Con la ripresa dei bombardamenti sull’Iran la fragile intesa raggiunta sul MoU rischia di riportare velocemente la crisi energetica al centro dell’agenda internazionale. Sebbene, infatti, il prezzo del Brent fosse sceso durante queste settimane a settanta dollari al barile, la scarsità di prodotti raffinati – acuita dai raid ucraini sulle raffinerie russe – è stata finora ben mascherata dal rilascio delle riserve strategiche e dal lungimirante comportamento cinese di ridurre contemporaneamente le importazioni di petrolio e nella vendita al sud-est asiatico di carburante; ma quanto ancora può durare questa apparente stabilità del Mercato degli idrocarburi durante la stagione estiva – ovvero nel periodo di massimo consumo in Occidente – e con la reintroduzione delle sanzioni al petrolio iraniano e a quello russo?
L’attacco americano contro porti e infrastrutture ferroviarie, a cui ha fatto seguito la rappresaglia iraniana contro basi e centri logistici in Bahrein, Kuwait e Giordania, più che una dimostrazione di forza pare semmai una crisi di nervi di un’amministrazione incapace d’uscire dal cul-de-sac dove il governo israeliano l’ha di fatto infilata.
Il motivo ufficiale del contendere – la presunta violazione del Memorandum of Understanding in seguito all’attacco di tre navi nello stretto di Hormuz – riflette plasticamente l’inconciliabilità di un autentico accordo tra Washington e Teheran. L’intesa firmata da remoto stabiliva infatti per sessanta giorni il transito attraverso lo stretto senza l’imposizione di alcuna tariffa ma secondo i negoziatori iraniani seguendo la rotta nord, ossia attraverso le acque iraniane e non invece tramite il percorso a sud – indicato come “pericoloso” dai Pasdaran ufficialmente per la presenza di mine e secche – spegnendo i pod di tracciamento. I ripetuti tentativi di alcune navi di provare questa seconda rotta dimostra l’intenzione statunitense di dimostrare che l’Iran non controlla sic e simpliciter il transito su Hormuz e, inoltre, se qualche imbarcazione riesce a uscire nulla impedisce, viceversa, a qualche nave militare di entrarvi.
Il punto centrale infatti non è la prosecuzione o meno dei reciproci bombardamenti ma chi eserciti il controllo sul choke-point da cui transita circa il 30% degli idrocarburi mondiali. L’aggressione israelo-americana contro l’Iran ha di fatto consegnato lo Stretto al governo di Teheran che ora vuole a tutti i costi mantenerlo perché rappresenta il più grande successo strategico finora conseguito dalla Repubblica Islamica. Il problema quindi per l’amministrazione americana è: come presentare agli occhi del mondo la perdita di credibilità di un impero che, come tutte le compagini globali, trova la propria ragion d’essere in quella “pax americana” che garantisce commercio e benessere in cambio di sottomissione? Operazione difficile se non riesce più a esercitare il controllo su uno (e forse due, considerando anche Bab-el-Mandeb) degli snodi strategici chiave.

La teoria del “mare liberum” – scritta nel Seicento dal giurista olandese Ugo Grozio per giustificare l’operato della Compagnia Orientale delle Indie è d’altronde ancora oggi il principio su cui si basa il Diritto internazionale moderno e il liberismo occidentale, eppure cela al suo interno una scomoda quanto evidente verità: il mare non è mai “libero” in quanto tale ma solo come negazione al controllo altrui. Nessuno infatti ha mai messo in dubbio i pagamenti per il transito attraverso Panama – da cui le compagnie cinesi sono state recentemente estromesse – o da Suez e neppure la fondatezza giuridica delle sanzioni contro la “flotta ombra” del Cremlino. Del resto lo Stretto di Hormuz era in tal senso “aperto” e “libero” mentre il petrolio iraniano restava “illegale”, prima che Trump e Netanyahu decidessero di scatenare il conflitto nel Golfo Persico, mettendo a rischio gli approvvigionamenti internazionali.
Il dilemma quindi insolubile per Washington è come mantenere il predominio e la postura imperiale dopo un rovescio così catastrofico? Una delle risposte che l’attuale amministrazione sembra offrire è quella di scaricare i costi della “protezione” su vassalli e alleati e far scivolare il resto del mondo – e, di conseguenza, i propri avversari – in uno stato di conflittualità permanente che li indebolisca a tal punto da non minacciare l’egemonia statunitense. Un cinico calcolo strategico che pare urlare al mondo intero: «se non vuoi più la “pax americana”, otterrai in cambio il caos organizzato».
Il secondo aspetto della questione, fondamentale per le ambizioni di Tel Aviv, è come poter confrontarsi con un Iran che esca a tal punto rafforzato dal conflitto che avrebbe dovuto invece “sirianizzarlo”. Non solo quindi il MoU è intollerabile in ogni suo punto, ma il pedaggio su Hormuz e la restituzione dei capitali sotto sanzioni garantirebbero all’erario della Repubblica Islamica risorse così ingenti da vanificare per sempre qualunque tentativo di sradicare l’Asse della Resistenza e, di conseguenza, il progetto del “Grande Israele” all’altare del quale il governo israeliano ha gettato alle ortiche qualunque normalizzazione con i Paesi arabi e non solo (Turchia in primis).
L’affermazione di Netanyahu secondo cui «il regime degli ayatollah è più debole che mai» cozza contro i milioni di persone e il centinaio di delegazioni arrivate da tutto il mondo per assistere ai funeri di Khamenei. Il martirio della guida suprema semmai ha “santificato” la figura spirituale ben oltre la sfera sciita e i successivi passaggi avvenuti nelle città sante di Najaf e Karbala si sono trasformati in un enorme plebiscito in favore della Repubblica Islamica. Una popolarità e legittimità politica con cui tutte le monarchie arabe dovranno, prima o poi, fare i conti.
La disperazione strategica di USA e Israele diventa perfino palpabile quando in queste ora tramite i loro canali ufficiali hanno affermato di non essere responsabili degli ultimi attacchi, scaricando la responsabilità su Qatar e Kuwait. La cancellazione del MoU, paventata da Trump durante il vertice di Ankara, appare perlopiù uno spauracchio rivolto verso i timorosi e reticenti alleati europei che una vera e propria alternativa perché un’eventuale ripresa delle ostilità riporterebbe rapidamente i due cobelligeranti nelle medesime poco rosee prospettive belliche con missili e droni sui cieli di Tel Aviv e il pantano libanese riacceso in tutta la sua virulenza. Una strada difficilmente percorribile, almeno fino alle elezioni di mid-term , dopodiché per un’anatra zoppa tutto potrebbe ritornare possibile, financo perfino un impeachment.