OGGETTO: Terza via all'italiana
DATA: 27 Aprile 2024
SEZIONE: Ritratti
AREA: Italia
Durante l’alba della Repubblica il grande storico dell’illuminismo Franco Venturi dimostrava che lo Stato italiano poteva fondarsi su una forma politica terza rispetto al liberalismo importato da oltreoceano e al comunismo di matrice sovietica. Sottolineava, inoltre, l’unità inscindibile fra esercizio attivo dalla cultura e militanza politica; tutto il contrario di come la rappresentanza politica è interpretata oggi dalla gran parte dei parlamentari italiani.
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Oggi la politica si fa sui social. Deputati e quadri di partito intervengono più volte al giorno, lanciando in rete commenti spesso acefali e sragionevoli, senza preoccuparsene più di tanto in quanto l’obiettivo è far rumore, alimentando la battaglia di risposte fra ammiratori e detrattori. Questo modus operandi, che oscilla tra lo spregiudicato e il patetico, è il prodotto di due fenomeni legati alla natura delle piattaforme social, rispetto ai quali è quasi impossibile restare imparziali. Il primo deriva dalla quantità potenzialmente infinita di immagini, tweet e video dalle quali l’utente è inondato ad ogni suo accesso. Tale bulimia indebolisce la memoria storica, piegandola sul brevissimo termine: un grave commento espresso da una personalità politica spesso suscita scandalo per un solo giorno, viene bollato come gaffe e successivamente dimenticato dalla maggior parte dell’opinione pubblica. La seconda problematica è forse madre della prima. La facilità di comunicare con gli altri utenti, a portata di clic, dà sfogo ad una delle pulsioni più ancestrali dell’uomo, l’istinto. Spesso le opinioni o i commenti che vengono pubblicati rispetto a un fatto di cronaca non sono il frutto di un processo riflessivo ma piuttosto di un’azione impulsiva, a caldo. Tutto ciò è estremamente regressivo.

Se dalla distopia che viviamo di fronte al nostro telefono, che è in effetti la realtà, indossassimo gli stivali delle sette leghe per compiere un salto nello spazio-tempo, potremmo ritrovarci in una notte di ottant’anni fa, in compagnia di due figure inseguite per le langhe piemontesi da un manipolo di soldati dalla Repubblica di Salò. La prima di queste figure, Vittorio Foa – già prigioniero politico e futuro dirigente sindacale -, ricorda di aver vagato per alcuni giorni in compagnia di un giovane partigiano giellista fuggito dal confino, e chiamato Nada. Quest’ultimo aveva necessità di nascondere, almeno fino alla fine della guerra civile, un pacco che portava nella tasca della giubba. Il pacco in questione trovò dimora, quella stessa notte, sotto i mattoni in cotto di un casolare disperso fra le colline. Nelle turbolenze di quei giorni, con lo stato deflagrato lungo le sue disgrazie politiche e militari, l’oggetto racchiuso nella carta da zucchero, poteva essere indispensabile a ricostruire, almeno simbolicamente, un ordine civile nella Penisola. Il pacco conteneva la prima edizione dell’Esprit des Lois di Montesquieu; il partigiano che voleva conservarla era Franco Venturi, colui che divenne un insigne storico dell’illuminismo.

Considerando il totale abbandono della cultura da parte di qualsiasi esponente politico, indipendentemente dalla fazione cui essi appartengono, la figura di Venturi si fa necessaria. Il messaggio che l’intellettuale lasciò di quegli anni traspare dai suoi articoli dell’esilio: l’esercizio allo studio ed il sapere non possono mai essere disgiunti dalla militanza politica. Nella giovinezza di Venturi, infatti, è imprescindibile il nesso fra studio dell’illuminismo e lotta politica. Essi non potevano essere scissi poiché, se nel XVIII secolo, i philosophes più radicali misero la loro elaborazione intellettuale al servizio degli umili, contro l’ignoranza e i privilegi; così la tragica realtà della Guerra Mondiale domandava agli intellettuali coevi un ritorno alle sorgenti del pensiero: un necessario illuminismo per ripensare le vicende degli ultimi vent’anni e sciogliere la matassa sui motivi che avevano portato il fascismo al potere. Era richiesta una grande sensibilità storica che non disgiungesse il passato dal presente ma che anzi, utilizzasse il primo per dare una spiegazione al secondo.

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Roma, Dicembre 2023. XIII Martedì di Dissipatio

Dal punto di vista pratico l’attività politica di Venturi si sviluppò – oltre che con la militanza partigiana -, attraverso gli articoli scritti sui quaderni di «Giustizia e Libertà» e nel circolo della rivista, dove subirà il fascino del suo compagno più anziano, Carlo Rosselli e della sua raffinata elaborazione intellettuale, il socialismo liberale. All’epoca i giellisti, da un lato, presero le distanze dagli intellettuali della generazione precedente, affiliati alla Mazzini Society – come Gaetano Salvemini e lo stesso padre di Venturi, Lionello -, i quali riponevano tutta la loro fiducia nelle democrazie occidentali riconosciute come unico strumento di opposizione al fascismo. Sia, dall’altro, da tutta la massa di militanti antifascisti che riteneva, che dopo la guerra, si potesse ripristinare una libertà ricalcata sul mondo di ieri. Questo non era accettabile in quanto erano state le contraddizioni dell’Italia liberale e la scorretta interpretazione del Risorgimento che avevano portato alla marcia su Roma. L’antifascismo giellista consisteva, come scrive Michele Battini:

«Nella lotta antiautoritaria, anticapitalistica e morale contro la patologia degenerativa della società: la disgregazione di tutte le vecchie forme di cultura, che aveva procurato anche la morte delle ideologie antifasciste liberale, socialista e repubblicana». Negli obbiettivi del gruppo occorreva «ripensare daccapo» il passato poiché era necessaria una  rivoluzione intellettuale e morale per rompere con l’autobiografia della nazione […] non solo politica ma umana, perché tutto il vecchio mondo politico liberale, democratico, socialista aveva dichiarato un tragico fallimento morale.

(M. Battini, Necessario Illuminismo. Problemi di verità e problemi di potere, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2018, p. 39.)

C’era bisogno di rinnovamento. Questa istanza era stata compresa in quegli anni anche da Togliatti quando, in un discorso pronunciato nel 1944, di fronte ai compagni della federazione romana, sottotraccia cercava di far capire ai militanti che il vecchio PCd’I – rivoluzionario-leninista, annullato dal fascismo a lunghi anni di clandestinità – avrebbe, per necessità dei tempi, abbandonato la sua veste rivoluzionaria per diventare un partito nuovo, operante all’interno dello Stato, in competizione democratica con altri partiti.

«Perché nel ’44-45, Togliatti ripete in modo ossessivo […]: che il PCI dev’essere “nuovo” e “nazionale”? Non è retorica. Togliatti […] cerca di far capire al corpo dei militanti (convinti acriticamente e ‘sentimentalmente’ che la Resistenza potrebbe costituire l’antefatto del progetto di rivoluzione socialista sulla cui base il Partito era nato) che non è così. Cerca di far capire che il fatto macroscopico della vittoria (a suo tempo) del fascismo, della sua lunga durata e del suo radicamento […] impongono, ad un Partito che può anche continuare a denominarsi “comunista”, una strategia del tutto nuova. Una strategia incentrata sulla democrazia politica.»

(L. Canfora, La metamorfosi, Bari, Laterza, 2021, pp. 21-2.)

Ma qual era il fondamento del Socialismo liberale teorizzato dagli intellettuali di Giustizia e Libertà? Esso era un socialismo che prendeva le distanze da quello sovietico, criticandone il totalitarismo statalista e la pianificazione (il cosiddetto “Termidoro russo”), proponeva un sistema economico misto, ambiva a costituire un movimento che innescasse una rivoluzione antifascista che fosse però classista in senso operaio. Il nome stesso, unione di due ideologie apparentemente antitetiche, si origina dall’“idea che il socialismo fosse storicamente non l’antitesi, ma la continuazione del liberalismo classico”.

Questa affermazione si giustifica col fatto che:

«Il liberalismo è stato ed è tuttora una grande forza rivoluzionaria, e come tale è destinato ad attuarsi “in tutte le forze attive, rivoluzionarie della storia”. Non c’è dubbio che oggi la forza attiva e rivoluzionaria della storia sia il proletariato. Dunque il socialismo, in quanto riconosce come suo soggetto storico il movimento operaio, non solo è rispetto al liberalismo l’erede storico, ma è anche concretamente il nuovo esecutore dello spirito liberale. Chi si muove fiduciosamente in favore degli oppressi si muove “nello spirito del liberalismo e nella pratica del socialismo”

(N. Bobbio, Introduzione, in C. Rosselli, Socialismo liberale, Torino, Einaudi, 1997 (1930), p. XLIII)

Tuttavia, il pensiero del giovane Venturi, pur essendo in continuità con la linea teorica rosselliana, ne è, allo stesso tempo, un avanzamento intellettuale. Dalla critica al suo tempo Venturi comprese che il socialismo, allontanandosi dalla degenerazione sovietica, avrebbe dovuto sposare le istanze delle sue origini illuministiche promuovendo un sistema sociale che non fosse classista, esclusivo per la classe operaia, ma adatto a tutti i cittadini, nel solco del più genuino pensiero democratico.      

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