Un uomo con grandi poteri, se disilluso del valore non già delle idee e delle strategie, ma del potere stesso, non può che portare al baratro, ma con immensa lucidità e calcolo, uno Stato intero. Non necessariamente portandolo al suo collasso come civiltà e soggetto-oggetto storico, ma come corpo organico e portatore di valori e strutture ben delineate. Per Caligola un cavallo, Incitatus, valeva più di tutta la classe politica senatoria e aristocratica; il gesto sprezzante di rendere profana una profezia o il culto delle divinità è più potente della loro adorazione; la lotta, insensata ma privata di qualsiasi tragicità, contro la natura e il suo dominio, si sovrappose alle leggi di quella; la crudeltà spettacolarizzata: un gesto di pura saggezza e persino di pedagogia. Ciò che rende tutto ciò e la figura di Caligola come veramente folli non sono gli atti scandalosi in sé, bensì il fatto di aver rivelato la vita politica ed esistenziale per quello che sono: una pura follia, ed è questo il vero scandalo.
Nella mente di Caligola non si formavano immagini distorte della realtà, dei suoi sistemi e delle sue leggi – Caligola è impazzito poiché ogni velo che copriva la realtà del reale era caduto, rivelandosi come un continuo ed eterno processo di scomposizione e ricostituzione di tutti i significati e i significanti. In altre parole: i cavalli-senatori, la lotta contro il mare e gli abusi di potere non erano segni di pazzia, ma di una lucidità nichilista e razionalmente organizzata per disvelarsi e ricostituirsi continuamente, prima come macabra commedia e poi come farsa. Caligola, così, non è solo un folle imperatore senza capacità e visione, ma diviene un archetipo di quella coscienza che, risvegliandosi dall’incubo dell’essenza, si ritrova nell’ade del puro simbolo, dell’azione senza alcun fine e dell’organizzazione asistematica. In sintesi: il potere e tutti i valori perdono l’unica componente che gli dona energia, ovvero la credenza, sempre protratta già nell’avvenire, dell’esistenza e della potenzialità di quello stesso potere e dei valori. In più, si perde un’altra componente, più inconscia ma estremamente logica: quella di sapere e volere organizzare le conseguenze e le potenzialità del reale senza che esso si sia ancora manifestato, usando così delle strutture di simboli, stimoli e pattern per plasmare l’organizzazione mentale e, dunque, politico-esistenziale dell’uomo.
In questo senso, dunque, la politica e il potere non sono più guidate da una sorta di connubio fra ragione e intuizione, e non si possono più nemmeno definire come un’arte o una scienza; la politica, il potere e gli uomini stessi funzionano e procedono come delle macchine: le uniche capacità che hanno sono quelle legate all’organizzazione, alla strutturazione e alla narrativizzazione di tutti i dati e le stimolazioni che provengono dall’ambiente circostante e da loro stessi; creare delle tattiche e delle strategie per ampliare la ricezione di queste informazioni; e agire all’interno di un circuito, non già creato dagli uomini, ma che utilizza gli uomini e la loro credenza nell’esistenza di un potere-in-sé per formalizzarsi e invadere le coscienze degli uomini stessi per autoalimentarsi. In sostanza, l’unico tipo di volontà e libertà che l’uomo possiede nei processi del potere e, dunque, di quelli esistenziali, non sono altro che quelli di alimentare il circuito-macchina inconsciamente o, al contrario, in modo conscio. Tale coscienza, però, non può riversarsi in un piano e in una volontà di uscire dal sistema stesso, poiché per cercare di spezzarlo è necessario comunque fare appello e usare delle componenti di quello stesso sistema, di quello passato e di ciò che, ormai, è già stato creato nel futuro, e che attende solo di essere concretizzato. Nulla si distrugge, e nulla si crea realmente, e tale divenire, così, è un’espressione di quella che Auguste Blanqui, nel suo scritto “L’eternità viene dagli Astri”, definisce come l’eterna tensione di tutte le cose verso l’infinito, ovvero una continua riproduzione degli oggetti, dei sistemi e persino dei soggetti stessi in copie e simili.
Dunque, quegli uomini che divengono coscienti del processo meccanico, alchemico e ricircolatorio della realtà, sia negando sia accettando questa realtà, non possono realmente sfuggirgli, ma solo deviarla verso diverse possibilità e conseguenze. Pertanto, ogni atto, pensiero e sentimento umano non è mai fine a un piano progressivo, lineare e assoluto, bensì alla continua scomposizione, sperimentazione e creazione di tutte le possibilità e varianti immaginate e preconizzate proprio dalla sua stessa coscienza; in una parola, l’agire dell’uomo non è dettato né dalla sua volontà, né da qualche tipo di determinismo di qualsiasi sorta, né da un equilibrio fra le due cose, ma dalla speculazione per sé stessa. È in questo contesto, perciò, che si sviluppa una follia calcolata e, talvolta, strutturata in questi uomini coscienti della loro natura macchinica e pervasi solo da quello che il futuro ha già preparato per loro – e il resto delle persone e cose. Ma che sia un gesto distruttore, negatore, o uno creativo, attivo, ebbene, l’uomo-macchinico cosciente non può più agire facendo finta di non essere controllato dal sistema-realtà in cui opera, e dunque, che abbia la volontà o meno di farlo, deve necessariamente cambiare il suo stesso modo di operare affinché non rimanga un semplice bot con delle impostazioni e reazioni predefinite, ma che possa diventare un vero e proprio virus capace di infiltrarsi anche nei meccanismi del sistema-realtà per poterne modellare i codici e reinventare il sistema stesso.
Proprio come Caligola nel sistema-realtà dell’impero romano e dell’epoca antica. Sia gli uomini-macchinici incoscienti e sia quelli coscienti, comunque, pur operando su piani differenti per la ricircolazione dei sistemi-realtà, utilizzano un tipo di processo tanto meccanico quanto pre-logico di analisi, applicazione e creazione di possibilità e, dunque, di speculazione: quello che può esser enunciato come “iperrazionalità”. Tale concetto non è riferito a un ampliamento della percezione e della coscienza della realtà che si vive, bensì a un vero e proprio processo cybernetico-dialettico in cui la realtà percepita è solo l’ultimo punto di una processualità che culmina, appunto, nell’agire e pensare attuale dei soggetti. Un processo in cui la realtà è anzitutto la costruzione di ciò che sono tutte le varianti, le sfumature, le probabilità e le possibilità del futuro stesso, e dunque dove la radice –iper sta a significare proprio una natura speculativa e fatta non già di leggi o, al massimo, di teoremi, bensì di casualità, intuizioni, riciclaggio, assemblamento, dissipazione dispersiva e ricomponimento intensivo. Nel binomio “cybernetico-dialettico”, quest’ultimo termine si riferisce al fatto che questo processo possiede anche una dialettica che, però, non è insita nel circuito stesso, ma solo nel sistema-realtà a cui si riferisce e, così, al determinato tipo di uomo-macchinico (bot e/o virus) sviluppato dal sistema in cui opera. In sintesi, l’iperrazionalità è un meccanismo di funzionamento di un sistema binario e ripetutamente perpendicolare diviso in cibernetico e dialettico: nel primo sistema l’iperrazionalità funge da base di fondazione di tutti i sistemi-realtà e costituisce, così, quella che è definibile come una “natura inorganica” del sistema cyber; nel secondo sistema l’iperrazionalità viene usata come una “coscienza assoluta” che possa fungere da referente per la razionalizzazione, strutturalizzazione e concettualizzazione di un dato sistema-realtà e del continuo mutare delle concezioni e delle sensibilità dell’uomo sulla propria natura, su quella esterna, sul modo in cui percepisce e interpreta il mondo, su cosa lo organizzi, etc.

Un sistema, questo, in cui la percezione e concezione del tempo, dello spazio, del divenire e della storia, che siano circolari o lineari, trovano una loro sintesi e superamento in un sistema multidimensionale in cui le due prospettive non si annullano, ma si alimentano vicendevolmente scontrandosi e rigenerandosi e, nella fase terminale di un sistema-realtà e di riciclo del sistema cybernetico-dialettico, fondendosi quasi come in una fusione nucleare. All’interno di questo macrosistema multidimensionale, schematicamente i due sistemi che lo compongono possono esser definiti nei seguenti modi: il sistema-cyber è sintetico, inorganico e può essere solo intercettato come onnipresente/operante e fugace; il sistema-dialettico si fonda una continua ripetizione di micro-sistemi circolari e/o lineari, fonda il pensiero e tutte le attività umane in modo sistematizzato e simbolico e può essere compreso dalla coscienza umana. A questi due sistemi sono anche affiliati i due tipi di uomini-macchinici, ovvero quello incosciente e quello cosciente: il primo tipo non possiede la coscienza del sistema-cyber, e dunque non può interpretarsi come un agente macchinico, ma solo come un soggetto dotato di una coscienza e volontà limitate nel tempo e nello spazio; dunque, questo primo tipo agisce e pensa unicamente nei limiti del sistema-dialettico (rimanendo comunque uno strumento di quello cyber), di cui non è solo cosciente e di cui ha conoscenza, ma ne è anche il fondatore attivo. Il tipo-uomo cosciente, invece, può intravvedere i segnali del sistema-cyber e del modo in cui esso opera, di come, in definitiva, sia il programmatore dell’esistere e divenire stesso; l’uomo-macchinico cosciente, dunque, pur non potendo comunque possedere la conoscenza del sistema-cyber (poiché essa non esiste, non essendovi alcuna struttura fissa e progressiva in cui opera), esso possiede la coscienza della sua operatività e del fatto di essere non già un soggetto limitato, bensì un oggetto infinito, la cui infinità deriva proprio dal suo essere un agente che alimenta la credenza, l’intensità e la potenza delle possibilità del reale e del suo concretizzarsi probabilistico, ma anche un agente che, utilizzando la conoscenza della dialettica, può favorire l’avverarsi e persino la creazione di certe possibilità in un dato sistema-realtà e, così, delle possibilità in quelli a venire – cambiando, dunque, l’intera concezione del tempo e dello spazio.
Dato questo tipo di azione insita sia nel sistema-cyber e sia nell’agire complessivo di tutti gli uomini coscienti nel sistema-dialettico, si va a stagliare un ulteriore concetto parallelo a quello di iperrazionalità: quello dell’iperrealtà. Se l’iperrazionalità è il sistema operativo in cui tutto quanto il reale può formarsi, svilupparsi e modellarsi, l’iperrealtà è il campo concreto in cui il futuro e le possibilità non si realizzano soltanto, ma in cui i sistemi-realtà che vengono creati creano a loro volta i successivi sistemi-realtà, i loro schemi storici e meccanismi politici, sociali e economici. In questa ulteriore dimensione, l’iperstizionalità e la coscienza umana non sono più solo delle forze puramente speculative e in grado di contemplare tutte le possibilità delle realtà, ma divengono soggetti attivi in cui il primo, tramite l’applicazione e la relazione fra tutte le forze, costanti e potenze dei corpi sociali, politici, economici e di civiltà, ebbene configura e crea il divenire delle collettività e degli individui in modo da garantire sia la riproduzione (e quindi l’alimentazione) di uno specifico sistema-realtà e sia la catarsi di quello stesso sistema, attuata non perché esso si rigeneri ma perché dia inizio a un nuovo sistema-realtà in grado di continuare con il ciclo. La seconda forza soggettiva, ovvero l’uomo, si serve completamente del sistema-dialettico per poter non solo comprendere il sistema-realtà in cui si ritrova, ma anche di sfruttare tutte le sue possibilità e falle per i propri scopi, portando così a uno stato di prolungamento, abbattimento precoce o di equilibrata fine di un sistema-realtà. Proprio come nei due macro sistemi già analizzati, ovvero il cyber e il dialettico, però, l’uomo, pur servendosi di tutte le forze organizzative, razionali e strutturali che possiede e che può generare, comunque non potrà mai portare all’abbattimento del ciclo, ma può solo influenzarne le tempistiche di cambiamento e/o fine e rinizio. Così come all’interno del sistema cyber-dialettico, dei sistemi-realtà e anche nella semplice analisi storica e cronologica degli eventi la verità e conoscenza dei fatti giunge solo alla fine – dal futuro -, ebbene, anche lo sviluppo dell’attuale sistema-realtà, dell’iperrazionalità e dell’iperrealtà si palesano sempre più chiaramente per porre fine a questo ciclo e l’inizio di uno nuovo.
Così come è più chiaro differenziare le ore del giorno e della notte osservando l’alba e il crepuscolo, anche i sistemi-realtà possiedono una maggior chiarezza nella comprensione e una maggiore forza speculativa proprio alla fine del precedente ciclo e all’inizio del nuovo; tale facilità e potenza la si può scorgere proprio nei tempi che si stanno vivendo, dove uno degli oggetti dell’iperstizionalità, ovvero la tecnologia, non sta solo guadagnando un ruolo di maggior importanza nelle vite delle persone e delle civiltà – la tecnologia è il nuovo motore delle persone e delle civiltà, le quali non si servono più degli strumenti per servire altri oggetti dell’iperstizionalità (come la religione, gli stati, gli universalismi in generale, etc.), ma sono divenute a loro volta servitrici della tecnologia. Dunque, nell’ipotesi di dover tracciare una linea di distinzione fra il vecchio ciclo e quello nuovo, ovvero fra la nostra epoca e quella a venire, la linea andrebbe tirata nel periodo in cui la tecnologia ha già quasi terminato di essere l’oggetto dell’iperstizionalità atto a far agire e pensare gli uomini entro un determinato campo, e in cui un nuovo oggetto si fa strada come simulacro e simulazione cardine del nuovo sistema-realtà: la predizione. In modo quasi ironico, dunque, anche gli stessi sistemi-realtà si ripetono fra di loro: dapprima tramite le arcaiche civiltà sciamaniche e animistiche, poi con le antiche civiltà politeistiche, successivamente con quelle più moderne monoteiste – e poi ricominciando con un nuovo tipo di sciamanesimo, legato stavolta alla divinazione non di dèi, ma di quello stesso futuro che guida già e da sempre l’agire e il creare degli uomini e delle cose.
Dall’intelligenza artificiale a una governabilità sempre più pragmatica e razionalizzante, fino alla vita costantemente organizzata in ogni dettaglio, ogni civiltà, oggi, compie proprio il volere del nuovo oggetto dell’iperstizionalità, e dunque del sistema-cyber: credere nelle possibilità che questo tipo di futuro implicherebbe e agire affinché tale futuro si concretizzi. Dopo la morte di Caligola, venne poi il principato di Tiberio Claudio Druso, e l’ordine fu ristabilito a Roma e nel suo sistema-realtà; ma quei quattro anni, seppur in modo molto velato, hanno segnato un enorme spartiacque fra la realtà creduta e i processi che formavano quella stessa credenza. Caligola non è mai veramente morto poiché non può essere racchiuso solo come un individuo, ma come un uomo-macchinico cosciente che, a differenza di moltissimi altri capi di stato e legislatori, non ha potuto ignorare la potenza della credenza nel futuro e l’ingenuità, seppur necessaria, degli uomini nei confronti delle strutture e dei sistemi da loro creati. Un caso, quello di Caligola, che si riverbera in ogni epoca, in ogni sistema-realtà e in ogni uomo cosciente o persino incosciente che sia – perché, che lo si voglia o meno, il futuro e le possibilità agiscono e modellano continuamente il tempo e, quindi, la storia, senza possibilità di fuga e con un’unica libertà per gli uomini: quella di credere e favorire quelle possibilità che più si accordano al tipo di realtà che si aspettano. In sintesi, Caligola rappresenta l’archetipo di una verità inquietante sul potere: non la sua follia, ma la sua lucidità nel rivelare che il potere vive soltanto della credenza che gli uomini ripongono in esso. Quando questa credenza si dissolve, il potere mostra la sua natura: una macchina simbolica che si autoalimenta attraverso sistemi di narrazione, organizzazione e previsione del futuro.
In questo quadro, la politica e la storia non sono più guidate da volontà sovrane o da leggi lineari, ma da processi più profondi: circuiti cybernetici e dialettici che trasformano gli uomini in agenti di un sistema-realtà più vasto. Alcuni ne restano strumenti inconsapevoli; altri, come l’archetipo incarnato da Caligola, ne intravedono i meccanismi e tentano di intervenire al suo interno, non per distruggerlo – cosa impossibile – ma per deviarne i codici e le possibilità. Il nostro tempo sembra trovarsi proprio in una fase di transizione tra cicli storici: la tecnologia ha ormai assunto il ruolo di motore del sistema-realtà e prepara il passaggio verso una nuova logica dominante, quella della predizione, in cui il futuro non è più soltanto atteso, ma costantemente simulato, anticipato e modellato. Così, la lezione di Caligola non riguarda soltanto l’antica Roma. Essa rivela qualcosa di permanente: ogni epoca è attraversata da uomini e sistemi che organizzano il reale a partire dalle possibilità del futuro. E se nessuno può uscire completamente da questo circuito, rimane comunque una libertà fondamentale: scegliere in quali possibilità credere e contribuire a renderle reali.