Mentre tutta l’attenzione dell’Unione Europea pare rivolta esclusivamente a est e ai cosiddetti “attacchi ibridi” di dubbia provenienza, alle frontiere a sud si è assistito con passività disarmante a un vero e proprio assalto del territorio spagnolo. In poche drammatiche ore una massa di settantamila “migranti” ha esondato le barriere a protezione dell’exclave di Ceuta – territorio non comunitario di Madrid all’interno del Marocco -, travolgendo le guardie di frontiera e la Guardia Civil che ben poco ha potuto fare a fronte di una simile invasione.
Ora, a distanza di settimane dall’evento, sebbene la notizia sia scomparsa dagli organi d’informazione e nemmeno citata nel discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato dalla Von Der Leyen, la situazione nella città spagnola è tutt’altro che risolta. Si segnala infatti la presenza di più di duemila minori non accompagnati che, secondo i regolamenti internazionali, non possono essere respinti e di circa ventimila persone accampate sulle spiagge in una tendopoli e in strutture temporanee nel quartiere di Loma Colmenar che più volte sono state oggetto di attacchi incendiari da parte dei residenti esasperati.
L’evento che con le sue immagini sconvolgenti ha fatto il giro del mondo, riportando alla mente il libro-profezia di Jean Raspail, pare essere stato rapidamente archiviato agli occhi dell’opinione pubblica, sebbene in Spagna le polemiche non siano cessate e, anzi, siano state rinfocolate durante la partita di calcio Elche – Real Madrid quando le squadre sono scese in campo con una maglietta recante la scritta “Todos somos caballas” in sostegno degli abitanti di Ceuta mentre alcuni calciatori si sono rifiutati di indossarla o oscurandone il testo.
Il governo di Sanchez d’altronde, dopo aver appena regolarizzato un milione di extracomunitari, si è ritrovato in forte imbarazzo per la gestione della crisi, indeciso se intaccare il suo allure progressista usando il pugno di ferro contro i migranti oppure permettere che una sua città venisse espugnata con la forza senza reagire; ma a sua volta è proprio l’Unione Europea ad aver dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, la parodia della compattezza e unità d’intenti mentre ogni Stato decideva il da farsi per sé e perfino all’interno dello stesso partito socialista europeo la frattura si manifestava con la premier danese che appoggiava la proposta del governo italiano di sospendere il trattato di Schengen; atto di chiara ritorsione politica piuttosto che di sicurezza dal momento che nessuno di quei settantamila san-papiers avrebbe potuto salire su un aereo o su una nave diretta in Danimarca. Misura del resto che, come un boomerang, si è perfino ritorta contro la Meloni dal momento che alcuni Paesi hanno preso la provvidenziale palla al balzo rispendendo indietro in Italia alcuni migranti di primo ingresso sul territorio nostrano, applicando alla lettera quel Nuovo Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo ratificato proprio dall’esecutivo di centrodestra. Una situazione, insomma, per dirla alla Flaiano, “grave ma non seria”, esattamente come descritta in Il Campo dei Santi, dove, a fronte dell’enorme flotta di barconi in rotta verso il sud dell’Europa, i governanti non fanno altro che intavolare inutili discussioni, rifiutandosi di affrontare la realtà, nella speranza che lo sbarco avvenga sulle spiagge del proprio vicino.

In Spagna peraltro insieme alle polemiche dell’opposizione sulla decisione della magistratura di negare il respingimento immediato a coloro che giungono sul territorio iberico e alla grave sottovalutazione dei rapporti dell’intelligence, si sono subito messe all’opera tutte quelle forze centripete e indipendentiste che non hanno alcuna intenzione di condividere e partecipare alla risoluzione dei problemi del governo centrale, oltre alla mai sopita contrapposizione contro l’eredità del franchismo che proprio da quei territori iniziò la riconquista della penisola contro il governo repubblicano. Alcuni hanno poi rispolverato la solita teoria de “l’impossibilità di bloccare i fenomeni migratori” come fossero fenomeni naturali, spontanei ed incontrollabili, mentre altri hanno perfino rinfacciato a Ceuta e alla città gemella di Melilla d’essere frutto dell’eredità coloniale e di una loro riconsegna al Marocco come atto necessario, quando questi due capoluoghi furono fondati dai cristiani secoli prima della nascita del Paese nordafricano con l’intento proprio di controllare lo stretto di Gibilterra ed è proprio questo semmai il fulcro della questione che si cerca in ogni modo di mascherare.
Come svelato dal quotidiano El Spagñol infatti il rapporto del Centro Nazionale per l’Immigrazione e le Frontiere (Cenif) inchioda la polizia marocchina che avrebbe letteralmente “guidato” ondate di migliaia di migranti verso il confine, organizzando perfino camion e aprendo i valichi; eppure il governo Sanchez difende i rapporti con il Marocco, accennando sempre al solito spauracchio di una regia russa, mentre la UE sta a guardare disinteressata a ciò che accade alle proprie frontiere. Se infatti quella folla di disperati disposti a tutto pur di entrare all’interno del “giardino fiorito” rafforza l’immagine tanto cara a Borrell, non si comprende però come mai siano così desiderosi di fuggire da quel Paese retto dal “sovrano illuminato” Mohammed VI, stretto alleato degli Stati Uniti e di Israele, grandi protettori della monarchia che puntano a controllare questo pezzo di Mediterraneo. D’altronde, appena dopo aver firmato gli Accordi di Abramo, il regno è stato immediatamente ricompensato con il riconoscimento del territorio conteso del Sahara Occidentale, mentre il Congresso spagnolo si è affrettato a concedere la cittadinanza ai Saharawi nati prima del 1977 – cioè durante l’amministrazione spagnola – e ai loro figli, circa centomila persone che potrebbero ottenere il passaporto europeo appena il Senato approverà la legge, riducendo il potenziale di reclutamento del Fronte Polisario.
Appena dopo i “fatti di Ceuta”, con tempistica non affatto casuale, infatti non solo gli Stati Uniti per bocca di Trump hanno attaccato il governo di Sanchez incapace di difendere a loro dire l’Europa dai migranti, reo ai suoi occhi di non avere ottemperato all’ordine di aumentare le spese per la Difesa al cinque percento del pil e di non aver concesso le basi durante l’attacco all’Iran; ma è soprattutto Israele ad aver concordato di rafforzare i legami diplomatici con il Marocco, aprire ambasciate e nominare nuovi ambasciatori in entrambi i Paesi, quasi come premio per aver di fatto contribuito a minare un esecutivo schierato per il riconoscimento della Palestina e in difesa della Corte Penale Internazionale; mentre da Bruxelles si registra un silenzio assordante in difesa di uno Stato membro non così particolarmente sollecito nei confronti di Kiev.
La “lezione” di Ceuta, insomma, dimostra non solo di come il fenomeno migratorio possa essere utilizzato come vera e propria arma per destabilizzare nazioni ed esecutivi non allineati, ma anche come arma di ricatto per estorcere denaro come già più volte accaduto tra Libia e Italia e tra la Turchia e l’Unione Europea durante la guerra in Siria. Una sorta di “armata migrante” che rientra a tutti gli effetti in quella “guerra ibrida” che l’UE proclama a gran voce di combattere, ma in tutti questi casi gestita non da nemici ma da sedicenti alleati disposti a tutto e che trovano nelle forze politiche continentali un ventre molle perfino disposte a farne un tema identitario di campagna elettorale. Da un lato, infatti, per le forze di centrodestra pare che i migranti risultino utili per comprimere salari e diritti dei lavoratori, mentre per quelle di centrosinistra siano indispensabili per i lavori che gli autoctoni non siano più disposti a fare e per frenare il declino demografico.
Due opposte miopi visioni che non tengono però conto di una realtà economica in forte crisi e di un’incombente deindustrializzazione con contrazione dell’export e, parallelamente, dell’imminente rivoluzione tramite l’IA e la robotizzazione che assorbirà centinaia di migliaia di quei posti di lavoro a bassa specializzazione che danno impiego a queste persone. Una bomba sociale innescata nelle nostre città pronta ad esplodere mentre inevitabilmente la radicalizzazione del dibattito politico soffia in favore di partiti estremisti che propugnano specularmente la remigrazione o l’accoglienza indiscriminata; entrambe le prospettive di fatto irrealizzabili all’interno di un tessuto sociale sempre più sfilacciato che diventa terreno fecondo per scenari da “guerra civile” come ben descritti nel film Citizen Vigilante. Ceuta, quindi, da questo punto di vista, non è solo un fenomeno spagnolo ma un campanello d’allarme di una dinamica pericolosa che dovrebbe portare a focalizzare l’attenzione su una “quarta sponda” che va dal Sahel fino al Levante, mentre tutte le risorse comunitarie e i piani di riarmo vengono indirizzati verso il Baltico e il Mar Nero. Prima che sia troppo tardi.