OGGETTO: La propaganda necessaria
DATA: 30 Aprile 2026
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
Nell’odierna società dell’informazione, la politica del Belpaese e per esteso dell’intero continente europeo minaccia di non reggere l’urto con la sempre più sofisticata e accattivante costruzione del consenso dei regimi rivali: qualche istruzione per rimediare alle falle del marketing politico a partire dall’analisi di Pietro Francesco Dettori nella sua ultima fatica, “Riconquistare le menti e i cuori. L’Occidente sul campo di battaglia digitale” (Rubbettino, 2026).
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In “Riconquistare le menti e i cuori. L’Occidente sul campo di battaglia digitale” (Rubbettino, 2026) – a tutti gli effetti un vademecum di comunicazione efficace per la formazione delle classi dirigenti del futuro – viene descritto lo scenario da incubo di un’élite incapace di affinare le armi della lotta egemonica e destinata a perdere se non cambia il passo. Il suo autore, lo spin doctor e amministratore di DORS Media dietro al progetto della piattaforma Esperia, Pietro Francesco Dettori, ci descrive le nuove regole della comunicazione digitale per massimizzare i consensi e la necessaria ristrutturazione della politica dettata dai media, attingendo anche al suo bagaglio personale di esperienze sul campo. 

Cresciuto professionalmente a stretto contatto con il pioniere assoluto della svolta social della politica italiana, l’eminenza grigia del Movimento Cinque Stelle Gianroberto Casaleggio, già imprenditore e consulente aziendale visionario, Dettori ne riprende l’impalcatura ideologica di riferimento, facendone un profeta della crescente disintermediazione mediatica. La politica, sotto questa lente esegetica, è destinata a essere tutt’uno con le tecniche di costruzione della realtà promosse dagli strumenti del comunicare, protesi artificiali che allargano la loro influenza fino a ridisegnare i confini dell’esercizio del potere e delle stesse istituzioni. L’alternativa consisterebbe nel perdere l’attimo, rassegnarsi a non contare paralizzandosi sul posto fingendo che l’era delle piattaforme web non abbia impattato potentemente sull’inconscio politico collettivo, suggerisce l’autore con spietato realismo, illudendosi che la capacità di plasmare le opinioni non sia compito della prassi politica dall’epitaffio di Pericle alla celebrazione dello stakanovismo ai tempi di Stalin e oltre.

Tracciando le linee di una genealogia della propaganda (Harold Dwight Laswell, Edward Bernays) se ne difende la funzione positiva di irregimentare le masse in funzione di obiettivi comuni, ricomporre la macchina sociale nella lotta contro avversari esterni che ne minacciano l’ossatura e tradurre i bisogni popolari in sbocchi positivi riorganizzandoli in cornici di senso adatte. La politica, infatti, contrastando un’impostazione liberale che ne fa una semplice gestione tecnocratica della cosa pubblica, è da sempre legata a doppio filo con la propaganda perché il fine dell’agire politico consiste nel risignificare lo spazio pubblico, forgiando significati forti in grado di scaldare i cuori. Urge un buon uso laico della propaganda invece del suo moralistico rifiuto, a parere dell’autore, pena mancare l’appuntamento con la storia e rifuggire il conflitto, sale di ogni politica passata, presente e futura. 

Dal presidente Wilson, evocato nelle pagine di Dettori, che si faceva alfiere della libertà in chiave antitedesca fino ai progetti ambiziosi e incompiuti del bolscevismo agli odierni capataz populistici potremmo aggiungere noi, la propaganda ha cambiato pelle rimodificandosi dinamicamente adattandosi alle nuove “estensioni dell’uomo” digitali, decentralizzate e interattive. Ripercorrendo celebri esempi di propaganda politica riuscita, come il case study di Pikalevo nel 2009 che vide Vladimir Putin in una scena d’effetto poi rimbalzata sapientemente sui media digitali umiliare pubblicamente l’oligarca Oleg Deripaska, si evidenzia il ritardo congenito dei sistemi democratici di ammortizzare il colpo delle strategie della fabbrica del consenso dei sistemi-paese avversari del blocco occidentale. Con l’eccezione dell’America e del suo Global Engagement Centre che disinnesca narrazioni straniere potenzialmente ostili oltreché della rete di influencer che ne sponsorizzano i valori (il ruolo dei prosumer è importante perché rilanciano a loro volta contenuti graditi ai governi facendosi propalatori di quei discorsi), continua lo spin doctor, la Ue stenta ad approntare uno storytelling d’impatto per riconquistare l’opinione pubblica che non sia appiattirsi sul controproducente debunking delle fake news, sterile proprio perché non fa sangue nella cittadinanza e non produce aggregazione attorno a totem condivisi. 

Roma, Aprile 2026. XXXIII Martedì di Dissipatio

In aggiunta, le moderne democrazie, per l’autore, soffrono l’annosa incapacità di veicolare le proprie acquisizioni culturali che dovrebbero essere motivo di vanto, incappando nel “singhiozzo dell’uomo bianco” e nel frutto avvelenato della politically correctness che taglia il ramo dove si è seduti prestandosi ad un perverso divisionismo interno dove si fa damnatio memoriae del proprio passato. Terminata la diagnosi della civiltà occidentale esponendone le vulnerabilità, Dettori passa a prescrivere una cura raccomandando una exit strategy a partire dall’accettazione della tecnologia, dalla costruzione di una narrazione coerente e in grado di mobilitare la maggioranza polarizzandola contro modelli di governo nemici e dalla diffusione di contenuti e temi in grado di indirizzare consenso. Così aggiornato, il warfare digitale del Nord globale giocherebbe ad armi pari contro modelli politici che anelano a soppiantarlo nell’arena internazionale, uscendo dalla comoda eco chamber di chi si sente al centro del mondo quando la storia non è finita e il sistema liberaldemocratico non ne rappresenta il terminale necessario e ineluttabile. Questo vorrebbe dire rilanciare con orgoglio le nostre tradizioni culturali, difenderne il lascito senza masochismo, abbandonare retoriche estremistiche sul clima che implicherebbero regressione economica, fare uso dell’AI a vantaggio del registro geopolitico filoccidentale, apprendere proficuamente dalla lezione propagandistica americana.

Della grammatica del potere nordamericano si sottolinea nel corso del saggio l’importanza del dominio tecnologico (si cita il manifesto avveniristico di Marc Andreessen del 2013), il lucido pragmatismo mirante ai risultati e il freddo realismo che evita scivoloni ideologici preferendo una politica di potenza rispetto all’irenismo. Senza sbilanciarsi si mostrano limiti e virtù di questo modello di propaganda, per passare poi al vaglio l’Europa nel suo frammentarismo politico-decisionale, nella sua condizione di dipendenza infantile dal gigante americano perfino contro i suoi stessi interessi in determinati frangenti, prevedendone sviluppi in senso unionista o più sovranista con ogni paese occupato a imbastire una propria narrazione imperniata sull’interessa nazionale. Chiude il saggio l’auspicio di rinvigorire le democrazie trasformandole in repubbliche tecnologiche all’avanguardia in grado di stare al passo coi tempi, giocando in attacco in funzione di espandere i valori democratici. 

Se appare condivisibile il progetto di una ripresa della battaglia per le narrative contro chi si è rattrappito sulla mera gestione del potere fine a se stesso senza carica utopica, Dettori rischia di cadere nella trappola delle contrapposizioni facili. Quando elenca i pregi della civiltà occidentale (anche qui si potrebbe notare che dell’Occidente ne esistono innumerevoli versioni dissonanti) il prisma dell’autore tradisce il bias di conferma di chi scambia la propria cultura con il pinnacolo dello sviluppo storico, portando acqua al mulino della visione da scontro delle civiltà che dipinge i paesi altri come “dispotismo orientale” irriformabile, allo scontro col nostro stile di vita più avanzato. Argomenti contestabili, come la sua tolleranza verso gli ambigui rappresentanti della PayPal Mafia. Quando si lamenta del woke e della “cultura del piagnisteo” espone delle critiche a certo settarismo in parte sensate, ma corre il rischio di perdere di vista lo strapotere economico e di classe imposto al resto del mondo dai sistemi liberali. 

Fatte queste debite premesse, il testo ha il pregio di rappresentare una salubre doccia fredda per quanti idealizzano scollando dai dati le proprie vedute sul mondo, rinforzando l’idea di dover fare propri gli strumenti tecnologici anche per scopi critici. L’invito ad appropriarsi criticamente dei media per strapparli alla controparte e mettere in cantiere ideologie accattivanti coglie nel segno, specialmente quella sinistra in narcolessi che ha bisogno di svegliarsi dal sonno dogmatico per tornare a incidere, come in passato. In questo senso celebrità del web come Hasan Piker o il controverso Haz Al-Din (socialista o criptoreazionario nazbol) sono iconoclasti che cavalcano quegli strumenti, al netto dei loro scopi criticabili o meno. Se è vero che ogni studio stimolante è leggibile dialetticamente, ponendosi in comunicazione con altri lavori o sollecitando domande nuove, possiamo ringraziare l’autore per averci condotto per mano a toccare alcuni hotspot del nostro presente, al di là delle terapie consigliateci.

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