OGGETTO: Cosa sta succedendo in Mali
DATA: 29 Aprile 2026
SEZIONE: Geopolitica
AREA: Africa
La perdita di Kidal segna un passaggio critico nella crisi maliana e ridefinisce la postura russa nel Sahel. La ritirata dell’Africa Corps evidenzia una strategia più selettiva, mentre attori jihadisti e tuareg sfruttano l’erosione del controllo statale. Ne emerge un sistema più frammentato, in cui sicurezza, risorse e alleanze si riorganizzano secondo logiche fluide, mettendo sotto pressione l’intero impianto regionale costruito negli ultimi anni.
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Colonne di fumo salgono sopra Kati e nei pressi dell’aeroporto di Bamako, fino a rarefarsi nell’aria calda maliana prima di innalzarsi al cielo. Una disseminazione di fuochi e traiettorie, senza un fronte univoco: è da qui che prende forma la crisi maliana di fine aprile 2026, tracciando una geometria instabile destinata a ridisegnare gli equilibri del Sahel.

Il Paese sta vivendo la fase più critica dal momento della presa del potere da parte della giunta militare nel 2020-2021. Il 25 aprile il ministro della Difesa, il generale Sadio Camara, è stato colpito da un’autobomba fatta esplodere contro la sua residenza a Kati ed è morto per le ferite riportate. Nello stesso ciclo di aggressione il JNIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani, salafita, affiliato ad Al-Qaeda) ha rivendicato una serie di attacchi coordinati in più aree del paese, incluse zone delimitate della capitale. Tra il 26 e il 27 aprile la città di Kidal, capoluogo dell’estremo nord e roccaforte storica della ribellione tuareg, è passata sotto il controllo del FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad, coalizione tuareg post-CMA). La presa è avvenuta dopo combattimenti intensi e in un contesto di rarissimo coordinamento tattico tra FLA e JNIM, pur in presenza di obiettivi politici non esattamente coincidenti.

La guarnigione composta da forze armate maliane (FAMa) e da personale russo dell’Africa Corps, struttura statalizzata che ha progressivamente assorbito l’eredità di Wagner sotto controllo del ministero della Difesa russo, si è ritirata dalla città. Il ripiegamento è avvenuto dopo l’evacuazione di feriti e mezzi e, secondo diverse ricostruzioni, attraverso una forma di uscita negoziata che ha evitato la trasformazione dello scontro in una battaglia campale.

Il comunicato del JNIM del 25 aprile (che si dice aperto a una relazione futura equilibrata ed efficace con i Russi), in questa prospettiva, segna un passaggio decisivo alla ridefinizione delle regole di ingaggio. Accanto alla rivendicazione dell’offensiva coordinata, il gruppo ha invitato i russi a non intervenire nei combattimenti, lasciando intendere che un loro contenimento avrebbe potuto preservare margini di relazione futura. La formulazione non prova un accordo formale né riguarda soltanto Kidal; si inserisce semmai nella fase operativa più ampia aperta dagli attacchi del 25 aprile. Ma proprio a Kidal, dove il personale russo dell’Africa Corps si è progressivamente ritirato, quella logica appare più visibile.

Per orientare il quadro: Kidal era stata riconquistata nel novembre 2023 dall’esercito maliano con il decisivo supporto russo, dopo oltre un decennio di controllo dei movimenti dell’Azawad. Quella vittoria aveva rappresentato uno dei principali successi simbolici della giunta guidata dal colonnello Assimi Goïta.

Il ribaltamento attuale si inserisce in una dinamica di erosione graduale. Nei mesi precedenti il JNIM aveva già dimostrato la capacità di esercitare pressione sistemica su Bamako, interferendo con i flussi logistici e di carburante verso la capitale senza ricorrere a scontri convenzionali: logoramento, restrizione del traffico, saturazione dei nodi. Sullo sfondo rimane la sequenza strutturale: ritiro francese (Serval e Barkhane) e ONU (MINUSMA) tra 2022 e 2023, ingresso di Wagner (2021-2022), formazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), denuncia dell’Accordo di Algeri nel gennaio 2024 e successiva riorganizzazione della presenza russa sotto Africa Corps (post-2023).

Alla luce di questo contesto, la mossa russa diventa leggibile nei termini di una ritirata gestita e razionale. Dopo le perdite significative già registrate nel 2024 nel nord del paese (imboscata di Tinzaouaten) del luglio 2024, Mosca sembra aver evitato deliberatamente una battaglia di prestigio in un’area periferica e logisticamente onerosa.

Il cambiamento rispetto alla gestione Wagner emerge proprio qui. La logica originaria, presenza sostitutiva della Francia, garanzia armata del regime, accesso alle risorse, implicava esposizione e profondità territoriale. La configurazione attuale appare più selettiva: protezione dei nodi strategici, minore interesse per l’estensione del controllo. Minore copertura territoriale in favore di una presenza punteggiata, in sostanza. Kidal, in questa lettura, resta simbolicamente centrale per Bamako ma marginale per Mosca.

Roma, Aprile 2026. XXXIII Martedì di Dissipatio

L’effetto a cascata sposta ora il punto critico in direzione di Niamey e di Ouagadougou. Mali, Burkina Faso e Niger hanno costruito la loro postura post-francese proprio sulla garanzia russa di sicurezza. Se questa garanzia si rivela selettiva, e quindi punteggiata più che estensiva, l’intero impianto dell’AES entra in una zona di incertezza strutturale.

Per le leadership di Niger e Burkina Faso si apre un problema di assicurazione strategica. Nel breve periodo, la risposta plausibile è la diversificazione: capacità autonome, droni, cooperazioni parallele. Nel medio termine, il ritorno di geometrie regionali alternative non può essere escluso.

Due variabili meritano, a tal proposito, attenzione. La prima è l’Algeria. Il paese è già uscito dal quadro istituzionale dopo la rottura dell’Accordo di Algeri nel 2024 e i rapporti con Bamako si sono ulteriormente deteriorati dopo l’abbattimento di un drone maliano tra fine marzo e inizio aprile 2025. Eppure la sua leva nel nord del Mali, costruita anche attraverso i network tuareg ifoghas, non può dirsi dissolta. Più che un sostegno diretto a gruppi armati (oneroso nel quadro dei rapporti bilaterali con i paesi dell’Europa meridionale), si profila una strategia di mediazione selettiva e pressione diplomatica.

La seconda variabile è la coesione interna del JNIM. Il gruppo non è monolitico: la componente tuareg legata a Iyad Ag Ghali, quella peul associata a Amadou Koufa e l’eredità jihadista algerina convivono in un equilibrio instabile. Nel breve periodo, la dottrina operativa, fatta di pressione graduale e di logoramento, tende a contenere di per sé stessa spinte verso escalation convenzionali, mentre nel lungo resta ad oggi indecifrabile.

Infine, il vettore economico: l’oro. Il Mali è tra i principali produttori africani e la giunta ha recentemente rinegoziato il quadro normativo del settore. La presenza russa si lega anche alla protezione dei siti e delle attività estrattive. Se il controllo territoriale si frammenta, anche i circuiti dell’oro, soprattutto quelli artigianali e semi-formali, tenderanno a frammentarsi ulteriormente: più attori, più tassazioni, più rotte.

Kidal non va letto pertanto come un episodio isolato, né come semplice estrinsecazione di criticità locali o spillover jihadista. È invece il punto in cui il modello “giunta militare più supporto russo” smette di apparire come una solida architettura territoriale (posto che effettivamente lo sia mai stata) ed entra in crisi, se non ancora crollando, perlomeno contraendosi. E proprio in questa contrazione rivela la sua forma alla luce della più recente trasformazione: presenza discrezionale e condizionata, modulata sui costi e sulle priorità secondo una postura altamente dinamica che tenta il complicato gioco dell’arbitraggio selettivo in un contesto estremamente critico.

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