OGGETTO: Lo smantellamento dello Stato liberale
DATA: 23 Ottobre 2026
SEZIONE: Politica
FORMATO: Analisi
AREA: Europa
In un’Unione Europea sempre più in affanno economico e sociale assistiamo alla tentazione di risolvere i problemi archiviando i principi liberali in favore di una governance anti-democratica.
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Fino al caotico crollo dell’Unione Sovietica la divisione tra “mondo libero” democratico e “dittatura” del partito unico risultava netta e funzionale alla divisione del globo in blocchi contrapposti, ma il nuovo assetto post-comunista con tutta una serie di repubbliche situate tra l’Europa e l’Asia centrale rese questa dicotomia obsoleta e inefficace. Da allora si sono escogitate due inedite definizioni per rimarcare la differenza tra il cosiddetto “Occidente” e il resto del mondo. La prima è quella tra democrazia e autocrazia – ovvero un insieme di Stati ai cui vertici restano saldi i medesimi leader a dispetto di svariati cicli elettorali – e che include Paesi diversissimi tra loro come per esempio Bielorussia e Russia ma anche Ungheria (dove Orban ha appena concluso un lungo periodo di governo durato sedici anni), Turchia, Azerbaigian e altre repubbliche ex-sovietiche; come se il mancato “ricambio” di offerta politica sia tout court sintomo di mancanza di libertà e non, per esempio, indice di una sostanziale ricerca di stabilità e, perché no?, di riconoscimento spesso tradotto anche tramite massiccia affluenza alle urne ad alcuni capi di Stato che nonostante tutto hanno traghettato questi Paesi dal socialismo reale al capitalismo senza troppi scossoni. 

A questa prima contrapposizione se ne aggiunge una seconda se possibile ancora più carica moralmente: l’appellativo di “democrazia illiberale”, ovvero di governi che, nonostante siano democraticamente eletti, hanno in spregio le secolari regole base sulla separazione dei poteri e dei diritti dei propri cittadini che, pur abitando nominalmente una repubblica, sarebbero quindi nient’altro che dei sudditi sottomessi a un’autorità dispotica e arbitraria. Da questa constatazione discende infatti la supposta “superiorità morale” dell’Occidente collettivo nel suo insieme che, quindi, si presenta come l’unico autentico erede e difensore della tradizione della “democrazia liberale” iniziata con la rivoluzione di Cromwell.

Ma siamo davvero sicuri che gli Stati europei mantengano davvero quelle caratteristiche in maniera non puramente formale in modo da poter essere ancora identificarsi in questa filosofia politica? Perché vedendo la proposta del governo Meloni di estendere il potere giudiziario ai militari, ascoltando le ultime esternazioni di Gentiloni alla festa del Fatto Quotidiano, di Crosetto alla BBC e, soprattutto, analizzando le parole del lungo discorso della Von Der Layen sullo “stato dell’Unione”, appare sempre più difficile non scorgere i semi di un potere sempre più illiberale che addirittura se ne fa pubblico vanto.

«Era il migliore dei tempi. Era il peggiore dei tempi.» Con questo incipit tratto dalle Due città di Dickens la presidente della Commissione Europea ha aperto la sua orazione, sostanzialmente riproponendo con altre parole la tesi di Borrell sul “giardino fiorito circondato dalla giungla” ma con una sostanziale differenza. L’UE da lei presieduta ormai da lungo tempo – ben inteso in maniera assolutamente non autocratica – è al contempo «la più forte di sempre ma anche precaria come mai» minacciata, infatti, da terribili nemici esterni ma anche interni. Il romanzo di Dickens però narrando le vicende della Rivoluzione Francese non mirava tanto a contrapporre l’ordine presente a Londra con il caos del Terrore a Parigi ma, semmai, a mettere in guardia i lettori che una classe dirigente screditata agli occhi dei cittadini e preoccupata solamente di preservare il proprio potere finisca irrimediabilmente per essere deposta a furor di popolo e che questo processo conduca a un eccesso di brutalità da parte degli ex-oppressi contro una casta che ha perduto il diritto di rivendicare il ruolo di guida morale. Potrebbe insomma sembrare quasi ironico che inconsciamente la von Der Layen abbia aperto il suo intervento con questa citazione se poi, con rigore teutonico, non avesse proceduto puntualmente a descrivere minuziosamente da quali minacce occorre difendere a ogni costo questo “paradiso in terra” chiamato Unione Europea, ovviamente rinforzando le istituzioni comunitarie e al contempo ammettendo con tono paternalistico di «dover riconquistare il cuore degli europei».

Il nemico esterno è ovviamente al centro del ragionamento: è la Russia che tagliando il gas, aggredendo l’Ucraina e tramite la “guerra ibrida” minaccia la tranquillità e l’economia europea. Non una parola su dazi e sanzioni, sulla Groenlandia, sul sabotaggio del Nordstream e sulle cause della chiusura dello stretto di Hormuz. Archiviato il Green Deal in nome del riarmo; occorre fronteggiare anche il secondo grande nemico, quella Cina che tramite la “sovra-produzione” sleale sta mandando in frantumi l’industria europea. 

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

Al nemico esterno però si affianca anche quello interno rappresentato dagli “ultranazionalisti”, dagli “anti-europeisti” e dalle immancabili “ingerenze russe” peraltro mai dimostrate con prove o indagini della magistatura. I partiti e di conseguenza gli elettori che con il loro voto manifestano contrarietà nei confronti della UE non sono più semplici oppositori ma diventano “proxy e burattini” nelle mani dei regimi autoritari. Il dissenso quindi non è più e tollerabile perché frutto avvelenato della disinformazione e della guerra cognitiva altrui a cui occorre “anticipare per rispondere” istituendo centri istituzionali che decidano quali siano le fonti affidabili attraverso cui i cittadini possano informarsi. L’esatto contrario della tradizione liberale che da Mills in poi considerava indispensabile non zittire un’opinione anche quando falsa per evitare la “dittatura della maggioranza”.

Poi arriva perfino l’ammissione, la prova che il “metodo” funziona quando afferma  che «il 12 aprile è una data da ricordare perché gli ungheresi hanno scelto la democrazia e l’Europa», cioè che il blocco dei fondi UE al Paese magiaro abbia agito come leva per far votare nel giusto modo i cittadini; tesi peraltro ribadita da Gentiloni. La presidente della Commissione Europea, che proprio in questi giorni lotta per ampliare a dismisura il budget europeo, rivendica quindi la coercizione di Paesi membri attraverso il bilancio come metodo riuscito e da estendere affermando che il «duro lavoro ripaga», presentandosi a tutti gli effetti come legibus solutus che in assoluta autonomia può decidere chi premiare e chi punire e perfino aprire l’Unione a “membri non associati” senza che vi sia traccia nei trattati di possibili ingressi di Paesi extraeuropei. 

In tal modo, senza peraltro ricordare il caso dell’annullamento delle elezioni rumene, la Von Der Layen in qualità di presidente di una commissione non eletta può intromettersi nelle dinamiche elettorali interne e allo stesso tempo difenderle dalle “interferenze esterne”, configurando a tutti gli effetti l’Unione Europea come ben descritto da un europeista come Habermas “un federalismo esecutivo post-democratico”. 

Quando poi si parla della attuale guerra l’unico vero mantra è il cosiddetto “sostegno infinito” all’Ucraina senza alcun cenno all’obiettivo da raggiungere e quindi di conseguenza senza alcun scopo politico, lasciando così indefinita la scelta dei mezzi per raggiungere un risultato. Si configura così quello stato di “emergenza perenne” che come ben sottolineò Agamben permette di creare strumenti eccezionali che poi sopravvivono alla contingenza. Così è per esempio la decisione di procedere a “maggioranza qualificata” e la lotta per cancellare il diritto di veto dei singoli Stati membri in modo da lasciare alla Commissione il monopolio dell’azione legislativa, oltre a quella dei rapporti sull’efficacia delle politiche comunitarie e sul bilancio. D’altronde i compromessi non sono più accettabili in un contesto emergenziale come teorizzò Carl Schmitt parlando di “dittatura sovrana” cioè della capacità di decisionale durante uno stato d’eccezione.

Se infatti analizziamo l’EU Kids Act – il divieto dei social per i minori – e le discussioni sul Digital Service Act, appare evidente che con il pretesto di proteggere i minori, vi sia lo scopo di identificare tutti quanti e del poter leggere la corrispondenza dei cittadini senza il ricorso alla magistratura; sostanzialmente abolendo il diritto alla privacy. 

A conferma di questa deriva antidemocratica si aggiungono le parole di Paolo Gentiloni – già presidente del Consiglio e commissario europeo – che con assoluta non chalance ha affermato che qualunque programma politico il cosiddetto “campo largo” vorrà darsi è impensabile retrocedere dagli aiuti all’Ucraina e dal mettersi contro alla volontà della Commissione Europea, «telefonare a Orban al riguardo». Nulla di sconvolgente d’altronde se si accetta che ormai ogni Stato membro ha di fatto ceduto la propria politica monetaria alla BCE, la politica estera alla Nato (o a ciò che ne resta data l’ambiguità statunitense) e ora la politica interna alla Commissione. Ciò che resta quindi ai singoli Stati è di fatto il solo esercizio tributario per riscuotere le tasse – si vocifera alcune nuove di natura comunitaria per rimpolpare il bilancio – e il mantenimento dell’ordine pubblico. 

La democrazia rappresentativa appare quindi sempre più un guscio vuoto come del resto ribadito l’altro giorno da Crosetto alla BBC quando, di fronte al fatto che la maggioranza degli italiani sia contraria a proseguire con il sostegno militare e finanziario a Kiev, «non si possa cedere all’opinione pubblica quando ha torto». 

Sembra quindi che l’unico modo per tutelare il futuro democratico ed economico dei Paesi occidentali minacciati dalle autocrazie illiberali e dalle contestazioni di piazza dei cittadini sempre più esasperati dal caro vita e da un welfare in disarmo, occorra proprio smantellare tutti quei principi che a parole si vogliono difendere. Un fosco paradosso.

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