Pensato come irreale, il sogno viene misconosciuto. Eppure esso sospende le strutture interpretative della veglia e rende sensibile l’impossibilità del nulla. Non rivelazione diretta della verità, ma esperienza che indebolisce il controllo dell’Io, il sogno testimonia una dimensione dell’essere sottratta al tempo e alla produzione tecnica.
Qualche tempo fa avevamo pubblicato un Dispaccio in cui affrontavamo il tema della disintermediazione del giornalismo, citando tre casi di studio altamente performativi su tre veicoli di trasmissione differenti: Dagospia sull’online, La Zanzara in radio e Striscia La Notizia in televisione. I quali, con pochi mezzi a disposizione (a parte il programma di Antonio Ricci che gode di inviati, autori e di un piccolo tempietto a sé costruito all’interno di Cologno Monzese), riescono pertanto – seppur in maniera diversa - ad invertire il rapporto di forza tra potere, media e spettacolo. Nel mentre però, nel mare in tempesta dell’informazione, si è aggiunto alla guerriglia un pirata già noto al grande pubblico con un format snello quanto efficace: Fabrizio Corona e il suo Falsissimo.
Un fenomeno, consapevolmente ignorato, dai giornali tradizionali, ma che ha letteralmente bucato i piccoli schermi tramite Youtube con 5 milioni di visualizzazioni nell’ultima puntata dal titolo “Il prezzo del successo” in cui avrebbe denunciato il presunto “metodo” di Alfonso Signorini. E che in questi giorni, su Netflix, è primo in classifica con la serie televisiva “Io sono notizia” (assolutamente da vedere) che ripercorre la sua vita sregolata. Su Dissipatio però non ignoriamo nulla, soprattutto se è quel fenomeno a fare agenda politica. Perché a coloro che hanno ascoltato il podcast “Gurulandia” non deve essere passato inosservato il passaggio in cui Fabrizio Corona ha confessato di essere stato invitato alla Casa Bianca da uno dei tanti consiglieri del Presidente Donald Trump, tale Paolo Zampolli.
Del resto, in Italia, cosa c’è stato di davvero interessante nell’ultimo periodo? Falsissimo di Fabrizio Corona. Gli americani, che sulla penisola sono ben radicati, si sono accorti, ancora della puntata su Alfonso Sigonorini che ha mostrato il fianco a Mediaset, e di conseguenza ai principali eredi di Silvio Berlusconi, Piersilvio, ma soprattutto Marina. Se l’inchiesta di “Tangentopoli” partì con l’arresto – era il 17 febbraio 1992 - del tesoriere del Partito Socialista italiano Mario Chiesa, sempre dalla procura di Milano, è partita l’indagine che questa volta sul piano morale prima che finanziario, al “custode dei segreti” di una delle famiglie più potenti d’Italia. Sull’onda di questi accadimenti, Paolo Zampolli appunto, che fondò diversi anni fa un’agenzia di modelle tramite la quale fece conoscere a Trump la sua attuale moglie, Melania, è riuscito a entrare nell’inner circle di Mar-a-Lago, anche se formalmente il suo unico incarico diplomatico ufficiale sarebbe quello di ambasciatore alle Nazioni Unite della Dominica, un piccolissimo stato caraibico. Eppure, a nome della Casa Bianca, si è preso la responsabilità di invitare a Washington Fabrizio Corona. Non stupisce affatto questa convocazione per chi segue attentamente la politica italiana inserita nel contesto globale. Perché si fa presto ad unire i puntini. Dalla prospettiva statunitense, Fabrizio Corona, per via della sua influenza (è una media company a tutti gli effetti), può diventare un’arma potentissima per gli interessi in Italia: cioè la stabilità del governo di Giorgia Meloni.
Quelli che pensavano che fosse la Lega di Matteo Salvini, “l’avversario interno” alla coalizione di maggioranza, si sbagliavano: in realtà è Forza Italia la mina da disinnescare. Il partito attualmente governato da Antonio Tajani, ora che ha esaurito la sua funzione da mediatore con i popolari in Europa, dato che Fratelli d’Italia a Bruxelles sembra cavarsela abbastanza bene da solo, qualora dovesse cambiare segretario (vedi l’ascesa di Occhiuto), non avrebbe problemi un domani a entrare nel campo largo. Il paradosso è che Fabrizio Corona, querelato da Giorgia Meloni per diffamazione, potrebbe diventare il suo miglior alleato.
In "Tecnica" (Il Mulino, 2025) Carlo Galli, accademico e già parlamentare, affronta con sobrietà classica uno dei nodi centrali della modernità: il rapporto tra razionalità strumentale, potere e libertà. La tecnica, lungi dall’essere neutra o puramente funzionale, appare come una forza storica ambigua, indispensabile ma capace di essere usata come pretesto per svuotare la soggettività e occultare, sotto il linguaggio della neutralità, rapporti di dominio e diseguaglianza. Dalla lunga genealogia del pensiero occidentale fino all’era digitale e all’intelligenza artificiale, Galli mostra come la tecnica non sostituisca la politica, ma la trasformi, imponendo fini che si presentano come inevitabili. Ne emerge un monito severo: senza una critica consapevole e senza il recupero della decisione sui fini, la società rischia di scambiare il progresso per destino e la potenza per ragione. È un libro che richiama alla responsabilità del pensiero e alla necessità di un governo politico della modernità tecnica. Dalla genealogia dei miti e dei filosofi fino al digitale e all’IA, emerge un dominio travestito da efficienza: dati, profilazioni, oligarchie.
-Professore, come nasce il suo ultimo libro e qual è il senso dell’indagine filosofica che ha svolto?
Il libro nasce dal fatto che mi ero dedicato al tema della tecnica più di quarant’anni fa, perché essa è stata, nella prima metà del Novecento, uno dei temi più importanti della riflessione filosofica, soprattutto tedesca. Me ne ero occupato attraverso autori come Scheler, Jünger e Heidegger. La ripresa di questa tematica è avvenuta molto di recente, davanti alla questione dell’intelligenza artificiale, che è stata presentata in modi talmente ideologici e fuorvianti che mi è sembrato utile ripensarla. L’obiettivo era proporre strumenti concettuali per pensare l’intelligenza artificiale in modo diverso dal modo mainstream in cui è stata proposta, cioè da una parte come intelligenza e dall’altra come spettro di una nuova tecnocrazia. Io non credo né che l’intelligenza artificiale sia un’intelligenza né che esista una tecnocrazia nel senso forte e proprio del termine.
-Lei parla di un “decalage” della riflessione sulla tecnica rispetto al passato. Quali sono, secondo lei, le ragioni di questo scarto?
Le ragioni sono che la nostra epoca è straordinariamente poco incline a far nascere, promuovere e consentire la crescita del pensiero critico. Le grandi questioni del nostro tempo vengono, infatti, trattate prevalentemente da giornalisti, per un pubblico sempre meno abituato a leggere, anche nelle sue componenti più adulte e universitarie. Per comprendere la riflessione sulla tecnica nella prima metà del Novecento ho dovuto leggere grandi libri di filosofia; per capire come oggi viene presentata l’intelligenza artificiale ho dovuto leggere libri di giornalisti. Questo segnala un impoverimento della riflessione sulla tecnica, sul rapporto tra uomo e tecnica e sul ruolo della che essa svolge nella società. Nonostante essa sia onnipresente e fondamentale.
-Che cos’è, allora, l’intelligenza artificiale dal suo punto di vista?
Innanzitutto l’intelligenza artificiale non è intelligente. Nasce dallo sviluppo dei microchip, diventati sempre più potenti, dal perfezionamento degli algoritmi e dalla disponibilità di miliardi e miliardi di dati che vengono "forniti" gratuitamente dai cittadini ogni volta che si interfacciano con l'infosfera. Queste macchine e questi sistemi sono capaci di rispondere rapidamente a domande perché analizzano enormi quantità di dati e di risposte precedenti attraverso procedure statistiche. Questo è estremamente utile in molte circostanze pratiche, ma non ha nulla a che vedere con il pensiero e l'intelligenza umana. È come avere la possibilità di consultare, con velocità inaudita, un catalogo gigantesco quasi illimitato di precedenti. Pensare è altra cosa.
-In che cosa consiste allora la differenza fondamentale tra il pensiero umano e il funzionamento delle macchine?
Il pensiero umano è un atto di personalità. Nasce dall’insoddisfazione verso il dato e il reale, dalla meraviglia, dal conflitto con la realtà. L’essere umano non si limita ad accettare ciò che è, ma lo mette in questione, cerca le cause, destruttura l’esperienza e tenta di ricostruirla in forma concettuale. Segue logiche causali ed inizia in contrasto con il reale. La macchina non ha personalità, non ha interessi, non ha passioni, non è situata storicamente e socialmente. Non prova insoddisfazione e quindi non pensa. Anche quando segnala un’anomalia, lo fa solo perché un dato devia da una regolarità statistica, non perché quel dato sia per lei un problema o un’ingiustizia. Può essere uno strumento per semplificare il lavoro umano ma non un entità cosciente.
-Lei nel libro ha citato Turing e la questione della meraviglia.
Sì, perché Turing riduce la meraviglia (che è secondo Aristotele la caratteristica che dà inizio alla filosofia) a ignoranza, come se fosse solo una mancanza di dati. Ma la meraviglia non nasce dalla esiguità dei dati: nasce dal fatto che non ci si accontenta di ciò che si vede. La meraviglia è un porsi aggressivo verso il reale, con la volontà di concepirlo e dominarlo concettualmente in modo tale da poterlo trasformare. La macchina non può avere questo atteggiamento, perché non ha un rapporto conflittuale con il mondo.
-In questo senso lei rifiuta sia una visione tecnofoba sia una tecnolatrica?
Assolutamente sì. L’intelligenza artificiale è uno strumento tecnico elettronico. Estremamente utile ma non sostitutivo della decisione umana. Il vero rischio è che l'imitation game funzioni alla rovescia. Ovvero non che le macchine diventino come noi, ma che noi diventiamo come le macchine. Siamo spinti, per pressione sociale ed economica, a ragionare in modo semplice, binario, ad accettare i dati invece di criticarli. Questo produce un atteggiamento di immobilismo e stasi che soffoca il pensiero critico e l'azione trasformativa. La digitalizzazione della società porta con sé un elemento di conservazione socio-economica inquietante, perché si perde l’idea fondamentale della politica moderna: che il mondo lo facciamo noi e che possiamo cambiarlo. Il rischio è che filtrando la realtà sotto la lente tecnico-elettronica si soffoca il pensiero e non si è più capaci di alcuna alternativa progettuale per trasformare la realtà.
Roma, Giugno 2025. XXVIII Martedì di Dissipatio
-Veniamo allora al rapporto tra tecnica e potere. La tecnica è neutrale?
La tecnica è il potere che l’uomo dà a se stesso per agire utilmente nel mondo. Si tratta di uno strumento indispensabile alla sopravvivenza umana, che si muove all'interno della dimensione dell'utilità e che vive in una logica di perpetuo superamento di sé stessa. La tecnica è indispensabile e onnipresente perché l'uomo ha un rapporto col mondo mediato proprio da essa. Ma se è vero che esiste l'universalità della tecnica, essa non è mai neutrale perché chi le utilizza lo fa in modo orientato. Le tecniche esprimono i rapporti di potere interni alla umana società. Ogni epoca sviluppa le tecniche che servono ai dominanti interessi economici, sociali e politici. Dove la società è strutturata con una ristretta élites aristocratica, una grande parte della popolazione è formata da manodopera servile, e quindi più basso è lo sviluppo tecnico. Se si vive, invece, in un sistema che prevede all'infinito l'incremento produttivo e dei profitti maggiore è lo sviluppo della tecnica. L'evoluzione del rapporto tra tecnica e potere è lo specchio quindi delle conoscenze che i poteri emergenti hanno interesse a promuovere e fare prosperare.
-E la tecnocrazia? Esiste davvero un primato del potere tecnico?
Io non credo alla tecnocrazia. La tecnica è lo strumento fondamentale attraverso cui il potere si esercita, ma non è il soggetto che comanda. Non sono gli ingegneri a comandare: comandano il capitale e lo Stato, che si servono della tecnica. Spostare la critica dalla politica e dall’economia alla tecnica significa cambiare bersaglio. Il vero rischio non è la tecnica in sé, ma l’idea che la tecnica sia neutrale e inevitabile. Ed è proprio qui che deve intervenire la critica politica, attraverso un'attività genealogica contro le pretese di neutralità e contro l’illusione che la tecnica possa sostituirsi alla responsabilità umana e alla decisione politica. La questione della tecnocrazia, formulata dalla grande riflessione tedesco degli anni Trenta, è nata, del resto, come il velo per attaccare le analisi trasformative - come quella marxista - obiettando che il cuore dei problemi della società non è nei rapporti di potere o nei rapporti economico-produttivi, ma nel fatto che la società è intrinsecamente pervasa dalla tecnica e dall'automazione. Il risultato è così quello di spostare lo scontro politico dal conflitto distributivo al conflitto contro il fantasma della tecnica vaga e le cosiddette tecnocrazie.
-Dietro alla maschera dell'uniformità tecnologica del mondo si nasconde lo scontro tra gruppi economico-politici?
Certo. In tale logica, la questione non è che tutti costruiscano lo stesso tipo di microchip, ma che esistano soggetti diversi che, pur costruendo lo stesso tipo di microchip, sono in concorrenza feroce fra di loro e talvolta si fanno anche la guerra per ragioni politiche ed economiche. La domanda allora è se la politica sia stata davvero interamente assorbita dalla tecnica o se ci sia qualcosa che eccede la tecnica, che la guida, che è più potente della tecnica e che, spesso, produce anche più danni della tecnica stessa.
-In questo senso la cosiddetta tecnocrazia può essere letta come una costruzione ideologica?
Certamente. La tesi della tecnocrazia serve a dare l’idea che il mondo sia piatto, omogeneo, che la tecnica sia un fattore neutrale e che la politica sia stata completamente mangiata, assorbita e vanificata da essa. Ma questo non è vero. Se davvero ci fosse una dittatura della tecnica, non vedremmo conflitti reali. Invece li vediamo eccome.
-Quindi la “dittatura della tecnica” funziona come un alibi?
Esattamente. È uno strumento ideologico. Dire che la tecnica è neutrale e che rappresenta l’unica causa dello sviluppo dell’umanità è una mistificazione. L’umanità è sempre stata "tecnica", ma è sempre stata anche "politica" e continua a esserlo oggi. La tecnica non ha mai cancellato la politica.
-In questo quadro come interpreta le nuove ideologie, dal transumanesimo alla cosiddetta tecnodestra muskiana, con le loro visioni paranietzschiane ed apocalittiche?
Sono delle nuove ideologie. Non si producono superuomini. Si producono uomini che hanno un potere enormemente superiore a quello degli altri. Non sono tecnocrati, sono capitalisti, che esercitano un potere a volte superiore perfino a quello degli Stati. Ma dov’è la dimensione liberatoria del superuomo? Io non la vedo. Queste narrazioni servono a mascherare rapporti di potere molto concreti.
-E il transumanesimo rientra in questa stessa logica?
Assolutamente sì. È una narrazione mistificatrice. Non è vero che l’uomo si sta fondendo con le macchine per produrre una nuova umanità. La cosa peggiore che sta accadendo è che l’umanità viene spinta a ragionare sempre più come una macchina, mentre la politica può mantenere ben reale la differenza tra soggetti, Stati, interessi e volontà di potenza utilizzando questi miti utopistici e fantascientifici come sovrastrutture. La volontà di potenza è, se proprio vogliamo intenderla come tale, quella degli Stati e dei gruppi economici. Come lo era nel passato seppure in modo diverso.
-Lei ha parlato di “formicaio elettronico”. Cosa intende?
È il fatto che la tecnica elettronica favorisce la scomposizione della società in una miriade di individui.
-Lei ha richiamato il tema della genealogia. Quando nasce questa deriva che porta ai miti della tecnocrazia e dell’apocalisse tecnologica?
Nasce con la rivoluzione industriale, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. È il momento in cui il mondo viene percepito come sempre più popolato da macchine. Novalis parla di un gigantesco mulino che macina se stesso, Leopardi ironizza sulla società scientifica che produce automi. È il segnale di una presa di coscienza della piena tecnicizzazione dell’esperienza.
-E il positivismo?
Il primo positivismo sostiene che la società dovrebbe essere governata dagli scienziati, cosa che non è mai successa. La società è sempre stata governata da politici e da poteri economici. Gli scienziati non danno ordini, al massimo li eseguono. La tecnica è sempre stata l’orizzonte dell’esistenza umana, ma non ne ha mai costituito il vertice.
-Però oggi la tecnica è più pervasiva e cruciale che mai...
Certamente. Oggi l’ambito dell’utilità ha invaso quasi tutta l’esperienza. Ma l’utilità non è solo la tecnica; è anche l’economia. Quasi nulla si sottrae alla tecnica e nulla si sottrae all’economia. Oggi, quindi, non si riduce lo spazio del Potere degli Stati o dei capitalisti, ma si riduce solo lo spazio sociale di ulteriorità rispetto alla dimensione dell'utile. È il trionfo dell'economia che usufruisce della tecnica non il contrario.
-Eppure la politica sembra ancora eccedere la tecnica.
Sì. Il conflitto tra Stati Uniti e Cina è un conflitto politico, non tecnico. Usano le stesse tecnologie, ma sono animati da volontà di potenza diverse. L’identità esistenziale di questo scontro resta politica. Lo resta anche l’identità di classe, se si avesse il coraggio di riconoscerla. Ma se la politica eccede la tecnica ciò non toglie che si serva della tecnica. Inoltre, questa eccedenza è solo nel vertice sovrana; mentre la riduzione degli spazi di ulteriorità rispetto alla tecnica e all’economia è evidente nella società
-Questo vale anche per figure come Musk o Trump?
Certo, ma attenzione: fra Musk e Trump comanda Trump. La politica, quando vuole, emerge e si impone. Il problema è che oggi servirebbe una eccedenza non solo sovrana ma anche collettiva, una risposta politica dal basso capace di mettere in discussione la società algoritmica, non la tecnica in astratto.
-Perché in Europa questo sembra più difficile?
In quanto l’Europa ha una politica debole e pertanto ha normato di più la società algoritmica perché la teme. Normare non significa però governare. Negli Stati Uniti la politica ha ancora una capacità di decisione unitaria. In Europa no.
-Qual è la differenza con i totalitarismi?
Il potere algoritmico vuole individui prevedibili, non uguali tra loro come nei totalitarismi ma uguali a sé stessi. In modo tale che si possano controllare le deviazioni non da una norma universale ma dagli standard di comportamento individuali
-Quindi la politica resta lo spazio della differenza?
Esattamente. La politica squarcia il velo dell’uguaglianza fittizia. La tecnica è indispensabile, ma non è una sola. Esistono tecniche reali e tecniche possibili. E cambiare tecnica significa cambiare rapporti di potere. Questo è un gesto politico.
«La tesi della tecnocrazia serve a dare l’idea che il mondo sia piatto, omogeneo, che la tecnica sia un fattore neutrale e che la politica sia stata completamente mangiata, assorbita e vanificata da essa. Ma questo non è vero. Se davvero ci fosse una dittatura della tecnica, non vedremmo conflitti reali. Invece li vediamo eccome.»
«È fondamentale costruire una terra di mezzo che eviti lo scontro quotidiano. Un paese civile non può vivere in un clima di conflitto permanente tra destra e sinistra: una logica di delegittimazione quotidiana non funziona. Da qui l'ossessione per un centro che torna così ad acquisire attenzione, anche se al momento non ha ancora una piena consistenza.»
«Complesse tecnologie e carne mistica entrano in simbiosi con il fine di generare messianiche forme di tecnologie della felicità. Verso Marte, con il sogno di poter sconfiggere le malattie e trovare la formula dell'immortalità.»
«Ai progressisti di oggi consiglierei una cosa sola: leggere Walter Benjamin, che ha saputo smascherare l'inganno del progresso, ricordandoci che dietro ogni arco di trionfo sfavillante e monumentale ci sono corpi piegati e vite spezzate che sono state sacrificate per la sua costruzione.»
«Servirebbero oggi dei comitati elettorali permanenti per poter seguire i partiti e i candidati anche dopo le elezioni. Mentre oggi ciò esiste solo nel mondo statunitense. Delle war room permanenti invece sono vitali per affrontare questo clima ricco di incognite e rapide evoluzioni.»
«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.
Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».
Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.
La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran.
Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:
«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».
L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.
Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima.
Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.
La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.
La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.
Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.
Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.
Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.
Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.
I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.