Il lusso di dire No

L'Islanda non ha bisogno dell'euro, gestisce da sola le proprie acque e ha un PIL pro capite tra i più alti al mondo. Il suo No all'Europa incarna il privilegio di chi può ancora permettersi di scegliere. Chi controlla le proprie acque, la propria valuta e il proprio modello di sviluppo fatica a vedere cosa l'Europa possa aggiungere. La lezione più scomoda per Bruxelles è proprio questa.

La diplomazia della Iurta

L'Eurasia si è data appuntamento a Bishkek per celebrare la propria eredità nomade e il suo divorzio dall'Occidente - non senza contraddizioni. Un capolavoro diplomatico del piccolo Kirghizistan - diventato per 48 ore il centro nevralgico dei veri giochi che contano - e la prova che l'alternativa all'ordine occidentale si costruisce anche così: lentamente, a colpi di accordi multilaterali, infrastrutture cinesi e lingue ufficiali adottate per pragmatismo. Quella lingua, per inciso, è l'inglese.

C'è il sentiero

Da Erasmo a Montaigne, i giganti della cultura occidentale erano prima di tutto maestri della scorciatoia intellettuale. Xavier Nueno lo dimostra in "Un saper leggero" (Einaudi, 2026): la civiltà letteraria non è mai stata accumulo orizzontale di sapienza, ma tecnica della selezione. Il problema nasce quando il riassunto sostituisce il pensiero invece di prepararlo. E l'intelligenza artificiale, in fondo, non è che il definitivo taccuino di luoghi comuni del Rinascimento, elevato a sistema e dotato di parola automatica.

L'ultimo spettacolo di Beppe Grillo

Dal duello a distanza a colpi di video con Giuseppe Conte, reo di avergli scippato il movimento e di averlo istituzionalizzato tradendone i valori, alla pubblicazione sul proprio blog lo scorso 29 luglio di una dura invettiva contro la sua creatura politica, il visionario padre padrone del partito pentastellato è tornato a farsi sentire sulla scena politica del paese, ammiccando alle utopie libertarian dei padroni della Silicon Valley per solleticare l’elettorato antisistema M5S delle origini più refrattario alla "Grosse Koalition" col PD.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La generazione cosmica è chiamata al "salto quantico"

Il MAXXI di Roma ospiterà il prossimo 10 ottobre 2026, per un’intera giornata, la seconda edizione di Bayram, l’iniziativa che quest’anno assume come titolo e come chiave interpretativa “Il salto quantico”, un’espressione mutuata dalla fisica quantistica per descrivere quella transizione discontinua e irreversibile che sembra oggi attraversare gli equilibri tra guerra e pace, in un momento storico che appare sempre meno come frattura improvvisa e sempre più come una riscrittura progressiva delle regole con cui si era abituati a leggere il mondo. Proprio qui, al Museo MAXXI di Roma, circa un anno fa abbiamo lanciato una piattaforma culturale generazionale chiamata “Bayram”. Dopo una giornata intensa che ha visto la partecipazione di circa 80 ospiti e 2mila partecipanti, abbiamo provato immaginare il futuro interrogandoci su una domanda necessaria, esistenziale, futurologica: “come sarebbe il mondo se le cose andassero diversamente?” Ora non vogliamo fermarci, vogliamo continuare il nostro viaggio interstellare e tracciare un solco narrativo e di riflessione profonda per decodificare il presente e ricodificare il futuro: Sabato 10 ottobre 2026 dalle ore 10 quella stessa “generazione cosmica” che un anno fa si è riunita qui è chiamata a fare “il salto quantico”, sì, perché “Il salto quantico” sarà proprio il titolo di questa seconda edizione di Bayram. Nella fisica quantistica, questo concetto descrive un cambiamento radicale, una transizione discontinua e irreversibile, un passaggio di stato energetico che non segue i parametri e i perimetri tradizionali. Le “regole del gioco” stanno mutando. Tecnologie quantistiche ed intelligenza artificiale stanno rifondando simultaneamente la sicurezza, la diplomazia, la finanza, la politica, l’energia, la guerra e la pace. La profezia è prima di tutto un codice con le sue leggi non scritte.

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Nata come centrale permanente di idee e visioni, Bayram si propone di mettere in relazione discipline che la tradizione accademica ha spesso tenuto separate, dalla fisica alla teologia, dalla poesia alla tecnologia, dalla filosofia all’astrofisica, nella convinzione che solo un confronto aperto tra linguaggi distanti possa restituire una qualche capacità di orientamento in un’epoca dominata dal calcolo delle probabilità piuttosto che dalla certezza delle leggi. Le tecnologie quantistiche e l’intelligenza artificiale occuperanno una parte centrale della riflessione, imponendo una lettura che tenga insieme l’innovazione scientifica e le sue ricadute etiche, la tecnopolitica emergente e le sue implicazioni sul piano internazionale. Il MAXXI, con la propria vocazione a ospitare l’incontro tra arte, architettura e ricerca contemporanea, offre la cornice naturale per una giornata che si annuncia come punto di riferimento nel dibattito culturale italiano sui temi della tecnologia, della geopolitica e del futuro condiviso.

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Congo, guerra infinita

Tshisekedi lancia un dialogo nazionale per rifondare lo Stato, ma esclude l'M23 che occupa i Kivu e gli uomini di Kabila, condannato a morte in contumacia. L'opposizione ci vede la manovra per un terzo mandato vietato dalla Costituzione e ricorda come finì la Conferenza sovrana di Mobutu. Intanto Kigali muove i ribelli e Washington firma accordi sulle miniere. Il Congo resta il paese più ricco e meno governato del continente.

Tutti contro il 44%

La vittoria dell'Alternative für Deutschland (AfD) nella Sassonia-Anhalt non costituisce più soltanto una protesta circoscritta alla Germania orientale. Il muro edificato per contenerla non riesce più a impedirle di conquistare una legittimazione elettorale di massa. Tra gli accordi di palazzo, l’inquisizione morale e burocratica del vecchio potere, emerge una Germania profonda che pretende di ridisegnare il futuro della nazione. Il valzer dei perdenti sta per cominciare.

La rivoluzione woke è compiuta

Alexandria Ocasio-Cortez che liquida il primo ciclo woke come "folle" segue un antichissimo copione, di una logica secolare. Da sempre lo Stato assorbe le radicalizzazioni e le ufficializza, poi le svuota e le restituisce addomesticate. I Democratici non hanno cambiato rotta per convinzione, ma perché questo meccanismo politico ha ormai compiuto il suo corso.

Interviste

a cura di Francesco Subiaco

David Blair: «L'Europa deve reimparare l'arte della politica di potenza»

In un'epoca segnata dal ritorno degli imperi, gli europei non possono più permettersi di vivere fuori dalla storia. Dalle sfide poste dalla guerra in Ucraina alle tensioni che attraversano il Medio Oriente e l'Asia, il Vecchio Continente non può più rifugiarsi in un limbo politico, aspettando che le crisi si risolvano da sole, ma deve invece ritagliarsi un proprio spazio nell'attuale disordine internazionale. È questa la tesi centrale sostenuta da David Blair, uno dei più acuti ed esperti giornalisti e analisti britannici di politica internazionale, oggi Chief Foreign Affairs Commentator del Daily Telegraph. Già corrispondente estero in Africa, Medio Oriente e Asia, Blair è stato inoltre chief speechwriter di Boris Johnson sia al Foreign Office sia durante il suo mandato da Primo ministro, e ha lavorato come speechwriter per altri due ministri degli Esteri britannici, Jeremy Hunt e James Cleverly.

–Come valuta l'attuale crisi dell'ordine internazionale?

Credo sia la crisi più pericolosa che abbiamo affrontato da molti anni. Ci troviamo in una situazione in cui il Paese che abbiamo sempre dato per scontato fosse il pilastro centrale dell'ordine internazionale, gli Stati Uniti, sotto molti aspetti ha ripudiato quell'ordine e sta perfino cercando di sovvertirlo. Recentemente The Economist ha descritto questa politica come una «palla da demolizione che abbatte la diplomazia». Credo che questa espressione descriva piuttosto bene ciò che l'America sta facendo da quando Donald Trump è tornato alla presidenza. In questo contesto, nessuna delle certezze con cui abbiamo vissuto – la solidità dell'Alleanza Atlantica, la convinzione che l'Occidente fosse più forte dei propri avversari – può più essere data per acquisita. Detto questo, la situazione non è del tutto priva di precedenti. Somiglia alla fine del XIX secolo, all'epoca dell'intensa competizione fra le grandi potenze. E sappiamo naturalmente dove condusse alla fine quella stagione, nel 1914. La sfida di oggi è dunque impedire che l'attuale instabilità ci trascini verso un altro conflitto globale.

–Trump viene spesso descritto come un isolazionista, eppure ha mostrato una notevole disponibilità all'uso della forza. Come interpreta questa apparente contraddizione?

Bisogna distinguere due cose. America First è una policy. Significa giudicare ogni questione internazionale sulla base di ciò che viene considerato l'interesse nazionale americano, spesso definito in termini commerciali, senza preoccuparsi particolarmente delle conseguenze per il sistema internazionale che gli stessi Stati Uniti hanno creato e garantito. MAGA, invece, è un'ideologia. È anti-Unione Europea, anti-globalizzazione, anti-libero commercio, anti-alleanze ed è contraria agli interventi all'estero. È molto efficace nel dire contro cosa si schiera; assai meno nello spiegare cosa effettivamente propone. Trump stesso non segue sempre questa ideologia, perché dal suo ritorno alla presidenza abbiamo assistito a numerosi interventi internazionali. Credo dunque che la politica estera americana possa essere compresa soprattutto attraverso la tensione fra questi due elementi: l'ideologia MAGA e la politica dell'America First. Sono due poli che, come abbiamo visto, non sono né complementari né intercambiabili. Al contrario.

–Come valuta le attuali tensioni all'interno della relazione transatlantica?

È una crisi che spetta soprattutto all'Europa risolvere. Non possiamo aspettarci che sia l'America a risolvere il problema al posto nostro. Gli europei devono assumersi una quota molto maggiore di responsabilità per la propria difesa, e questo significa spendere di più. Polonia, Paesi baltici, Paesi nordici e Germania lo hanno già capito. La Germania possiede ormai il maggiore bilancio militare d'Europa e sta espandendo le proprie forze armate a un ritmo notevole, limitata non dalla disponibilità di denaro, ma dalla capacità industriale. Gran Bretagna, Francia e Italia, invece, a mio avviso non hanno ancora pienamente compreso le implicazioni della fase attuale. Continuano a spendere troppo poco e a sperare che la crisi possa in qualche modo passare. Ma devono capire che non passerà.


–E la "special relationship" tra Londra e Washington?

Quando si considera la relazione tra Gran Bretagna e America, bisogna esaminare insieme due dimensioni. C'è quella pubblica: i rapporti tra il Primo ministro e il Presidente, i vertici internazionali e le visite di Stato. A quel livello le difficoltà sono evidenti. Basti considerare il fatto che il nostro nuovo Primo ministro non ha ancora incontrato personalmente il Presidente americano da quando è entrato in carica. Rispetto al passato, si tratta di un'anomalia. Poi esiste la dimensione nascosta, privata e segreta, fondata sulla cooperazione nucleare, sulla condivisione dell'intelligence e sugli apparati di sicurezza nazionale. Per quanto possiamo sapere, quella struttura continua a funzionare sostanzialmente come prima. È questo il paradosso della relazione speciale: può apparire fredda in superficie e rimanere straordinariamente profonda al di sotto.


–Abbiamo assistito recentemente al successo dell'AfD di Alice Weidel in Sassonia-Anhalt. Come vede l'ascesa della destra radicale nei maggiori Paesi europei?

Nel senso più ampio, tutto questo ci rende più deboli. Dal punto di vista russo, la possibilità che nei prossimi anni Francia, Germania e Gran Bretagna possano avere governi comprendenti forze più vicine ad alcuni aspetti della visione del mondo di Putin è certamente incoraggiante per il Cremlino. E ciò che incoraggia la Russia generalmente indebolisce il resto di noi. Non sono però sorpreso dal fenomeno. Uno degli errori dell'Europa è stato aprirsi a livelli senza precedenti di immigrazione di massa, con effetti destabilizzanti. Era del tutto prevedibile che vi sarebbe stata una reazione contro questo fenomeno e che ne avrebbero beneficiato i partiti della destra radicale. Ciò non significa, tuttavia, che il loro arrivo al potere sia inevitabile. In Gran Bretagna ritengo improbabile che il partito di destra Reform UK di Nigel Farage riesca a formare un governo. Naturalmente fare previsioni è difficile, ma al momento scommetterei contro questa possibilità. Quanto al resto d'Europa, vedremo. Non dobbiamo dunque abbandonarci alla disperazione. Ma la situazione rimane profondamente preoccupante.


–Quale ruolo può ancora svolgere Londra nell'attuale crisi internazionale?

Prima di lanciarci in grandi dibattiti concettuali, credo che la Gran Bretagna debba ricostruire la propria capacità di esercitare potere e influenza nel mondo. È molto allettante sviluppare una discussione teorica su cosa significhi essere una potenza di medio rango con interessi globali in una fase in cui l'ordine internazionale si frammenta e l'instabilità aumenta. Ma se queste riflessioni non sono accompagnate da proposte e azioni concrete, rimangono sterili. Dobbiamo quindi ricostruire i nostri strumenti di potenza nazionale, a cominciare dalle forze armate. Ogni Paese della NATO si è impegnato a spendere il 3,5 per cento del PIL per la difesa entro il 2035. La Gran Bretagna rimane molto lontana da questo obiettivo. Quest'anno, se saremo fortunati, spenderemo il 2,5 per cento del PIL. Il governo non dispone ancora di un piano per arrivare al 3 per cento del PIL e non ha neppure fissato una data entro la quale intende raggiungerlo. È profondamente insufficiente. Dobbiamo trovare la volontà politica necessaria per ricostruire le capacità di cui abbiamo bisogno per difendere i nostri interessi, lavorando insieme a Paesi che condividono la nostra visione – come l'Italia, per esempio.

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–Qual è il suo giudizio sugli anni di Starmer?

Il paradosso di Starmer è che aveva compreso la gravità della situazione, soprattutto la minaccia russa. Ha sostenuto con forza l'Ucraina e pronunciato alcuni discorsi efficaci. Il problema è che non ha stanziato le risorse necessarie per ricostruire le forze armate britanniche. Le parole erano giuste, ma le azioni si sono rivelate profondamente deludenti. Credo che gli anni di Starmer siano stati anni sprecati. Alla fine, gli è mancata la volontà politica necessaria per fare ciò che doveva essere fatto. Se la situazione europea dovesse alla fine deteriorarsi fino a trasformarsi in un conflitto diretto con la Russia, quel tempo perduto potrebbe avere conseguenze tragiche.


–Falkland e Chagos sono tornate ancora una volta al centro del dibattito politico britannico. Come valuta le sfide che riguardano questi due importanti Territori britannici d'oltremare?

Non credo che esista attualmente una seria minaccia militare alle Falkland. L'Argentina non dispone delle capacità necessarie per conquistarle con la forza. Ricorderà che nel 1982 Buenos Aires invase e occupò le isole, dopo di che la Gran Bretagna entrò in guerra e riuscì a riconquistarle. Non credo che oggi qualcosa del genere sia possibile. Il pericolo per le Falkland consiste piuttosto nella capacità dell'Argentina di mobilitare l'opinione pubblica internazionale contro la Gran Bretagna e di persuadere altri Paesi, in particolare all'interno delle Nazioni Unite, ad assumere posizioni ostili alla sovranità britannica sulle isole. Il governo argentino spererà di ottenere il sostegno e l'assistenza di Donald Trump e degli americani. Non credo tuttavia che ciò sia particolarmente probabile, proprio per ciò di cui parlavamo prima: la forza nascosta della relazione speciale tra Stati Uniti e Gran Bretagna probabilmente impedirà che ciò accada. Tuttavia, la pressione sulle Falkland è collegata anche al caso Chagos. La disponibilità britannica a rinunciare alla sovranità sul Territorio britannico dell'Oceano Indiano, dove si trova la base di Diego Garcia, è stata interpretata come un segno di debolezza. In un mondo sempre più pericoloso è imprudente dare l'impressione di essere pronti a rinunciare a un asset strategico.

–Lei ha scritto che Washington potrebbe aver trovato una strategia più efficace contro l'Iran: meno attacchi aerei, più blocco navale e pressione economica. Questa strategia può porre fine al conflitto in Medio Oriente?

Il regime iraniano dipende dalle entrate petrolifere. Bloccando i porti iraniani, gli Stati Uniti hanno strangolato le esportazioni di petrolio dell'Iran. Naturalmente, un regime può sopravvivere sotto questo genere di pressione per un certo periodo di tempo, ma non indefinitamente. In questo senso, la strategia di Trump possiede una sua logica. È una strategia immorale per le conseguenze che produce sulla popolazione iraniana, e l'obiettivo finale rimane poco chiaro perché Trump cambia frequentemente i propri obiettivi. Ma potrebbe spezzare la capacità dell'Iran di esercitare pressione, oppure la volontà del regime di resistere, e costringerlo a un accordo. Ci vorrà tempo, ma se il blocco verrà mantenuto non vedo come l'Iran possa riuscire a resistergli con successo.

–La guerra ha cambiato anche il rapporto tra Israele e Stati Uniti?

All'inizio, la cooperazione era più stretta che mai. Soltanto sotto Donald Trump le forze americane e israeliane sono effettivamente entrate in azione insieme e hanno combattuto fianco a fianco nelle stesse guerre. Naturalmente i precedenti presidenti americani fornivano a Israele armi e ogni genere di sostegno militare, ma America e Israele non erano mai realmente entrati in guerra l'una al fianco dell'altro. All'inizio di questa guerra, quindi, esistevano livelli straordinari di fiducia e cooperazione tra Stati Uniti e Israele che, credo, non erano mai esistiti prima. Poi è emerso il problema fondamentale: è quasi impossibile essere alleati di un presidente tanto imprevedibile e che cambia continuamente i propri obiettivi. Trump ha avviato un processo diplomatico con l'Iran senza consultare Israele e ha concluso un Memorandum of Understanding al quale Netanyahu era contrario. Israele oggi rimane fuori dalla nuova fase della guerra. Credo che ciò rifletta il riconoscimento, da parte di Netanyahu, del fatto che, nonostante il successo iniziale, l'influenza che oggi riesce a esercitare su Donald Trump sia molto limitata.


–Sull'Ucraina, invece, lei sembra vedere un'Europa divenuta più capace di agire.

Sì. Il pericolo era che Stati Uniti e Russia potessero imporre a Kiev un accordo di pace molto favorevole a Putin, compresa la cessione di aree del Donbass che la Russia non aveva mai conquistato militarmente e che sono essenziali per la difesa dell'Ucraina. Quel pericolo è diminuito grazie all'intervento europeo. Trump ha quindi interrotto il sostegno finanziario diretto americano all'Ucraina e trasformato le forniture militari in quelli che, nella sostanza, sono rapporti commerciali. L'Europa ha colmato il vuoto lasciato dall'America, consentendo a Zelensky di resistere alle pressioni affinché accettasse un accordo che avrebbe potuto semplicemente preparare il terreno per la guerra successiva. Questo è stato fondamentale perché ha dimostrato che l'Europa è perfettamente in grado di avere successo nella politica di potenza. Credo quindi che questo episodio rappresenti un esempio di come l'Europa dovrebbe comportarsi in futuro. L'Europa, collettivamente, deve sentirsi molto più a proprio agio con l'idea di affermare i propri interessi in un mondo nel quale la potenza nazionale conta più di quasi ogni altra cosa.


–È in questo contesto che dobbiamo interpretare l'ascesa dei BRICS+ e nuovi allineamenti regionali come l'intesa turco-pakistano-saudita?

Sono fenomeni diversi. I BRICS+ sono principalmente un raggruppamento economico, mentre gli accordi che stanno emergendo tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita, qualora si consolidassero, hanno un carattere maggiormente militare. Entrambi, tuttavia, dimostrano come la distribuzione della potenza economica globale sia diventata più equilibrata. I Paesi del G7 un tempo presiedevano collettivamente il «consiglio di amministrazione» dell'intero ordine internazionale. Oggi non sono più nemmeno gli azionisti di maggioranza. È dunque inevitabile che altri Paesi esercitino un potere maggiore. Non è necessariamente qualcosa di negativo, ma obbliga l'Europa a reimparare l'arte della competizione internazionale.


–Quale ruolo svolge Pechino in questo quadro più ampio?

Rappresenta una sfida estremamente seria e temo che non abbiamo ancora compreso fino in fondo quanto siano pericolose le ambizioni economiche della Cina. Quando Xi Jinping porta avanti il Made in China – in altre parole, l'ambizione di produrre in Cina tutto ciò di cui il Paese ha bisogno – l'obiettivo è raggiungere una condizione nella quale Pechino non abbia più bisogno di acquistare nulla dall'Europa. È quindi difficile immaginare come si possa commerciare con successo con un Paese gigantesco il cui obiettivo ultimo è non comprare nulla da noi. La politica industriale cinese consiste nel sostituire ciò che importa, imparare a produrlo autonomamente e poi rivendercelo a prezzi inferiori. Questa è una strategia predatoria estremamente pericolosa e destabilizzante, perché non è concepita soltanto per rafforzare la Cina; rischia di devastare interi settori delle economie europee. Le soluzioni tradizionali – chiedere alla Cina, per esempio, di consentire l'apprezzamento della propria valuta o di limitare volontariamente le proprie esportazioni – hanno scarsissime possibilità di successo. Sono un sostenitore del libero commercio, ma temo che, per proteggere le nostre industrie, dovremo prendere in considerazione barriere commerciali dirette.


–Infine, come valuta il ruolo di Giorgia Meloni sulla scena internazionale?

Molto positivamente, soprattutto sull'Ucraina. Credo che Meloni comprenda alcune realtà dell'attuale scenario internazionale meglio di diversi altri leader europei, in particolare gli effetti destabilizzanti dell'immigrazione di massa. Ma anche l'Italia, come la Gran Bretagna e la Francia, deve spendere di più per la difesa. Comprendo i vincoli politici e finanziari, ma l'Europa ha bisogno che l'Italia partecipi pienamente allo sforzo compiuto dalle maggiori potenze del continente. Questo significa rafforzare concretamente la propria capacità militare.

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Interviste

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David Blair: «L'Europa deve reimparare l'arte della politica di potenza»

«Polonia, Paesi baltici, Paesi nordici e Germania lo hanno già capito. La Germania possiede ormai il maggiore bilancio militare d'Europa e sta espandendo le proprie forze armate a un ritmo notevole, limitata non dalla disponibilità di denaro, ma dalla capacità industriale. Gran Bretagna, Francia e Italia, invece, a mio avviso non hanno ancora pienamente compreso le implicazioni della fase attuale. Continuano a spendere troppo poco e a sperare che la crisi possa in qualche modo passare. Ma devono capire che non passerà»
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Vladimiro Giacché: «Quella tedesca è una crisi economica, sociale, geopolitica e culturale»

«Berlino cerca spazio attraverso un approccio velleitario sempre più protezionistico e unilateralmente atlantista. Continuare su questa linea sarebbe un ulteriore errore non solo per la Germania, ma anche per tutta l'Ue. L'Europa dovrebbe essere un continente commercialmente aperto, capace di intrattenere rapporti con una pluralità di attori. Chiudersi in una logica di blocco è probabilmente la scelta peggiore»
Vladimiro Giacché: «Quella tedesca è una crisi economica, sociale, geopolitica e culturale»

Mario Giro: «L'ordine internazionale è stato scientemente messo da parte e sabotato dagli interessi delle singole potenze»

«L’ONU funziona solo se gli Stati che lo compongono vogliono farlo funzionare. In passato i segretari generali parlavano con tutte le parti in gioco; oggi spesso nessuno di esse vuole incontrarli. La crisi dei trattati di non proliferazione nucleare, il linguaggio militarista applicato alle migrazioni e il ritorno dei nazionalismi con caratteri imperiali sono il segno dell’indebolimento delle regole comuni. Un concerto di fattori che evidenziano lo scivolamento nel particolarismo nazionale contro progetti collettivi di dialogo e cooperazione»
Mario Giro: «L'ordine internazionale è stato scientemente messo da parte e sabotato dagli interessi delle singole potenze»

Georges Malbrunot: «Non ci sarà guerra totale fra Iran e USA»

«Nessuna delle due parti ha interesse a una simile evoluzione. Da un lato, Trump si sta avvicinando alle elezioni di metà mandato e non vuole presentarsi agli elettori con un conflitto aperto. D'altra parte, non vedo che cosa potrebbe ottenere in più rispetto a ciò che non è già riuscito a ottenere in precedenza, anche se è evidente che, attualmente, gli attacchi americani contro infrastrutture civili, come ponti e aeroporti, hanno l'obiettivo di paralizzare l'economia iraniana»
Georges Malbrunot: «Non ci sarà guerra totale fra Iran e USA»

Rick Dufer: «Il Signore degli Anelli è una storia in cui è facilissimo trovare se stessi, in più forme»

«Una parte di ognuno di noi è lo hobbit pigro che vuole solo starsene in pace nella sua Contea e una parte e lo hobbit scagliato in un'avventura di cui non può prevedere il risultato, ma decide di abbracciarla; una parte di noi è Gollum, con le sue dipendenze e la sua brama di ricomporre le proprie personalità e una parte è Boromir, la cui forza viene schiacciata dalla tentazione della scorciatoia»
Rick Dufer: «Il Signore degli Anelli è una storia in cui è facilissimo trovare se stessi, in più forme»

Confessioni

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Leon Panetta

«La più grande paura di un direttore della CIA è essere colto di sorpresa, perché una falla nell'intelligence finisce inevitabilmente per esporre il Paese e il Presidente. La nostra responsabilità fondamentale è quindi impedire che ciò accada. Per questo occorre mantenere sempre lucidità, attenzione e concentrazione, cercando per quanto possibile di anticipare anche ciò che, per sua natura, sembra imprevedibile»
Leon Panetta

L'ombra di Epstein sull'AI

Jeffrey Epstein investiva sull'AI e ad essa aveva dedicato una branca nella sua fondazione. Costruì una rete di finanziamenti nel settore, e riceveva proposte di ricerca da scienziati di tutto il mondo. La sua visione - l'AI come motore di cambiamenti sociali enormi e come fonte di nuove incommensurabili ricchezze per una ristrettissima élite - si è rivelata, col senno di poi, clamorosamente esatta.

Una guerra che serve a tutti

Mentre i Volenterosi si riarmano, gli americani tentano di riaprire i canali diplomatici con Mosca. I più furbi si espongono fino quasi a confondere la tutela dell’interesse nazionale con il protagonismo. L’Italia, sulla carta in guerra con nessuno, nel disordine generale si muove meglio degli altri. Roma insegna la tattica dell’ambiguità, restando dentro senza mostrarsi troppo ed esponendosi quel tanto che basta nel tentativo di districarsi in un conflitto che nessuno sembra ormai capace di governare.

A Mosca i bambini dicono "six seven"

Oltre la cortina di ferro si cantano ancora le band inglesi, i cinema si riempiono di blockbuster piratati e McDonald's ha cambiato nome ma non i panini. Il Cremlino sa che il dominio culturale occidentale è incontrastato. L'industria americana sforna meme, popstar e format televisivi senza fermarsi un giorno, e nessun sistema di potere ha ancora trovato il modo di resisterle davvero.

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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