sentiva a Hôtel Matignon, mentre adesso il nuovo inquilino andrà pescato fra i giovani rampanti del precario Nuovo Fronte Popolare.

Fare gli italiani per rifare l’Italia

A 163 anni dall'unità d'Italia, il Paese ancora lotta con la coesione nazionale. Se da una parte condividiamo lingua e cultura, dall'altra il debole senso di unità continua a minare la nostra capacità di definire una strategia nazionale. La nostra difficoltà nel rispondere a tre domande fondamentali – chi siamo, di cosa abbiamo bisogno e quali sono i nostri limiti – riflette una mancanza di autocoscienza. Senza una chiara comprensione della nostra identità storica e culturale, rischiamo di rimanere ostaggi delle percezioni e stereotipi d'oltre confine. Per costruire una strategia nazionale efficace, dobbiamo prima affrontare questi problemi di identità e coesione.

Interviste

a cura di Filippo Romeo

«L’Italia è il ponte naturale con l’Africa, ma le classi dirigenti del nord stentano a capirlo». L’autonomia differenziata secondo il Prof. Adriano Giannola

La particolarità dell’Italia è costituita dalla sua ubicazione geografica che la rende un “bene posizionale” la cui valorizzazione passa dal potenziamento della parte meridionale, utile a proiettare il Paese e l’intera Europa verso i nuovi mercati orientali e africani, attraverso l’armonizzazione e l’integrazione delle infrastrutture di trasporto, il potenziamento dei retroporti e i collegamenti con le aree interne oggi afflitte da spopolamento e crisi demografica. Il rischio che si corre con la “legge Calderoli”, che dà attuazione al riformato Titolo V della Carta costituzionale, è di fare imboccare al Paese una direzione completamente differente, con effetti significativi sull’intero comparto logistico che sconterebbe le inefficienze di quello meridionale incapace di esprimere le proprie potenzialità, in uno scenario internazionale in cui i rinnovati processi di globalizzazione e il nearshoring conferiscono ulteriore valore all’area del Mediterraneo. Un Mezzogiorno debole e un sistema logistico frazionato e disarticolato comprometterebbero, infatti, l’intero sistema Paese che dipende dal mare per buona parte delle sue importazioni ed esportazioni. Per comprendere l’essenza della riforma Calderoli e l’impatto che ne potrebbe derivare sul Paese, abbiamo intervistato il Prof. Adriano Giannola Presidente della SVIMEZ. -Lo scorso 16 giugno è stato approvato il disegno di legge “Calderoli”. Potrebbe illustrarci il suo pensiero sul provvedimento? Nel 1947 i padri costituenti discussero a lungo e inserirono in Costituzione il Mezzogiorno per dare un segnale di consapevolezza verso una delle priorità fondamentali che avrebbe dato senso alla Repubblica: l’unificazione economica, oltre che giuridica, del Paese. Successivamente, con la riforma del Titolo V, venne inserita in Costituzione l’autonomia differenziata non come obbligo, bensì come opportunità che si può concedere. Il disegno di legge Calderoli è stato interpretato in tutti i modi tranne che, a mio avviso, in quello più opportuno. Ritengo, infatti, si tratti di un’abile messa in scena per eludere quanto previsto dalla Costituzione per la realizzazione della famosa autonomia differenziata. Infatti, leggendo l’art. 116 comma 3 nella parte conclusiva troviamo che “l’autonomia differenziata si deve fare in armonia con l’attuazione dell’art.119.” Sitratta del famoso art.119, da cui è stato tolto il Mezzogiorno dei padri costituenti ed inserito un sistema di fondi perequativi senza vincoli di destinazione a favore delle realtà fiscalmente più deboli, in modo da garantire i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) di cui all’art.117 comma 2, vale a dire le garanzie fondamentali dei diritti civili e sociali di cittadinanza: salute, istruzione e mobilità. Sostanzialmente, l’art.119 è quello che fa riferimento a un federalismo di carattere cooperativo, dove ognuno ha gli stessi obblighi e gli stessi diritti. Calderoli, sapendo perfettamente che i famosi LEP, così come i fabbisogni essenziali di finanziamento e i costi standard, non sono mai stati definiti e che la definizione avrebbe posto delle problematiche - trovandoci oggi di fronte all’evidenza di livelli di prestazioni fortemente disomogenei a sfavore delle regioni a minore capacità fiscale - ha adoperato un marchingegno che ha distolto l’attenzione dal vero cuore della riforma, che è passato del tutto in osservato alla grande stampa e alla grande comunicazione di massa. -E qual è il vero cuore di questa legge? Il vero cuore di questa riforma è l’art.4 il cui comma 1 prevede che per tutte le materie per le quali bisogna fissare i LEP (art. 117 comma 2) non si può procedere a chiedere e contrattare un aumento di autonomia e, quindi, un’autonomia differenziata. Questo significa, intanto, che per altri due anni, finché i LEP non verranno fissati, se mai verranno definiti, prevarrà la spesa storica, quindi la disuguaglianza. Mentre il comma 2 dell’art.4 prevede che per tutte le materie che non hanno bisogno dei LEP si può procedere immediatamente alla stipula delle intese con le risorse vigenti alla legislazione attuale e, quindi, con la spesa storica. -Sostanzialmente, mi sembra di capire che tutta la legge si metta in moto per le materie non LEP. Il resto rimane bloccato alla spesa storica. E’ così? Esattamente. Infatti, queste materie non LEP vengono trasferite con le intese e si rifanno comunque alla spesa storica, divenendo estremamente penalizzanti per il sud. Inoltre, tutto ciò risulta completamente disarmonico rispetto all’art. 119 presente in Costituzione che prevede i fondi perequativi e che ha una sua legge di attuazione, la legge 42 del 2009 firmata dallo stesso Calderoli, che in maniera molto equilibrata si prefigge lo scopo di eliminare la spesa storica. Purtroppo, la politica italiana è stata incapace nel corso di questi anni di attuare questa legge e oggi ne abbiamo un’altra addirittura contraria e stiamo dando seguito ad un’opportunità prevista dalla Costituzione - che, pur se non condivido, non posso negare - nel modo più becero e contrario che possiamo fare, ovvero congelando la spesa storica. -Come avvengono le intese? Le intese sono come accordi tra Stati. Una volta firmate dal Presidente del Consiglio e dal Presidente della Regione, e approvate dal Parlamento a maggioranza assoluta degli aventi diritto sono immodificabili e irreversibili. La spesa storica, pertanto, rimane garantita fino all’eternità su quei privilegi che il nord ha in merito a tutte quelle materie, quali ad es. le infrastrutture, su cui la Regione diventa sovrana. -E, quindi, come si coniuga questa legge con l’eventuale riforma sul Premierato? Ecco, qui subentra la grande contraddizione perché lo Stato centrale attraverso queste intese si spoglia della sovranità su questioni di grande rilevanza strategica quali la protezione civile, le strade, le autostrade i porti e le altre infrastrutture di trasporto. Sostanzialmente, il paradosso è che lo Stato viene spogliato della sovranità in un periodo storico in cui il Governo intende introdurre il Premierato. -E quali potrebbero essere le reazioni del sud? Reagirà da neoborbonico con il rischio di disgregazione per il Paese, accentuato dal fatto che a quel punto è probabile che l’Unione Europea focalizzerà le proprie attenzioni più su Milano che su Napoli. MI faccia aggiungere un’altra cosa…. -Prego… Questa è la tappa di un disegno che affonda le radici nel 2001 con il progetto del “grande nord”, attraverso il quale il centrosinistra di allora provava a catturare la Lega, i mitici distretti industriali e i padroncini. Trova supporto nel comma 8 dell’articolo 117 che prevede che le Regioni, con legge regionale, possono introdurre istituzioni comuni - un parlamento - per gestire interessi comuni e cioè la sovranità che hanno ricevuto. Questo, purtroppo, potrebbe portare un domani ad un ulteriore passo, previsto appunto dalla Costituzione, ovvero la riunificazione delle Regioni del nord, finalizzata a fronteggiare la grande crisi che le attanaglia. Una crisi dalla quale Calderoli prova a venir fuori attraverso questo disegno di legge che assicura la spesa storica. Il tutto mentre l’Europa ci concede 200 miliardi di PNRR per sanare la questione della coesione sociale e per fare dell’Italia un’avanguardia dell’Europa nel Mediterraneo. -Quali potrebbero essere le conseguenze per il Paese? La conseguenza sarà una paralisi italiana in un momento in cui il PNRR dovrebbe risvegliare il Paese concedendo una prospettiva di sviluppo dopo il 2026. Ma, per garantire questo sviluppo purtroppo non basta fare quella che io definisco “la manutenzione di lusso” del sistema Italia, ma occorre un chiaro disegno sul Paese, individuando le sue debolezze e riconoscendo che al momento il sud è l’unica prospettiva su cui fissare i paletti fondamentali per far riprendere all’Italia il ruolo che gli spetta all’interno di tutta l’Unione Europea, con particolare riguardo alla prospettiva euro-mediterranea e africana. L’Italia è il ponte naturale con l’Africa, ma le classi dirigenti del nord stentano a capirlo al punto che nel 2018 l’ex rettore della Bocconi [Guido Tabellini, ndr] in un articolo apparso sul Foglio affermava: “Occorre capire che bisogna far correre Milano anche a costo di rallentare Napoli”. Questa è ancora la soluzione che serpeggia sotto traccia e che non è stata ancora sconfessata. -Quali altri aspetti critici la legge potrebbero produrre? Si pensi alla previdenza complementare, quando intende dare spazi di flessibilità contrattuale in ambito scolastico e nella sanità. In particolare, per quando riguarda la sanità, le Regioni che carenti di medici, ma dotate di risorse, potrebbero prevedere condizioni contrattuali più favorevoli e in grado di attrarre i medici che ad oggi operano nelle regioni meno ricche con la conseguenza di accentuare ulteriormente l’immigrazione sanitaria. Si pensi anche agli incentivi finanziari per attrarre imprese. Sostanzialmente, così operando, si innescherebbe un processo di competizione con le politiche di coesione europee portate avanti fino a ora, che marginalizzerebbe ulteriormente il meridione le cui Regioni sono già relegate tra le ultime sette d’Europa. Si rischia, dunque, di entrare in una nuova spirale dettata principalmente dalla condizione di attuale debolezza in cui versa il nord che sta cercando di attuare strategie difensive e, nel far ciò, attacca in maniera del tutto involontaria la parte meridionale del Paese, percepita come una palla al piede, un territorio che assorbe risorse e le utilizza in modo inefficace. La situazione è, tuttavia, ben diversa in quanto il sud semplicemente non ha risorse e quelle che ha sono solo spesa corrente e molto clientelare. Se il PNRR fosse stato utilizzato per realizzare e ammodernare le infrastrutture di trasporto, con una visione organica e ben precisa, avremmo dato un’opportunità di crescita al sud, che sarebbe stata anche più veloce di quella del nord e ciò grazie alla spesa in conto capitale che è quella con il più alto moltiplicatore che, se bene impiegata, può di certo cambiare la struttura del Paese. A tal riguardo, basti pensare il ruolo che avrebbero potuto giocare gli otto porti del meridione (Taranto, Bari, Brindisi, Napoli, Salerno, Gioia Tauro, Augusta, Palermo) se fossero stati interconnessi e inseriti in un efficiente sistema intermodale, dotato di relative zone economiche speciali nei retroporti e il collegamento stabile con la Sicilia. Avremmo, senz’altro, realizzato la Rotterdam europea del Mediterraneo, nonché fatto del Mediterraneo l’Hub logistico della nuova globalizzazione, polo di grandi traffici tra Europa, Africa, Medio Oriente e Oriente. Noi, infatti siamo un bene posizionale, in quanto non ci sono altri competitor che godono della nostra medesima posizione geografica e, in particolare, quella che contraddistingue i porti del Mezzogiorno. Fattore che ci offrirebbe anche maggiore potere contrattuale. Tuttavia, per renderli efficienti è indispensabile una logistica di valore che integri il sud con il nord e con l’Europa. -Ma la zona economica speciale unica per il Mezzogiorno potrebbe costituire un primo tassello per un simile processo? Purtroppo no, perché priva di visione strategica. La zona economica speciale unica depotenzia gli otto porti. E’ un concetto del tutto differente, in quanto, le zone economiche speciali legate ai porti sono caratterizzate dai privilegi fiscali doganali e, dubito, che la zona economica speciale unica li possa garantire. Non credo possano dare a tutto il meridione l’esenzione doganale in quanto “non è l’Irlanda”, ma fa parte di un sistema Paese. -In un mondo caratterizzato dal controllo e dall’armonizzazione delle reti infrastrutturali, utilizzate anche come leva di potenza, a quali rischi vengono esposte le nostre infrastrutture oltre a quello di ulteriore disarticolazione? E quali potrebbero essere gli effetti sullo sviluppo italiano ed europeo se, appunto, consideriamo l’Italia come cuspide verso la parte sud orientale del globo? Lo sviluppo e la tenuta del sistema infrastrutturale è fondamentale, pertanto mi auguro che nelle intese, per quanto riguarda strade, autostrade, porti e retroporti, possa prevalere il senso di responsabilità e l’interesse nazionale. Ovviamente, tutto ciò rende ancora più complicata la gestione delle infrastrutture strategiche. I rischi che intravedo potrebbero essere posti dalla finanza internazionale per mezzo dei fondi speculativi, che agiscono in modo spietato e che sono alla ricerca di infrastrutture strategiche su cui investire. Basti pensare al fondo KKR, a cui è stata ceduta la nostra rete delle telecomunicazioni, considerato poco affidabile in quanto ha già fatto fallire molte aziende negli Stati Uniti abbandonandole al proprio destino. Vi è da dire, tuttavia, che vi sono fondi più sicuri, per loro natura non speculativi ma orientati a promuovere progetti da gestire, che sarebbero anche pronti a venire ad investire in Italia, ed in particolare al meridione, per via del suo enorme appeal chiedendo come contropartita un efficientemento infrastrutturale e il collegamento stabile dello stretto di Messina.
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Interviste

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«L’Italia è il ponte naturale con l’Africa, ma le classi dirigenti del nord stentano a capirlo». L’autonomia differenziata secondo il Prof. Adriano Giannola

«Nel 2018 l’ex rettore della Bocconi [Guido Tabellini, ndr] in un articolo apparso sul Foglio affermava: “Occorre capire che bisogna far correre Milano anche a costo di rallentare Napoli”. Questa è ancora la soluzione che serpeggia sotto traccia e che non è stata ancora sconfessata.»
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«Il Nuovo Fronte Popolare è un nido di vipere in cui tutti si odiano ma continuano ad accoppiarsi per mantenere il loro habitat». Michel Onfray e l’Apocalisse francese

«Macron è un narcisista, un bambino viziato intollerante a qualsiasi frustrazione, capace di distruggere il suo giocattolo, la Francia, senza alcun rimorso. Bardella? Sembra animato da un'intelligenza artificiale. Glucksmann? Il prototipo del radical chic che si sente più a suo agio a New York che non in Piccardia»
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«Se un sacco di problemi pratici potrebbero in futuro essere risolti dall’AI, allora quale sarà il nostro ruolo nel mondo?». L’utopia profonda di Nick Bostrom

In un'intervista con Federico Magrin, il filosofo dell’intelligenza artificiale Nick Bostrom parla dell’uscita dalla gabbia accademica e di Deep Utopia - l'ultimo suo saggio uscito lo scorso marzo - dove cerca d'indagare quale sarà la ragione d'essere dell'umano in un mondo dominato dell'AI senza più problemi di carattere pratico.
«Se un sacco di problemi pratici potrebbero in futuro essere risolti dall’AI, allora quale sarà il nostro ruolo nel mondo?». L’utopia profonda di Nick Bostrom

«Berlusconi è stato lo sciamano che ha messo in moto gli spiriti ancestrali del nostro Paese». L’arcitaliano secondo Pietrangelo Buttafuoco

Il racconto del più italiano fra gli italiani è stato messo nero su bianco in Beato Lui (Longanesi, 2023). Abbiamo raggiunto il suo autore per discutere della maschera che ha dominato la politica italiana dal 1994.
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«Questo è un luogo antistorico, un luogo schizofrenico, vive immerso nella storia. Si potrebbe dire che i cittadini della regione conoscano ogni singola pietra su cui camminano.» I Balcani nella visione del Professor Laris Gaiser

Con una lunga carriera accademica alle spalle, affiancata a un'intensa attività saggistica, Laris Gaiser può dirsi uno dei massimi esperti in merito agli affari balcanici. A lui ci siamo affidati per analizzare come si sta sviluppando la politica della regione, fra influenze orientali, tensioni interne, e un disincanto generalizzato verso l'Italia.
«Questo è un luogo antistorico, un luogo schizofrenico, vive immerso nella storia. Si potrebbe dire che i cittadini della regione conoscano ogni singola pietra su cui camminano.» I Balcani nella visione del Professor Laris Gaiser

La diplomazia dell’auto elettrica

Dopo che gli Stati Uniti hanno introdotto i dazi sul settore elettrico cinese, L'UE è alla ricerca di un difficile equilibrio che bilanci gli interessi geopolitici e quelli nazionali. La Germania ha espresso contrarietà. L’Ungheria è ostile, Byd l’ha scelta per le sue fabbriche. La Svezia di Volvo è dubbiosa. La Francia guida la manovra “protezionista”. Italia e Spagna seguono la sorella latina, tra legittimazione atlantica del governo e protezione di filiere deboli.

Israele con le spalle al muro

L’attacco di Hamas è stato l’11 Settembre d’Israele poiché ha sancito la funesta cesura fra una percezione d'apparente invulnerabilità e la sua scomparsa. Ma rappresenta anche la fine di una convergenza parallela fra Tel Aviv e l'Occidente. Il vallo orientale fra il mondo dei buoni e quello dei cattivi ha perso ogni ragion d'essere, così come il credito politico su cui si fondava la Nazione, finito bruciato assieme a Gaza.

Julian Assange nella dialettica fra Stato e individuo

La vicenda del fondatore di Wikileaks offre l’opportunità per una riflessione sui valori di fondo della civiltà occidentale e sulle radici delle sue inevitabili tensioni interne. L’ideale liberale fu concepito come progetto politico a favore dell’individuo e contro la "latente tendenza autoritaria dello Stato", il quale è però tappa obbligata per ogni ideale politico che aspiri a realizzarsi nella storia. Ne deriva una dialettica intrinseca, per cui il governo che si fa portatore della preminenza dell’individuo, se ne fa al contempo, fatalmente, traditore.

Confessioni

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Antonio Funiciello, nell’anticamera del potere

"La mostruosità della leadership comincia da qui: da questi occhi giganteschi e deformi, assai simili a quelli delle mosche nel rapporto col resto del cranio, con un campo visivo eccezionalmente esteso. Alla maniera di questi insetti, i leader sono in grado di percepire il tempo in modo rallentato e dilatato, scorgere dettagli e pericoli che noi follower nemmeno possiamo immaginare. È una dote certamente innata, ma che per maturare in talento, necessita di una lunga pratica."
Antonio Funiciello, nell’anticamera del potere

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Terza via all’italiana

Oggi la politica si fa sui social. Deputati e quadri di partito intervengono più volte al giorno, lanciando in rete commenti spesso acefali e sragionevoli, senza preoccuparsene più di tanto in quanto l’obiettivo è far rumore, alimentando la battaglia di risposte fra ammiratori e detrattori. Questo modus operandi, che oscilla tra lo spregiudicato e il patetico, è il prodotto di due fenomeni legati alla natura delle piattaforme social, rispetto ai quali è quasi impossibile restare imparziali. Il primo deriva dalla quantità potenzialmente infinita di immagini, tweet e video dalle quali l’utente è inondato ad ogni suo accesso. Tale bulimia indebolisce la memoria storica, piegandola sul brevissimo termine: un grave commento espresso da una personalità politica spesso suscita scandalo per un solo giorno, viene bollato come gaffe e successivamente dimenticato dalla maggior parte dell’opinione pubblica. La seconda problematica è forse madre della prima. La facilità di comunicare con gli altri utenti, a portata di clic, dà sfogo ad una delle pulsioni più ancestrali dell’uomo, l’istinto. Spesso le opinioni o i commenti che vengono pubblicati rispetto a un fatto di cronaca non sono il frutto di un processo riflessivo ma piuttosto di un’azione impulsiva, a caldo. Tutto ciò è estremamente regressivo. Se dalla distopia che viviamo di fronte al nostro telefono, che è in effetti la realtà, indossassimo gli stivali delle sette leghe per compiere un salto nello spazio-tempo, potremmo ritrovarci in una notte di ottant’anni fa, in compagnia di due figure inseguite per le langhe piemontesi da un manipolo di soldati dalla Repubblica di Salò. La prima di queste figure, Vittorio Foa - già prigioniero politico e futuro dirigente sindacale -, ricorda di aver vagato per alcuni giorni in compagnia di un giovane partigiano giellista fuggito dal confino, e chiamato Nada. Quest’ultimo aveva necessità di nascondere, almeno fino alla fine della guerra civile, un pacco che portava nella tasca della giubba. Il pacco in questione trovò dimora, quella stessa notte, sotto i mattoni in cotto di un casolare disperso fra le colline. Nelle turbolenze di quei giorni, con lo stato deflagrato lungo le sue disgrazie politiche e militari, l’oggetto racchiuso nella carta da zucchero, poteva essere indispensabile a ricostruire, almeno simbolicamente, un ordine civile nella Penisola. Il pacco conteneva la prima edizione dell’Esprit des Lois di Montesquieu; il partigiano che voleva conservarla era Franco Venturi, colui che divenne un insigne storico dell’illuminismo. Considerando il totale abbandono della cultura da parte di qualsiasi esponente politico, indipendentemente dalla fazione cui essi appartengono, la figura di Venturi si fa necessaria. Il messaggio che l’intellettuale lasciò di quegli anni traspare dai suoi articoli dell’esilio: l’esercizio allo studio ed il sapere non possono mai essere disgiunti dalla militanza politica. Nella giovinezza di Venturi, infatti, è imprescindibile il nesso fra studio dell’illuminismo e lotta politica. Essi non potevano essere scissi poiché, se nel XVIII secolo, i philosophes più radicali misero la loro elaborazione intellettuale al servizio degli umili, contro l’ignoranza e i privilegi; così la tragica realtà della Guerra Mondiale domandava agli intellettuali coevi un ritorno alle sorgenti del pensiero: un necessario illuminismo per ripensare le vicende degli ultimi vent’anni e sciogliere la matassa sui motivi che avevano portato il fascismo al potere. Era richiesta una grande sensibilità storica che non disgiungesse il passato dal presente ma che anzi, utilizzasse il primo per dare una spiegazione al secondo. Roma, Dicembre 2023. XIII Martedì di Dissipatio Dal punto di vista pratico l’attività politica di Venturi si sviluppò - oltre che con la militanza partigiana -, attraverso gli articoli scritti sui quaderni di «Giustizia e Libertà» e nel circolo della rivista, dove subirà il fascino del suo compagno più anziano, Carlo Rosselli e della sua raffinata elaborazione intellettuale, il socialismo liberale. All’epoca i giellisti, da un lato, presero le distanze dagli intellettuali della generazione precedente, affiliati alla Mazzini Society - come Gaetano Salvemini e lo stesso padre di Venturi, Lionello -, i quali riponevano tutta la loro fiducia nelle democrazie occidentali riconosciute come unico strumento di opposizione al fascismo. Sia, dall’altro, da tutta la massa di militanti antifascisti che riteneva, che dopo la guerra, si potesse ripristinare una libertà ricalcata sul mondo di ieri. Questo non era accettabile in quanto erano state le contraddizioni dell’Italia liberale e la scorretta interpretazione del Risorgimento che avevano portato alla marcia su Roma. L’antifascismo giellista consisteva, come scrive Michele Battini: «Nella lotta antiautoritaria, anticapitalistica e morale contro la patologia degenerativa della società: la disgregazione di tutte le vecchie forme di cultura, che aveva procurato anche la morte delle ideologie antifasciste liberale, socialista e repubblicana». Negli obbiettivi del gruppo occorreva «ripensare daccapo» il passato poiché era necessaria una  rivoluzione intellettuale e morale per rompere con l’autobiografia della nazione […] non solo politica ma umana, perché tutto il vecchio mondo politico liberale, democratico, socialista aveva dichiarato un tragico fallimento morale. (M. Battini, Necessario Illuminismo. Problemi di verità e problemi di potere, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2018, p. 39.) C’era bisogno di rinnovamento. Questa istanza era stata compresa in quegli anni anche da Togliatti quando, in un discorso pronunciato nel 1944, di fronte ai compagni della federazione romana, sottotraccia cercava di far capire ai militanti che il vecchio PCd’I - rivoluzionario-leninista, annullato dal fascismo a lunghi anni di clandestinità - avrebbe, per necessità dei tempi, abbandonato la sua veste rivoluzionaria per diventare un partito nuovo, operante all’interno dello Stato, in competizione democratica con altri partiti. «Perché nel ’44-45, Togliatti ripete in modo ossessivo […]: che il PCI dev’essere “nuovo” e “nazionale”? Non è retorica. Togliatti […] cerca di far capire al corpo dei militanti (convinti acriticamente e ‘sentimentalmente’ che la Resistenza potrebbe costituire l’antefatto del progetto di rivoluzione socialista sulla cui base il Partito era nato) che non è così. Cerca di far capire che il fatto macroscopico della vittoria (a suo tempo) del fascismo, della sua lunga durata e del suo radicamento […] impongono, ad un Partito che può anche continuare a denominarsi “comunista”, una strategia del tutto nuova. Una strategia incentrata sulla democrazia politica.» (L. Canfora, La metamorfosi, Bari, Laterza, 2021, pp. 21-2.) Ma qual era il fondamento del Socialismo liberale teorizzato dagli intellettuali di Giustizia e Libertà? Esso era un socialismo che prendeva le distanze da quello sovietico, criticandone il totalitarismo statalista e la pianificazione (il cosiddetto “Termidoro russo”), proponeva un sistema economico misto, ambiva a costituire un movimento che innescasse una rivoluzione antifascista che fosse però classista in senso operaio. Il nome stesso, unione di due ideologie apparentemente antitetiche, si origina dall’"idea che il socialismo fosse storicamente non l’antitesi, ma la continuazione del liberalismo classico". Questa affermazione si giustifica col fatto che: «Il liberalismo è stato ed è tuttora una grande forza rivoluzionaria, e come tale è destinato ad attuarsi “in tutte le forze attive, rivoluzionarie della storia”. Non c’è dubbio che oggi la forza attiva e rivoluzionaria della storia sia il proletariato. Dunque il socialismo, in quanto riconosce come suo soggetto storico il movimento operaio, non solo è rispetto al liberalismo l’erede storico, ma è anche concretamente il nuovo esecutore dello spirito liberale. Chi si muove fiduciosamente in favore degli oppressi si muove “nello spirito del liberalismo e nella pratica del socialismo”.» (N. Bobbio, Introduzione, in C. Rosselli, Socialismo liberale, Torino, Einaudi, 1997 (1930), p. XLIII) Tuttavia, il pensiero del giovane Venturi, pur essendo in continuità con la linea teorica rosselliana, ne è, allo stesso tempo, un avanzamento intellettuale. Dalla critica al suo tempo Venturi comprese che il socialismo, allontanandosi dalla degenerazione sovietica, avrebbe dovuto sposare le istanze delle sue origini illuministiche promuovendo un sistema sociale che non fosse classista, esclusivo per la classe operaia, ma adatto a tutti i cittadini, nel solco del più genuino pensiero democratico.      
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