Dollari e prestigio

Con milioni di dollari distribuiti tra Harvard, l'MIT e decine di ricercatori di fama internazionale, Jeffrey Epstein si è costruito per quasi trent’anni un posto d’onore nel mondo accademico. Credibilità culturale in cambio di finanziamenti per un sistema cronicamente a corto di risorse. Nemmeno la condanna per prostituzione chiuse quelle porte, e la vicenda mostra quanto sia permeabile la ricerca quando rimane a secco di fondi pubblici.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La generazione cosmica è chiamata al "salto quantico"

Il MAXXI di Roma ospiterà il prossimo 10 ottobre 2026, per un’intera giornata, la seconda edizione di Bayram, l’iniziativa che quest’anno assume come titolo e come chiave interpretativa “Il salto quantico”, un’espressione mutuata dalla fisica quantistica per descrivere quella transizione discontinua e irreversibile che sembra oggi attraversare gli equilibri tra guerra e pace, in un momento storico che appare sempre meno come frattura improvvisa e sempre più come una riscrittura progressiva delle regole con cui si era abituati a leggere il mondo. Proprio qui, al Museo MAXXI di Roma, circa un anno fa abbiamo lanciato una piattaforma culturale generazionale chiamata “Bayram”. Dopo una giornata intensa che ha visto la partecipazione di circa 80 ospiti e 2mila partecipanti, abbiamo provato immaginare il futuro interrogandoci su una domanda necessaria, esistenziale, futurologica: “come sarebbe il mondo se le cose andassero diversamente?” Ora non vogliamo fermarci, vogliamo continuare il nostro viaggio interstellare e tracciare un solco narrativo e di riflessione profonda per decodificare il presente e ricodificare il futuro: Sabato 10 ottobre 2026 dalle ore 10 quella stessa “generazione cosmica” che un anno fa si è riunita qui è chiamata a fare “il salto quantico”, sì, perché “Il salto quantico” sarà proprio il titolo di questa seconda edizione di Bayram. Nella fisica quantistica, questo concetto descrive un cambiamento radicale, una transizione discontinua e irreversibile, un passaggio di stato energetico che non segue i parametri e i perimetri tradizionali. Le “regole del gioco” stanno mutando. Tecnologie quantistiche ed intelligenza artificiale stanno rifondando simultaneamente la sicurezza, la diplomazia, la finanza, la politica, l’energia, la guerra e la pace. La profezia è prima di tutto un codice con le sue leggi non scritte.

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Nata come centrale permanente di idee e visioni, Bayram si propone di mettere in relazione discipline che la tradizione accademica ha spesso tenuto separate, dalla fisica alla teologia, dalla poesia alla tecnologia, dalla filosofia all’astrofisica, nella convinzione che solo un confronto aperto tra linguaggi distanti possa restituire una qualche capacità di orientamento in un’epoca dominata dal calcolo delle probabilità piuttosto che dalla certezza delle leggi. Le tecnologie quantistiche e l’intelligenza artificiale occuperanno una parte centrale della riflessione, imponendo una lettura che tenga insieme l’innovazione scientifica e le sue ricadute etiche, la tecnopolitica emergente e le sue implicazioni sul piano internazionale. Il MAXXI, con la propria vocazione a ospitare l’incontro tra arte, architettura e ricerca contemporanea, offre la cornice naturale per una giornata che si annuncia come punto di riferimento nel dibattito culturale italiano sui temi della tecnologia, della geopolitica e del futuro condiviso.

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Interviste

a cura di Francesco Subiaco

Sir David Omand: «L'intelligence deve illuminare le decisioni, non sostituirsi alla politica»

Nei romanzi di Graham Greene e John le Carré, le spie abitano un mondo di ombre, mezze verità e fedeltà incerte, dove il confine tra conoscenza e illusione è sottile quanto quello tra amico e nemico. Sir David Omand quel mondo lo ha conosciuto dall'interno, attraversandone per decenni i corridoi più riservati. Già direttore del GCHQ (Quartier Generale delle Comunicazioni del Governo) e coordinatore dell'intelligence del governo britannico, oggi professore al King's College di Londra, Omand è uno dei migliori interpreti della tradizione britannica del segreto. Dalla Guerra fredda alla Russia di Putin, dalle ossessioni del Cremlino ai fantasmi dell'intelligenza artificiale, nei suoi libri si trova la migliore lezione sull'incertezza del potere e sulla fragilità delle nostre certezze nella nuova era delle spie. Perché, come avrebbe potuto scrivere le Carré, il peggior inganno non è sempre quello orchestrato dal nemico, ma quello che gli uomini costruiscono per convincere sé stessi.

— È stato direttore del GCHQ e coordinatore per la sicurezza e l'intelligence del governo britannico. Che cosa le hanno insegnato queste esperienze? E quale è il centro del suo libro su come pensano davvero le spie?

Ho intitolato il mio libro How Spies Think, con il sottotitolo Dieci lezioni di intelligence, per condividere quanto avevo imparato sia all'interno dei servizi sia come responsabile politico destinatario delle loro valutazioni. La lezione:  la nostra conoscenza del mondo è frammentaria, incompleta e talvolta sbagliata. Vale tanto per l'enorme quantità di informazioni pubblicamente disponibili quanto per quelle ottenute da fonti segrete. non possiamo presumere di disporre di un quadro affidabile prima di prendere decisioni cruciali. E non possiamo costruire una politica di sicurezza sull'aspettativa che i servizi ci avvertano in tempo di ogni minaccia.

— Come valutare, allora, le informazioni che riceviamo prima di agire?

Nel libro riassumo il metodo con la sigla SEES: consapevolezza della situazione, spiegazione, stima e preavviso strategico. Anzitutto dobbiamo capire che cosa sta accadendo, dove e quando, verificando l'affidabilità delle fonti e facendo attenzione agli inganni deliberati. Poi dobbiamo spiegare perché riteniamo di trovarci davanti a quella situazione. È difficile, soprattutto quando si tratta di attribuire azioni che l'avversario vuole nascondere, come i sabotaggi russi nella zona grigia o gli attacchi informatici criminali. Spiegazioni differenti producono stime differenti sugli sviluppi possibili e sulla reazione dell'avversario alle nostre mosse. Infine, i responsabili politici devono ricevere quanto prima un preavviso sui cambiamenti di lungo periodo e sulle minacce emergenti. Spesso questo deriva dallo studio attento delle fonti aperte, più che da una particolare informazione segreta.

— Mi colpisce l'importanza che attribuisce alla spiegazione nell'analisi d'intelligence. Perché la distingue dalle altre fasi?

La spiegazione dovrebbe nascere dalla valutazione di tutte le fonti disponibili, compresa la storia dei gruppi e dei Paesi coinvolti. Nel 2018 il Joint Intelligence Committee britannico concluse che l'attacco con l'agente nervino Novichok a Salisbury, contro Sergei Skripal e sua figlia, era un'operazione clandestina di ufficiali dell'intelligence militare russa. L'attacco causò la morte di una cittadina britannica. Furono esaminate ed escluse le spiegazioni alternative, comprese quelle diffuse dalle autorità russe per confondere le acque. Il primo ministro espulse 23 diplomatici russi; altri venti Paesi seguirono l'esempio. Le conseguenze di una spiegazione possono dunque essere enormi. Lo sarebbero anche quelle di una spiegazione sbagliata: pensi a quando interpretammo gli ostacoli posti da Saddam Hussein agli ispettori internazionali come un'ulteriore prova del tentativo di nascondere armi proibite.

— Quanto considera significativo il rischio che gli analisti pieghino le proprie conclusioni alle aspettative dei responsabili politici?

È un pericolo costante quando i governi non rispettano il diritto dei professionisti a formulare giudizi indipendenti e a presentarli senza timore. I governi non sono obbligati a seguire il parere degli esperti, ma devono prenderlo seriamente in considerazione e saper spiegare perché lo respingono. È ciò che ci aspettiamo da una democrazia, non da un'autocrazia. Il problema sembra essersi manifestato nelle valutazioni consegnate a Putin prima dell'invasione dell'Ucraina. È difficile immaginare che FSB e SVR non avessero compreso che gli ucraini avrebbero resistito e che Zelensky non sarebbe fuggito da Kiev, lasciando il potere a un dirigente scelto da Mosca.

— Esistono dunque pericoli quando i governi pretendono lealtà politica dai capi dell'intelligence, come sembra richiedere il presidente Trump?

Il presidente degli Stati Uniti ha il potere legale di nominare gli alti funzionari, secondo le procedure di conferma previste. Ma è stato insolito destituire dirigenti di massimo livello dei servizi, della sicurezza e delle forze armate semplicemente perché nominati dall'amministrazione precedente. È accaduto al direttore della NSA, che comandava il Cyber Command, e al suo vice. È una perdita considerevole di competenze per la sicurezza americana e per la cooperazione dei Five Eyes, . Quando i leader screditano il parere professionale e oppongono ai fatti convinzioni personali, incoraggiano valutazioni distorte. Il rischio aumenta se i funzionari ritengono che il loro posto dipenda dal compiacere i superiori.

— Quali sono, oltre alla pressione politica, le altre fonti di distorsione nelle valutazioni?

Nell'ultima lezione del libro sostengo che sono i nostri demoni interiori a trarci più facilmente in inganno. Tutti soffriamo di pregiudizi inconsci: il bias di conferma ci porta a privilegiare ciò che rafforza le nostre convinzioni; l'ancoraggio ci fa attribuire troppo peso alla prima informazione ricevuta; la perseveranza ci induce a mantenere un giudizio di fronte a prove contrarie. Proprio perché sono inconsci, abbiamo bisogno che altri ce li facciano notare. Per questo dico che l'analisi d'intelligence è uno sport di squadra.

— Dopo gli errori sulle armi di distruzione di massa in Iraq, quanto soffre ancora l'Occidente di queste distorsioni?

Ne sono derivati cambiamenti concreti: l'analisi è diventata una professione specialistica nell'amministrazione, con una formazione più intensa, un College of Analysis coordinato dal Cabinet Office e maggiori possibilità di scambio tra analisti. Ma gli eventi del 2002-2003 proiettano una lunga ombra. Nel 2022 i servizi britannici e americani individuarono correttamente l'intenzione di Putin di usare la forza contro il governo ucraino e di costruire un pretesto con un'operazione sotto falsa bandiera. Alcuni partner non credevano che Putin avesse mentito loro.

Roma, Ottobre 2026. XXXVI Martedì di Dissipatio

— Come capire il potere russo?

Dobbiamo anzitutto capire come i servizi russi concepiscono il loro compito. Le agenzie occidentali raccolgono informazioni per rispondere alle esigenze dei governi in materia di difesa, politica estera e sicurezza interna. Le agenzie russe, come quelle sovietiche, considerano invece la propria missione una forma segreta di lotta politica condotta per conto dello Stato. Devono adottare «misure attive» per influenzare gli avversari e indebolirne le capacità politiche, economiche, scientifiche, tecnologiche e militari. Regno Unito, Germania, Polonia e altri alleati sono considerati avversari, per il sostegno all'indipendenza dell'Ucraina. Oggi queste misure comprendono sovversione, disinformazione, incendi dolosi e sabotaggi, concepiti per danneggiare il nostro sostegno a Kiev rimanendo al di sotto della soglia di guerra aperta prevista dall'articolo 5 della NATO.

— È in questo senso che definisce i dirigenti dei servizi russi «cekisti»?

Sì. La tradizione risale alla Ceka, la polizia segreta creata dopo la rivoluzione del 1917, che Lenin considerava lo scudo e la spada del regime. Questa cultura è passata attraverso le successive organizzazioni sovietiche fino al KGB e ai servizi odierni. Putin ha fatto erigere presso la nuova sede dell'SVR una statua di Feliks Dzeržinskij, fondatore della Ceka, dopo che la sua precedente statua davanti alla sede del KGB era stata abbattuta dai manifestanti alla fine della Guerra fredda. Non è un dettaglio irrilevante: indica una continuità di cultura e di missione.

— Ritiene che queste misure russe stiano ottenendo qualche successo?

Finora no. Sabotaggi e attacchi informatici, pur pericolosi singolarmente, sono stati sporadici e hanno avuto effetti limitati. Sul piano politico tendono anzi a rafforzare la determinazione delle popolazioni a non lasciarsi intimidire. Dobbiamo comunicare chiaramente al Cremlino quanto sia pericolosa la strada che sta seguendo.

— Per comprendere la Russia di Putin dobbiamo dunque tornare a dedicarle uno sforzo analitico comparabile a quello rivolto all'Unione Sovietica? Quali categorie occidentali non ci aiutano a interpretare il Cremlino?

Non esattamente. L'Unione Sovietica era animata da un'ideologia ostile, dalla convinzione che lo scontro finale tra comunismo e capitalismo fosse inevitabile e dall'impegno a diffondere il comunismo internazionale. Con le forze del Patto di Varsavia costituiva un avversario militare formidabile. Lo circonda un ristretto gruppo di siloviki.

— Dalla fine della Guerra fredda, come sono cambiati il ruolo e la vita quotidiana degli uomini dell'intelligence?

Propongo ai miei studenti del King's College di immaginare tre forze che tirano i servizi in direzioni diverse. La prima è il mutamento delle minacce. Dopo l'11 settembre il baricentro si spostò sul contrasto al terrorismo: occorreva individuare persone, nomi falsi, contatti, spostamenti, finanziamenti e intenzioni. Il lavoro divenne più simile all'indagine di un detective, con scambi continui tra chi raccoglie informazioni e chi conduce le operazioni. La seconda forza è la tecnologia digitale. Telefoni, internet e reti globali hanno reso disponibili enormi quantità di dati: l'analisi dei metadati delle comunicazioni ha permesso di ricostruire reti terroristiche e sventare gravi attentati. Ma proprio il potere di questi strumenti ha sollevato interrogativi sulla privacy e sui limiti dell'intervento dello Stato. La terza forza è costituita dai vincoli giuridici ed etici imposti dalle società democratiche.

— Quale risposta ha dato il Regno Unito a questa tensione tra sicurezza e libertà?

Nel 2016, dopo un intenso dibattito parlamentare, il Regno Unito ha approvato una legge per disciplinare i poteri investigativi dei servizi e della polizia. I parlamentari di tutti i partiti riconobbero che strumenti digitali potenti erano necessari per proteggere i cittadini, ma che dovevano accompagnarsi a controlli molto più rigorosi, parlamentari e giudiziari. Riassumo questo sistema in tre R: Rule of law, cioè poteri fondati su leggi pubbliche; Regulation, autorizzazioni e supervisione; Restraint, l'obbligo per ciascun funzionario di giustificare le misure come necessarie e proporzionate. Lavorare sotto controllo democratico è una differenza fondamentale rispetto agli avversari autoritari e, nel lungo periodo, rappresenta un vantaggio anche per il tipo di persone che i servizi possono reclutare. L'intelligence deve ridurre la nostra ignoranza, non promettere certezze impossibili.

— La rivoluzione digitale ha reso superflue le fonti umane tradizionali?

Sì e no. La digitalizzazione ha rivoluzionato il lavoro di tutti i servizi. Transazioni finanziarie, catene logistiche, semafori, reti elettriche: quasi ogni aspetto della vita dipende da dati digitali. Possiamo conservarli, condividerli e proteggerli con la crittografia, ma un avversario può anche falsificarli, manipolarli o renderli indisponibili con attacchi informatici. Il malware non rispetta i confini nazionali. Anche lo spionaggio e il controspionaggio sono ormai profondamente digitali. Eppure, agenti umani ben collocati, compresi quelli che hanno accesso ai sistemi informatici dell'avversario, restano preziosissimi. E la capacità umana di persuadere qualcuno a collaborare non è cambiata.

— L'intelligenza artificiale cambia anche la supervisione delle operazioni militari?

Le capacità più avanzate dell'intelligenza artificiale stanno modificando profondamente il controllo umano. Tradizionalmente una persona era dentro il processo decisionale, coinvolta in ogni scelta e nella valutazione delle informazioni. Nei combattimenti più rapidi, invece, tende a trovarsi sopra il processo: stabilisce in anticipo regole e limiti per reti di sensori elettronici, sorveglia il sistema che opera autonomamente e interviene se qualcosa cambia o va storto. La responsabilità umana rimane, ma assume la forma della supervisione. La questione etica non è più soltanto come tenere l'uomo dentro ogni decisione, bensì come garantire che i sistemi valutino correttamente le informazioni e operino secondo i criteri morali che vogliamo, anche quando cambiano le circostanze.

— Come combattere la disinformazione senza trasformare la difesa dello spazio pubblico in un'amministrazione della verità?

Il miglior disinfettante è la luce del sole. Quando la disinformazione viene diffusa apertamente, come accade con le emittenti statali russe sulla guerra in Ucraina, la risposta deve essere un dibattito pubblico aperto, guidato dai politici e capace di coinvolgere il maggior numero possibile di voci. Questo è il significato della libertà di espressione. Quando invece si usano mezzi occulti per amplificare le falsità, come reti di bot, video deepfake e documenti falsificati, spetta ai servizi accertare i fatti e attribuire le responsabilità. Tocca poi ai governi decidere quali azioni autorizzare per proteggere lo spazio informativo. Possono comprendere operazioni informatiche offensive per interrompere le attività avversarie, come avvenuto contro la diffusione online di materiale estremista violento da parte dell'ISIS.

— Molti osservatori hanno parlato di una presunta crisi dell'alleanza Five Eyes a causa dell'amministrazione Trump. Crede che una crisi sia possibile? E come cambiano le priorità strategiche di Londra e Washington?

I Five Eyes sono nati da circostanze storiche uniche nella cooperazione sulle comunicazioni. Decenni di lavoro comune hanno prodotto rispetto professionale, amicizie personali e familiari e una fiducia che richiede moltissimo tempo per essere costruita. John Brennan, già direttore della CIA, ha ricordato durante una nostra audizione parlamentare che tra i servizi esiste un'autentica convergenza di valori e principi. Ha aggiunto che i venti politici a Washington soffiano continuamente e sono particolarmente forti, ma molti professionisti sanno evitare di esserne travolti. Non è la prima volta che i governi dei Five Eyes sono in disaccordo. Nel 1956 Eisenhower ed Eden entrarono in grave conflitto sulla crisi di Suez; nello stesso periodo GCHQ e NSA lavoravano fianco a fianco per seguire l'intervento sovietico in Ungheria. Parallelamente, ciascun Paese approfondirà i rapporti di intelligence e sicurezza informatica con altri partner.

— Nel sistema multipolare emergente, i servizi sembrano assumere funzioni diplomatiche, preventive e persino narrative. Stiamo entrando in un'epoca in cui l'intelligence orienta la politica estera quanto, o più, della diplomazia tradizionale?

L'intelligence deve informare la politica estera, non dirigerla. Le informazioni segrete sono importanti quando abbiamo a che fare con società chiuse e governi che perseguono clandestinamente obiettivi illegittimi, come l'Iran con i programmi di arricchimento nucleare e il sostegno a Hezbollah e agli Houthi. I dirigenti dei servizi intrattengono rapporti con colleghi di molti Paesi. A volte questi contatti diventano canali riservati per esplorare possibili cambiamenti di politica estera che sarebbero difficili da sondare attraverso la diplomazia ufficiale, sotto gli occhi dei media. Non è una novità: si pensi al canale con Aleksandr Feklisov, responsabile della stazione del KGB a Washington, che contribuì ad attenuare la crisi dei missili di Cuba. Ma la responsabilità della scelta politica deve restare ai governi.

— Lei insiste sulla necessità di distinguere ciò che sappiamo da ciò che crediamo di sapere. Qual è oggi il maggiore rischio che le élite occidentali trascurano o interpretano attraverso categorie sbagliate? Con quali conseguenze strategiche?

È difficile liberarsi dell'abitudine di guardare al mondo attraverso la distinzione tra pace e guerra, considerando la guerra un'eccezione e la pace la condizione normale. In molte regioni del pianeta esistono invece guerre permanenti, che spesso chiamiamo «conflitti» benché le armi moderne conferiscano loro tutta l'intensità mortale della guerra. È una minaccia che non possiamo permetterci di sottovalutare.

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Interviste

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Sir David Omand: «L'intelligence deve illuminare le decisioni, non sostituirsi alla politica»

«Le capacità più avanzate dell'intelligenza artificiale stanno modificando profondamente il controllo umano. Tradizionalmente una persona era dentro il processo decisionale, coinvolta in ogni scelta e nella valutazione delle informazioni. Nei combattimenti più rapidi, invece, tende a trovarsi sopra il processo: stabilisce in anticipo regole e limiti per reti di sensori elettronici, sorveglia il sistema che opera autonomamente e interviene se qualcosa cambia o va storto. La responsabilità umana rimane, ma assume la forma della supervisione. La questione etica non è più soltanto come tenere l'uomo dentro ogni decisione, bensì come garantire che i sistemi valutino correttamente le informazioni e operino secondo i criteri morali che vogliamo, anche quando cambiano le circostanze»
Sir David Omand: «L'intelligence deve illuminare le decisioni, non sostituirsi alla politica»

Marta Peirano: «La sorveglianza è il contrario della democrazia. L'Europa deve liberarsi dallo strapotere delle piattaforme americane»

«Quando è l'amministrazione a sorvegliare i cittadini, non siamo più in una democrazia. Le grandi aziende tecnologiche competono per diventare il sistema operativo della prossima rivoluzione industriale. L'Europa deve investire nelle università, nella ricerca e in tecnologie proprie»
Marta Peirano: «La sorveglianza è il contrario della democrazia. L'Europa deve liberarsi dallo strapotere delle piattaforme americane»

Andrey Spiridonov: «Continuare una guerra perché non riusciamo ancora ad immaginare la pace significa lasciare che siano i morti di domani a pagare la nostra incapacità»

«Credo che proprio Roma ci insegni una cosa fondamentale: governare significa decidere prima di sapere tutto. La conoscenza perfetta non esiste. Se aspettiamo la certezza assoluta, spesso arriveremo alla decisione quando sarà ormai troppo tardi. Ma il contrario è altrettanto pericoloso: agire sulla base di una semplice intuizione o di una paura. Governare non significa aspettare di avere tutte le risposte; significa sapere quando quelle disponibili sono sufficienti per agire e avere l’intelligenza di correggersi quando la realtà cambia»
Andrey Spiridonov: «Continuare una guerra perché non riusciamo ancora ad immaginare la pace significa lasciare che siano i morti di domani a pagare la nostra incapacità»

Ramón González Férriz: «Con Sánchez, la Spagna ha compiuto passi verso l'autoritarismo»

«Ha perdonato reati commessi dai suoi alleati in cambio del loro sostegno politico, ha attaccato apertamente i giudici e la stampa critica, ha permesso la corruzione di alcune persone di sua fiducia e ha occupato in maniera grossolana istituzioni neutrali come la televisione pubblica o l'istituto demoscopico pubblico. Credo che il bilancio sia essenzialmente negativo, non tanto per le singole politiche adottate, quanto per la sua adesione a posizioni autoritarie che spesso associamo alla destra radicale»
Ramón González Férriz: «Con Sánchez, la Spagna ha compiuto passi verso l'autoritarismo»

Sir Richard Barrons: «La cavalleria americana non verrà a salvare l'Europa»

«L'Europa si è abituata a livelli elevati di spesa sociale mentre una parte decisiva del costo della sua difesa ricadeva su Washington. È una condizione che non possiamo più considerare garantita. Dovremo trasferire risorse da cose che apprezziamo, come i generosi sistemi di welfare, alla sicurezza. Non disponiamo infatti di una crescita economica tale da rendere indolore questa scelta. Guardando indietro, il periodo fra il 1989 e il 2014 appare per quello che era: un'anomalia storica, non una nuova normalità.»
Sir Richard Barrons: «La cavalleria americana non verrà a salvare l'Europa»

Confessioni

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Stefano Pontecorvo

«In quasi tutti i Paesi nei quali ho lavorato ho incontrato una domanda d'Italia superiore alla nostra capacità di risposta. Esisterebbe uno spazio enorme per noi: economico, culturale, diplomatico e industriale. Ma non riusciamo a occuparlo. Abbiamo istituzioni deboli, priorità spesso sbagliate e una pubblica amministrazione che non risponde con la velocità necessaria. Le imprese provano a muoversi, ma non possono farlo sempre da sole, soprattutto nei mercati nei quali la presenza dello Stato è determinante»
Stefano Pontecorvo

Il Ministero del Futuro deve vivere nel presente

Prevedere vuol dire estendere il passato, e quando i modelli si regolano sui dati finiscono per conservare invece di inventare. La proposta è di rovesciare la sequenza: decidere prima il Paese che si vuole abitare, fatto di legami, natura e prosperità, e solo dopo ricorrere a dati e previsioni per capire come arrivarci. Indicatori di benessere accanto al PIL e una rete di laboratori locali sono i primi strumenti concreti di un Ministero che comincia adesso.

Netanyahu è ancora in sella

Senza più la maggioranza alla Knesset, Netanyahu esce dalle urne indebolito e indispensabile al tempo stesso. L’exploit dei partiti arabi si scontra con un veto condiviso dai due principali schieramenti, mentre la formazione del governo si annuncia lunga e incerta. Il voto vale come referendum su un decennio di scelte che hanno consumato il capitale di simpatia di Israele nelle opinioni pubbliche occidentali, e promette un’accelerazione del fronte con l’Iran, il Libano e la Siria.

Lega all'ultimo sangue

Il tracollo dei consensi, la cannibalizzazione del bacino elettorale da parte della neonata creatura politica di Roberto Vannacci e la sfiducia montante dei simpatizzanti rassegnati ai compromessi della dirigenza: il Carroccio è costretto al cambio di passo. Le recentissime prese di posizione sull'Ucraina vanno in questo senso. Ma Salvini appare indebolito e scarico. Chi saprà dunque intestarsi la leadership del partito, offrendo un’alternativa concreta agli orfani del sogno di una Padania libera?

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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