Stallo a Hormuz

La crisi sull’attuazione del Memorandum of Understanding riflette l’incolmabile distanza tra le posizioni dei due firmatari; mentre il “convitato di pietra” israeliano soffia sul fuoco per far deragliare qualsiasi accordo. Nel frattempo il traffico attraverso lo Stretto si blocca di nuovo mettendo a rischio l’economia mondiale.

La strada madre

Più che una semplice striscia d'asfalto, la Route 66 è il dispositivo narrativo che ha plasmato l’epica e il sogno americano. Nel suo libro "Route 66. Cent'anni on the road" (Odoya, 2026), il giornalista Claudio Castellacci si fa archeologo del mito, attraversando in punta di piedi un'arteria cancellata dalla modernità ma immortale nell'immaginario collettivo. Tra motel abbandonati e città fantasma nel deserto, il volume si rivela un reportage sospeso tra memoria e realtà. Una riflessione profonda sulle ferite del capitalismo e sulla forza della letteratura nel preservare ciò che il progresso tende a cancellare.

Effetto Sigonella

Il non-accordo tra Stati Uniti e Iran e l’alterco tra Meloni e Trump sono due manifestazioni, su scale diverse, della medesima crisi dell’egemonia americana. Il primo mostra l’incapacità di Washington di ristabilire l’ordine che pretende di garantire; il secondo certifica che gli Stati Uniti non intendono affatto abbandonare il continente, ma faticano ormai a far valere la gerarchia atlantica con la naturalezza di un tempo. Le letture superficiali offerte dalla cronaca in tempo reale alimentano soltanto la confusione e aggravano l’inconsapevolezza degli italiani, riducendo a schermaglia personale ciò che invece riguarda la struttura profonda del rapporto tra Roma e Washington.

Il sacrificio di Abramo

La guerra scatenata da Netanyahu e Trump contro l’Iran si è rivelata un grave smacco per la marina statunitense e per la supremazia regionale israeliana. Gli “Accordi di Abramo” sono stati sepolti, in un impeto di follia autodistruttiva, dal suo stesso principale beneficiario.

Gli Stati Uniti hanno dimenticato il catenaccio

Proprio mentre i mondiali aprono i battenti sul suolo americano, vale la pena ricordare che gli Stati Uniti hanno costruito la loro egemonia sulla pazienza: intervenire tardi, apparire come liberatori, mai come conquistatori. Dal 1989 si sono convertiti al gioco della Seleçao - attaccare ovunque, in ogni direzione, senza aspettare il momento giusto. Il risultato è una potenza che moltiplica i nemici e rischia di sperperare in pochi anni ciò che aveva costruito in duecento.

La scommessa americana nel Caucaso

Il 7 giugno gli armeni votano per il Parlamento, ma la posta in gioco supera i confini nazionali. Al centro vi è il TRIPP, ovvero il corridoio voluto da Washington che attraverso il sud dell'Armenia dovrebbe collegare l'Azerbaigian al Nakhchivan, marginalizzando Russia e Iran. Pashinyan parte favorito, ma il margine della vittoria sarà decisivo: una maggioranza ridotta potrebbe bloccare la revisione costituzionale richiesta da Baku e con essa l'intera architettura dell'accordo.

Palantir è uno specchio

Il manifesto di Palantir spaventa perché non nasconde la propria natura: dice che il mondo è fatto di potenze, nemici e infrastrutture critiche, e che la neutralità tecnologica è una maschera. Mentre l'Occidente lo demonizza come minaccia autoritaria, accetta con minore turbamento che apparati pubblici disciplinino linguaggio e dissenso. La vera domanda non è se sia giusto costruire armi basate sull'AI: verranno costruite comunque. La domanda è chi lo farà e per quale scopo.

L'Impero sotto nessun cielo

Se Trump tenta di piegare il linguaggio religioso alla legittimazione della guerra, la Santa Sede prova a opporvi un contrappeso morale. Ma ridurre questa tensione a un semplice dissidio fra un presidente e un pontefice significherebbe mancarne il senso storico. In filigrana riemerge una nuova lotta per le investiture, un rinnovato conflitto tra papato e impero, in cui la pretesa del potere politico non è più solo governare il mondo, ma anche consacrarsi moralmente per farlo. Di contro, Roma prova a opporre un contrappeso, nel tentativo di arginare la saldatura tra guerra e sacro, e di contenere l’entropia del caos globale.

Taiwan è in vendita

Decenni di equilibrio diplomatico attorno allo Stretto di Taiwan reggevano su un'ambiguità studiata e preservata con cura: Washington riconosceva Pechino ma garantiva Taipei. Oggi Trump sembra disposto a usare quell'equilibrio come merce di scambio, trattenendo forniture di armi e rifiutando di rassicurare l'isola in caso di attacco. Il capolavoro della diplomazia americana rischia di diventare la sua prima concessione strategica a Xi Jinping.

Tutti gli Occidenti possibili

Il solco aperto da Trump con tutti gli alleati europei, e infine anche con l’Italia, invita ad una riflessione più profonda. Sulle due sponde dell’Atlantico, diverse idee di Occidente, diverse idee di Europa. Meloni cerca di tenere assieme le due anime, mostrandosi contemporaneamente europeista e filoamericana, sebbene in patria la vorrebbero nazionalista. Un equilibrismo fra estremi difficile da mantenere. All’indomani del fallimentare bilaterale con Rubio è venuta la Giornata dell’Europa: un invito a scoprire e confrontare i molteplici percorsi paralleli che la Premier cerca di abbracciare simultaneamente.

L'America dopo Israele

Cresce oltreoceano la disaffezione per Tel Aviv ed il suo sodalizio con Washington: tra frustrazione, cambiamenti demografici e complotti, l’America di domani non sarà più il “fratello maggiore” di Israele.

Gianfranco Fini: «Con la Russia occorre fare i conti, prendendo atto che l'illusione di un suo avvicinamento alle democrazie liberali è naufragata»

«I cinesi hanno una visione del tempo diversa dalla nostra. Una volta un collega cinese mi disse: sappiamo che voi siete contrari al ritorno di Formosa alla madrepatria; non è che non vogliamo dirvi quando accadrà, è che non lo sappiamo. Ma accadrà. Si tratta pertanto di un dossier non solo strategico, ma simbolico e culturale su cui Pechino non credo cederà»
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