“L’oro come bene rifugio”: con un tocco di retorica modestia, va concessa la possibilità di analizzare questa frase, rappresentativa, della condizione nella quale l’Occidente si sta incuneando. Cosa accade quando banche nazionali spostano le proprie riserve auree? Significa che o le banche si sono date all’economia spicciola oppure un fondo di verità ammanta il detto sopracitato. La De Nederlandsche Bank (DNB) ha spostato le sue riserve da New York a Londra per “usare più rapidamente le risorse in caso di crisi”. L’ETF della WisdomTree sull’oro fisico ha visto una rapida ascesa da Febbraio/Marzo 2024 senza quasi mai fermarsi. L’incertezza imperversa nel mondo e la possibilità di tenere riserve auree vicine e facilmente accessibili in caso di problemi, è un indice certo della cautela che attraversa le banche centrali, e un sintomo dei tempi.
Ma dunque, in fondo, le banche si comportano come enormi umani di paesello con portafogli giganti? No. Si tratta di tre aspetti fondamentali dell’economia, che dagli anni Sessanta in poi che ne hanno definito la nomenclatura: 1) Rivalutazione del ruolo del collaterale sovrano 2) Stress sulle strutture di mercato tradizionali 3) Frammentazione della liquidità globale. Questi tre aspetti sono legati tra loro? Possono essere usati come strumenti di pressione geopolitica? Ritengo sia altamente plausibile che il punto 1 giochi a favore di certe politiche economiche aggressive, che garantiscono una certa immunità dai danni che possono essere causati dai punti 2 e 3 (ovvero gli incubi dei Neoclassici, per i quali l’oro è un retaggio medievale a discapito degli auspicabili tassi d’interesse e le solidità dei brand).
Contrariamente alle solite classifiche su PIL e PIL pro Capite, l’elenco delle maggiori riserve auree è ben diverso e vede fra i primi tre paesi: USA, Germania e Italia. Se l’oro come bene rifugio diventa un garante economico e le riserve auree sono dislocate tra paesi, a discapito dei grandi bunker e i sistemi finanziari del mondo anglofono (New York, Ottawa e Londra), quale causa addurre? La de-dollarizzazione. Questo è il tentativo di scalzare New York e Londra dai centri dei capitali finanziari. E parte di tale tentativo fa leva proprio sulle materie prime, esso è un obiettivo cinese che ha subito la bacchettata della LBMA (London Bullion Markets Association) sospendendo l’etichetta “Good Delivery Status” ai capitali aurei cinesi.
Questo tentativo di de-dollarizzare le proprie riserve e minare la convertibilità internazionale è il principale tentativo cinese di minare le basi americane del potere: ovvero il dollaro stesso. Al di là dei tentativi anarchici di contestare la centralità bancaria della moneta (criptovalute), quello di scalzare il dollaro da garante, è tutto un altro sistema che non ha più a che fare con una questione economica soltanto, ma anche fortemente politica. Si tratta di stabilire l’unità di misura dell’Economia. I grandi centri occidentali (il COMEX di New York e la LBMA di Londra) stabiliscono il prezzo di riferimento globale dell’oro attraverso contratti a termine, opzioni e ETF basati su carta (come il SPDR Gold Shares o simili). In questi mercati la leva finanziaria è elevatissima e meno dell’1% dei contratti si conclude con una consegna fisica. Finché la formazione del prezzo globale avviene nei mercati denominati in dollari e gestiti da istituzioni finanziarie occidentali, gli Stati Uniti mantengono il controllo sul valore percepito del metallo.

Questo argina la capacità della Cina di imporre un proprio prezzo di riferimento attraverso la Shanghai Gold Exchange (SGE), dove i contratti richiedono invece una rigida consegna fisica. Se la domanda fisica aggressiva da parte delle banche centrali emergenti (in primis la PBOC cinese) tenta di spingere al rialzo il valore dell’oro, la profondità dei mercati dei future e dei fondi cartacei occidentali permette di bilanciare temporaneamente gli squilibri, impedendo che il prezzo rifletta istantaneamente e senza filtri la reale scarsità di metallo fisico nei caveau asiatici. Una sorta di gara tra la finanza eterea e online, contro la realtà dura dell’oro, la decisiva battaglia tra Cina e USA rimane sempre il perno principale del discorso, ma da questo intreccio, apparentemente insignificante, determina un metodo americano di mantenimento dello status quo. La Cina cerca come contromossa di limitare il cosiddetto “Paper Gold” e contratti con leva finanziaria per minare il monopolio americano, che invece fa leva su quest’ultimi. Ora, perché la Cina punta a una mossa apparentemente suicida, visti che i principali caveau non sono nel secondo mondo? Esistono 3 motivi e sono alquanto inquietanti:
1) La Produzione e il Flusso – L’Occidente detiene il maggior numero di tonnellate stoccate ma la Cina è la maggior produttrice e importatrice di oro al mondo
2) Rapporto Leva-Fisico – Le leve finanziare usate in Occidente superano di gran lunga il vero valore dell’oro, creando una discrepanza tra il numero dei contratti e il numero dei lingotti. Insomma il sistema delle Leve potrebbe collassare per bancarotta.
3) Inversione di Rotta – La Cina sta rendendo Shanghai Gold Exchange (SGE) altamente appetibile per gli investitori con dei surplus di valutazione. Questo attira investitori e sposta le riserve da Occidente a Oriente e aumenta il prezzo dell’oro stesso.
Questi tre punti gettano le basi per la sua dedollarizzazione, la sua capacità di obnubilare i punti di forza americani grazie alla sua immensa macchina produttiva. Inoltre, opacità e sommerso sono sicuramente un altro punto da tenere in considerazione; poiché molto probabilmente la Cina, al di fuori di stock statali, possiede molte più riserve auree di quelle dichiarate ufficialmente. Insomma, il tentativo del Dragone Rosso di liberarsi dal giogo americano viene fatto tramite il basarsi su qualcosa di tangibile e sul rifiuto appunto del “Paper Gold” verde che è la forza del sistema finanziario americano. Questa silenziosa battaglia tra realismo marxista che con un timido tentativo di avvicinare il lavoro al prodotto (niente è più proletario dell’oro) cerca di soverchiare il pragmatismo machiavellico americano, dove l’utile speculazione consente la reiterazione del potere imperiale. Dogmi allo sfacelo e al confronto a dove l’unica cosa che conta è l’accumulazione feroce, il profitto e la speculazione.
Fatto dagli Stati nazionali sembra qualcosa di lecito, nei numeri di quelle tonnellate di oro ci si perde in benevoli grafici su contrasti. Ma proprio quel motore — l’accumulo ininterrotto in cui avidità e invidia rincorrono la superbia — permette allo Stato di raggiungere l’aura della farsa o, alla peggio, l’odore della morte. E così la morte guarda l’avido dal capezzale, mentre negli ultimi attimi rimane pur sempre attaccato in maniera estrema al terreno, così gli Imperi, quando sentono il pericolo, si aggrappano all’Oro. “Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!» (Matteo, 19:21). I principi vengono sempre meno di fronte alle monete, Giuda in fondo è così umano. Il gioco dell’accumulo fra queste due potenze è apparentemente innocuo, se non fosse che su questo terreno si gioca una delle più importanti strategie dei rapporti sino-americani, che determinano, indirettamente il caos geopolitico che viviamo oggi. Di conseguenza, assai indirettamente, quindi, anche il sangue versato.