OGGETTO: L'Italia che si svuota
DATA: 27 Giugno 2026
SEZIONE: Società
FORMATO: Scenari
AREA: Italia
Gli italiani residenti all'estero sono oltre il 10% della popolazione nazionale: primo posto nell'Unione europea per numero di emigrati. Non partono solo i giovani in cerca di esperienza, ma professionisti nel pieno della carriera, dottori di ricerca formati a spese pubbliche, famiglie che cercano certezze altrove. Il costo per le casse dello Stato supera i 25 miliardi l'anno. E nessuna politica finora ha saputo invertire la rotta.
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La fuga degli italiani all’estero non è più cronaca da prima pagina. Un’emorragia civile e demografica che viaggia a una velocità superiore rispetto al resto del continente e che, anno dopo anno, sta svuotando il Paese delle sue energie più vive. Oggi, più di un italiano su dieci risiede stabilmente all’estero e i dati dell’Anagrafe dei Residenti all’Estero offrono la fotografia nitida di una vera e propria diaspora. Al 31 dicembre 2024, i connazionali iscritti all’Aire hanno raggiunto la quota di 6.382.000 persone, pari al 10,8% della popolazione nazionale. Si tratta di un primato europeo in termini assoluti: la presenza di cittadini italiani fuori dai confini ha assunto dimensioni tali da collocare l’Italia al primo posto nell’Unione per numero complessivo di emigrati, superando nazioni storicamente associate a forti flussi migratori come la Romania o la Polonia.

È un travaso di vite e competenze, dove lo spostamento della residenza oltrefrontiera per lavoro, studio o ricongiungimento familiare modifica radicalmente la geografia dei consumi, delle nascite e delle entrate fiscali. All’interno di questo esodo oceanico, il dato più allarmante riguarda la cosiddetta emigrazione qualificata: nel 2025, ben il 10,4% dei dottori di ricerca formati nelle università italiane lavorava già all’estero. Questo specifico indicatore svela un paradosso economico e sociale insostenibile. Quando a partire sono individui ad altissima specializzazione, formati grazie a decenni di investimenti pubblici e sacrifici familiari, l’Italia subisce una perdita tripla in competenze, potenziale di innovazione e capacità produttiva. La dimostrazione di una difficoltà di sistema nel valorizzare il capitale umano, spinto all’addio da ragioni economiche precise. I Paesi di destinazione offrono mercati del lavoro più dinamici, capaci di assorbire rapidamente e con contratti stabili le nuove leve, laddove l’Italia risponde con la stagnazione delle retribuzioni d’ingresso, una progressione di carriera lenta e una sistematica sottovalutazione delle competenze accademiche avanzate, proprio mentre il sistema produttivo dichiara di aver bisogno di profili d’alto livello per agganciare la transizione tecnologica.

A cambiare è anche la carta d’identità di chi parte, poiché il fenomeno non è più circoscritto agli under 35 all’inizio del proprio percorso, ma si è esteso stabilmente alla fascia d’età compresa tra i 35 e i 45 anni, ovvero professionisti nel pieno della maturità produttiva che scelgono di sradicarsi per cercare tutele e certezze per le proprie famiglie. In un contesto segnato dal declino demografico e dal calo della popolazione attiva, perdere decine di migliaia di lavoratori ogni anno significa compromettere la capacità del sistema produttivo di crescere e competere sui mercati internazionali. Il danno è evidente soprattutto nei settori chiave dello sviluppo, come la ricerca scientifica, l’ingegneria, il digitale, la sanità e le nuove tecnologie, campi in cui la competizione per accaparrarsi i talenti è globale e dove i partner europei investono massicciamente offrendo stipendi competitivi e percorsi di carriera trasparenti. Il bilancio finanziario di questo fenomeno per le casse dello Stato è drammatico, se si pensa che il costo complessivo per l’istruzione di questi laureati, interamente finanziata dalla fiscalità generale dal primo anno della scuola primaria fino alla discussione della tesi, ammonta a oltre 3 miliardi di euro all’anno.

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

Secondo le stime di Confindustria, se una famiglia spende mediamente circa 165 mila euro per crescere ed educare un figlio fino ai 25 anni, lo Stato ne eroga circa 100 mila tra scuola e università, configurando un investimento pubblico a fondo perduto che va a beneficio di sistemi economici stranieri. A questo si aggiunge l’impatto sul fisco, con l’Istat che valuta in oltre 25 miliardi di euro all’anno le mancate entrate in termini di gettito fiscale a causa dell’emigrazione dei soli laureati. Il potenziale rimpatrio di queste risorse umane, subordinato a stabili condizioni di supporto socio-economico, rappresenterebbe l’unica reale contromisura per ridurre l’alto tasso di dipendenza strutturale e colmare il gap demografico nazionale. Questo quadro migratorio si inserisce in un contesto macroeconomico estremamente complesso, caratterizzato da un debito pubblico cresciuto negli ultimi vent’anni in tutte le economie avanzate. La vulnerabilità finanziaria è ormai un elemento globale, con il rapporto debito/PIL nei Paesi del G7 balzato dal 75% del 2001 al 124% del 2024, ma l’Italia resta un’osservata speciale. Nel 2025 il debito nazionale ha raggiunto il 134,9% del PIL, toccando la cifra di 3.057 miliardi di euro, una mole che comporta una spesa per soli interessi pari a 85,6 miliardi di euro. Questa spesa divora il 3,9% del PIL, superando l’intero ammontare degli investimenti pubblici, fermi nel 2024 a 78,3 miliardi di euro. Con oltre un terzo dei titoli di Stato in mano a creditori esteri, la suscettibilità del sistema alle tensioni internazionali è elevatissima, e la conseguenza diretta di questa morsa finanziaria e della stagnazione economica è il progressivo ridimensionamento dello stato sociale.

I tagli ai servizi essenziali, alla sanità e all’istruzione rischiano di indebolire la coesione interna e, di riflesso, spingono sempre più cittadini a cercare tutele altrove. I programmi specifici e gli incentivi fiscali varati fino a oggi per contrastare la fuga dei cervelli non si sono dimostrati sufficienti a trattenere le giovani risorse, rendendo necessarie riforme profonde che sappiano scardinare le barriere d’accesso nelle università e nei centri di ricerca, introducendo criteri di merito, trasparenza salariale e percorsi di carriera chiari. Parallelamente, occorre investire in politiche abitative, asili nido e servizi pubblici efficienti per migliorare la qualità della vita, che incide profondamente sulle scelte migratorie, e promuovere una mobilità circolare attraverso reti internazionali che permettano ai professionisti di fare esperienze all’estero mantenendo legami stabili con le istituzioni italiane per il successivo trasferimento di competenze in patria. Nel frattempo, mentre la fiducia nelle istituzioni politiche registra una flessione, la società civile mostra una sotterranea capacità di adattamento. Di fronte alle difficoltà economiche e alle incertezze del presente, la popolazione italiana risponde con pragmatismo, evitando conflitti estremi e sfilacciamenti del tessuto sociale grazie alla propensione a reinventare le abitudini quotidiane, a valorizzare i legami comunitari e familiari, e a cercare soluzioni pratiche per mantenere una buona qualità della vita anche in condizioni sfavorevoli. Tuttavia, l’arte dell’arrangiarsi e la resistenza quotidiana non possono sostituirsi a lungo alle scelte della politica: se l’obiettivo condiviso è evitare lo svuotamento strutturale del Paese, è tempo di abbandonare i palliativi temporanei.

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