OGGETTO: Il lungo inverno demografico di Russia e Ucraina
DATA: 06 Luglio 2026
SEZIONE: Società
FORMATO: Scenari
AREA: Russia
Mosca ha oscurato i propri dati demografici dalla primavera del 2025, mentre Kiev scende sotto un figlio per donna e conta tre morti ogni nato vivo. Da entrambe le parti le perdite militari si sommano a un declino che precede la guerra e che quest'ultima ha solo accelerato.
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Dalla primavera-estate del 2025 Rosstat (l’Istituto Nazionale di Statistica della Russia) ha cessato di pubblicare in forma sistematica e accessibile i dati mensili e regionali su nascite, morti e tendenza demografica; da allora le statistiche dettagliate restano fortemente limitate o non disponibili al pubblico accesso per la consultazione. Una mossa di info warfare dentro una battaglia di numeri parallela a quella dei campi. L’interruzione coincide con il presunto passaggio sotto la soglia di 1,37-1,42 figli per donna e con un declino naturale che a fine 2024 raggiungeva le 596 mila unità, in crescita di oltre un quinto sull’anno prima. Il silenzio funziona come dispositivo di controllo narrativo, perché impedisce che i dati grezzi alimentino allarmi interni e dibattiti sulla mobilitazione. La manipolazione, osservano alla Carnegie Endowment, non risolve il problema sulla carta, ne altera soltanto la percezione pubblica e la leggibilità per gli osservatori esterni.

Tuttavia, quella russa e quella ucraina non sono la stessa crisi su scale diverse, ma due facce di un’unica tenebra Est-europea, sebbene strutturalmente differenti e con implicazioni opposte. Per Mosca la demografia si incardina in una vulnerabilità di lungo periodo, anteriore alla guerra e, eventualmente, da essa aggravata; per Kiev rileva invece una vulnerabilità esistenziale, il cui esito dipende dalla forma che assumerà, prima o poi, la fine del conflitto.

Il quadro russo, nei tratti misurabili oltre l’oscuramento, è una contrazione che precede di decenni l’invasione e che la guerra non ha generato ma accelerato. Il tasso di fecondità, intorno a 1,37-1,42 nel 2025, ai minimi dal 2006 e un quinto sotto il picco del 2015; le nascite del primo trimestre 2026, stimate da Alexei Raksha e riprese dal Moscow Times in circa 272 mila, calano del sei per cento sull’anno prima e del trentotto sul 2014. Gli obiettivi ufficiali, 1,6 entro il 2030 e 1,8 entro il 2036, appartengono già all’irrealtà programmatica. Ciò che distingue la crisi presente da quella degli anni Novanta è la scomparsa dell’ammortizzatore che allora la attenuò: l’immigrazione di ritorno dall’ex spazio sovietico, che per trent’anni aveva compensato il saldo negativo, oggi si contrae per le politiche di espulsione dei lavoratori centroasiatici, mentre la carenza di manodopera, circa 2,2 milioni di unità a fine 2024 con quasi il settanta per cento delle imprese in difficoltà, frena la crescita.

Un secondo livello, più opaco ma potenzialmente più grave, riguarda la geografia della mobilitazione. Le regioni più povere e a più elevato tasso di fertilità, Tuva con un tasso intorno al 2,31 nel 2024 e la Buriazia con 1,52, sono state le più sacrificate. Mosca e San Pietroburgo, al contrario, hanno potuto attingere a reti di protezione, esenzioni e risorse economiche per limitare il prelievo. Si sta così prosciugando il serbatoio riproduttivo proprio nelle aree che ne erano più ricche, con un duplice effetto: l’aggravamento del saldo nazionale e uno spostamento progressivo dell’equilibrio etnico e regionale. Nel lungo periodo questo processo erode la coesione interna della Federazione. La cifra complessiva delle perdite russe nasconde dunque una perdita più insidiosa: l’indebolimento selettivo delle aree destinate a garantire il ricambio demografico.

In termini assoluti la Russia sembra perdere più dell’Ucraina, ma sulla base demografica accade l’inverso. Alcune stime, ricavate rapportando i caduti alle popolazioni e perciò fragili quanto i dati che le nutrono, collocano il carico di mortalità militare ucraino intorno ai trecento morti ogni centomila abitanti, contro valori sensibilmente inferiori per la Russia: l’Ucraina, con una popolazione oggi stimata fra i 33 e i 36 milioni a fronte dei 41-42 prebellici, subisce uno shock proporzionalmente molto più profondo. Il tasso di natalità è sceso sotto il figlio per donna, e nel 2025 i morti hanno superato i nati di quasi tre a uno. La variabile, poi, che trasforma la crisi in catastrofe irreversibile è il mancato ritorno degli espatriati. Dei circa 5,7 milioni di rifugiati registrati all’estero a inizio 2026, due terzi sono in età lavorativa e oltre la metà ha meno di trentacinque anni, la fascia giovane meglio integrata altrove e meno propensa al rientro; nel solo 2025 hanno lasciato il Paese circa trecentomila persone, e dopo l’allentamento delle uscite dell’agosto di quell’anno circa novantaseimila uomini fra i diciotto e i ventidue anni, quasi uno su sette di quella coorte.

Mentre le forze russe avanzano lentamente, le stime attribuiscono a Mosca perdite assolute superiori a quelle ucraine: l’apparente contraddizione, l’attaccante che guadagna terreno pagandolo più caro del difensore, risponde a un’aritmetica dell’assalto nota da sempre, ed è la chiave per leggere le cifre. Il CSIS stimava all’inizio del 2026 oltre 1,2 milioni di perdite russe complessive, con un numero di morti nell’ordine delle diverse centinaia di migliaia. Il conteggio nominale di Mediazona e BBC, alimentato dalla filtrazione dei registri ereditari russi, ha nel frattempo superato le 230 mila morti confermate per nome, e ribadisce che il totale reale sarebbe sensibilmente più elevato e in continua crescita. Per l’Ucraina le cifre di Zelensky a febbraio 2026 parlano di 55 mila caduti, che possiamo credibilmente considerare una sottostima; le valutazioni esterne collocano i morti fra 100 e 140 mila, e il progetto UALosses, ritenuto affidabile dalle stesse testate che riferiscono sui dati russi, ne documentava per nome circa 97 mila accompagnati da quasi altrettanti dispersi, voce che i bollettini ufficiali non sommano e che, in una guerra di posizione, corrisponde in buona parte a morti non ancora accertate.

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

Il ritorno dei rifugiati dipende meno dagli incentivi che dal formato con cui la guerra si chiuderà. L’orizzonte di un conflitto soltanto congelato, senza pace piena e senza ritorno alla normalità civile, produce un quantitativo di rientri assai inferiore a quelli attesi da una composizione definitiva; e poiché in Ucraina il rapporto fra contribuenti e pensionati scivola verso l’uno a uno, la ricostruzione, che vuole manodopera qualificata, rischia di restare ostaggio di una decisione negoziale deliberata altrove. La trincea demografica di Kiev passa per i tavoli di Washington e di Mosca prima che per i fronti del Donbass.

Esiste comunque un’asimmetria di visibilità: le perdite russe risultano meglio documentate perché i dati raccolti dallo Stato russo tendono, nonostante tutto, a trapelare più facilmente di quelli ucraini. La quota di ufficiali fra i caduti russi, inoltre, è scesa dal dieci per cento iniziale al due o tre per cento, segno che a morire è ormai fanteria d’assalto gettata in piccoli gruppi contro droni e fortificazioni. Terzo, l’accecamento metrico, la confusione fra conteggi disomogenei: alcune valutazioni d’intelligence occidentali, tra cui quella militare olandese, collocano le perdite permanenti russe nell’ordine di oltre un milione di uomini, con un numero di morti sensibilmente superiore alle stime più prudenti, contro circa mezzo milione di perdite permanenti ucraine. Più che le cifre puntuali, ancora oggetto di ampio dibattito metodologico, conta l’ordine di grandezza del rapporto, ritenuto da molti osservatori più vicino a un due o tre a uno che al cinque a uno talvolta evocato.

Secondo valutazioni occidentali più volte riprese, all’inizio del 2026 la Russia avrebbe cominciato per la prima volta a perdere più soldati di quanti ne recluti, nell’ordine di circa quarantamila perdite mensili contro trentacinquemila nuovi arruolamenti. Si tratta di una valutazione non verificabile in modo indipendente, ma significativa come potenziale indicatore della crescente pressione esercitata sul bacino demografico russo. È la soglia oltre la quale l’avanzata cessa di essere indice di forza e diventa consumo di un capitale umano che non si rigenera; e poiché quel capitale, da entrambi i lati, poggia sulla stessa base demografica che si assottiglia, la battaglia non riguarda solo la grandezza dei numeri, ma la loro visibilità, la loro legittimità epistemica e la sostenibilità di ciò che misurano.

Ogni dato russo successivo alla primavera 2025, del resto, va qualificato come stima indiretta, ricavata da fonti aperte, modellizzazioni o intelligence, non come dato ufficiale di Stato. Le forchette sulle perdite riflettono, oltre alle incertezze metodologiche, gli incentivi opposti delle parti, che minimizzano le perdite proprie e gonfiano quelle avversarie. Le proiezioni ucraine oscillano fra 33 e 36 milioni secondo che includano o meno territori occupati, sfollati e rifugiati non ancora cancellati dai registri, e ogni cifra va accompagnata dal perimetro adottato. Nemmeno l’OSINT occidentale è immune da bias di conferma o limiti di accesso: la sua eventuale consistenzaderiva dalla convergenza fra rilevazioni diverse, non dall’esattezza assoluta di ciascuna.

Mantenere l’equilibrio significa evitare due tentazioni speculari: trattare l’assenza di dati russi come prova di un crollo imminente, o liquidare le stime indipendenti come mera propaganda. L’occultamento è una mossa razionale in una guerra dove il controllo della narrazione demografica incide sulla coesione interna, sulla credibilità internazionale e sulla capacità di reggere lo sforzo bellico; e l’esistenza di stime credibili dimostra che il vuoto non è totale. Il segnale debole ad alta densità sta in questa tensione: la pubblicazione soppressa non cancella la realtà demografica, ne muta il regime di visibilità, e costringe l’osservatore a una sismografia informativa, alla ricostruzione del quadro per indicatori indiretti la cui affidabilità va pesata caso per caso. La demografia resta così uno dei terreni su cui i due contendenti misurano, prima che le perdite del campo, la propria capacità a resistere in condizioni di logoramento prolungato.

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