Un adattamento non tradisce un classico quando ne cambia le scene, ma quando ne sostituisce l'idea di uomo. È quello che accade all'Odissea di Christopher Nolan, che legge il ritorno di Ulisse attraverso un'unica lente, la colpa, e riduce a un dramma della coscienza le molte domande che Omero aveva disseminato lungo il viaggio. Così il film finisce per raccontare, suo malgrado, un'epoca che sa scavare nell'interiorità ma non sa più vedere ciò che la supera.
Il MAXXI di Roma ospiterà il prossimo 10 ottobre 2026, per un’intera giornata, la seconda edizione di Bayram, l’iniziativa che quest’anno assume come titolo e come chiave interpretativa “Il salto quantico”, un’espressione mutuata dalla fisica quantistica per descrivere quella transizione discontinua e irreversibile che sembra oggi attraversare gli equilibri tra guerra e pace, in un momento storico che appare sempre meno come frattura improvvisa e sempre più come una riscrittura progressiva delle regole con cui si era abituati a leggere il mondo. Proprio qui, al Museo MAXXI di Roma, circa un anno fa abbiamo lanciato una piattaforma culturale generazionale chiamata “Bayram”. Dopo una giornata intensa che ha visto la partecipazione di circa 80 ospiti e 2mila partecipanti, abbiamo provato immaginare il futuro interrogandoci su una domanda necessaria, esistenziale, futurologica: “come sarebbe il mondo se le cose andassero diversamente?” Ora non vogliamo fermarci, vogliamo continuare il nostro viaggio interstellare e tracciare un solco narrativo e di riflessione profonda per decodificare il presente e ricodificare il futuro: Sabato 10 ottobre 2026 dalle ore 10 quella stessa “generazione cosmica” che un anno fa si è riunita qui è chiamata a fare “il salto quantico”, sì, perché “Il salto quantico” sarà proprio il titolo di questa seconda edizione di Bayram. Nella fisica quantistica, questo concetto descrive un cambiamento radicale, una transizione discontinua e irreversibile, un passaggio di stato energetico che non segue i parametri e i perimetri tradizionali. Le “regole del gioco” stanno mutando. Tecnologie quantistiche ed intelligenza artificiale stanno rifondando simultaneamente la sicurezza, la diplomazia, la finanza, la politica, l’energia, la guerra e la pace. La profezia è prima di tutto un codice con le sue leggi non scritte.
Nata come centrale permanente di idee e visioni, Bayram si propone di mettere in relazione discipline che la tradizione accademica ha spesso tenuto separate, dalla fisica alla teologia, dalla poesia alla tecnologia, dalla filosofia all’astrofisica, nella convinzione che solo un confronto aperto tra linguaggi distanti possa restituire una qualche capacità di orientamento in un’epoca dominata dal calcolo delle probabilità piuttosto che dalla certezza delle leggi. Le tecnologie quantistiche e l’intelligenza artificiale occuperanno una parte centrale della riflessione, imponendo una lettura che tenga insieme l’innovazione scientifica e le sue ricadute etiche, la tecnopolitica emergente e le sue implicazioni sul piano internazionale. Il MAXXI, con la propria vocazione a ospitare l’incontro tra arte, architettura e ricerca contemporanea, offre la cornice naturale per una giornata che si annuncia come punto di riferimento nel dibattito culturale italiano sui temi della tecnologia, della geopolitica e del futuro condiviso.
Nell’epoca del riarmo, della politica di potenza e della corsa quasi automatica all’escalation, parlare di pace rischia di apparire ingenuo. Mario Giro, con “Pace in tempo di guerra”, pubblicato da Guerini e Associati, sostiene invece l’esatto contrario ricordando che la pace non è un esercizio retorico, né una resa davanti alla forza, ma una necessità politica da perseguire con realismo e pragmatismo. Un tema che Giro ha affrontato e verificato in prima persona. Mediatore della Comunità di Sant’Egidio, sottosegretario agli Affari esteri nel governo Letta e viceministro degli Affari esteri nei governi Renzi e Gentiloni, con delega alla cooperazione internazionale, ha fatto della costruzione del dialogo una parte centrale della propria esperienza istituzionale e internazionale. In qualità di responsabile delle relazioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio, ha inoltre partecipato a numerosi processi di riconciliazione in Africa, Medio Oriente, Balcani e America Latina, misurandosi direttamente con conflitti, fratture politiche e società attraversate dalla violenza. Ed anche nella sua produzione più recente Giro ha insistito sulla necessità di sottrarre l’Africa alle letture superficiali, emergenziali o ideologiche, proponendone uno studio concreto e politicamente propositivo. Come ha fatto con “Global Africa” del 2019, “Guerre nere” del 2020 e “Piano Mattei” del 2024, tutti pubblicati da Guerini e Associati. Un approccio che con “Pace in tempo di guerra” porta nel cuore del dibattito internazionale dall'Iran all'Ucraina, dal continente americano all'Europa, per decodificare le principali fratture dell'età della forza.
-Perché ha scelto di affrontare il tema della pace proprio in questa fase storica?
Da tempo scrivo su questi argomenti e il lavoro svolto con la Comunità di Sant’Egidio nelle mediazioni dei conflitti mi ha reso particolarmente sensibile. Ho la sensazione che l’Occidente si sia avvitato in una condizione mentale senza uscita per cui la guerra è tornata a essere considerata uno strumento normale dell'azione politica, nonostante la storia e l'immediato presente dimostrino il contrario. Dal 1945 ad oggi nessuna grande potenza è riuscita davvero a vincere una guerra e le conseguenze di ogni conflitto armato sono state più disastrose e gravose rispetto al passato. Lo strumento militare non produce quindi soluzioni stabili, eppure la mentalità della forza è penetrata nella propaganda.
-Lei parla di una vera e propria “età della forza”.
Si assistiamo al ritorno di questa tendenza radicale e fallace in un contesto dominato da euforie belliciste profondamente preoccupanti ed inquietanti.
-Quali ne sono le ragioni?
Il fatto che la logica della guerra permette di scaricare le responsabilità interne in politica estera e di leggere il mondo in modo binario: amici e nemici, noi e loro. Una soluzione tanto comoda quanto pericolosa. In questo senso siamo vittima di una malattia dello spirito e della politica che dobbiamo affrontare necessariamente.
-Come si può parlare di pace in termini pragmatici senza apparire ingenui o collaborazionisti?
Partendo dal principio di realtà. Nel caso dell’Ucraina, l’aggressione russa è evidente e costituisce una responsabilità storica evidente di Mosca. Ma non possiamo nemmeno fingere che la Russia non esista o che scomparirà. Dobbiamo confrontarci con la Russia che c’è, non con quella che vorremmo. Essere realisti quindi significa cercare una soluzione ragionevole, limitare il conflitto e impedirgli di produrre conseguenze incontrollabili. Anche perché la guerra sottrae libertà di scelta persino a chi l’ha iniziata; solo la politica e la diplomazia offrono invece possibilità per affrontare queste sfide, non la forza.
-Perché oggi l’ONU e le istituzioni multilaterali appaiono paralizzati?
In quanto l'ordine internazionale è stato scientemente messo da parte e sabotato dagli interessi delle singole potenze. L’ONU funziona solo se gli Stati che lo compongono vogliono farlo funzionare. In passato i segretari generali parlavano con tutte le parti in gioco; oggi spesso nessuno di esse vuole incontrarli. La crisi dei trattati di non proliferazione nucleare, il linguaggio militarista applicato alle migrazioni e il ritorno dei nazionalismi con caratteri imperiali sono il segno dell’indebolimento delle regole comuni. Un concerto di fattori che evidenziano lo scivolamento nel particolarismo nazionale contro progetti collettivi di dialogo e cooperazione. L’Unione europea resta in questo contesto uno dei pochi processi in controtendenza in cui pur nei loro forti limiti i ventisette Stati che la compongono continuano a confrontarsi e collaborare.
-Che ruolo hanno avuto gli Stati Uniti e Donald Trump nella crisi del multilateralismo?
Trump non è la causa, ma l’effetto di un processo più lungo. Il multilateralismo ha iniziato a indebolirsi quando le grandi potenze hanno pensato di poter agire da sole. Pensiamo alle conseguenze per l'ordine internazionale dell'unilateralismo degli anni Novanta di Bush e Clinton...
Oggi viviamo in un'epoca di multipolarismo che non coincide con il multilateralismo ma con un nuovo concerto delle grandi potenze che archivia le logiche del passato. In questo contesto la Russia usa la forza militare con gli esiti che conosciamo, la Cina applica soprattutto strumenti economici per i propri disegni di influenza, mentre gli Stati Uniti cercano di mantenere la loro supremazia in modo ruvido e spregiudicato. E quando i grandi ignorano le regole, anche potenze medie come Turchia, Iran, Israele, Pakistan, India e Arabia Saudita cercano nuovi spazi di manovra. L'attuale crisi internazionale è dovuta pertanto al tramonto del multilateralismo e agli appetiti dei vari attori che vogliono acquisire più influenza e potere.
-Perché le guerre contemporanee tendono a diventare permanenti?
Perché nessuno riesce più a vincerle, nessuno accetta di perderle e quindi continuano ad oltranza. Per questo le guerre si eternizzano. Il conflitto israelo-palestinese dura da quasi ottant’anni senza aver reso Israele più sicuro né ha avvicinato i palestinesi a uno Stato. Lo stesso rischio riguarda l’Ucraina: il fronte è sostanzialmente bloccato, ma si continua a morire combattendo con missili e droni. Per non parlare della situazione in Iran... Assistiamo pertanto ad un azzardo continuo che si gioca sulla vita delle persone.
Manca il dialogo diplomatico. Iraniani e americani comunicano soprattutto tramite intermediari; europei e russi hanno interrotto i contatti diretti. Gli Stati Uniti, invece, hanno sì aperto canali con Mosca però senza coinvolgere pienamente gli europei che hanno ostacolato questo dialogo. Se non si parla con l’avversario, non se ne comprendono ragioni, timori e margini di concessione non si può creare una mediazione. Il dialogo, che è l'unica soluzione per risolvere questi conflitti, non va trattato con buonismo, ma con spirito pragmatico. Esso non risolve automaticamente i problemi, ma anzi richiede compromessi e la rinuncia di ciascuno a qualcosa. Ma senza politica e diplomazia non esiste soluzione.
-Come mai la politica trumpiana del “big stick” non funziona?
Perché nessuno è più considerato onnipotente. Ed anzi in questo contesto i soggetti più deboli hanno imparato a negare la vittoria ai più forti attraverso l'utilizzo di armi asimmetriche quali la guerriglia, il terrorismo o la resistenza prolungata. E questo fattore ha mostrato come la superiorità tecnologica non garantisca più il successo politico. Russia, Stati Uniti e Cina, in modi diversi, evitano, infatti, di assumersi fino in fondo le responsabilità politiche connesse al proprio ruolo. Chi con la guerra economica, chi con l'influenza politico-militare.
-Su Domani ha scritto che Iran e Stati Uniti avrebbero più interesse a intendersi che a combattersi. In che modo?
Se ragionassero pragmaticamente. Così come ai tempi dello Scià Teheran e Washington hanno più da guadagnare nell'unirsi e collaborare piuttosto che da una guerra infinita. L’Iran si è progressivamente trasformato in uno Stato paria e la gestione dei propri alleati regionali è diventata per loro troppo costosa. Gli Stati Uniti rischiano invece di essere trascinati in un conflitto permanente seguendo senza limiti la strategia israeliana. Entrambi soffrono una forma di overstretching politico e militare di cui stanno pagando prezzi altissimi. La necessità di ridurre ciò potrebbe costituire un primo terreno di intesa.
-Quale ruolo può svolgere il Vaticano nel disordine internazionale?
La Santa Sede è rimasta una delle poche reti mondiali che difendono il vivere insieme e l’idea di un destino comune. Da Benedetto XV, che definì la Prima guerra mondiale un’“inutile strage”, fino a Francesco e Leone XIV, il magistero pontificio ha mantenuto una linea coerente. In controtendenza con le chiese ortodossi e alcune comunità protestanti che hanno sostenuto nuovi nazionalismi con connotati religiosi. La Chiesa cattolica invece non si schiera con un blocco, ma con tutte le vittime del mondo, senza gerarchie. In questo senso rappresenta un’ultima arca di umanità contro l'età della forza. E da cattolico non posso che condividere questa impostazione.
-È possibile costruire un'altra idea di sicurezza fondata sulla pace?
È necessario. Occorre ristabilire regole comuni e comprendere i bisogni di sicurezza di ciascuno: nessuno può definire unilateralmente la sicurezza degli altri. Cercando di ricostruire il dialogo e la collaborazione con i paesi al centro di questi conflitti dalla Russia all'Iran. Bisogna inoltre evitare ogni escalation nucleare. Come diceva Giovanni Paolo II, la pace è un cantiere sempre aperto: non uno stato miracoloso, ma un lavoro continuo. Bisogna lavorare con perseveranza a questo fine.
-Passiamo all’Africa. Come si costruisce la pace in un continente attraversato da conflitti e interferenze esterne?
Le guerre africane non sono più primitive o irrazionali delle altre. Spesso vengono semplicemente dimenticate. Il conflitto in Sudan, per esempio, è tra i più sanguinosi del mondo ed è alimentato da numerosi attori esterni. Tuttavia gli africani sono sempre più protagonisti del proprio destino. Io credo che europei, americani, russi e cinesi avranno progressivamente sempre meno spazio per decidere dall’esterno ciò che deve accadere nel continente.
-In quale settore l’Africa potrebbe assumere un ruolo globale decisivo?
L’Asia è entrata nella globalizzazione attraverso la manifattura; l’Africa potrebbe farlo attraverso l’agribusiness. È l’ultimo continente con enormi quantità di terra arabile ancora disponibile e il mondo avrà sempre più bisogno della sua produzione. Ma la principale forza africana sono i giovani: l’età mediana è circa diciannove anni, contro i circa quarantotto dell’Europa. Questa energia demografica deve trovare opportunità, formazione e lavoro e in questo senso i popoli africani cercheranno sempre più spazio nello scenario internazionale.
-Quale modello di cooperazione con i popoli africani dovrebbe adottare l’Italia in questo quadro?
L’Italia ha attraversato tre fasi: una statalista, fondata sulle grandi opere; una affidata soprattutto a fondazioni, Onlus e ONG; una terza, interpretata dal Piano Mattei, che deve integrare Stato, imprese e terzo settore. Secondo me è necessario continuare questo terzo sentiero in un'ottica bipartisan e cooperativa.
-Come valuta il Piano Mattei?
Si tratta di un progetto che ha creato un sistema efficiente e necessario, che ora va implementato e attuato con maggiore incisività. E credo che tutto il sistema Italia dovrebbe cooperare in quest'ottica, superando le divisioni tra opposizioni e maggioranza, in un disegno comune. In questo quadro sanità e istruzione restano essenziali, insieme allo sviluppo di filiere produttive africane.
-Come procedere in questo sentiero?
Attraverso un impegno massiccio e di lungo periodo per la cooperazione evitando in ogni modo logiche estrattiviste. Le materie prime agricole, minerarie ed energetiche non devono essere semplicemente portate in Europa per essere trasformate. Devono essere lavorate in Africa, generando valore, occupazione e competenze locali. Servono pertanto partenariati reali tra governi africani, istituzioni italiane e imprese. Bisogna inoltre sostenere in questo progetto le piccole e medie imprese italiane, che spesso non possiedono le risorse o i mezzi per affrontare da sole un investimento rischioso di questo tipo. Lo Stato deve quindi predisporre garanzie e strumenti finanziari adeguati. Non siamo più ai tempi dell'IRI e l'Italia non può abbandonare le nostre imprese di fronte ad un dossier sempre più cruciale come quello africano.
-Quale ruolo internazionale dovrebbe ritagliarsi l’Italia?
Quello di una media potenza capace di dialogare con tutti e di tutelare concretamente i propri interessi. Un esempio decisivo è di porsi come il principale difensore della sicurezza delle rotte dal Golfo di Aden al Mar Rosso, attraverso Bab el-Mandeb e Suez, fino al Mediterraneo. L’Italia è un’economia esportatrice e non dispone di uno sbocco diretto sull’Atlantico e per essa la libertà di navigazione è quindi vitale. Per garantirla dobbiamo negoziare con Egitto, Turchia, Sudan, Etiopia, Eritrea, Yemen e con gli attori presenti nell’area senza dogmatismi. In questo senso è necessario che l'Italia si posizioni come potenza di mediazione e di sintesi capace di agire pragmaticamente negli scenari limitrofi, specie nel Mediterraneo, in cui si gioca l'interesse nazionale.
-E quanto è importante la diplomazia culturale?
È essenziale: l’umanesimo italiano e la valorizzazione dell’italofonia possono creare legami e fiducia dove gli strumenti tradizionali incontrano ostacoli. Rilanciare questi strumenti è doveroso.
«L’ONU funziona solo se gli Stati che lo compongono vogliono farlo funzionare. In passato i segretari generali parlavano con tutte le parti in gioco; oggi spesso nessuno di esse vuole incontrarli. La crisi dei trattati di non proliferazione nucleare, il linguaggio militarista applicato alle migrazioni e il ritorno dei nazionalismi con caratteri imperiali sono il segno dell’indebolimento delle regole comuni. Un concerto di fattori che evidenziano lo scivolamento nel particolarismo nazionale contro progetti collettivi di dialogo e cooperazione»
«Nessuna delle due parti ha interesse a una simile evoluzione. Da un lato, Trump si sta avvicinando alle elezioni di metà mandato e non vuole presentarsi agli elettori con un conflitto aperto. D'altra parte, non vedo che cosa potrebbe ottenere in più rispetto a ciò che non è già riuscito a ottenere in precedenza, anche se è evidente che, attualmente, gli attacchi americani contro infrastrutture civili, come ponti e aeroporti, hanno l'obiettivo di paralizzare l'economia iraniana»
«Una parte di ognuno di noi è lo hobbit pigro che vuole solo starsene in pace nella sua Contea e una parte e lo hobbit scagliato in un'avventura di cui non può prevedere il risultato, ma decide di abbracciarla; una parte di noi è Gollum, con le sue dipendenze e la sua brama di ricomporre le proprie personalità e una parte è Boromir, la cui forza viene schiacciata dalla tentazione della scorciatoia»
«Negli ultimi anni questa dipendenza, a lungo rimossa, è diventata evidente ed è stata persino rivendicata da Trump come arma di condizionamento. Però occorre essere chiari, questa visione non è solo di Trump. [...] Già Obama guardava soprattutto alla Cina, non all’Europa, e lo stesso vale per Biden e per molti suoi consiglieri. Siamo quindi ad un bivio: vogliamo continuare lungo la linea tracciata dopo il 1945, oppure cambiamo? E, se cambiamo, per costruire quale tipo di autonomia europea? Al momento sento molto rumore, ma pochissime proposte concrete»
«Dopo il disastro della Brexit, che ha causato danni significativi all’economia britannica, c’è il riconoscimento che la rottura con l’Unione Europea è stata troppo costosa e brusca. Esistono molte aree in cui dobbiamo tornare a collaborare. Non credo però che Londra presenterà domanda di rientro nell’Unione. Non sarebbe fattibile né conveniente ad oggi e non sono sicuro che l’UE lo vorrebbe, dopo le agonie della Brexit. Ma si può lavorare a una relazione più stretta, condividendo alcune politiche europee e partecipando in parte ad alcune istituzioni, senza piena adesione. Ciò soprattutto cercando una convergenza sul versante della difesa e della sicurezza»
«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.
Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».
Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.
La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran.
Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:
«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».
L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.
Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima.
Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.
La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.
La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.
Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.
Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.
Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.
Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.
I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.