L’Occidente, accantonate le avveniristiche speranze della globalizzazione, si trova imprigionato in una profonda crisi che ne ha smentito le granitiche certezze e le magnifiche e progressive sorti. L’emersione di un mondo con maggiori caratteristiche multipolari, la crisi dell’ordine internazionale economico e politico, le conseguenze sociali della finanziarizzazione e della verticalizzazione delle ricchezze hanno evidenziato le ingenuità e le miscalculation in cui sono caduti Europa e Stati Uniti negli ultimi anni, e di cui l’effetto Trump e l’ascesa del movimento dei Brics+ sono le più recenti conferme. Tutti cambiamenti ben analizzati da un testo irrinunciabile, affilato ed acuto, come In trappola. Ascesa e caduta delle democrazie occidentali (e come possiamo evitare la Terza guerra mondiale) di Franco Bernabè con Paolo Pagliaro (Solferino, 2024). Un libro intervista in cui Bernabè, già amministratore delegato di ENI, Telecom Italia, figura chiave nel mondo industriale, finanziario e culturale italiano, ora presidente del Consiglio di amministrazione dell’Università di Trento e unico occidentale nel Board di PetroChina, affronta i principali nodi della condizione di stallo in cui è caduto l’Occidente.
-Per quale motivo l’Occidente è “in trappola” e le democrazie occidentali sembrano faticare a orientarsi nel nuovo quadro internazionale?
Perché l’Occidente ha in larga misura costruito le condizioni del proprio ridimensionamento. La globalizzazione, la liberalizzazione degli scambi, l’ingresso della Cina nel WTO, la finanziarizzazione dei mercati e l’integrazione produttiva su scala mondiale hanno favorito un’accelerazione della crescita del resto del mondo e, in special modo, dell’Asia. Paesi come la Cina e l’India hanno conosciuto una forte crescita demografica, accompagnata dalla nascita di vastissime classi medie, capace di modificare gli equilibri globali. Oggi l’Occidente non è certo marginale, ma non è più il dominatore indiscusso del sistema internazionale.
-Che cosa non si è capito?
Si è pensato che l’apertura dei mercati avrebbe prodotto un’estensione automatica del modello occidentale, basato sul capitalismo, sull’individualismo e sulla liberal-democrazia. In realtà si sono diffusi soprattutto lo sviluppo capitalistico e tecnologico, ma non necessariamente la democrazia liberale. Anzi. Alcuni paesi hanno adottato gli strumenti dell’economia di mercato senza assumere i relativi presupposti politici e culturali, in primo luogo il liberalismo politico.
-Qual è stato il grande errore dell’Occidente?
Aver sottovalutato la profondità delle differenze tra le diverse civiltà. In Europa permane una matrice solidaristica; in Cina prevale una concezione comunitaria, nella quale la collettività viene prima dell’individuo. Per questo il capitalismo ha potuto espandersi senza produrre una vera omogeneizzazione politica e culturale.
Gli Stati Uniti hanno creduto che lo sviluppo economico della Cina l’avrebbe resa più simile a loro. Invece Pechino ha costruito un proprio modello alternativo di modernizzazione, fatto di mercato, pianificazione e selezione della classe dirigente filtrata dall’apparato politico, con radici non nel sistema anglosassone ma nella tradizione cinese, se non addirittura confuciana. È il segno che lo sviluppo capitalistico può convivere con modelli politici e culturali estremamente diversi. E questa evidenza rende più traumatico, per l’Occidente, il passaggio da un mondo unipolare a un mondo multipolare, molto più competitivo. Credo che impiegheremo ancora molti anni per metabolizzare questo cambiamento.

-Secondo lei, come dicono alcuni studiosi, la Cina ha vinto?
Io penso che, da parte occidentale, e soprattutto da parte americana, sia stata sottovalutata la capacità della Cina di produrre un modello di sviluppo sostenibile.
Naturalmente il modello cinese presenta problemi importanti. Paradossalmente, uno dei più rilevanti è proprio l’assenza di un sistema di welfare simile a quello sviluppato in Europa: paradossale, appunto, se si pensa che si tratta di un regime comunista.
Eppure questa mancanza è all’origine di una parte significativa delle difficoltà cinesi, per esempio del sovrainvestimento nel settore immobiliare. Non disponendo di un sistema pensionistico e di protezione sociale capace di garantire sicurezza nella vecchiaia, molti cinesi hanno investito pesantemente nel real estate, vedendolo come una forma di tutela per il proprio futuro. Questo ha generato una sovrapproduzione nel comparto immobiliare e una serie di crisi, anche finanziarie, dal momento che quel settore è cresciuto attraverso una forte espansione del debito.
Dunque questo modello sociale presenta criticità evidenti. Tuttavia, l’aspetto interessante è che, nel suo fondo, il sistema cinese rimane un sistema meritocratico, nel quale il merito viene addirittura riconosciuto e realizzato attraverso strumenti come il social scoring, che in Occidente sarebbero inaccettabili.
La selezione della classe dirigente in Cina è certamente condizionata dal partito, ma risulta abbastanza efficiente, perché combina lealtà e merito.
Il modello cinese è dunque destinato a durare nel tempo, pur andando incontro a un processo di adattamento e trasformazione di fronte alle sfide future. Dopo il secolo dell’umiliazione, la Cina ha riconquistato un ruolo di riscatto sulla scena mondiale. E non credo che questo processo sia destinato a esaurirsi presto.
-Come valuta la condizione del sistema statunitense?
Gli Stati Uniti vivono una crisi strutturale, che non può essere ridotta alla sola figura di Trump, anche se Trump ne è una manifestazione molto evidente. Alla base c’è l’estremizzazione di un individualismo economico-finanziario che, negli ultimi decenni, ha prodotto una concentrazione crescente di ricchezza e di potere. Questa concentrazione si è trasformata in influenza politica, alterando il funzionamento stesso della democrazia americana.
Uno dei punti centrali è il progressivo indebolimento dei limiti alla verticalizzazione del potere economico, avviato nell’era Clinton. L’indebolimento della legislazione antimonopolio, il ruolo crescente della finanza, la capacità dei grandi attori economici di condizionare direttamente la politica, anche attraverso il finanziamento delle campagne elettorali, hanno costruito un sistema nel quale il potere economico pesa in modo sempre più forte sulle decisioni pubbliche. La qualità del processo democratico è stata erosa da una concentrazione di potere difficilmente compatibile con una democrazia equilibrata.
-E Trump è più causa o sintomo di questa crisi?
L’attuale presidente si inserisce in questa frattura. L’ha saputa sfruttare per costruire la sua ascesa politica e, allo stesso tempo, l’ha ampliata. Da un lato intercetta il disagio di una parte dell’America che ha percepito la globalizzazione come una perdita di lavoro industriale, di status e di sicurezza. Dall’altro propone risposte che spesso hanno un carattere più polemico che strategico. L’idea della reindustrializzazione americana, per esempio, si scontra con problemi molto concreti: la struttura dei costi, la mancanza di manodopera adeguata, la trasformazione già avvenuta dell’economia verso i servizi, la finanza e la tecnologia.
Anche in politica estera si vede questa contraddizione.
-In che modo?
Trump oscilla tra pulsioni isolazioniste e interventismi selettivi. Contesta il ruolo di gendarme globale degli Stati Uniti, mentre continua a intervenire in teatri nei quali Washington produce spesso più instabilità che ordine. Il Medio Oriente è il caso più evidente. Gli Stati Uniti non hanno più, in quell’area, lo stesso rapporto strategico che avevano quando la loro sicurezza energetica dipendeva direttamente dal petrolio mediorientale. Eppure continuano a esservi trascinati da alleanze sbilanciate e da scelte politiche viziate da necessità interne, che generano effetti destabilizzanti.
-Quali conseguenze ha tutto questo sul Vecchio Continente?
L’Europa si trova in una posizione difficile, perché subisce contemporaneamente l’ascesa di nuove potenze e la crisi del suo storico alleato americano. Per decenni il continente ha potuto costruire la propria prosperità anche grazie a una forma di delega: sicurezza garantita dalla NATO e dagli Stati Uniti, proiezione economica fondata sul commercio e sulla manifattura. Oggi questo equilibrio è saltato.
Il problema di fondo è che l’Europa ha molto peso economico ma scarso peso politico-strategico. E il peso politico, nel sistema internazionale, continua a poggiare in ultima istanza sulla forza e quindi sull’hard power. Il soft power funziona soltanto se alle sue spalle esiste una capacità di deterrenza credibile. Da questo punto di vista l’Europa è incompiuta in quanto è una grande area economica, ma non è ancora una vera potenza politica.
Questo non significa che il continente sia irrilevante. L’Europa ha capitali, competenze, capacità industriali e una base manifatturiera che in alcuni settori resta di altissimo livello. Il problema è che queste risorse vengono spesso frenate da una costruzione istituzionale troppo lenta e troppo burocratica. L’Europa deve decidere se vuole restare soltanto un grande mercato regolato o diventare un soggetto capace di autonomia. Per farlo deve semplificare e abbattere le barriere legislativo-burocratiche, investire nelle filiere strategiche, puntare sui privati, rafforzare la propria base tecnologica. Oltre che ridefinire il rapporto con gli Stati Uniti per ottenere maggiore autonomia strategica.
-In questa discussione entra anche il Green Deal. È stato un errore?
Il punto di partenza del Green Deal era corretto. Era giusto riconoscere la necessità di ridurre l’impatto umano sulla biosfera e sul clima. L’errore non stava quindi tanto negli obiettivi quanto nei tempi e nei metodi. Si è pensato di imporre una trasformazione industriale profondissima in un arco temporale troppo breve rispetto ai ritmi reali dell’industria. E soprattutto si è cercato di definire politicamente non solo gli obiettivi, ma anche gli strumenti, comprimendo troppo lo spazio di adattamento delle imprese.
Una politica industriale intelligente dovrebbe fissare traguardi chiari e lasciare a chi produce la possibilità di individuare i mezzi più efficaci per raggiungerli. Invece, in diversi casi, l’Europa ha sovraccaricato il proprio sistema produttivo di vincoli, costi e incertezze, proprio mentre il mondo entrava in una fase di concorrenza più dura. Il risultato è stato il rischio di un pesante indebolimento industriale.
-Come mai, pur restando una grande economia industriale ed esportatrice, il nostro continua ad essere percepita come un paese piccolo?
Perché l’Italia è realmente un paese piccolo in senso strutturale. È più piccola di altri grandi attori sul piano demografico, linguistico, geografico e geopolitico. Questo non significa che valga poco: significa che deve ragionare con realismo sui propri limiti e sulle proprie possibilità. L’Italia, nonostante tutto, resta una grande economia manifatturiera e una delle principali potenze esportatrici del mondo.
I problemi italiani riguardano soprattutto il lato dell’offerta. Ci sono tre fattori fondamentali che determinano la crescita di lungo periodo: demografia, tecnologia e risorse naturali. L’Italia è debole su tutti e tre. Ha una crisi demografica seria, dispone di poche risorse naturali e presenta livelli medi di istruzione e di accumulazione tecnologica inferiori a quelli dei paesi europei più avanzati. Questo rende il sistema meno dinamico e meno capace di innovare.
-E che ruolo ha la fuga dei giovani?
L’esodo generazionale esiste davvero, ma è l’effetto di queste condizioni, non la causa. I salari più bassi, le opportunità più limitate e la difficoltà di valorizzare pienamente le competenze spingono molti giovani a cercare altrove ciò che qui non trovano. Per questo non basta indignarsi per la fuga dei giovani, ma bisogna agire sulle cause strutturali.
-Di cosa avrebbe bisogno il Paese?
Serve lavorare per sanare queste tre grandi crisi. In primo luogo è necessario investire maggiormente in istruzione, ricerca, innovazione e produttività. Serve anche una politica migratoria seria e controllata, perché con l’attuale andamento demografico il paese non può reggere a lungo. È necessaria inoltre una maggiore integrazione e partecipazione femminile al mondo del lavoro, perché oggi una parte enorme del potenziale produttivo nazionale resta sottoutilizzata.
Ma questi problemi italiani non si risolvono in una legislatura. Richiedono una strategia di decenni. Ed è proprio questo che la politica fatica ad accettare, perché cerca risultati rapidi e immediatamente spendibili. I grandi nodi dell’Italia, come quelli dell’istruzione, della natalità, della produttività e della qualità istituzionale, possono essere affrontati solo con continuità e con una visione di lungo periodo.
-Questo porta al tema delle classi dirigenti. Qual è oggi il loro vero problema?
Il problema principale è la qualità della selezione. Le classi dirigenti non nascono per generazione spontanea, ma si formano attraverso istituzioni, culture politiche, criteri di selezione e percorsi di apprendimento che devono basarsi sul merito. In passato, con tutti i limiti del sistema, i partiti erano anche luoghi di formazione. Esisteva una maggiore attenzione alla preparazione culturale, alla qualità intellettuale, alla costruzione di gruppi dirigenti capaci di leggere processi lunghi e complessi. Oggi tutto questo si è molto indebolito.
La classe dirigente contemporanea tende a essere più improvvisata, più dipendente dalla comunicazione immediata, più esposta alla logica della visibilità che a quella dei contenuti. Il problema non è l’innovazione in sé, né l’emergere di nuove élite dal mondo tecnologico o digitale, ma che il sistema politico, culturale e mediatico fatica a selezionare figure con spessore sufficiente ad affrontare una fase storica così difficile.
-In conclusione, che tipo di potenza vuole diventare la Cina? Dobbiamo aspettarci una sua evoluzione in senso neocolonialista e talassocratico?
Non credo che la Cina replicherà il modello talassocratico occidentale nel senso classico del termine. L’Occidente, negli ultimi cinque secoli, ha costruito la propria espansione sulla conquista marittima, coloniale e imperiale. La Cina ha una storia diversa. Vuole certamente estendere la propria influenza, consolidare il controllo sullo spazio che la circonda, proteggere le rotte commerciali e impedire di essere contenuta da altri. Ma tutto questo non implica necessariamente una riproduzione della tradizione coloniale europea.
Pechino mira soprattutto a dominare il proprio grande spazio strategico attorno ai propri confini e a costruire una rete di influenza compatibile con i propri interessi economici e politici. Ha un’ambizione di centralità, non una vocazione coloniale nel senso storico occidentale, anche per la sua tendenza a isolarsi rispetto al resto del mondo. Anche qui l’errore sarebbe giudicarla soltanto attraverso categorie europee o americane. La Cina si espande pertanto secondo una propria logica, completamente diversa da quella occidentale. Per capirla occorre studiare la storia, cercare di capire le tradizioni e le ragioni degli altri. Un aspetto che purtroppo noi occidentali spesso sottovalutiamo…