Le elezioni parlamentari armene del 7 giugno misureranno la tenuta di una complessa transizione di orizzonte: il tentativo di Erevan di ridisegnare le geometrie del Caucaso meridionale, forzandone la curvatura strategica verso l’Occidente dopo il collasso interno del 2023. Al centro di questa scommessa vi è il TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity), il corridoio di transito che dovrebbe collegare l’Azerbaigian alla sua exclave di Nakhchivan attraverso la regione meridionale armena del Syunik, lungo la valle dell’Araks. Il voto determinerà il grado di fattibilità di una profonda penetrazione statunitense nello spazio post-sovietico, un progetto esposto alle forti resistenze di Mosca e Teheran.
L’origine del progetto infrastrutturale risale all’8 agosto 2025, quando il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev hanno firmato alla Casa Bianca, sotto l’egida di Donald Trump, una dichiarazione congiunta per la riapertura delle comunicazioni lungo il confine iraniano. Sebbene nel novembre 2020 Vladimir Putin avesse inserito la riapertura delle vie di comunicazione sotto la supervisione delle guardie di frontiera russe nell’accordo trilaterale, Mosca è rimasta del tutto esclusa dal processo di pianificazione. La ragione principale risiede nel collasso della credibilità russa nel settembre 2023: nonostante la presenza di peacekeeper sul terreno, Mosca non intervenne durante l’offensiva finale azera nel Nagorno-Karabakh, consentendo l’evacuazione forzata di oltre 120 mila armeni e la scomparsa della Repubblica di Artsakh. Questo “tradimento” spinse Erevan in direzione di un riorientamento strategico verso gli Stati Uniti.
L’Implementation Framework, reso pubblico il 13 gennaio 2026 dal Segretario di Stato USA Marco Rubio e dal ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan, ha definito l’ossatura societaria dell’opera. È prevista la creazione del TRIPP Development Company, controllata al 74% dagli Stati Uniti e al 26% dall’Armenia per i primi 49 anni (con la quota armena destinata a salire al 49% in caso di rinnovo cinquantennale). Sebbene il documento insista sulla piena sovranità legislativa e giudiziaria di Erevan e affidi la gestione corrente a operatori privati terzi, il controllo economico e la capacità di interdizione dell’arteria passano di fatto a un soggetto esterno per quasi mezzo secolo.
Questa struttura proprietaria rivela tuttavia i limiti della convergenza tra Washington e Ankara. Sebbene entrambi gli attori condividano l’obiettivo di marginalizzare la proiezione russa e di aprire una rotta alternativa verso l’Asia centrale, la Turchia, principale sponsor storico del progetto, ha abitualmente privilegiato soluzioni a guida bilaterale con Baku. La presenza prolungata di un attore americano dominante, anche solo in termini finanziari e operativi, introduce un elemento di potenziale frizione, in quanto rischia di trasformare il TRIPP in uno strumento di influenza statunitense di lungo periodo.
Sotto il profilo strategico, l’Iran osserva con forte preoccupazione la stabilizzazione del TRIPP. La saldatura di un asse turcofono continuo lungo il proprio confine nord-occidentale comporterebbe la rescissione dell’unico varco terrestre diretto fra Iran e Armenia, pregiudicando legami energetici e commerciali di lungo corso. Questa preoccupazione, ribadita in chiave essenzialmente anti-statunitense da Ali Akbar Velayati (già consigliere per gli affari internazionali della Guida Suprema), supera persino la convergenza tattica tra Teheran e Ankara su altri dossier, come la comune ostilità verso Israele.
Qualora il TRIPP dovesse rimanere bloccata o fortemente ridimensionata, Baku e Teheran hanno già contrattualizzato e stanno realizzando un’alternativa concreta: un corridoio meridionale di 55 chilometri che, attraverso la provincia dell’Azerbaigian Orientale, collegherà il nodo ferroviario azero di Aghband alla città di Ordubad nel Nakhchivan. Nonostante le forti tensioni bilaterali su altri fronti, esasperate anche dal completamento del gasdotto Iğdır-Nakhchivan, che permette all’Azerbaigian di rifornire il Nakhchivan senza dipendere dal gas iraniano, su questo specifico dossier gli interessi dei due Paesi convergono, almeno in via emergenziale.

Lo scontro sul futuro posizionamento internazionale dell’Armenia si riverbera verso l’interno nelle pieghe di una profonda frattura antropologica. La campagna elettorale diventa così una resa dei conti nel merito della stessa legittimità statuale, con la Chiesa apostolica schierata come principale antagonista del primo ministro. Lo scontro, latente dalla disfatta militare del 2020 in poi, è degenerato nel corso dell’ultimo anno. Nella primavera del 2025 Pashinyan ha aperto un fronte diretto contro il Catholicos Karekin II, invocandone la destituzione e bollandolo come terminale d’influenza russo e residuo dell’élite oligarchica post-sovietica. La gerarchia ecclesiastica ha risposto evocando lo spettro della scomunica e accusando il governo di aver svenduto la sicurezza nazionale.
La fase acuta è scattata nel giugno 2025, quando il Servizio di sicurezza nazionale ha incarcerato l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, leader del movimento Tavush per la Patria e della Sacra Lotta, e successivamente l’arcivescovo Mikael Ajapahyan, con l’accusa di aver orchestrato un colpo di Stato eterodiretto da Mosca. Le perquisizioni hanno colpito la stessa sede patriarcale di Echmiadzin; le difese denunciano accuse fabbricate, evidenziando anomalie nella diffusione dei documenti d’indagine.
Ad alimentare la requisitoria della Chiesa vi è la faglia emotiva legata al destino del patrimonio cristiano nel Nagorno-Karabakh. Nell’aprile 2026, indagini satellitari documentate da Caucasus Heritage Watch hanno confermato la demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio e della chiesa di San Giacomo a Stepanakert. L’Azerbaigian nega ogni responsabilità per la demolizione di quei siti, sostenendo che si tratterebbe di monumenti dell’antica Albania caucasica e non di chiese armene, e accusando a sua volta l’Armenia di aver distrutto numerose moschee durante i trent’anni di occupazione. Pashinyan mantiene il silenzio sulla questione per non compromettere la normalizzazione con Aliyev, ma la saldatura tra il trauma religioso e la scommessa infrastrutturale atlantica offre all’opposizione un potente argomento di mobilitazione identitaria.
La principale sfida a Contratto Civile arriva da Armenia Forte, partito fondato nel 2024 dal miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan (patron del colosso Tashir). Arrestato anch’egli nel giugno 2025 e posto ai domiciliari a fine dicembre con l’accusa di aver finanziato la rivolta clericale, Karapetyan, per via della pluricittadinanza, sarebbe stato comunque escluso dalla competizione elettorale; la guida, pertanto, è nelle mani del nipote Karen che ha legato il proprio destino politico alla difesa del clero tradizionale.
Pashinyan, che da parte sua conduce una campagna diretta e itinerante, bolla l’opposizione come un “fronte della guerra” al soldo del Cremlino, mentre, al contempo, ospita a Erevan il primo vertice UE-Armenia (5 maggio) e, nonostante le recenti assenze alla parata della Vittoria del 9 maggio a Mosca e al vertice dell’Unione Economica Eurasiatica ad Astana (dove ha preferito delegare il proprio vicepremier), mantiene un delicato equilibrismo nei confronti di Mosca per preservare i rapporti economici e la permanenza armena nell’UEE.
L’investimento di Washington sulla tenuta del premier risponde a un triplice calcolo di convenienza: contenere l’influenza russa, disporre di un avamposto a ridosso dell’Iran e bilanciare le rotte eurasiatiche cinesi. Il 27 maggio 2026 Donald Trump ha formalizzato questo sostegno con un esplicito endorsement su Truth Social. Sul fronte opposto, Mosca asseconda le forze di opposizione e mantiene una posizione di pressione sull’Armenia, in particolare sulle questioni legate al transito verso il Nakhchivan. Pressioni anche da Minsk: il 31 maggio il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko ha ammonito gli armeni a non ripetere lo scenario ucraino, avvertendo che un avvicinamento all’Unione Europea potrebbe avere conseguenze gravi e legando questo tema al dibattito elettorale e all’eventualità di un referendum.
La forma piena dell’accordo sul TRIPP resta infatti vincolata a una riforma costituzionale richiesta da Baku e sostenuta da Ankara per rimuovere le rivendicazioni territoriali armene, un passo che Pashinyan ha prudenzialmente rinviato al dopo-elezioni: non a caso, mentre il tratto ferroviario azero Horadiz-Aghband è prossimo al completamento, i 42 chilometri del segmento armeno devono ancora essere cantierizzati.
Pashinyan e il suo partito restano i favoriti, ma il margine della vittoria sarà decisivo. Qualora il primo ministro uscisse dalle urne vincente ma politicamente ridimensionato, l’inevitabile contraccolpo di legittimità potrebbe bloccare a tempo indeterminato la revisione costituzionale. In uno scenario di stallo, l’intera architettura della rotta TRIPP rischierebbe di degradare a mero memorandum d’intesa sulla carta. Per Baku, che ha sempre utilizzato il dialogo con l’Iran come alternativa a Erevan, scatterebbe il definitivo disimpegno dalla tratta armena, consegnando le rotte regionali all’alternativa meridionale dell’Araks promossa con Teheran. Se invece il premier dovesse confermare una maggioranza solida (i due terzi), il progetto potrebbe procedere con piena validazione politica, sancendo la più netta penetrazione infrastrutturale statunitense nello spazio ex-sovietico dagli anni Novanta.