OGGETTO: Il ritorno della mano visibile
DATA: 26 Dicembre 2019
SEZIONE: Economia
Pochi giorni fa il ministro dell'Economia Gualtieri, europeista di ferro, ha rilasciato un'intervista a Repubblica in cui afferma che in Italia "serve più Stato". Le sue dichiarazioni hanno stupito molti, ma Gualtieri non è il primo a fare affermazioni simili in Europa di questi tempi. È il segno di un cambio di paradigma?
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Lo Stato è come un elefante fra bicchieri di cristallo. Appena si muove fa danni. O almeno questo è quello che ci racconta la vulgata liberista che detiene l’egemonia culturale nel dibattito economico da almeno trent’anni. Tuttavia, un pensiero diverso sta riaffiorando. Sono della vigilia di Natale le inaspettate dichiarazioni del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, che ha invocato un maggior intervento statale nell’economia italiana. Le sue parole seguono quelle di diversi altri esponenti politici europei, che hanno recentemente riaffermato la centralità dello Stato e dell’intervento pubblico in generale.

In un’intervista a Repubblica Gualtieri ha detto che

la logica di mercato e l’intervento dello Stato possono coesistere perfettamente, proprio perché esistono i fallimenti di mercato nei quali lo Stato non solo può, ma deve intervenire.

Parole che non ci attendevamo da un membro della classe politica più legata ai dogmi europeisti. Forse però al ministro sfugge che chiedere più Stato oggi significa chiedere meno Europa, almeno per come è strutturata l’Unione al momento.

Gualtieri ha affermato che “Stato e mercato possono coesistere proprio per far funzionare meglio il mercato e ha giustamente ricordato che “d’altronde è quello che avviene in tutti i grandi paesi avanzati. (…) Da questo punto di vista la formula dell’azionariato misto pubblico-privato ha dato buona prova di sé anche nel contesto delle privatizzazioni. Le più importanti multinazionali italiane sono ancora oggi società a partecipazione pubblica. Basti pensare all’Eni, una delle poche imprese pubbliche ad essere sopravvissuta allo smantellamento dello Stato imprenditore, che svolge un ruolo strategico per gli interessi nazionali.

Roberto Gualtieri

E le privatizzazioni? Non si faranno per fare cassa, sostiene il titolare del Mef, “anche perché le partecipate non sono solo strategiche, ma danno anche ottimi dividendi al bilancio pubblico”. Ma allora il debito pubblico? Gualtieri glissa per due volte sul tema, e poi ammette che bisogna essere prudenti, ma che “servono senza dubbio politiche industriali per favorire lo sviluppo del Paese”.

Lo Stato si deve limitare a tracciare le norme? Per il ministro è

datato un pensiero che affida allo Stato solo la funzione di fare le regole. Siamo invece in una fase nuova – a livello non solo italiano, ma europeo e globale – con sfide mai viste prima: quelle dell’innovazione continua, delle tecnologie dirompenti e della sostenibilità ambientale e sociale. E proprio per far fronte a queste sfide, in sintonia con quanto sta facendo anche la nuova Commissione europea, serve un nuovo modello di politica industriale che veda il concorso delle politiche pubbliche e degli attori privati.

E qui arriviamo al cuore della questione. Nell’ultimo anno si sono susseguite dichiarazioni, interventi, ricerche, secondo le quali l’intervento pubblico è necessario e positivo per l’economia. Un’idea già sostenuta con forza da molti economisti nel passato, ma che era stata sepolta da una valanga di mistificazioni e mezze verità e che ora inizia a tornare alla luce. Se anche un ministro di salda fede europeista inizia a cambiare idea, vuol dire che siamo davvero davanti a un cambio di paradigma.

Un working paper pubblicato a novembre da Enrico Moretti, John Van Reenen e Claudia Steinwender delle Università di Berkeley e del MIT critica il concetto del crowding out, secondo la quale la spesa dello Stato (soprattutto se in deficit) riduce le risorse disponibili per gli investimenti. Lo studio invece afferma che in base all’evidenza empirica è più probabile il fenomeno opposto (crowding in): in particolare i risultati mostrano che una maggior spesa pubblica in ricerca e sviluppo in realtà porta a un aumento della spesa privata nel settore.

Passiamo alla politica. È di fine novembre la notizia di una nuova strategia industriale della Germania, annunciata dal ministro dell’Economia Peter Altmaier. Le nuove norme permetteranno al governo di rilevare temporaneamente quote in imprese high-tech per evitare che siano vendute a investitori di Paesi extraeuropei. La cosiddetta opzione di riserva nazionale ha scatenato le critiche dei gruppi industriali, che l’hanno giudicata troppo dirigista. La proposta iniziale era in realtà ancora più interventista, poiché prevedeva un fondo statale di investimento. Ma Altmaier ha anche guidato la creazione di due consorzi, sostenuti da un sussidio di un miliardo di euro, che produrranno batterie in Europa.

Peter Altmaier

Proprio nel settore delle batterie, l’Unione europea ha approvato a dicembre un fondo da 3,2 miliardi per promuovere la ricerca e sviluppo e aiutare i Paesi membri a sviluppare nuove tecnologie per tenere il passo con la competizione globale. La commissaria alla competizione Margrethe Vestager ha affermato che la “produzione di batterie in Europa è di interesse strategico per l’economia e la società” e ha annunciato un cambiamento nelle definizioni di potere di mercato per tenere in conto gli avanzamenti nella tecnologia e la maggiore globalizzazione.

Ma dobbiamo anche ricordare il caso della banca tedesca NordLB, a partecipazione pubblica (in particolare dei Lander della Bassa Sassonia e della Sassonia-Anhal). La Commissione europea ne ha giustificato il salvataggio con il denaro delle casse statali (bail-out), con una mossa che potrebbe rivelarsi un dietrofront sulla regolazione bancaria.

Sono tutti piccoli passi, ma in una direzione ben precisa. C’è da chiedersi allora il perché di questo cambiamento. Le motivazioni addotte dai responsabili politici europei sono la maggiore concorrenza globale, la promozione dell’innovazione e il rispetto di una crescita sostenibile. Temiamo però che dietro queste parole si nasconda un certo atteggiamento imperialistico:

stimoliamo la nostra economia non per il benessere dei cittadini, ma per proteggere i grandi gruppi industriali e per non farci rubare il posto di primi della classe da altre potenze mondiali.

A preoccupare i politici europei (e americani) è soprattutto l’ascesa della Cina.

Xi Jinping

Una ragione genuina alla base di un maggior intervento pubblico sarebbe invece promuovere l’occupazione e l’equità. Il compito del pubblico è promuovere lo sviluppo industriale nazionale, non certo difendere gli interessi dei grandi gruppi: bisogna evitare che lo Stato continui a rappresentare il “comitato amministrativo degli affari della classe borghese”. Le misure a difesa dell’industria nazionale vanno dunque ben congegnate per non trasformarsi in un mero favore alle grandi imprese, pur rimanendo legittima la volontà di mantenere il passo con gli altri Paesi. Un altro compito essenziale dello Stato è il sostegno alla domanda, in sofferenza in questo periodo. Questo sostegno non si raggiunge con misure protezioniste, bensì con la partecipazione del settore pubblico all’attività economica, in modo da risolvere eventuali crisi. Ed è da sottolineare anche la necessità di una regolazione dei mercati finanziari, della quale non si trova ancora traccia nelle recenti dichiarazioni interventiste dei politici.

È la stessa Costituzione italiana a giustificare l’azione dello Stato, sempre nel rispetto della libertà economica dei privati. I trattati europei tuttavia presentano molte criticità da questo punto di vista, con l’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) che vieta gli aiuti di Stato. Ma se c’è la volontà politica da parte delle autorità europee, questi limiti saranno aggirati facilmente, come è sempre avvenuto. L’Italia, per attuare pienamente la propria Carta, dovrebbe farsi promotrice di un superamento dei principi che contrastano con l’intervento pubblico, sfruttando le attuali circostanze politiche favorevoli.

Non sono più credibili le critiche che di solito vengono mosse all’idea di un maggior intervento statale: la “corruzzione bbrutta”, lo Stato inefficiente e sprecone, il privato agile ed efficiente. Anche il settore privato è esposto alla corruzione. Il privato spesso non arriva a fornire certi servizi o beni e a volte dove arriva fa danni. Il mercato spesso fallisce. Insomma, non si accampino più scuse per rimandare oltre il necessario ritorno dellamano visibile.

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