Da Roosevelt e Ibn Saud sull’incrociatore Quincy a Trump che nega l’intervento contro gli Houthi: ottant’anni di alleanza strategica si sono trasformati in semplici accordi di natura economica. Le armi arrivano, la protezione no. Bin Salman ha capito il messaggio e ha già firmato un patto di difesa con Turchia e Pakistan. Il Medio Oriente si sta riorganizzando senza aspettare Washington.
Il MAXXI di Roma ospiterà il prossimo 10 ottobre 2026, per un’intera giornata, la seconda edizione di Bayram, l’iniziativa che quest’anno assume come titolo e come chiave interpretativa “Il salto quantico”, un’espressione mutuata dalla fisica quantistica per descrivere quella transizione discontinua e irreversibile che sembra oggi attraversare gli equilibri tra guerra e pace, in un momento storico che appare sempre meno come frattura improvvisa e sempre più come una riscrittura progressiva delle regole con cui si era abituati a leggere il mondo. Proprio qui, al Museo MAXXI di Roma, circa un anno fa abbiamo lanciato una piattaforma culturale generazionale chiamata “Bayram”. Dopo una giornata intensa che ha visto la partecipazione di circa 80 ospiti e 2mila partecipanti, abbiamo provato immaginare il futuro interrogandoci su una domanda necessaria, esistenziale, futurologica: “come sarebbe il mondo se le cose andassero diversamente?” Ora non vogliamo fermarci, vogliamo continuare il nostro viaggio interstellare e tracciare un solco narrativo e di riflessione profonda per decodificare il presente e ricodificare il futuro: Sabato 10 ottobre 2026 dalle ore 10 quella stessa “generazione cosmica” che un anno fa si è riunita qui è chiamata a fare “il salto quantico”, sì, perché “Il salto quantico” sarà proprio il titolo di questa seconda edizione di Bayram. Nella fisica quantistica, questo concetto descrive un cambiamento radicale, una transizione discontinua e irreversibile, un passaggio di stato energetico che non segue i parametri e i perimetri tradizionali. Le “regole del gioco” stanno mutando. Tecnologie quantistiche ed intelligenza artificiale stanno rifondando simultaneamente la sicurezza, la diplomazia, la finanza, la politica, l’energia, la guerra e la pace. La profezia è prima di tutto un codice con le sue leggi non scritte.
Nata come centrale permanente di idee e visioni, Bayram si propone di mettere in relazione discipline che la tradizione accademica ha spesso tenuto separate, dalla fisica alla teologia, dalla poesia alla tecnologia, dalla filosofia all’astrofisica, nella convinzione che solo un confronto aperto tra linguaggi distanti possa restituire una qualche capacità di orientamento in un’epoca dominata dal calcolo delle probabilità piuttosto che dalla certezza delle leggi. Le tecnologie quantistiche e l’intelligenza artificiale occuperanno una parte centrale della riflessione, imponendo una lettura che tenga insieme l’innovazione scientifica e le sue ricadute etiche, la tecnopolitica emergente e le sue implicazioni sul piano internazionale. Il MAXXI, con la propria vocazione a ospitare l’incontro tra arte, architettura e ricerca contemporanea, offre la cornice naturale per una giornata che si annuncia come punto di riferimento nel dibattito culturale italiano sui temi della tecnologia, della geopolitica e del futuro condiviso.
Dalle rivolte giovanili alle crescenti pressioni del debito pubblico, la Francia attraversa una stagione di profonda crisi sociale, economica e politica. L'approssimarsi della fine dell'era macroniana ha aperto una fase di grande incertezza, segnata dal proliferare di candidature e forze politiche in competizione per l'Eliseo. Intanto, l'ascesa dei movimenti radicali, l'indebolimento dei partiti tradizionali e l'inasprirsi delle tensioni sociali alimentano una polarizzazione sempre più marcata, mettendo alla prova gli equilibri istituzionali della Quinta Repubblica. Le Pen, Melenchon, Glucksmann, Philippe e Retailleau si alternano in un quadro diviso e volatile in cui l'esito delle prossime elezioni assume connotati elusivi e sfuggenti. Quale idea della Francia vincerà e come essa inciderà nello scenario internazionale?
Per meglio conoscere le ragioni e le evoluzioni dello scenario transalpino abbiamo intervistato Yves Thréard vicedirettore ed editorialista di Le Figaro, è una delle voci del giornalismo conservatore francese e un osservatore di lungo corso della politica transalpina. Già direttore della redazione di France-Soir, conduce oggi Le Club Le Figaro Politique e interviene regolarmente nel dibattito televisivo nazionale è la figura ideale per affrontare le preoccupazioni e trasformazioni portate da questo anno di grandi cambiamenti sistemici.
— Dalle proteste studentesche agli appelli alla rivolta di Jean-Luc Mélenchon, la Francia sembra attraversata da una nuova stagione di conflittualità sociale. Che cosa rivelano queste mobilitazioni sullo stato del Paese?
Le manifestazioni di queste settimane sono motivate, almeno in parte, da rivendicazioni che potrebbero anche essere considerate accettabili. Ma diventano inascoltabili quando si accompagnano alla volontà di mettere a ferro e fuoco il Paese e di instaurare il disordine. È quanto abbiamo visto nell'ultimo mese. Si tratta di un movimento alimentato da una minoranza, perché moltissimi liceali non hanno alcuna intenzione di interrompere le lezioni per scendere in piazza. Una minoranza attiva e rumorosa, influenzata dall'ultrasinistra e dalla France Insoumise, che cerca di seminare il caos perché questo è il suo progetto politico. A questi giovani si aggiungono gruppi di violenti che, ormai dalle proteste contro la legge El Khomri del 2016, intervengono sistematicamente per trasformare le manifestazioni in un terreno di scontro. Ma c'è un altro problema. Molti studenti protestano contro gli orari scolastici, il carico di lavoro e la selezione. Sono argomenti che non considero validi: non vedo come si possa costruire un sistema educativo di qualità senza esigere impegno, risultati e selezione. Questo movimento rivela dunque tre cose: la capacità dell'ultrasinistra di produrre disordine, il deterioramento del sistema educativo francese e il paradosso di una scuola alla quale destiniamo risorse finanziarie considerevoli, senza ottenere risultati adeguati. Basta osservare il declino della Francia nelle classifiche PISA. Dal 1980, secondo alcune stime, la spesa per studente nelle scuole medie e superiori sarebbe aumentata del 70%. È enorme. Eppure il nostro sistema educativo continua a peggiorare.
— Mélenchon alimenta la polarizzazione politica, mentre a destra crescono le posizioni radicali sull'immigrazione e sulla sicurezza. Come valuta la crisi francese?
Non è una crisi recente. Si è accentuata durante i dieci anni di Emmanuel Macron, ma nasce da almeno quarant'anni di riforme mancate. Se la classe politica repubblicana avesse avuto il coraggio di trasformare i servizi pubblici, contenere la spesa improduttiva e affrontare i problemi strutturali del Paese, gli estremismi non avrebbero conosciuto questa espansione. Da una parte abbiamo un'estrema destra che prospera attraverso un discorso fortemente anti-immigrazione e di rifiuto dell'altro. Dall'altra un'estrema sinistra che alimenta la demagogia secondo cui non si farebbe mai abbastanza per le minoranze. Entrambe si rafforzano grazie all'incapacità dei governi di produrre risultati tangibili. È il problema fondamentale della Francia: abbiamo continuato a sollecitare lo Stato affinché spendesse sempre di più, senza preoccuparci abbastanza dell'efficacia di quella spesa. Altri Paesi hanno avuto il coraggio di riformarsi, noi no. Penso soprattutto alla madre di tutte le riforme, quella delle pensioni, realizzata e poi sostanzialmente accantonata. Pensioni e sanità assorbono quasi un terzo della nostra spesa pubblica. È una situazione insostenibile, ma nessuno vuole affrontarla davvero. E questa paralisi alimenta inevitabilmente tutti i demagoghi.
— A quasi dieci anni dall'elezione di Emmanuel Macron, quale bilancio traccia della sua presidenza? Quale Francia consegnerà al suo successore?
Il bilancio non è particolarmente lusinghiero. Basta osservare gli indicatori economici: il debito ha raggiunto livelli mai visti, mentre i tassi d'interesse continuano a salire e i principali segnali della nostra economia sono preoccupanti. Anche la lotta alla disoccupazione, che aveva rappresentato uno dei successi di Macron, sta perdendo efficacia. La disoccupazione torna ad aumentare e l'attrattività della Francia si indebolisce. L'agricoltura e l'industria non attraversano certo una fase brillante. Sul versante delle funzioni sovrane dello Stato, poi, i risultati sono altrettanto deludenti. L'immigrazione appare più incontrollata che mai, l'insicurezza non è stata contenuta e la criminalità assume forme sempre più violente, anche laddove alcune statistiche registrano una diminuzione dei reati. Il sistema educativo, come dicevamo, è in difficoltà. Quello sanitario è affaticato, logorato e avrebbe bisogno di una riforma profonda. In sostanza, tutti i nostri servizi pubblici dovrebbero essere seriamente ripensati. A questo bisogna aggiungere il declino demografico: la natalità francese si è fortemente indebolita e negli ultimi tempi abbiamo registrato più morti che nascite. È un segnale molto grave per una nazione.
— E sul piano internazionale? Macron aveva promesso di rilanciare la grandeur francese e il ruolo di Parigi come potenza d'equilibrio.
La Francia conserva certamente alcuni strumenti fondamentali della propria potenza. Possiede un seggio permanente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e dispone dell'arma nucleare, con un'autonomia strategica superiore persino a quella britannica, dato che Londra dipende maggiormente dagli Stati Uniti per il proprio deterrente. Abbiamo inoltre la francofonia, uno straordinario patrimonio geopolitico e culturale: il francese continua a guadagnare parlanti, soprattutto grazie alla crescita demografica africana. Ma questi punti di forza non devono nascondere il ridimensionamento della nostra influenza. In Africa abbiamo perso posizioni importanti, abbiamo abbandonato numerose basi militari e ci troviamo sempre più esposti alla concorrenza di altre potenze. Anche in Europa il nostro ruolo è contestato. La debolezza economica francese riduce la nostra capacità negoziale e i partner, a cominciare dalla Germania, non sono certo disposti a farci concessioni. La Francia mantiene una voce sulla scena internazionale, ma il suo prestigio e la sua influenza sono oggi più limitati rispetto al passato.
Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio
— Il centro non sembra avere trovato un erede credibile di Macron, mentre la destra repubblicana e la sinistra socialdemocratica restano divise. Quale scenario immagina per le presidenziali del 2027?
È molto difficile formulare previsioni quando mancano ancora sei o sette mesi alle elezioni. Abbiamo più di trenta potenziali candidati e i sondaggi fotografano soltanto gli orientamenti del momento, non anticipano necessariamente il risultato. Ciò che emerge, però, è la presenza di due poli particolarmente forti. Il primo, nettamente più potente, è il Rassemblement National, che dispone di una leadership riconosciuta e di alcune idee molto chiare, soprattutto sull'immigrazione e sulle questioni di sicurezza. Il secondo è la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, meno forte elettoralmente, ma dotata anch'essa di un capo indiscusso e di un messaggio semplice, radicalmente anticapitalista e contrario all'economia di mercato. Un discorso che trova ascolto soprattutto presso quella parte della gioventù francese che vive un sentimento di declassamento e non riesce a trovare un'occupazione corrispondente al proprio livello di istruzione. Tra questi due poli si estende una sorta di grande spazio politico che va dalla destra repubblicana alla sinistra socialdemocratica. Ma i candidati moderati faticano a farsi ascoltare perché il loro linguaggio appare troppo ragionevole, troppo temperato, in un'epoca nella quale viene premiata la radicalità.
— È la crisi definitiva delle tradizionali forze di governo?
È soprattutto la prosecuzione di quel fenomeno che in Francia chiamiamo dégagisme, la volontà di mandare via chi ha governato. Un movimento che, paradossalmente, aveva contribuito alla stessa ascesa di Macron. Molti francesi vogliono voltare pagina e non credono più alle promesse della destra repubblicana e della sinistra di governo. Queste forze hanno un handicap fondamentale rispetto agli estremi: sono state al potere per decenni e vengono considerate responsabili delle difficoltà attuali. Da qui il rischio concreto che all'Eliseo arrivi un leader populista, di destra o di sinistra, incapace di risolvere i problemi strutturali del Paese. Ma esiste anche un'altra incognita: nulla garantisce che il futuro presidente possa ottenere una maggioranza parlamentare alle successive legislative. La Francia è ormai caratterizzata da una tripartizione del panorama politico che potrebbe sopravvivere alle presidenziali. E con la nostra Costituzione questa frammentazione rende estremamente difficile garantire una stabilità politica duratura.
— Nel campo lepenista, Marine Le Pen sembra conservare una maggiore solidità politica rispetto a Jordan Bardella. Quanto può incidere questa differenza sulla corsa all'Eliseo?
Ho sempre pensato, anche quando non sapevamo se sarebbe stata candidata, che Marine Le Pen fosse molto più solida di Jordan Bardella per affrontare un'elezione presidenziale. Bardella è giovane, inesperto e presenta un corpus ideologico piuttosto debole. Quello di Marine Le Pen non è particolarmente elaborato, ma il suo è comunque più consistente. Le recenti vicende che hanno coinvolto Bardella non sembrano danneggiare direttamente Marine Le Pen, almeno per il momento. Potrebbero però rappresentare un problema al secondo turno, quando bisogna ampliare il proprio elettorato, conquistare nuovi consensi e uscire dal proprio perimetro politico.
— E Le Pen potrebbe conoscere un'evoluzione pragmatica simile a quella di Giorgia Meloni?
Si tratta di un ragionamento che molti osservatori ed elettori francesi stanno facendo. Si dicono: perché non provare Marine Le Pen? Non è responsabile di ciò che è accaduto finora e, una volta al potere, sarebbe inevitabilmente costretta a confrontarsi con le responsabilità economiche, europee e internazionali della funzione presidenziale: in fondo, è la funzione che fa il presidente, non il contrario. Giorgia Meloni non governa esattamente come aveva promesso. È possibile che qualcosa di simile accada anche a Marine Le Pen. Ma non bisogna sottovalutare i rischi. Se arrivasse al potere, almeno inizialmente dovrebbe adottare misure simboliche per soddisfare il proprio elettorato. E temo che alcune di queste, soprattutto in materia economica e pensionistica, potrebbero rivelarsi catastrofiche per la Francia.
— La crisi del motore franco-tedesco e la possibile fine delle stagioni politiche di Macron e Sánchez potrebbero favorire un asse latino tra Francia, Italia e Spagna, capace di riequilibrare gli assetti europei?
Non bisogna farsi illusioni. Da quello che so e da quello che mi viene riferito, il cosiddetto asse franco-tedesco è sempre esistito soprattutto nella percezione francese, molto meno in quella tedesca. In Francia si parla continuamente della coppia franco-tedesca, mentre in Germania molto meno. È sempre stato così. La ragione è semplice: la Germania possiede una superiorità economica sulla Francia molto marcata. Quanto a un'alleanza latina, non credo che abbia mai veramente funzionato. Non esisteva ai tempi di De Gaulle, di Mitterrand o di Chirac. Francia, Italia e Spagna condividono certamente una cultura latina e forse un rapporto con l'ordine meno rigoroso di quello dei Paesi germanici e scandinavi. Ma questo non ha mai prodotto un fronte politico unitario. Persino durante le grandi crisi finanziarie che hanno colpito Madrid e Roma, non si può dire che la solidarietà francese abbia funzionato pienamente. Non vedo quindi come il semplice cambiamento dei presidenti possa trasformare questi Paesi in un trio capace di esercitare un peso decisivo nell'Unione europea. Se devo indicare una potenza emergente nel continente, guarderei piuttosto alla Polonia. Varsavia sta acquistando una voce sempre più importante, anche grazie alla propria posizione geografica di fronte alla Russia e al ruolo centrale assunto dalla guerra in Ucraina. Non credo che un nuovo presidente francese possa modificare sostanzialmente questi equilibri o dare vita a un vero asse latino.
— Dall'Algeria all'Africa subsahariana, la Francia ha progressivamente perso influenza. Come potrebbe cambiare la sua proiezione geopolitica dopo Macron?
Bisogna distinguere diversi fronti. Il primo è quello europeo. Oggi prevale in molti Paesi la volontà di ridurre i contributi finanziari all'Unione, una posizione presente anche in Francia e Germania. E bisogna riconoscere che, senza il sostegno all'Ucraina, l'Europa sarebbe praticamente ferma. Non vedo grandi progressi nel processo di integrazione e non sono convinto che un nuovo presidente francese avrebbe la volontà o la capacità di riprendere una leadership europea. Quanto all'Africa, parliamo di un continente che nel 2050 potrebbe ospitare due miliardi e mezzo di persone, con enormi flussi migratori interni e verso l'Occidente. La Francia non è più nella posizione di esserne il partner privilegiato. La globalizzazione ha aperto il continente alla concorrenza di Cina, Turchia, India, Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti e persino Iran. I governi africani si rivolgono a chi offre le condizioni migliori. Questa realtà non cambierà con un nuovo presidente all'Eliseo. Il problema è che oggi non disponiamo nemmeno di una vera dottrina per orientare la nostra politica africana, come invece accadeva in passato. Possediamo il patrimonio della nostra storia comune, ma è anche un'eredità ingombrante, segnata dal colonialismo, che molti giovani africani vogliono farci pagare. Il nostro altro grande punto di forza rimane la francofonia. Ma dobbiamo imparare a valorizzarla.
— E i rapporti con Washington? La Francia potrà recuperare autonomia strategica di fronte all'America di Donald Trump?
Credo che la partita sia soprattutto nelle mani degli Stati Uniti. Qualunque sia il prossimo presidente francese, il padrone del gioco resterà Donald Trump finché rimarrà alla Casa Bianca. Dopo la sua uscita di scena le cose potrebbero eventualmente cambiare, ma non è affatto certo. Perché il progressivo disinteresse americano verso l'Europa non nasce con Trump. È una tendenza che risale almeno a Barack Obama. Gli Stati Uniti guardano ormai al continente europeo con molto meno entusiasmo, con molto meno amore, direi, rispetto al passato. Non bisogna quindi immaginare che la fine della presidenza Trump possa automaticamente riportare le relazioni transatlantiche alla situazione precedente.
«Le manifestazioni di queste settimane sono motivate, almeno in parte, da rivendicazioni che potrebbero anche essere considerate accettabili. Ma diventano inascoltabili quando si accompagnano alla volontà di mettere a ferro e fuoco il Paese e di instaurare il disordine. È quanto abbiamo visto nell'ultimo mese. Si tratta di un movimento alimentato da una minoranza, perché moltissimi liceali non hanno alcuna intenzione di interrompere le lezioni per scendere in piazza. Una minoranza attiva e rumorosa, influenzata dall'ultrasinistra e dalla France Insoumise, che cerca di seminare il caos perché questo è il suo progetto politico»
«Vediamo quanto la crisi attuale, pur avendo il suo epicentro nel Golfo, pesi anche sull'Italia, sia dal punto di vista economico sia da quello degli equilibri geopolitici. Esiste un interesse politico comune da perseguire. Credo che l'Italia abbia svolto un ottimo lavoro, favorito anche dalla sua rinnovata stabilità politica»
«A mio avviso non si comprende l'AfD se la si considera semplicemente come il ritorno del nazismo. Certamente al suo interno esistono componenti estremiste o deprecabili e la storia tedesca impone una vigilanza particolare. Ma dal punto di vista delle strutture profonde una parte del suo immaginario politico richiama piuttosto la tradizione nazionale prussiana e bismarckiana»
«Polonia, Paesi baltici, Paesi nordici e Germania lo hanno già capito. La Germania possiede ormai il maggiore bilancio militare d'Europa e sta espandendo le proprie forze armate a un ritmo notevole, limitata non dalla disponibilità di denaro, ma dalla capacità industriale. Gran Bretagna, Francia e Italia, invece, a mio avviso non hanno ancora pienamente compreso le implicazioni della fase attuale. Continuano a spendere troppo poco e a sperare che la crisi possa in qualche modo passare. Ma devono capire che non passerà»
«Berlino cerca spazio attraverso un approccio velleitario sempre più protezionistico e unilateralmente atlantista. Continuare su questa linea sarebbe un ulteriore errore non solo per la Germania, ma anche per tutta l'Ue. L'Europa dovrebbe essere un continente commercialmente aperto, capace di intrattenere rapporti con una pluralità di attori. Chiudersi in una logica di blocco è probabilmente la scelta peggiore»
«In quasi tutti i Paesi nei quali ho lavorato ho incontrato una domanda d'Italia superiore alla nostra capacità di risposta. Esisterebbe uno spazio enorme per noi: economico, culturale, diplomatico e industriale. Ma non riusciamo a occuparlo. Abbiamo istituzioni deboli, priorità spesso sbagliate e una pubblica amministrazione che non risponde con la velocità necessaria. Le imprese provano a muoversi, ma non possono farlo sempre da sole, soprattutto nei mercati nei quali la presenza dello Stato è determinante»
Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.
Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».
Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.
La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran.
Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:
«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».
L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.
Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima.
Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.
La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.
La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.
Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.
Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.
Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.
Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.
I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.