Il dibattito internazionale sulla conquista di Marte è dominato da narrazioni che oscillano tra ambizione tecnologica, competizione geopolitica e visioni quasi ideologiche della colonizzazione spaziale. Da una parte gli Stati Uniti, sostenuti dalla crescente centralità di SpaceX e dalla strategia di lungo periodo della NASA, hanno costruito una prospettiva fondata sulla drastica riduzione dei costi di lancio, sulla riutilizzabilità dei vettori e sulla possibilità di una futura presenza umana stabile sul pianeta rosso. Dall’altra invece la China National Space Administration ha progressivamente inserito l’obiettivo marziano all’interno di una più ampia strategia di autonomia tecnologica e di affermazione geopolitica globale.
In questo contesto dominato da attori dotati di enormi risorse finanziarie e industriali, l’Italia sta tentando di sviluppare una traiettoria alternativa attraverso il programma Small Mission to Mars (SMS), che merita attenzione non tanto per la dimensione della missione in sé, quanto per il modello economico e tecnologico che sottende. Il progetto, promosso dal Distretto Aerospaziale della Sardegna, dal Centro Italiano Ricerche Aerospaziali, dal Cluster Tecnologico IR4I dell’Emilia-Romagna, da università e imprese della filiera aerospaziale nazionale, si distingue infatti per una logica profondamente diversa rispetto ai grandi programmi statunitensi e cinesi. L’obiettivo non è replicare i modelli di colonizzazione su larga scala immaginati da Elon Musk né competere sul piano del prestigio nazionale come avviene nel caso cinese. La vera ambizione del progetto italiano consiste nello sviluppare tecnologie che possano ridurre i costi strutturali della permanenza umana su Marte attraverso la costruzione di infrastrutture direttamente sul pianeta. In questo senso Small Mission to Mars si inserisce all’interno di una trasformazione più ampia della space economy globale, che sta progressivamente spostando il proprio baricentro dall’accesso allo spazio alla creazione di economie permanenti oltre l’orbita terrestre.
Per gran parte della seconda metà del Novecento l’economia spaziale è stata dominata da una logica fortemente statale. I programmi spaziali erano caratterizzati da investimenti pubblici massicci, costi elevatissimi e obiettivi prevalentemente militari, scientifici o simbolici. L’accesso allo spazio rappresentava il principale vincolo economico e tecnologico. L’emergere di attori privati come Blue Origin, Rocket Lab e soprattutto SpaceX ha profondamente modificato questa struttura. La riutilizzabilità dei lanciatori ha abbattuto significativamente i costi e ha aperto una nuova fase nella quale il problema non è più soltanto raggiungere lo spazio, ma costruire infrastrutture economiche sostenibili una volta arrivati.
Secondo le stime della Space Foundation, l’economia spaziale globale ha superato i 570 miliardi di dollari e potrebbe raggiungere il trilione entro il prossimo decennio. Tuttavia la componente più dinamica di questa crescita non riguarda più esclusivamente i satelliti o i servizi di telecomunicazione, bensì l’emergere di nuovi segmenti industriali legati alla logistica orbitale, alla manifattura nello spazio, all’estrazione di risorse extraterrestri e alla costruzione di habitat permanenti. Marte rappresenta il livello più avanzato di questa trasformazione economica, ma anche il più problematico.

Il principale ostacolo alla colonizzazione marziana non è infatti esclusivamente tecnologico, bensì economico. Trasportare infrastrutture complete dalla Terra verso Marte comporta costi enormemente superiori rispetto all’orbita terrestre bassa. Anche assumendo una drastica riduzione dei costi grazie a Starship, il trasporto di habitat, materiali da costruzione, sistemi di protezione dai raggi cosmici e componenti industriali resterebbe economicamente insostenibile nel lungo periodo. È proprio in questo punto che emerge la rilevanza strategica del progetto italiano. Attraverso il progetto appena concluso Space Manufacturing In-Situ e collegato al programma SMS, l’Italia sta sviluppando tecnologie che consentano di utilizzare la regolite marziana e quella lunare come materia prima per produrre direttamente materiali strutturali rispettivamente sul pianeta rosso e sul satellite terrestre. Questo approccio, noto come In-Situ Resource Utilization, rappresenta una delle frontiere più importanti della nuova economia spaziale.
La NASA ha già sperimentato questa logica attraverso il progetto MOXIE, finalizzato alla produzione di ossigeno dall’atmosfera marziana. La European Space Agency sta investendo in tecnologie di additive manufacturing per applicazioni lunari, mentre la Cina ha integrato l’utilizzo delle risorse locali nelle proprie roadmap di lungo periodo per la costruzione di basi permanenti. L’Italia, attraverso Small Mission to Mars, sta tentando di inserirsi in questa competizione globale puntando non sulla scala ma sulla specializzazione tecnologica.
Questa strategia riflette una caratteristica strutturale dell’industria italiana. Il paese non dispone delle risorse finanziarie necessarie per competere direttamente con i giganti statunitensi o cinesi, ma possiede una tradizione consolidata nella produzione di tecnologie altamente specializzate. Thales Alenia Space ha svolto un ruolo fondamentale nella realizzazione di moduli abitativi per la International Space Station, mentre Avio rappresenta uno dei pilastri europei nel settore dei lanciatori attraverso il programma Vega. L’Agenzia Spaziale Italiana è inoltre uno dei principali contributori europei ai programmi dell’ESA. Small Mission to Mars si inserisce in questa traiettoria storica: non costruire un sistema completo di colonizzazione marziana, ma diventare fornitore di tecnologie essenziali per la futura economia extraterrestre.
Questo aspetto porta con sé anche una dimensione geopolitica. Storicamente il controllo delle infrastrutture ha sempre prodotto vantaggi strategici. Porti, reti ferroviarie, infrastrutture energetiche e cavi sottomarini hanno rappresentato strumenti fondamentali di potere economico e politico. Lo stesso principio sta iniziando a trasferirsi nello spazio. Il controllo delle capacità di estrazione, produzione energetica, logistica orbitale e costruzione extraterrestre potrebbe definire i futuri equilibri di potere nello spazio profondo. Gli Stati Uniti stanno cercando di consolidare la propria posizione attraverso il programma Artemis Program e gli Artemis Accords, mentre la Cina promuove la International Lunar Research Station come alternativa strategica. L’Europa continua invece a mostrare una certa frammentazione politica e industriale.
In questo quadro l’Italia potrebbe utilizzare progetti come Small Mission to Mars per rafforzare il proprio peso negoziale sia all’interno dell’Europa sia nelle future architetture multilaterali della governance spaziale. Tuttavia permangono limiti strutturali significativi. La frammentazione decisionale tra governo, industria, università e centri di ricerca rallenta la capacità di trasformare i prototipi in programmi industriali di lungo periodo. Gli investimenti restano inoltre estremamente inferiori rispetto a quelli statunitensi e cinesi e manca ancora una visione strategica nazionale pienamente integrata sul ruolo italiano nell’economia spaziale del futuro.
Nonostante questi limiti, Small Mission to Mars rappresenta un segnale importante di trasformazione. La nuova corsa allo spazio non sarà vinta semplicemente da chi arriverà per primo su Marte, ma da chi riuscirà a costruire modelli economici sostenibili per restarvi in modo permanente. In questo scenario l’Italia potrebbe ritagliarsi un ruolo più rilevante di quanto comunemente si immagini. Se il Novecento è stato il secolo della conquista dello spazio, il XXI secolo potrebbe diventare il secolo della costruzione di economie extraterrestri permanenti.