OGGETTO: Muhammad Ali contro ChatGPT
DATA: 15 Giugno 2026
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
AREA: Altrove
Con la pubblicazione del saggio breve “Platone nella Silicon Valley: Anima, Corpo, Intelligenza artificiale” (Ponte alle Grazie, 2026) il pensatore genovese, ex allievo di Jacques Derrida, cerca di sciogliere il nodo gordiano della nostra interazione con la tecnica più avanzata evitando facili scappatoie catastrofiste e scontate apologie che celebrano l’IA senza cercare di comprenderla.
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La filosofia trova valore quando analizza il presente descrivendone la morfologia e studiandone i punti di rottura, le crisi che destabilizzano gli ordinamenti consolidati costringendoli a cambiamenti irreversibili che spazzano via le certezze preconfezionate. La disputa teorica sull’IA e il suo potenziale, seguendo questa strada ermeneutica, rappresenta la faglia culturale che ci ritroviamo ad affrontare per capire cosa la nostra specie vuole essere e diventare nel secolo venturo, lo snodo cruciale da attraversare per vincere le sfide del nostro tempo o soccombere perdendo noi stessi. Dalla speculazione seminale dell’antropologia filosofica primonovecentesca della triade Scheler-Gehlen-Plessner fino a giganti come Martin Heidegger, Günther Anders, Emanuele Severino, Gilbert Simondon, Donna Haraway e Bernard Stiegler, senza dimenticare l’ecologia oscura di Timothy Morton e il lascito eretico della CCRU (Sadie Plant, Mark Fisher, Nick Land), la tecnologia non cessa di provocare la riflessione, spingendola a confrontarsi con i propri limiti per radicalizzare la portata delle sue risposte. La tecnica, in altri termini, non si gioca in opposizione ad una presunta natura immacolata dell’uomo: la nostra specie vive di continui scambi con strumenti che di volta in volta hanno finito per giocare un ruolo condizionante in misura maggiore o minore sullo sviluppo umano, senza costringere a imboccare strade segnate ma rimescolando le carte in tavola. 

Proprio partendo da questa consapevolezza, il libro di Simone Regazzoni è un utile prontuario per comprendere la posta in gioco dietro i sommovimenti culturali indotti dall’intelligenza artificiale generativa, lo step ulteriore dell’evoluzione macchinica che a partire da large language models minaccia di far crollare l’impalcatura antropologica su cui si regge la nostra fragile civiltà. L’autore ci aveva già abituati a scorribande filosofiche inusuali, contaminando la sua carriera accademica con interventi sulla pornografia, la cultura pop (è fondatore del festival della Popsophia nelle Marche), la settima arte e la letteratura: muovendo dall’idea di un pensiero sul tema in grado di tastare il polso della situazione, qui vuole capire come conservare la propria umanità ai tempi della riproducibilità tecnica. Freudianamente, difatti, la tecnica dietro modelli sempre più sofisticati e raffinati di AI che producono autonomamente immagini, interi brani e video aprono una ferita narcisistica nel cuore dell’umanità difficile a rimarginarsi: dalla perdita d’aura dell’arte enucleata da Benjamin si rischia la perdita di specificità antropologica, la fine definitiva del concetto di autorialità e la morte dell’uomo pronosticata da Foucault già nel 1966. 

Per Regazzoni si tratta di prendere atto della rivoluzione dell’intelligenza artificiale perché si è già consumata davanti ai nostri occhi: ChatGPT, Gemini, Claude e Deepseek sono già qui e come ai tempi delle prime ferrovie non si può schivare l’urto con l’innovazione dei nuovi mezzi di produzione, solo ammortizzare il danno. Il “dislivello prometeico” andersiano (la velocità tecnica opposta alla lentezza umana di adattamento) spaventa ma non possiamo distogliere lo sguardo per rifugiarci in escapismi autoassolutori. Come per l’ultimo Gehlen de “L’uomo nell’era della tecnica” che oppone il recupero degli ideali ascetici alla società moderna in crisi anestetizzata dalle tecniche, e il tardo Foucault dedito agli scavi storico-filosofici sulle tracce dell’ermeneutica del soggetto, Regazzoni nella sua pars costruens propone un atletismo spirituale incentrato sull’embodied mind trovando il suo eroe nella figura del lottatore impegnato Muhammad Ali, che avvicina al filosofare combattivo e “incarnato” di Platone. 

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

All’esonero tecnico proprio di una specie non ancora stabilizzata e carente, plasticamente rimodificabile dai media tecnico-culturali che ne permutano la condizione aperta di base deve fare da contraltare la fatica (materiale) del concetto, l’agonia di un corpo che suda e si schianta su un ottagono affermandosi nello scontro di volontà di potenza contrapposte, ribadendo il carattere erotico e sensuale del sapere contro immagini artefatte e stucchevoli della conoscenza. Per Regazzoni, come anche in altre sue pubblicazioni (si veda ad esempio “La palestra di Platone: la filosofia come allenamento” del 2020) che si ricollegano idealmente a Pierre Hadot e al meglio della filosofia dissidente prodotta nel Novecento, il pensiero è consustanziale a una forma di vita; risulta indissolubilmente stretto a pratiche ed esercizi terapeutici per l’autotrasformazione individuale molto più che una teoria onnicomprensiva verso cui è lecito avanzare scetticismi. L’animale uomo si caratterizzerebbe per “esercizi di elevazione” miranti al suo automiglioramento in un’autopoiesi potenzialmente infinita che affina il proprio potenziale schiudendo chance inedite a chi ha il coraggio lacanianamente di non cedere sul proprio desiderio, diventando se stessi e modellando le forze caotiche che attraversano la nostra vita, seguendo l’invito nietzschiano ad essere scultori del proprio io. In questo senso la disfida di Regazzoni con Raffaele Alberto Ventura in merito all’AI a partire da un post su Facebook ha il senso di difendere il ruolo intellettuale e più in generale umano contro quella che viene percepita come una lenta progressiva colonizzazione del mondo della vita da parte di macchine avanzatissime. Come già sottolineava Hubert Dreyfus in “Che cosa non possono fare i computer” del 1972, un essere cibernetico senziente è un controsenso perché non avendo corpo vivo è deprivato costitutivamente di esperienze, input empirici che possono soltanto essergli propinati dall’esterno nella forma della mole di dati che il commutatore elettronico per quanto “intelligente” adopera per produrre testi o video anche molto elaborati. 

Seguendo le linee di questo ragionamento, in quanto esprime la totale disincarnazione del sapere l’IA potrebbe tradurre plasticamente il sogno di un sapere senza presupposti, di un puro iperuranio di concetti e nozioni anche molto stratificati senza tempo e passato nella forma di un mega-archivio senza agency: parole senza contenuto fluttuanti nel vuoto di significato e scopo in attesa di essere recuperate dagli internauti a loro piacimento. L’artificialità non riesce ad attingere ai qualia, si lascia tuttalpiù esistere priva di soggettività percepente come mera cosalità: una macchina non è ontologicamente umana, non tanto perché incapace della grandezza degli esseri umani (secondo letture esegetiche nostalgiche che unicizzano l’umanità facendone un feticcio religioso) quanto perché non estroflessa verso un’ambiente come essere-nel-mondo, mancante di intenzionalità e ridotta ad un guscio vuoto sovraccaricato di informazioni. Proprio per questo occorre, come suggerito dal titolo, riportare Platone nella Silicon Valley: senza passatismi e demonizzazioni fanatiche si tratta di umanizzare l’AI togliendola dal piedistallo e demistificando le narrative che la glorificano. Solo allora sarà possibile eludere la trappola di un’intelligenza artificiale tuttofare che fa da volano ad un modello di “tecno-bio-capitalismo” capillare che, come in Brave New World, nullifica la capacità di resistenza offrendo la falsa speranza della completa soddisfazione dei bisogni, l’autoinganno letale di avere tutte le risposte a un clic alla volta, narcotizzando il desiderio di apprendimento reale. I posteri giudicheranno se le speranze riposte da Regazzoni in un rinnovamento dell’umanità attraverso le ferite del rapporto/scontro con la corporeità e la libera autocostruzione di se stessi saranno andate a buon fine o sepolte sotto le macerie di modalità di esistenza archeologiche superate da inedite forme di cultura e società assorbite dal sistema tecnico. Nel frattempo ci sentiamo di ringraziare il suo contributo all’analisi di un tema hotspot, rivendicando filosoficamente il diritto di smentire quanti da destra e sinistra approcciano l’argomento con paraventi ideologici, senza laicità.

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