L'"incorruttibile" dei Cinque Stelle starebbe pensando ad un clamoroso ritorno in politica. La sua associazione "Schierarsi", nota per le posizioni anti-atlantiste e anti-europee, dopo una crescita importante negli ultimi anni, sarebbe pronta per il grande salto, a solamente un anno dalle elezioni del 2027.
Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.
Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.
Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.
Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio
Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.
È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.
"Il Sistema" è il libro nero della magistratura italiana: la confessione dell'esistenza di uno Stato nello Stato, di una cupola opaca e trasversale, di un meccanismo che orienta e sovrasta le vite dei cittadini agendo nell'ombra attraverso il dominio delle correnti. Dopo la fine dell'epoca della partitocrazia, questo potere parallelo ha progressivamente occupato uno spazio centrale nella vita del Paese, inaugurando una lo strapotere della "correntocrazia". Un potere anarchico, pervasivo e invisibile, che ha saputo imporsi ben oltre i confini formali della giurisdizione, incidendo sugli equilibri politici, mediatici e istituzionali.
Di questo sistema Luca Palamara è stato per anni una figura chiave: magistrato, membro del Consiglio Superiore della Magistratura, presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati. Ma è stato anche, e soprattutto, il testimone più lucido delle sue degenerazioni ben descritte nel 2020 con il suo libro "Il Sistema", scritto con Alessandro Sallusti. A distanza di oltre 5 anni Palamara e Sallusti nel loro ultimo libro "Il sistema colpisce ancora". Come salvare la magistratura italiana dal vizio delle correnti e dalle mani dei politici" (Rizzoli, 2026) tornano ad affrontarne i nodi, i meccanismi e le metodologie di uno strapotere correntizio nella sua fase più nervosa e combattiva.
-Perché "il Sistema colpisce ancora"? E come si può salvare la magistratura dalle mani delle correnti e dei politici?
Perché, nonostante i buoni propositi proclamati per segnare una discontinuità con le note vicende dell'Hotel champagne del 2019, la struttura di potere è rimasta identica: stessi protagonisti, stessi metodi, stesse logiche di scambio. I magistrati nominati attraverso quel meccanismo tanto criticato sono ancora oggi ai vertici degli uffici più importanti. Il Sistema colpisce ancora perché non è mai stato realmente smantellato: si sono cambiate le parole, non i comportamenti.
Per salvarla servono tre interventi strutturali: la separazione delle carriere, perché oggi PM e giudici appartengono di fatto allo stesso blocco di potere; un doppio CSM con sorteggio, unico strumento capace di spezzare l'oligopolio delle correnti; una Alta Corte disciplinare esterna e indipendente, che garantisca imparzialità reale sottraendo il disciplinare alle logiche interne del corpo giudiziario.
-Come è cambiato il rapporto magistratura-potere dalla pubblicazione de "Il Sistema" ad oggi?
Non è cambiato nulla nella sostanza: è cambiata solo la narrazione. Quando uscì Il Sistema, in molti provarono a ridurre tutto alla storia di una singola "mela marcia". Oggi è chiaro che quel racconto era strutturale e riguardava l'intero meccanismo delle nomine e dei rapporti con la politica. L'unico vero mutamento è il nervosismo del Sistema, che oggi si sente osservato e dunque reagisce in modo più aggressivo. Ma la sua capacità di influenzare equilibri politici, mediatici e giudiziari resta intatta.
-E come funziona il "Sistema" e quali sono i suoi metodi?
Si regge su tre pilastri: nomine pilotate e perlopiù all'unanimità che però sono il frutto di accordi tra correnti; controllo delle carriere, che rende più deboli i magistrati non allineati; costruzione di narrazioni giudiziarie, usate per promuovere gli "amici" ed eliminare i "nemici". Gli attacchi non arrivano quasi mai in modo frontale: si ricorre a fughe di notizie, campagne mediatiche, disciplinari mirati. È un meccanismo diffuso, senza un unico centro di comando, ma con molti snodi in grado di agire in modo coordinato.
Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio
-Come valuta il referendum? E il fronte del No?
Il referendum rappresenta l'unico strumento attraverso cui si può realizzare una riforma costituzionale autentica, nel rispetto dell'articolo 138 della Costituzione. Il fronte del No ha difeso lo status quo, presentando qualsiasi cambiamento come un attacco all'indipendenza della magistratura. In realtà ha difeso il potere delle correnti.
C'è però un elemento significativo: nel 2022 quasi duemila magistrati votarono per il sorteggio. Una minoranza, sì, ma numericamente rilevante perché dimostra che dentro la magistratura esiste una parte che non si riconosce più nel correntismo. E questo, per il Sistema, è più pericoloso di qualsiasi referendum.
-Come giudica la posizione di Gratteri e quella di Travaglio sul tema del sorteggio?
Sono due vicende diverse. Travaglio, in passato, dava ampio spazio ai magistrati che sostenevano il sorteggio come strumento capace di interrompere il potere delle correnti. Oggi invece sostiene una lettura tutta politica: l'obiettivo è attaccare l'attuale maggioranza di governo di centrodestra che quella riforma intende attuare.
Per Gratteri il discorso è differente: oggi la magistratura associata ha bisogno della sua figura, mentre in passato le sue aspirazioni di carriera venivano puntualmente disattese.
-Che cos'è la "regola del tre"?
È la pratica non scritta secondo cui, nella scelta di una nomina, si trovano gli accordi tra le correnti per accontentarle tutte: quella destra (magistratura indipendente), quella di centro (unicost), quella di sinistra (Area). Le nomine all'unanimità, come detto rientrano esattamente in questo schema. Così ci si spartisce procure, tribunali e posti strategici. Chi non accetta queste regole è destinato a soccombere.
- Che cosa ci dice il caso Garlasco sulla giustizia italiana?
Da qualunque angolo la si voglia osservare, tale vicenda in sé porta l'idea che le indagini possano costruire un colpevole anziché cercare la verità. Rivela una giustizia che fatica ad ammettere i propri errori, che difende la narrazione iniziale anche quando emergono elementi che la smentiscono. È un caso emblematico di come, una volta imboccata una strada, il sistema tenda a difenderla a tutti i costi. Ciò detto bisogna tuttavia dare atto all'attuale procuratore di Pavia dell'impegno finalizzato a scoprire il reale accadimento dei fatti. Il che significa che le critiche non possono e non devono mai riguardare indiscriminatamente la totalità dei magistrati.
-Da dove nasce lo strapotere del Sistema?
Da tre fattori: l'assenza di controlli effettivi — poiché il CSM governa le carriere di coloro che votano per il CSM stesso; la delega totale della politica, che per anni ha accettato di subire il potere giudiziario per convenienza o paura; il peso mediatico delle inchieste, capaci di creare eroi e colpevoli a comando. Da Presidente dell'ANM posso dire che la riforma più temuta era proprio il sorteggio, perché avrebbe demolito lo strapotere delle correnti.
-Quanto certi casi sensazionali diventano strumenti di lotta politica?
Molto più di quanto si voglia ammettere. In Lobby e Logge ho descritto il metodo: mitologie create ad hoc, testimonianze ambigue, faccendieri, porzioni di sottobosco istituzionale che si attivano per colpire un bersaglio politico, economico o personale. Le grandi inchieste non nascono sempre per cercare la verità, ma spesso per spostare equilibri, bloccare nomine, indebolire governi o costruire leadership.
-Cosa sta sbagliando oggi il fronte del Sì?
Non spetta a me ergermi a censore e giudicare le linee strategiche del fronte del Sì. E francamente non mi sembra ci siano errori. Ognuno gioca la sua partita. Penso in ogni caso che sia fondamentale parlare ai cittadini, alle nuove generazioni ed in generale a tutti coloro i quali si vogliono battere per una giustizia più giusta e per dare al Paese una magistratura realmente autonoma e indipendente.
La riforma non toglie indipendenza, ma la restituisce; il sorteggio non è caos, ma la fine delle lottizzazioni; servono regole chiare per una giustizia più rapida e trasparente.
Per battere davvero il Sistema bisogna rompere un meccanismo psicologico: la paura di esporsi contro di esso.
«Il sorteggio non è caos, ma la fine delle lottizzazioni; servono regole chiare per una giustizia più rapida e trasparente. Per battere davvero "il Sistema" bisogna rompere un meccanismo psicologico: la paura di esporsi contro di esso»
«La verità è che i movimenti non organicamente strutturati, privi di una architettura, di reali ideologi e di figure di vertice, eccessivamente appiattiti su una dimensione personalistica, quando la figura attorno cui si sono agglomerati e raccolti entra in crisi finiscono essi stessi per decadere. E mi sembra innegabile poter sostenere che in termini di politica interna la stella di Trump si sia molto appannata, per molti motivi.»
«Jean Baudrillard parlava dell’entropia della struttura del sistema sociale, del collasso, diceva lui, della struttura classica della modernità che i grandi sociologi avevano studiato e messo a fuoco. Baudrillard diceva che essa era andata in crisi perché i confini tra un sottosistema e l’altro si erano indeboliti. Per questo noi oggi fatichiamo a distinguere che cos'è parte di un mondo specifico, per esempio economico, politico o di spettacolo. Tutto è sempre più rimescolato.»
«Il calcolo quantistico apre scenari finora impensabili, consentendo di affrontare problemi che i sistemi tradizionali non riuscirebbero a risolvere in tempi utili. Parallelamente, la comunicazione quantistica introduce nuovi modelli di protezione dei dati, mentre la sensoristica avanzata promette livelli di precisione senza precedenti, con ricadute importanti in ambito industriale, ambientale e difensivo.»
«Non vi sono, per quanto si possa capire, ingegneri o scienziati competenti, o persino ufficiali militari, nei governi europei – e non ce ne sono stati dai tempi di Angela Merkel. Banchieri, lobbisti, politici di piccolo cabotaggio e funzionari occupano tutti i ruoli chiave. Queste persone sono addestrate a credere di dover soltanto recitare slogan, ai quali gran parte della popolazione è ormai assuefatta.»
«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.
Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».
Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.
La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran.
Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:
«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».
L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.
Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima.
Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.
La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.
La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.
Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.
Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.
Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.
Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.
I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.