OGGETTO: Vincere le guerre, perdere l'Impero
DATA: 03 Gennaio 2026
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Scenari
Dalla distruzione sistematica degli Stati ostili a Israele all’illusione di una sicurezza ottenuta con la forza, la strategia israelo-americana ha prodotto un Medio Oriente frammentato, avversari più compatti e alleanze sempre più instabili. A distanza di vent’anni, le vittorie militari si rivelano politicamente sterili, mentre l’egemonia occidentale si consuma.
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Nel 2003, all’apice del momentum unipolare americano, al generale Wesley Clark venne presentato un piano per abbattere sei Paesi – Iraq, Siria, Libano, Somalia, Sudan e Iran – in cinque anni. Ad accomunare tutti questi Stati era il fatto che, in modi diversi, si opponevano ostinatamente in maniera quasi autarchica ai progetti che il grande capitale aveva in serbo per loro ma, soprattutto, erano tutti ostili a Israele, il quale, dopo l’11 settembre, aveva ricevuto il via libera per – utilizzando le recenti parole del cancelliere Merz – “fare il lavoro sporco per conto nostro”.

Oggi, a un quarto di secolo di distanza, tutte queste Nazioni a eccezione d’una hanno cessato d’esistere come entità statuali coerenti: l’Iraq e la Libia distrutte direttamente dalle armi occidentali; il Libano, nonostante il ritiro dei siriani nel 2005, mai ripresosi dall’omicidio Hariri; il Sudan prima spezzato in due entità e adesso preda d’una sanguinosa guerra civile, e, infine, la Somalia che, già all’epoca Stato fallito, ha appena visto il riconoscimento da parte israeliana del secessionista Somaliland. Solo l’Iran ancora resiste nonostante le sanzioni, nonostante gli attentati, i bombardamenti e le manifestazioni: paese evidentemente d’una altra tempra con, non a caso, confini millenari, solcati dalla cavalleria partica e tracciati con la scimitarra, non a tavolino con squadre e righelli.

L’annientamento di questi Stati è stato contemporaneamente una dimostrazione di potenza assoluta e un monito verso altri leader riottosi. Una vittoria pressoché totale, eppure bisogna chiedersi se infondo, dopo tutto questo dispendio di energie, Stati Uniti e Israele siano più al sicuro di prima; perché è la risposta a questa domanda a stabilire se l’esito di questa strategia possa considerarsi positivo. Washington, ritiratasi ignominiosamente dall’Afghanistan mentre cerca di sfilarsi dalla guerra per procura ucraina e dopo aver letteralmente foraggiato per anni il suo alleato alle prese con le proprie guerre regionali, non è certamente forte come all’indomani dell’invasione dell’Iraq e Tel Aviv, nonostante abbia combattuto la guerra più lunga dalla sua fondazione, non ha ancora risolto i suoi problemi di sicurezza; semmai li ha in un certo senso aggravati. Nel 2003, infatti, non solo nessuna entità statale avrebbe mai osato affrontare una guerra simmetrica con esso e la sua superiorità tecnologica in campo militare era incomparabile rispetto ai suoi avversari.

Mentre gli Stati Uniti hanno di fatto riconosciuto nella National Security Strategy, che i propri competitor – Cina e Russia, forse per indorare meglio la pillola, nemmeno più definiti nemici – sono troppo potenti per essere affrontati di petto, affermando di volersi concentrare sull’emisfero occidentale; Israele si ritiene vittorioso avendo un piede dentro Gaza, postazioni vicino al Litani e ben oltre il Golan, eppure rischia di ritrovarsi truppe d’interposizione arabe nella Striscia, l’influenza d’una Turchia sempre più ostile nel nord della Siria; Hezbollah ancora saldamente nel sud del Libano; una Giordania così instabile da richiedere la costruzione d’un muro lungo l’intero confine; milizie armate di droni tra Damasco e Baghdad e un Iran militarmente più forte. Segno che qualcosa nella grande strategia di lungo periodo non ha funzionato a dovere e questo nonostante alla Casa Bianca vi sia, come affermato da Mark Levin e confermato dallo stesso Trump, “il primo presidente ebreo” della storia americana. Un presidente che ha probabilmente fatto di più per lo Stato sionista rispetto chiunque altro: riconoscendo Gerusalemme come capitale e assassinando il generale Soleimani durante il primo mandato; fornendo ogni genere di sistema d’arma per bombardare la Striscia di Gaza e perfino direttamente intervenendo per salvare la faccia a Netanyahu quando l’Iron Dome e la Fionda di David iniziavano a dimostrare al mondo tutto le loro vulnerabilità. Eppure, nonostante ciò, la distanza tra i due alleati si sta acuendo e il malumore d’una parte della lobby sionista nei confronti di Trump è palpabile e parrebbe persino ingeneroso se non si comprende come gli obiettivi di lungo periodo di Washington e Tel Aviv – dopo un periodo di massima sintonia – stiano irrimediabilmente divergendo.

Roma, Dicembre 2025. XXX Martedì di Dissipatio

Senza dubbio gli Stati Uniti guardano con benevolenza al progetto del “Grande Israele” – sia i neocon che la destra evangelico-messianica ne sono letteralmente entusiasti – ma a patto che sia l’IDF a crearlo. Sembra quasi di sentire Trump, nel recente incontro con un Netanyahu insolitamente pallido, dirgli “se hai le carte per farlo, realizzalo; ma non pensare ti ceda le mie!”. D’altronde gli Stati Uniti per risolvere il grave problema d’indebitamento e deindustrializzazione hanno scommesso tutto sull’IA – circa il 30% del pil del 2025 e il 75% dello S&P provengono da quel settore – e necessitano di enormi investimenti che solo i Paesi del Golfo sono in grado di assicurare, mentre la strategia da “cane pazzo” di Bibi mette a rischio non solo i Patti di Abramo, ma anche la fiducia nel trattare con Washington. Dopo il bombardamento di Doha, Trump ha dovuto elevare ufficialmente il Qatar al rango di “alleato” e s’è affrettato a dichiarare di non avere alcuna intenzione di riconoscere il Somaliland; lasciando Tel Aviv tragicamente sola a sostenere i separatisti davanti alla Lega Araba e al resto del mondo. La vendita degli F35 ai sauditi è stato un vero e proprio shock perché va a intaccare proprio quella regola non scritta dell’assoluta superiorità militare nella regione da parte dell’IDF.

La propensione di Trump per gli affari lucrosi – ben certificata anche dal business immobiliare che i suoi figli assieme a quello di Wilkoff portano avanti a Dubai e in Arabia Saudita – si scontra poi con la necessità della destra sionista al governo di annettersi la Cisgiordania e proseguire ad oltranza la guerra. Il prezzo (non solo politico) da pagare è troppo alto e sta già spaccando dall’interno il movimento Maga. La morte di Kirk ha fatto da detonatore e adesso Tucker Carlson e Nick Fuentes, supportati da Taylor Greene, sono apertamente contro il sostegno a un Israele che da utile alleato sembra essere diventato, in una completa inversione di ruoli, l’autentico “motore” della politica estera americana; mentre l’eccessiva identificazione tra Trump e la lobby ebraica sta provocando una frattura insanabile anche tra le fila dei democratici, sempre più in difficoltà a difendere le “ragioni di Tel Aviv” davanti al proprio elettorato. L’identificazione tra ebrei, israeliani e sionisti è così radicata tra i giovani sia Oltreoceano che in Europa da rendere sempre più difficile agli esecutivi di mantenere il sostegno senza se e senza ma a Israele e la situazione non farà che peggiorare in futuro perché, se da un lato la demografia sta già portando sulle due sponde dell’oceano sempre più giovani d’origine musulmana al voto e al governo – Mamdani a New York, Khan a Londra sono solo le avanguardie -, dall’altro il sempre maggior numero di figli di coloni e ultraortodossi aumenterà a dismisura il potere dei partiti estremisti alla Knesset.

Israele quindi pare essersi infilato in un vero e proprio cul-de-sac: non può dichiarare vittoria (neppure tattica) perché fondamentalmente la sua posizione è peggiorata rispetto a quella del 7 ottobre, ma non è in grado di proseguire la guerra senza l’appoggio americano. Il Paese non è mai stato così spaccato all’interno non soltanto per il lacerante conflitto tra governo e apparati che ha visto prima la nomina di David Zini – un nazionalista messianico – allo Shin Bet, a cui ora fa seguito quella di Roman Gofman – maggiore generale dell’esercito completamente inesperto nel campo dell’intelligence ma fedelissimo di Netanyahu – in contrasto all’attuale David Barnea come prossimo capo del Mossad; unita alle pesanti critiche di Eyal Zamir, da marzo Capo di Stato Maggiore, molto contrario riguardo la seconda invasione a Gaza; ma anche per il costo economico e sociale della guerra che ricade interamente sulle spalle dei comuni cittadini-riservisti dal momento che gli haredim sono stati ancora una volta esentati dal servizio militare.  

Così, nonostante Netanyahu – sempre in attesa della grazia –  proclami che oggi Israele sia più forte che mai, addirittura quasi una potenza globale; la realtà è quella di un Paese votato all’autodistruzione, in conflitto con praticamente ogni Stato confinante, con un alleato sempre più insofferente alle sue “mattane” e che ha completamente dilapidato la propria immagine faticosamente tessuta tramite l’hasbara. All’interno degli Stati Uniti però si gioca anche una fondamentale “seconda partita” rivolta alle menti della grande comunità di ebrei – 6,4 milioni, la seconda al mondo – che, non solo devono continuare a sostenere Israele ma che la potente setta Chabad Lubavitch punta un giorno a far rientrare in Terra Santa per poter realizzare il Terzo Tempio approfittando della decadenza del “sogno americano”. D’altronde c’è sempre un impero destinato a cadere perché le profezie ebraiche si avverino e spesso è lo stesso che precedentemente veniva celebrato come salvifico alleato: è accaduto con Persiani e Romani, si ripete ora con gli States. Un gioco pericoloso che forza le reciproche strategie in direzioni divergenti, confidando nell’impossibilità di finire abbandonati e a Tel Aviv faranno di tutto perché ciò non accada. Serve riportare il Pentagono e Capitol Hill dalla propria parte per un’ultima grande e definitiva guerra che ridisegni l’intera Asia Occidentale e l’Iran è il nemico giurato designato allo scopo. Basta solamente trovare il giusto pretesto da far ingoiare a Trump prima che sia troppo tardi.

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