OGGETTO: Il mondo è finito a Baghdad
DATA: 16 Marzo 2023
SEZIONE: Geopolitica
Vent’anni dopo, è fondamentale una retrospettiva sul conflitto che ha distrutto l’Iraq. E le illusioni di un mondo unipolare.
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Il telegiornale che passa una veduta di Baghdad illuminata dal bagliore sinistro delle esplosioni, il fuoco sporadico della contraerea che disegna buffe coreografie nel cielo nero pece, poi immagini delle colonne di mezzi leggeri attorcigliate nella sabbia del deserto, a bordo i Marines in tenuta NBC con le armi cariche tra le mani. In sottofondo, un’inviata accenna vaga al «rischio di un altro Vietnam» paventato da qualche anonimo esperto. È l’unico, vivido, ricordo che chi scrive, all’epoca ancora bambino, conserva dei momenti iniziali dell’Operazione Iraqi Freedom, l’invasione statunitense della Mesopotamia di cui tra pochi giorni ricorre il ventesimo anniversario. La guerra globale al terrorismo dichiarata da George Bush Jr. sulle macerie fumanti delle Torri Gemelle diciotto mesi prima si allargava dall’Afghanistan post-talebano, occupato subito dopo gli attentati, per raggiungere il cuore geografico e simbolico di un Islam ritrovatosi di colpo sotto accusa ed impedire, questa la ratio, che l’arsenale di armi di distruzione di massa sviluppato da Saddam Hussein aggirando le durissime sanzioni internazionali cadesse nelle mani sbagliate.

Due decenni sono trascorsi da quegli attimi di Storia (inconsapevolmente) vissuta, e le parole della cronista risuonano come una profezia inascoltata. Il regime baathista collassò nel giro di qualche settimana, paralizzato dallo stesso strapotere militare che nel 1991 ne aveva stroncato le sgangherate pretese irredentiste sul vicino Kuwait; quanto a Saddam, la sua parabola di orfano assurto a dittatore si sarebbe conclusa tre anni più tardi sul patibolo di una prigione della capitale. Nel frattempo, l’Iraq era scivolato nel caos. Dopo un quarto di secolo di oppressione la maggioranza sciita era ansiosa di scalzare i sunniti dalla posizione privilegiata di cui avevamo fino ad allora goduto; di fronte alla persecuzione, questi ultimi divennero facile preda del radicalismo. Il debole governo postbellico non poté far altro che assistere, pressoché inerme, al tremendo spettacolo della guerra civile che andava devastando il Paese: in un attimo il vuoto di potere generato dall’intervento aveva dato avvio ad una spirale inarrestabile di violenza settaria. Le famigerate WMDs non vennero mai trovate.

A conti fatti, la voragine insurrezionale ha finito per inghiottire quasi cinquecentomila persone, inclusi trecentomila civili; secondo alcune stime, la cifra complessiva sarebbe fino a cinque volte superiore. Un disastro annunciato che continua a trascinarsi: lungi dall’essersi trasformata in una democrazia compiuta, quella emersa da OIF è una nazione distrutta tanto sul piano materiale quanto sul piano politico. Zavorrato dalla corruzione, endemica già prima del conflitto — non meno di dodici miliardi di dollari destinati ad un apposito fondo risultano spariti nel nulla — il processo di ricostruzione può dirsi arenato, mentre i persistenti contrasti intra-religiosi e le spinte centrifughe della minoranza curda alimentano un’instabilità che ha fatto dell’Iraq l’epicentro delle tensioni regionali. In particolare, l’Iran sciita vi esercita oggi una pesante influenza; forti del successo nella battaglia ingaggiata tramite i loro proxies contro l’ISIS, che attorno al 2015 era arrivato a controllare circa il 40% del territorio iracheno, gli ayatollah sono riusciti ad infrangere il cordone sanitario con cui Washington aveva cercato di cingere la Repubblica Islamica.

Mentre gli sbandati del Daesh e quel che resta di Al Qaeda si contendono la leadership della rete jihadista locale a suon di bombe, Tehran prosegue la sua opera d’infiltrazione. Il  controverso allontanamento del Primo Ministro Moqtada Al-Sadr, ad agosto dello scorso anno, ha scatenato una sanguinosa crisi istituzionale; lo stallo, durato diversi mesi, si è risolto soltanto con l’elezione a Premier di Mohammad Al-Sudani, esponente di una coalizione parlamentare filo-Iran che ha così eclissato il partito sadrista. Questi sviluppi hanno di fatto lasciato campo libero ad un nugolo di gruppi paramilitari legati alle Guardie della Rivoluzione, a loro volta impegnate in occasionali attacchi a danno del piccolo contingente USA di stanza a Baghdad. L’assassinio del Generale Qassim Soleimani, capo delle GR ucciso a gennaio del 2020 in un raid aereo mirato, ha segnato una temporanea battuta d’arresto nelle attività dell’organizzazione, senza però interromperle; ci si può aspettare che i crescenti dissapori con D.C. ed Israele, esasperato dall’ormai prossimo sviluppo dell’atomica iraniana, abbiano serie ripercussioni anche sull’Iraq.

La ripresa della corsa alla bomba è senza dubbio il lascito più paradossale, duraturo e pericoloso di un conflitto che pure, lo si è detto, era almeno in via ufficiale finalizzato proprio a privare di mezzi ad essa analoghi uno «Stato canaglia». L’infelice espressione coniata da Bush nel 2002 faceva riferimento ad Iraq, Iran e Corea del Nord, componenti di quello che l’inquilino della Casa Bianca chiamava «l’Asse del Male»; se allora i diretti interessati l’avevano derubricato a mera retorica, con lo scoppio delle ostilità il breve elenco assunse i connotati di una kill list di nemici ai quali si pensava che gli Stati Uniti avrebbero in futuro riservato la stessa sorte toccata all’ex mandato britannico. Consapevoli di non potersi confrontare con la macchina da guerra a stelle e strisce sul piano convenzionale, sia l’Iran che la Corea del Nord presero dunque a lavorare a degli ordigni a fissione, intesi come garanzia contro qualsiasi possibile interferenza nei rispettivi affari: il paradigma della sicurezza delineatosi in seguito alla Guerra Fredda – già deteriorato  dalla nuclearizzazione-lampo del subcontinente indiano nei tardi anni Novanta – era superato.

L’inatteso fenomeno di proliferazione avrebbe tenuto banco ben oltre il termine della parentesi neoconservatrice, chiusasi bruscamente con il tracollo finanziario del 2008. A discapito della netta riconferma ottenuta quattro anni addietro, Bush e i suoi non furono in grado di anticipare o mitigare la crisi, che insieme alla sempre più controversa conduzione della campagna in Asia Minore (punteggiata da diversi episodi di brutalità gratuita e dall’impiego sistematico della tortura) fece infine da catalizzatore per l’inaspettata ascesa di Barack Obama. Di colore, semisconosciuto e portatore di un’agenda radicale che comprendeva il ritiro dai fronti aperti durante la precedente amministrazione, gli elettori lo preferirono ad avversari assai più blasonati, rigettando a sorpresa lo status quo ed il familismo che dominava la politica d’oltreoceano. Non sarebbe stata l’ultima volta. In una replica speculare delle dinamiche che in due distinte occasioni avevano catapultato Obama dentro lo Studio Ovale, alle presidenziali del 2016 l’outsider Donald Trump ha trionfato in barba ad ogni pronostico; fondamentale per la vittoria la premessa, mai interamente mantenuta dalla sua controparte democratica, di sganciare il Paese dagli interminabili coinvolgimenti esteri.

Come fu nel caso del Vietnam, il panorama interno e la postura esterna degli States sono usciti dall’incursione mediorientale irreversibilmente trasformati. In contrasto con Obama, Trump ha inaugurato una stagione di disengagement globale, esemplificata anche dalla denuncia del trattato sul nucleare concluso con la teocrazia khomeinista nel 2015; questo rinnovato isolazionismo riflette la tangibile stanchezza dell’uomo comune rispetto ad una vocazione internazionalista che gli appare distante, quando non antitetica ai propri bisogni. Insomma, la Pax Americana sembra aver stufato molti americani. Gli eventi del ventennio passato hanno prodotto negli USA una profonda frattura tra nazione ed impero, che corre parallela a quella tra cittadinanza ed élite e sovente la interseca, erodendo i pilastri su cui poggia la primazia yankee e per estensione l’ordine mondiale vigente dal crollo del Muro; parimenti le spallate revisioniste di Russia e Cina, insinuatesi negli spazi lasciati scoperti dall’eterno rivale, non sono che un’ulteriore conseguenza della furia miope della GWOT, tra le cui vittime si deve annoverare pure il tabù faticosamente costruito attorno all’azione unilaterale.

In definitiva, Iraqi Freedom è stata il culmine di una mutazione, fattasi via via più evidente col susseguirsi delle missioni nel Golfo, in Somalia, nei Balcani ed in Afghanistan, conclusa la quale lo Zio Sam ha smesso i panni di volenteroso tutore della Carta ONU in favore di quelli di egemone volubile ed iracondo. La fiducia che aveva caratterizzato il primo periodo unipolare è stata rimpiazzata dalla delusione e dal sospetto, complice la reazione sclerotica del sistema ad un declino forse più avanzato di quanto si voglia ammettere. Non per forza di cose ciò ne presagisce la fine: piuttosto assume concretezza l’ipotesi di un assetto post-liberale dove la contrapposizione tra entità comunque impari, spogliata de facto del suo carattere ideologico, tornerebbe a riguardare il puro e semplice possesso di territorio e risorse. Vuole l’adagio che il potere assoluto corrompe in maniera assoluta; l’incauta avventura irachena è la prova che tale principio vale per chiunque, incluso il vincitore — quale che sia — della contesa che sta attualmente prendendo piede. Ne riparleremo tra vent’anni.

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