È il mattino del 21 maggio e il Ministro degli Esteri Hellen McEntee annuncia che presenterà all’Oireachtas un progetto di legge per limitare il commercio con gli stabilimenti israeliani nei territori illegalmente occupati in Cisgiordania. La proposta farebbe da seguito a una lunga serie di disegni di legge, ultimo quello proposto dai Membri indipendenti delle Camere il 26 febbraio di quest’anno, volta ad imporre divieti e restrizioni sull’impiego dei fondi del NTMA – National Treasury Management Agency e dell’ISIF – Ireland Strategic Investment Fund in imprese che figurano nell’elenco delle società operanti negli insediamenti israeliani illegali su territorio palestinese redatto dalle Nazioni Unite. Disegni di legge di tale impostazione derivano da un primo progetto presentato dalla Senatrice indipendente Frances Black nel 2018, volto a criminalizzare i rapporti commerciali con i territori illegalmente occupati secondo sentenze della Corte Internazionale di Giustizia o della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, sanzionando i trasgressori con multe fino a 250mila euro e incarcerazione fino a 5 anni: il progetto era stato sostenuto trasversalmente da diverse fazioni dell’Oireachtas, tranne che dal partito Fine Gael, il cui esponente, Simon Coveney, allora Ministro degli Esteri, dichiarò nel dicembre 2019 durante una visita diplomatica in Israele che il governo in carica avrebbe «fatto di tutto per impedire al disegno di legge di uscire dalle Camere». Nel 2024, dopo che la Corte Internazionale di Giustizia ha espresso un parere consultivo in cui dichiarava che gli insediamenti illegali nei territori di Palestina rappresentano una grave violazione delle norme internazionali, il disegno di legge è stato rianimato: il Procuratore Generale della Repubblica di Irlanda ha espresso il suo parere di conformità alla sentenza della CIG, di conseguenza il Vicepresidente nonché Ministro degli Esteri Micheál Martin ha deciso di procedere con una ristesura del progetto di modo da renderlo conforme alla Costituzione irlandese e al diritto UE.
Non erano mancate critiche da parte delle ambasciatrici israeliana e statunitense, le quali hanno definito il disegno di legge “espressione velata di anti-isrselianità volta a indebolire Israele” e “preoccupante per le aziende statunitensi che verrebbero coinvolte indirettamente da tale scelta di politica economica estera”. Martin, divenuto a gennaio 2025 Presidente, modificò il disegno di legge, escludendo i servizi dalle categorie di scambi commerciali da interrompere; tale decisione fu criticata dai redattori originali del disegno di legge e dagli attivisti che si erano impegnati per la sua prosecuzione. Il disegno, indirizzato quindi solo verso la sospensione di merci, è arrivato a luglio dello stesso anno nelle Camere dove è rimasto in stallo fino a queste ore, in cui la McEntee ha annunciato che nel prossimo mese verrà di nuovo redatto un disegno di legge volto a criminalizzare, oltre che quello di merci, anche lo scambio di servizi con le aziende israeliane di proprietà dei coloni illegali sul suolo palestinese, e che chiederà, sull’onda della Spagna (la quale ha anch’essa adottato nei confronti di Israele provvedimenti di politica estera aggressivi ma legittimati dalla situazione di violazione dei diritti umani rilevata dalla CIG), un’adesione di Slovenia, Belgio e Paesi Bassi. Ma perchè tanta stasi per un disegno di legge su cui la scena politica irlandese è così concorde?

Dopo l’uscita dell’UK dall’Unione Europea, l’Isola di Smeraldo è di fatto un punto di contatto via suolo tra UE ed extra-UE, con Belfast e Dublino che distano solo 140 km l’una dall’altra, in un’ottica, quella che vede contrapporsi la Repubblica di Irlanda con l’Irlanda del Nord e più in generale il Regno Unito, in cui il popolo irlandese predilige e sente di buon grado l’appartenenza all’Unione rispetto alla sudditanza verso la Corona, e in cui dunque il Paese è portato ad assecondare le scelte dell’Europa e a farne valere le ragioni in caso di battibecchi con Londra. Con oltre 30 milioni di cittadini statunitensi di discendenza almeno in parte irlandese che garantiscono un forte legame culturale tra Dublino e Washington (o per meglio dire Philadelphia, Chicago e New York), vista la sua collocazione strategica a nord-est dell’Atlantico, l’Irlanda si presta a hub logistico per le rotte marittime ed aeree tra Stati Uniti ed Europa: a livello di infrastrutture digitali, i migliaia di cavi in fibra ottica che collegano l’isola al Vecchio Continente e al Nuovo Mondo (il 75% dei cavi che intercorre tra Europa e America) consentono una latenza minima tra Wall Street e le borse di Londra e Francoforte. Dublino ospita inoltre 70 data-center per multinazionali americane quali Google, Amazon, Meta e Microsoft. Tutto ciò la pone in una situazione di favore presso Washington, ma a costo di vincoli importanti. Come la “clausola” di non poter calcare troppo la mano contro Tel Aviv. Il potere di ricatto esercitato dal più grande alleato e finanziatore della stella a sei punte deriva infatti dalla dominanza che le aziende statunitensi mantengono sul mercato azionario irlandese: per via dei vantaggi fiscali e della via preferenziale di accesso all’Unione, molte sono le grandi multinazionali americane che hanno scelto l’Irlanda come loro sede europea, tra queste Pfizer, Johnson & Johnson, Apple e la già menzionata Google.
La fertilità degli investimenti esteri nel mercato irlandese ne ha compromesso la distribuzione reale della ricchezza, con un disaccoppiamento importante tra dato fiscale e produzione economica: è a partire dal 2015 ormai che il dato fiscale supera di due volte quello di produzione, caratteristica che va a riflettersi sulla dissonanza tra prodotto interno lordo e spesa media familiare, testimoniando come la ricchezza presente nel tessuto economico irlandese sia solo transitante sul suolo fiscale della Repubblica. In questo modo, quasi metà del PIL irlandese è un PIL “fantasma”, che non va a reinvestirsi sul territorio irlandese. In sostanza, le multinazionali trattengono in Irlanda asset invisibili sottesi alla loro produzione globale, ma non ne aumentano l’effettiva produzione dei beni. In questo meccanismo, un fattore determinante è giocato dai settori farmaceutico e tecnologico: infatti, a fronte di un’esportazione dall’Irlanda di asset che sono solo di passaggio, nei due settori le aziende vanno a depositare royalties, licenze e servizi di ricerca e sviluppo che arrivano a toccare il 50% dell’import irlandese; la riforma tributaria del 2015 coincide con le tempistiche dell’acutizzazione di tale situazione, rendendo ancora più appetibile l’Irlanda ai colossi finanziari e ritrovandosi determinata nei flussi di mercato per quasi il 90% da questi due settori, che danno da mangiare complessivamente a meno del 10% della forza-lavoro irlandese.
E nonostante ciò, la corporate tax equivale alla income tax richiesta ai lavoratori delle famiglie irlandesi, generando non poco malcontento in patria. Senza un progetto per la creazione di un fondo sovrano in cui reinvestire i proventi della corporate tax sul suolo irlandese e redistribuire la ricchezza tra la popolazione, gli squilibri macroeconomici sono destinati a crescere. E la dipendenza, anche politica, dal dollaro, non può far altro che aumentare: non è un caso che prima del periodo di stasi della proposta di legge sull’interruzione dei rapporti commerciali con le aziende finanziatrici delle colonie illegali israeliane in Palestina 10 membri del Congresso degli USA tra cui Lindsey Graham e Lisa McCain, dopo la riattivazione dell’iter legislativo nel 2024, e successivamente 16 membri della Camera degli Stati nel luglio 2025 abbiano espresso la condanna dell’iniziativa irlandese e minacciato “grave conseguenze di mercato” nei confronti dell’Irlanda.