OGGETTO: Fine dell’Operazione Militare Speciale
DATA: 30 Luglio 2026
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Analisi
AREA: Russia
Il superamento di ogni sottile linea rossa da parte della “coalizione dei volenterosi”, unita alla fine della speranza di una mediazione statunitense, spinge il Cremlino verso una ridefinizione della strategia bellica. La “guerra” ora non appare più un tabù.
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Mentre a Kiev avviene l’ennesimo rimpasto ai vertici dello Stato Maggiore e del ministero della Difesa, a Mosca per bocca dello stesso Peskov ormai si parla apertamente di guerra. Slittamento semantico di non poco conto dal momento che all’inizio del conflitto si rischiava e si finiva in carcere – come capitato a Igor Girkin, l’ex colonnello simbolo della resistenza del Donbass condannato a quattro anni per estremismo – solamente a nominare questo termine tabù; segno che al Cremlino hanno deciso di sfilarsi i proverbiali guanti. Concetto d’altronde ribadito anche dal ministro Lavrov dopo il fugace incontro a Manila con Rubio a latere del vertice Asean, che ha sancito la definitiva morte dello “spirito di Anchorage”, ovvero la completa archiviazione di un possibile accordo diplomatico per far cessare i combattimenti in Ucraina.

“Guerra” quindi non più paventata dagli ideologhi più estremisti alla Karaganov o da parte di qualche falco silovika, ma apertamente nominata dal portavoce del presidente e, di fatto, già dimostrata dal cambio di registro sugli attacchi missilistici che hanno completamente bloccato l’attività portuale di Odessa e alla sistematica distruzione degli impianti bellici nella regione di Kiev, di cui la strage avvenuta durante la Fiera dei droni in pieno giorno a Bucha è solo l’ultimo evidente segnale. Avviso peraltro già recapitato nelle scorse settimane durante la visita del senatore Graham a una fabbrica segreta nella capitale. D’ora in poi non ci saranno più agevoli passerelle mediatiche per politici e industriali stranieri a Kiev.

Si farebbe però un errore a derubricare questo cambiamento metodologico come semplice risposta all’intensificarsi dei colpi a lungo raggio che l’Ucraina sta sferrando contro il naviglio nel Mar d’Azov, contro raffinerie e petroliere e, per ultimo, verso i centri logistici civili di Wildberries. Certamente vi è un piano mediatico interno rivolto a quella larga fetta di società russa che, vistasi colpire per la prima volta lontano dal fronte, reclama a gran voce una risposta più assertiva contro un nemico che non si fa scrupoli a bombardare di giorno luoghi d’assembramento come fabbriche, magazzini, distributori e autostrade; ma è sul piano esterno che il messaggio di Peskov e Lavrov deve essere interpretato: un ultimo avviso rivolto alla leadership europea sul raggiunto superamento di ogni restante linea rossa nell’illusione di poter mantenere il controllo dell’escalation

Da questo punto di vista il Cremlino, preso atto dell’irrimediabile indisponibilità dei cosiddetti “volenterosi” a una trattativa diplomatica e dell’incapacità (o mancanza di volontà) di Washington d’imporre agli europei una propria soluzione al conflitto e contemporaneamente di cessare il sostegno a Kiev, prepara l’opinione pubblica adattandosi al nuovo scenario bellico; archiviando sine die la cosiddetta “linea Putin”, ossia la possibilità di mantenere la guerra entro certi limiti nella convinzione di una futura ricomposizione dell’ordine (e del business) europeo.

Da Bruxelles ormai da tempo provengono solo toni di chi ha trasformato un conflitto regionale in una lotta esistenziale e, sebbene ora nelle capitali europee non si parli più di “vittoria ucraina sul campo” e nemmeno di “riconquista di tutti i territori perduti”, è evidente la volontà di prolungare lo scontro il più a lungo possibile con l’intento di logorare la Russia dando contemporaneamente all’industria europea il tempo di convertirsi allo sforzo bellico in vista di un riarmo prodromo a un intervento diretto contro un nemico a quel punto già sfiancato. Una logica guidata dalla necessità di rientrare dell’investimento politico salvando un’economia in crisi, sulla spinta di quei fondi d’investimento azionisti delle principali aziende di armi occidentali.

Una scelta non soltanto suicida da una prospettiva puramente militare – poiché un eventuale conflitto non si svolgerebbe certo con armi convenzionali – ma, soprattutto, cinicamente calcolata sul tributo di sangue degli ucraini.

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Sul campo di battaglia del resto la situazione dell’esercito di Zelenski si fa ogni giorno più disastrosa. La recente caduta di Kostantinovka (la più grande città a finire in mano russa dopo Mariupol), a cui sta seguendo quella di Lyman, oltre all’offensiva che sta ricacciando le forze armate ucraine a ovest del fiume Oskil e fuori da Kupiansk, a cui si aggiungono l’avanzata verso Kharkov e Sumy, dimostrano che sebbene questa non sia una guerra per il territorio, che il fronte utilizzando la bizzarra definizione di Rutte «avanza nel senso sbagliato», arretrando costantemente in ogni direzione  mentre l’illusione di mascherare l’ormai cronica carenza d’effettivi tramite il “muro di droni” è un’illusione destinata a sgretolarsi come le difese delle ultime roccaforti del Donbass. L’agglomerato di Kramatork e Siversk – sostanzialmente l’ultima ridotta presente nella regione di Donetsk – necessita secondo le ultime richieste di Syrsky di almeno 100mila soldati per reggere, nella speranza che la nuova linea resista almeno fino alla pausa invernale perché dietro di essa non vi è che campo aperto; nessuna più grande città, nessun centro industriale fortificato a cui aggrapparsi fino al fiume Dnepr.

Lo scontro avvenuto tra Fedorov e Syrsky, che alla fine ha portato alla rimozione di entrambi, è stato infatti soprattutto una disputa tra due visioni opposte su come condurre le operazioni belliche: da un lato il giovane ministro convinto di poter sostituire i soldati con i droni a lungo raggio; dall’altra il “vecchio” generale che chiede a gran voce uomini per riempire le trincee e aumentare il numero di operatori fpv.

Dal punto di vista strategico la guerra d’attrito si è già spostata dalla distruzione delle risorse umane del nemico al logoramento della logistica e questa non è certamente una buona notizia per gli ucraini. Gli attacchi di droni e qualche missile a lungo raggio stanno inconfutabilmente arrecando problemi in Russia: la scarsità di carburante in Crimea e nelle regioni prospicienti al fronte vengono compensate con il divieto d’esportazione dei raffinati ma non hanno alcun impatto sull’esercito, oltre ad avere una diretta ripercussione sul prezzo del carburante in Occidente che, a sua volta, deve fornirlo all’Ucraina. La ripresa del blocco di Hormuz e di Bab-el-Mandeb fanno alzare i prezzi globali del greggio e gli attacchi contro le petroliere di Paesi terzi dirette al terminal petrolifero di Novorossiysk, bloccando il greggio kazako, paradossalmente aumentano le entrate della Russia che dispone di altri porti sul Baltico e nel Pacifico; mentre il blocco del traffico sul Mar Nero azzera l’export agricolo ucraino. Si registra inoltre che per ogni colpo andato a segno siano stati lanciati centinaia di droni per saturare le difese aeree, chiaro indizio di come le contromisure siano sempre più efficaci, diminuendo così il numero di droni fpv disponibili per i soldati. I colpi russi su locomotive, fabbriche, depositi, raffinerie e sulla rete di distributori, con missili che portano centinaia di chili di esplosivo, invece impattano fortemente sui rifornimenti che raggiungono la prima linea. L’esaurimento degli intercettori inoltre espone le industrie belliche concentrate nella capitale ad attacchi quotidiani lasciando esposte le retrovie, obbligando a spostare non solo la produzione ma perfino l’assemblaggio fuori dai propri confini.

Le fabbriche ucraine quindi sul territorio europeo, unite al sequestro di navi della cosiddetta “flotta ombra”, all’assistenza finanziaria e militare, conduce la UE a una cobelligeranza attiva che, secondo l’articolo 51 dello statuto dell’Onu, la renderebbe a tutti gli effetti un potenziale bersaglio legittimo. Di conseguenza a Mosca sono caduti tutti gli orpelli e si parla apertamente di guerra e non più di Operazione Militare Speciale. Ciò non significa che i russi abbiano intenzione di colpire direttamente i Paesi europei – l’allargamento del conflitto rimane contrario al raggiungimento dei loro obiettivi – ma che, constatata l’impossibilità di trovare un accordo di sicurezza comune e collettivo, l’unica soluzione rimasta sia quella di distruggere alle fondamenta la statualità ucraina per impedire che il suo territorio venga utilizzato in futuro per ulteriori attacchi contro la Russia. 

È ipotizzabile perciò che in seguito alle elezioni per la Duma di fine settembre, specialmente in caso di calo dei consensi di Russia Unita in favore dell’opposizione (comunisti e nazionalisti in primis) favorevole a una linea d’azione più dura, Putin dichiari ufficialmente guerra, ampliando così le opzioni militari a disposizione: dall’utilizzo dei riservisti e dei coscritti all’imposizioni di sanzioni alla UE su gas liquefatto e altri materiali critici; la possibilità di sequestrare navi e di colpire i rappresentanti del governo ucraino. Una grave e difficile prova per la tenuta del Sistema ma anche l’ultima chiamata al grande bluff europeo. Perché attendere il crollo dell’unità d’intenti europea tramite le urne in Francia e Germania – visto anche il precedente rumeno – pare altrettanto, se non peggiore, soluzione.

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