Una delle più grandi paure, seppur non umane – ma ontologiche – che il giurista e filosofo Carl Schmitt abbia coltivato, in particolare durante gli anni di prigionia e del “Ex Captivitate Salus”, è quella della guerra civile. Non per paura e per la tensione del conflitto e, dunque, delle differenze e distanze fra sé e l’altro, ma perché nella visione del nomos (della legge) e dell’organicità della propria esistenza e di quella collettiva, il conflitto civile assume i tratti e l’essenza del più completo nichilismo. Non per la frattura del governo civile e dell’impostazione della società, ma per una vera e propria crisi esistenziale del corpo politico e biologico di una collettività stessa, dove i membri di quello stesso corpus non si riconoscono più fra di loro e finiscono per far cadere qualsiasi limite di legalità – e dunque di fratellanza e legittimità dello stato-nazione.
Ma, partendo dalla metafora della collettività e dello stato come corpo organico, si possono, allora, evidenziare anche degli elementi che non solo giustificano la guerra civile, ma la rendono persino un elemento fondamentale del funzionamento del corpo politico e, anzitutto, ontologico dell’uomo. Il conflitto civile, creandosi e sviluppandosi come una crisi e una frattura dell’ordine di una società e della legittimità di un dato ordinamento politico-esistenziale, non è solo la messa in assoluta discussione e contraddizione di quell’ordinamento e il suo totale disconoscimento da parte di una o più forze politico-ontologiche. Anzi, il senso ontologico stesso, nella formazione politico-esistenziale di uno stato, è solo un altro strumento politico e organico atto a mantenere una certa Weltanschauung (concezione della vita) e non già una “cosa-in-sé” che si debba esprimere e mantenere nel tempo e nello spazio. Il conflitto civile, così, è espressione di forze sempre in ebollizione e assemblamento, all’interno di uno stesso corpo, le quali prorompono nella pratica della guerra civile non solo – e banalmente – quando si presentano delle condizioni materiali favorevoli per imporre la propria legge, ma quando un sistema stesso inizia a entrare in una spirale di decadimento da cui non può più riprendersi.
Così come un corpo morente inizia a perdere forza, ad ammalarsi sempre di più fino a giungere alla catarsi dello sprigionamento di tutte le energie corporee e infette (prima della morte), ebbene anche il corpo politico e sociale ha il medesimo funzionamento: quando giunge al suo stadio finale di vita, tutte le energie continuamente accumulate in esso e sempre distinte e in competizione fra di loro, iniziano a prorompere e a reclamare la propria volontà totale di potenza per divenire indipendenti dal sistema nervoso centrale – che collassa. Nel caso degli stati, delle società e del divenire collettivo umano, però, la morte si ha solo come frantumazione del sistema, e non già come cessazione di qualsiasi tipo di sistema. Così, ogni volta, quello si viene a ricostituire sotto nuove forme e nuove energie, le quali però non cessano mai del tutto di esistere – senza porre, quindi, una fine reale e assoluta a questo divenire di morte e resurrezione. Usando una metafora: il corpo politico ha le medesime funzioni di uno biologico, ma tale biologia è quella di un vampiro, ovvero immortale nel suo funzionamento e completamente sballato e dipendente da energie vitali esterne e assolute ad esso.
Inoltre, vi è anche un altro fattore che rende il conflitto civile non solo biologicamente necessario, ma anche strutturalmente intrinseco al funzionamento degli stati e delle civiltà: la coscienza. Un corpo potrà anche decadere continuamente in sé stesso, ma senza metaforizzare e astrarre questo ciclo dal mero divenire organico, non si avrebbe né una replicazione continua del conflitto né una sua necessità esistenziale. Tale necessità e replicazione, dunque, nascono dall’evoluzione dell’uomo da semplice monade biologica a vera e propria entità dotata di volontà e di una coscienza di sé stesso – e dunque del fatto che ciò che tiene unito il suo corpo non è una perfetta armonia di quello, ma uno sforzo intensivo continuo organizzato proprio dalla sua stessa coscienza. Anche la coscienza, però, proprio come il corpo, decade prima o poi, e quando anche la coscienza finisce per non riuscire più a mantenere tutte le energie, le contraddizioni e gli eccessi di sé stessa e del proprio organismo, giunge per collassare e trasformare le ripetute crisi interne in un’unica crisi assoluta in cui tutte le energie vengono rilasciate nella loro purezza – e distruzione – affinché dalla lotta possano riemergere delle capacità e degli appigli per poter ristabilizzare la coscienza stessa.
Il corpo politico, dunque, è anzitutto un corpo biologico, e come tale ha due componenti che lo sorreggono e lo plasmano continuamente: la componente fisiologica e quella cosciente. Questa divisione non è appartenuta all’homo sapiens da tutta la sua esistenza, così come, di conseguenza, la necessità del conflitto civile. In riferimento agli studi psico-antropologici condotti dallo psicologo e studioso Julian Jaynes nella serie di libri che compongono l’opera “La Mente Bicamerale e l’Origine della Coscienza”, quest’ultima è un tassello evolutivo umano che si è sviluppato molto più tardi rispetto alla comparsa dell’uomo stesso sulla terra. Si potrebbe persino affermare che, relativamente ai tempi evolutivi, è qualcosa di molto recente. La coscienza soggettiva, per Jaynes, nasce intorno al III-II millennio A.C. a causa delle enormi crisi politiche, sociali ed ecologiche in Mesopotamia (ma anche in altre parti del Mediterraneo e del mondo, con tempi e modalità diverse) che hanno sconvolto non solo gli ordini socio-politici dell’epoca ma, anzitutto, l’ordine psico-somatico e comunicativo delle popolazioni di quelle aree. Per Jaynes, i popoli antichi (fino alla crisi del III-II millennio A.C.) non avevano le stesse strutture mentali e psicologiche che noi esseri soggettivi possediamo, ma avevano un tipo di funzionamento legato alla cosiddetta “mente bicamerale”: una mente in cui le decisioni, gli ammonimenti, la concezione di sé e dell’altro e della realtà stessa non erano situati nel loro sinistro del nostro cervello (ovvero quello più “razionale”), bensì in quello destro (quello più “intuitivo”). Insomma, gli antichi vedevano il mondo e lo vivevano non in modo illogico, ma usando un tipo di logica prevalentemente spaziale e concreta, senza dunque quel tipo di astrazione che sarà poi sviluppata durante e dopo la crisi della mente bicamerale, in cui i comandi divini e delle autorità gerarchiche si faranno sempre meno sentire e dove l’enorme mole di stress manderanno in confusione le funzionalità bicamerali.
In questo scenario, dunque, nascono anche le prime distinzioni fra l’io organico e l’io soggettivo, fra l’io e l’altro e, così, fra lo stesso equilibrio armonico dei singoli soggetti e tutte le energie singolari e interdipendenti che vivono e lavorano all’interno della coscienza e del corpo del soggetto. Nasce, così, anche la differenziazione fra soggetti coscienti e politici all’interno di una stessa società, la quale non è più formata in modo uniforme da una stretta gerarchia bicamerale ma da un’accettazione di un contratto sociale astratto in cui lo stato diviene una sorta di “coscienza super partes” il cui scopo è quello di garantire il funzionamento armonico fra tutte le forze ed energie in esso viventi e contrastanti. Appunto per questo, sia quando la coscienza centrale inizia ad accumulare troppo stress e non riesce più a risolvere astrattamente e concretamente tutte le proprie contraddizioni; quando anche il suo corpo (istituzioni, leggi, etc.) iniziano a vacillare e ad avere una presa psico-somatica sempre meno forte su tutte le micro-identità esistenti; quando anche la coscienza e le energie di quelle stesse micro-identità iniziano a staccarsi dall’ordinamento e dalle funzioni della coscienza-corpo centrale per agire indipendentemente e al di fuori degli schemi strutturali e astratti della collettività, ebbene la crisi non diviene solo un evento accidentale e d’eccezione, ma si insinua come fase ricorrente e intensa di un decadimento corporeo già inscritto nella funzione della coscienza di cercare di mantenere sé stessa e il proprio corpo funzionanti e uniti.
In tal modo, il conflitto civile non è solo una casualità dettata dal malfunzionamento della performatività di un sistema, ma è un meccanismo sistematico il cui ruolo è quello di portare l’organismo e la coscienza al massimo della crisi per ricreare, dal collasso, nuove forme di coscienza, di ordinamento e di vita. L’esempio, fra gli accadimenti più noti, che si potrebbe fare per descrivere in modo contingente e storico questo tipo di struttura, è la rivoluzione francese, gli anni del terrore e della guerra intestina fra i rivoluzionari e i controrivoluzionari, ma anche fra varie le varie fazioni degli stessi rivoluzionari.
Se la guerra civile è inscritta nel codice genetico di ogni società e civiltà, e soprattutto come momento-strutturale di apice della crisi e venuta del collasso, la sua funzione si dirama in una duplicità contraddittoria e, al contempo, funzionale in entrambi i casi: in una funzione di virus e in una di anticorpo. Nel primo funzionamento il conflitto civile si instaura e si insinua come sì esterna al corpo sociale e politico e che invade quest’ultimo, ma è anche un tipo di forza che riesce in questo intento poiché il terreno all’interno del corpo e della coscienza politico-sociale è già preparato da tutti quegli elementi energetici e sovversivi che compongono la totalità del corpo. Dunque, la virulenza del conflitto civile non è un corpo estraneo che dall’esterno arriva all’interno per distruggere, cibarsi e riprodursi, ma è un ausilio di forze virulenti e batteriche già presenti nel corpo stesso (proprio come nell’organismo umano) le quali vengono surriscaldate e portate al punto di causare la sintomatologia e la catarsi del malanno, dapprima in forme di dissenso civile e indifferenza nei confronti dei codici e simboli della coscienza-corpo statale per giungere poi all’abbattimento di quel sistema nervoso centrale. Da qui subentra poi il secondo funzionamento, ovvero quello del conflitto civile come anticorpo usato dallo stato stesso per prevenire un suo totale annientamento in favore di un passaggio, seppur nel sangue, da un potere e un Essere ormai al collasso ad altri in grado di far continuare a sopravvivere e far prosperare l’entità statale.
Dunque, queste due funzioni in superficie contraddittorie del conflitto civile sono, al contempo, il punto di massima tensione e profondità del conflitto civile stesso: rappresentano, infatti, il carattere di collasso autoprogrammato del corpo stesso sia nella sua funzione di distruzione totale da parte delle micro-identità sociali e virulente e sia nella sua funzione di acceleratore del decadimento della coscienza per giungere a una nuova forma di funzionamento del sistema nervoso statale, usando così il conflitto civile come strumento pragmatico di implosione per garantire l’isolamento e la sconfitta delle molte identità ed energie soggettive, all’interno dello stato, che smettono di rivolgersi ad esso per risolvere i propri conflitti ed esacerbare e rigenerare i propri desideri e sicurezze.
Nella storia vi sono vari casi sia di micro-identità soggettive coscienti che si fanno portatrici di virulenze disgreganti e distruttrici per poter abbattere la coscienza e il potere statale: la guerra civile russa del ‘17, seppur viene spesso rappresentata come una lotta fra i rivoluzionari comunisti e le forze reazionarie zariste, è stato un coacervo di intrecci e alleanze disparate fra una maggioranza di forze che volevano sì abbattere il vecchio regime degli zar, ma fondando il nuovo stato su diverse concezioni dello stesso e dell’esistenza, e fra una piccola fetta di vecchi fedeli di Nicola II che, seppur in minoranza, hanno comunque provato a lottare per il vecchio impero; ciò ha portato a uno scontro anche fra rivoluzionari, ovvero fra le forze bolsceviche (divise anch’esse al loro interno) e i social-liberali di Kerenskij, oppure alle collettività di contadini organizzati poi nella cosiddetta “armata verde”, sostenuta da un altro rivoluzionario (di stampo più socialista nazionale) avversario del neo-regime sovietico: Boris Savinkov. Mentre fra le forze bianche, invece, si andavano a riunire sia i monarchici e legittimisti dei Romanov ma anche proprio quei rivoluzionari democratici che volevano combattere i bolscevichi, o anche forze straniere come la Legione Cecoslovacca oppure, infine, forze trasversali il cui scopo non coincideva col semplice ritorno del regime zarista, ma con la fondazione di un nuovo ordine ancor più reazionario, come nel caso del barone Roman von Ungern-Sternberg. Nel caso del conflitto civile come anticorpo, citabili sono i casi della guerra civile inglese, in cui ormai le nuove classi borghesi e della piccola nobiltà avevano preso il controllo del governo e della società inglese, portando poi all’eliminazione del re Carlo I alla nascita del Commonwealth sotto Oliver Cromwell, per tornare poi al regime monarchico seppur con delle condizioni favorevoli alle classi che avevano iniziato la rivoluzione; e poi quello della guerra civile italiana del 1943-1945, dove il colpo di stato, attuato fra le stesse gerarchie del regime fascista e del vecchio stato monarchico e dell’esercito, non era solo il sintomo di una completa sfiducia verso Mussolini e l’operato del regime, ma l’atto finale e d’inizio di una strategia per ridisegnare, tramite proprio lo spargimento di sangue fra le varie fazioni politiche che fin dal 1922 non hanno mai realmente smesso di combattersi, l’egemonia e l’essenza politico-cosciente nella Penisola.

Tanto lo stato quanto le micro-identità, per poter portare avanti i propri interessi coscienti, la propria volontà e per mantenere, rigenerare e far evolvere i propri processi biologici, hanno bisogno non solo di portare al collasso l’entità statale e l’intera società, ma anche di trasformare già prima del crollo gli individui stessi della collettività tramite delle vere e proprie operazioni di biopolitica ed eugenetica.
Ciò non solo in senso metaforico e simbolico, ovvero come semplice cambiamento ideologico, culturale e sociale, ma anche come vero e proprio modellamento antropo-psicologico affinché il conflitto civile non sia solo accettato attivamente e/o passivamente, ma che divenga anche una struttura normativa all’interno dei soggetti coscienti stessi e non un fallimento del sistema, un ulteriore tassello affinché il sistema possa funzionare e regolarsi nuovamente.
Così facendo, il controllo ideologico, politico, sociale, antropologico e ontologico stesso non passa più per le menti e le mani degli uomini, ma essi divengono i catalizzatori in cui il sistema nervoso statale e la crisi insinuano i propri codici strategici e ricostituenti per creare sia dei nuovi simulacri e contratti astratto-simbolici in cui gli stati e le micro-identità possono reintegrarsi e riformularsi dopo la fine del conflitto e della distruzione-ricomposizione, con l’inizio di un nuovo ciclo di collassi; e sia un nuovo codice di leggi e di azioni concrete in cui i governi e le micro-identità attuano azioni tali da permettere sia l’intensificarsi e sia l’impossibilità di armonizzarsi delle differenze e divergenze all’interno di una collettività e civiltà.
Dunque, ogni guerra civile, prima ancora che essere uno scontro fra visioni della vita e della politica diverse, sono anzitutto degli scontri che culminano nello spargimento di sangue dettato da una completa differenza antropologica e psicologica fra le diverse parti che si fronteggiano, come se, nel corso del tempo prima dello scoppio del conflitto, si siano andate a creare delle entità sempre simili per lingua, costumi e storia, ma la cui costituzione del corpo e della coscienza fanno si che portino naturalmente allo scontrarsi di queste forze-energetiche, senza quindi avere nemmeno la possibilità di un confronto-scontro di tipo dialettico, dato che, per poter attuare il divenire della dialettica, sono necessari elementi e forze i cui campi epistemologici, semantici, psicologici e fisiologici siano gli stessi, seppur posizionati su fronti diversi. In questo caso, invece, si tratta di una collisione strutturale fra realtà, entità e mondi differenti che, anzi, trovano nella comunanza della lingua e della storia una confusione ancor maggiore rispetto allo scontro fra due popoli diversi.
Guerre civili di questo tipo, di fatto, non si sono mai combattute in modo “regolare”, ma sempre come scontri fra collaborazionisti di una potenza o di un’altra, come nei casi delle guerre napoleoniche, dove truppe e generali tedeschi, italiani e francesi si combattevano fra di loro ma in schieramenti e campi coscienti diversi; oppure come nella seconda guerra mondiale, dove molti collaborazionisti della Germania hitleriana combatterono contro i loro connazionali per perpetuare una lotta che già prima della guerra aveva completamente diviso le varie parti.
Con il cambiamento di paradigma dopo gli ultimi grandi conflitti moderni, di cui il più importante fu, appunto, la seconda guerra mondiale, e con il cambiamento anche dei dispositivi etico-ontologici, epistemico-tecnici e psico-antropologici, ebbene il conflitto civile ha completamente cambiato forme e micro-processualità sia per massimizzare la propria efficienza nell’epoca contemporanea e iper-sviluppata, e sia per andare a favore della nuova coscienza super partes che ha pian piano sostituito sempre di più il sistema nervoso statale, trasformando quest’ultimo più in un nodo nevralgico ma non assoluto: il sistema capitalista.
Tale sistema economico, sviluppatosi sistematicamente e politicamente nel XVIII secolo e con delle proto-forme organizzatesi ben prima di quel secolo, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, non è divenuto solo la maggior potenza economico-politica della storia, ma ha trascinato anche i suoi stessi avversari proprio in quelle strategie di biopolitica e cambiamento psico-antropologico che oggi imperano nel mondo. Già durante la guerra fredda, pur con la netta contraddizione politica fra blocco occidentale e blocco socialista, ebbene dal punto di vista strutturale e della contrapposizione fra entità, si erano già poste le basi per un unico sistema di progettazione dell’essere umano e delle sue capacità di accettare, organizzare e attuare il conflitto civile. Il sistema di produzione, lo sviluppo tecnologico e la configurazione delle coscienze degli individui e degli stati ha fatto sì che il sistema capitalistico, il sistema per eccellenza (almeno fino ad ora) di accentramento e intensificazione del consumo, delle crisi e della ricostituzione, riuscisse a rafforzarsi ulteriormente nelle logiche consumistico-speculative dell’occidente e persino in quelle della produzione iper-organizzata e razionalizzante del blocco socialista, trasformando così ogni tipologia di uomo in automa-replicante di merci, idee e desideri completamente sintetici e simulati. Così è stato ed è anche per le politiche e le istituzioni degli stati e delle micro-identità e del modo in cui il conflitto civile si programma ed esterna.
Con l’aumentare dell’entropia sociale, politica, economica, psicologica e antropologica, il sistema capitalistico non può permettere né lo scoppio di conflitti civili virulenti né che fungano da anticorpo. O, per meglio dire, spostano la loro intensità e anche la loro risoluzione tangibile su terreni e strutture diversi da quello della guerra totale interna a una collettività. Ciò, inoltre, è dato anche dalla sostituzione biologica di una coscienza “organica”, ovvero di un riconoscimento di un’autorità sì astratta ma delimitata a certi confini naturali psicologici e politici di una civiltà e di uno o più gruppi che si riconoscono fra di loro, a una coscienza “sintetica”, ovvero una coscienza che sposta la sua presenza da qualcosa di delimitato e riconoscibile a un campo totalmente astratto, insito in qualsiasi pensiero, azione e prodotto e dove i soggetti non si riconoscono più per affinità contingenti ma per essere parte amorfa di una totalità puramente concettuale. Così, ogni limite di tempo e spazio viene superato per creare una dimensione in cui uomini, micro-identità e stati non sono né identità stabili né identità quantistiche, ma divengono dei non-luoghi dove a contare è solo la coerenza con i principi puri e astratti del sistema nervoso centrale, trasformando così ogni realtà in una necessaria espressione a priori (o trasformata forzosamente in tale) di quegli stessi principi.
In questo modo, in quelle parti del mondo in cui tale coscienza-corpo e sistema nervoso si sono meglio sviluppati, in particolare, quindi, nei paesi sviluppati, ebbene il conflitto civile prendere una forma di repressione della propria sintomatologia e crisi interna per spostare il conflitto sia su un piano completamente astratto, come nelle lotte civili e politiche per il continuo progresso e/o per il mantenimento di valori passati, o anche nella lotta simbolica fra diverse espressioni politiche e micro-identitarie del medesime sistema; oppure, soprattutto come mezzo di dispersione e repressione del nodo statale, tali conflitti vengono combattuti e spostati in altre parti del mondo dove vi sono altri conflitti civili o fra stati ancora attivi. Così tutte quelle forze-energetiche che in Occidente o Europa non riescono a trovare un terreno di scontro reale e critico in cui poter combattere i propri nemici, trovano tale terreno e tali avversari nella partecipazione volontaria a conflitti esterni, dove spesso la lotta non è nemmeno portata avanti contro dei propri connazionali, ma verso i soli micro-simulacri che li rappresentano, come un dato regime o esercito straniero che si sta combattendo.
In questo modo, il sistema nervoso centrale capitalistico riesce a deviare tutte le energie distruttrici dell’entropia senza che essa cessi di ampliarsi e di rafforzare il consumo necessario a far prosperare, evolvere e preservare il sistema nervoso centrale, e ottenendo anche il vantaggio strategico di rafforzare la propria presa su quegli stati e quelle civiltà che hanno un tipo di struttura psico-somatica diversa da quella capitalistica e che riescono, così, a mantenere il conflitto interno ancora come espressione ciclica di crisi e collassi autorganizzati sia dalle micro-identità e sia dagli stati. Alcuni degli esempi più emblematici di ciò sono molto recenti, ovvero la fu guerra civile in Siria, dove migliaia fra volontari jihadisti, appartenenti a forze di sinistra o anche dell’estrema destra/fasciste hanno partecipato, chi con uno schieramento chi con un altro, alla loro mutua distruzione e sconfitta per via di divergenze non solo ideologiche, ma anche psico-antropologiche; l’altro caso è quello dell’attuale guerra in Ucraina, dove sono sempre a migliaia i combattenti stranieri che hanno imbracciato le armi per combattere contro dei nemici anzitutto ontologici, e solo dopo politici.
Giunto a questa ulteriore evoluzione antropoligico-storica, il conflitto civile si è trasformato da lotta intestina intensa e armata a lotta intestina globale, dispersiva e sociale. Ciò, al contempo, non segna la fine dell’evoluzione stessa del conflitto civile, delle sue forme, delle strutture in cui si intensifica e viene convogliato e dello sviluppo stesso dei corpi-coscienze degli uomini e dei loro simulacri e astrazioni. Anzi, anche il sistema nervoso centrale capitalistico, come ogni sistema nervoso, non può trattenere e riformulare continuamente le quantità e intensità di stress che gli eventi storici, l’autoconsumo e la stessa pratica sistemica di stati e micro-identità di discostarsi dal centro per divenire indipendenti apportano alla coscienza sintetica del capitale.
Dunque, quando la coscienza sintetica del capitale si frantumerà completamente il conflitto civile interiorizzato proromperà con la medesima violenza e distruzione di tutte le altre guerre civili, ma un’altra cosa di cui si può essere sicuri è che le coscienze, le metaforizzazioni di quelle e gli impianti antropologici e biologici dell’uomo sono cambiati, e continueranno a farlo. Stavolta combattendo le guerre non solo con le armi, la propaganda e le idee, ma ponendo anche il campo del linguaggio, dei simboli e della totale distinzioni fra le parti un oggetto cosciente e biologico dello scontro.