Il 18 settembre il presidente Trump ha annunciato che alcune testate statunitensi sarebbero state escluse dall’accesso alla Casa Bianca. Tra esse figurano la CNN, MS NOW e Politico. Il giorno successivo ai giornalisti di queste testate sono stati disattivati i badge e alcuni dei loro reporter bloccati all’ingresso, secondo l’Associated Press. La Casa Bianca ha sostenuto che questo provvedimento non è una prevaricazione sulla pubblicazione ma un divieto di accesso al complesso presidenziale. Il 21 settembre un ulteriore nota della Casa Bianca specificava che l’accesso va considerato un privilegio e non un diritto costituzionale. Le tre testate hanno presentato causa contro il presidente il 21 settembre, e anche nei confronti del capo di gabinetto Susie Wiles, del direttore delle comunicazioni Cheung e del capo dei Servizi Segreti Curran. Le testate sostengono che il provvedimento sia una violazione del Primo e del Quinto Emendamento e che la Costituzione non permette né al presidente né ad alcun funzionario di governo di privare la stampa dei propri diritti.
Il Knight First Amendment Institute della Columbia University – organizzazione non profit e non partisan specializzata nella difesa della libertà di parola e di stampa – ha annunciato che sosterrà le testate in tribunale. Il direttore esecutivo dell’istituto, Jameel Jaffer, dichiara che si tratta di una “flagrant violation” . Esiste un precedente che risale al febbraio 2025, quando la Casa Bianca limitò l’accesso ad alcuni giornalisti di Associated Press dopo che l’agenzia aveva scelto di continuare ad usare la denominazione di “Gulf of Mexico” invece di quella introdotta da Trump con un ordine esecutivo di “Gulf of America”. Il giudice federale Trevor McFadden osservò che il provvedimento sembrava essere una forma di viewpoint dicrimination. Ad aprile concesse quindi all’agenzia un’ingiunzione preliminare, stabilendo che il governo non potesse escludere l’Associated Press da spazi ed eventi aperti alle altre testate sulla base di un punto di vista espresso dall’agenzia.
Il Primo Emendamento della Costituzione statunitense protegge la libertà di stampa e di parola dalle limitazioni imposte dal governo. Il Quinto Emendamento garantisce il due process of law: vieta al governo federale di privare una persona di vita, libertà o proprietà senza un giusto procedimento. Il White House press pool, ovvero il gruppo di giornalisti che seguono il presidente sia all’interno della Casa Bianca sia nei viaggi, è tradizionalmente gestito dalla White House Correspondents’ Association (WHCA), associazione di giornalisti. Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, il 25 febbraio 2025 dichiarò che il White House press team avrebbe da quel momento deciso chi potesse accedere al press pool, giustificando il cambiamento con l’intenzione di far entrare i new media. La nuova gestione del pool fu annunciata il giorno successivo alla decisione presa da McFadden di negare l’ordine restrittivo ad Associated Press. Trump non si è limitato a prendere il controllo del press pool, ma sta anche portando avanti una ristrutturazione del rapporto tra presidenza e media.
Il 21 settembre è stata annunciata la “Trump TV”, uno streaming che mostrerà gli highlights, eventi e materiale d’archivio dell’amministrazione. Non sono mancate le accuse di voler costruire una televisione di Stato. Su X il governatore della California Gavin Newsom ha definito il progetto trumpiano come una “state-run TV”, e che il tempismo con cui si è passati dall’espulsione delle testate all’annuncio del servizio streaming sia parte di un comportamento autocratico. Il servizio streaming seguirà un formato h24 sette giorni su sette, accessibile senza abbonamento tramite il canale YouTube della Casa Bianca.
Il 21 settembre si è tenuta una conferenza stampa congiunta tra il sindaco di New York Zohran Mamdani e Trump, a margine dell’imminente Assemblea Generale dell’ONU. Mamdani, rispondendo a una domanda posta da un cronista su cosa pensasse riguardo al ban e se fosse una strategia per deviare l’attenzione dalla guerra in Iran, ha dichiarato di aver detto al presidente che tutti i giornalisti sarebbero stati sul prato, e di credere nel coinvolgimento di tutti a prescindere da opinioni e critiche. Trump era al suo fianco, e ha mantenuto il punto rispetto alla decisione presa. Ha attaccato le testate sostenendo che producono “fake news”, e rispetto al boicottaggio del press pool in protesta contro il ban – ABC, CBS, CNN, Fox News e NBC – ha dichiarato “They said they going to boycott me, but they never boycott me. So, I wasn’t very worried about that. Look at all that press”, rivolgendosi al prato dove si trovava la stampa. Il 23 settembre si è tenuta la prima udienza sul contenzioso davanti al giudice federale Timothy J. Kelly. The Guardian riporta che il giudice nelle prime ore del 24 settembre il giudice ha ordinato alla Casa Bianca di ripristinare i diritti di accesso ai giornalisti delle testate, con una Temporary Restraining Order (TRO) della durata di 14 giorni, in attesa dell’esame della richiesta di una ingiunzione preliminare. Kelly si era occupato nel 2018 del caso di Jim Acosta, giornalista CNN a cui venne revocato l’hard pass, durante il primo mandato di Trump. In quell’occasione ordinò alla Casa Bianca di ripristinare il suo tesserino di accesso, in quanto ritenne che il governo avesse violato il diritto al due process garantito dal Quinto Emendamento, ma non si espresse su presunte violazioni al Primo.

Trump ha poi chiamato in causa la sicurezza nazionale, come ulteriore giustificazione al ban. Reuters riporta che lo stesso giudice Kelly ha messo in dubbio questa motivazione, poiché quando il ban era stato annunciato, il presidente aveva parlato di fake news e copertura negativa, senza riferimenti alla sicurezza nazionale. Nelle ore successive all’ordinanza di Kelly, sempre secondo Reuters, i giornalisti delle testate hanno denunciato di non aver riavuto l’accesso chiedendo al giudice di intervenire nel merito. La Casa Bianca ha invece sostenuto si aver avviato il procedimento di ripristino dei badge. Il Dipartimento di Giustizia (DOJ) ha depositato martedì 22 settembre un documento nel quale ritiene di aver adeguatamente dato preavviso e garantito alle testate un’opportunità di contestare il provvedimento anche successivamente all’effettiva adozione di esso, argomento su cui Kelly ha espresso scetticismo, mentre il DOJ ha insistito sul fatto che le azioni del presidente sarebbero legittime ai sensi del Primo Emendamento, riporta il TIME. Il 24 settembre CNN e MS NOW hanno dichiarato di aver riavuto accesso alla Casa Bianca, ma respinti poi la sera, durante la cena di stato in onore del presidente cinese Xi Jinping, secondo The Independent. Il segretario di Stato Marco Rubio in un’intervista al Today di NBC ha quindi sostenuto la linea ufficiale della Casa Bianca, la quale ha specificato che l’amministrazione non avrebbe impedito a nessuna testata di continuare a riferire sull’operato del governo, solo che non avrebbero più avuto accesso al complesso presidenziale.
Il vicepresidente JD Vance ha ribadito la stessa linea, come riportato da Reuters. Il giudice non ha ancora deciso definitivamente, il blocco temporaneo al divieto ha valenza di 14 giorni, e ha fissato al 5 ottobre la scadenza entro la quale le testate possono depositare la replica nell’ambito della richiesta di un’ingiunzione preliminare. Se questa venisse concessa, le testate manterrebbero l’accesso mentre il contenzioso prosegue, secondo il calendario processuale. Ricordiamo la precaria situazione dell’amministrazione attuale: la guerra in Iran sembra bel lungi dall’arrivare a una conclusione, in Ucraina i negoziati sono ancora in stallo, e né Witkoff né Kushner sembrano aver spostato l’ago della bilancia. Internamente l’inflazione negli Stati Uniti è aumentata, il prezzo della benzina è schizzato alle stelle e il sostegno al presidente è calato anche all’interno del Partito repubblicano. Non è la prima volta che Trump sfida i media, probabilmente non sarà l’ultima, ma il dibattito sulla libertà di stampa è delicato, e lo è diventato proprio nel paese che si professa come garante di tale diritto.