OGGETTO: Passeggiando per Sochi
DATA: 14 Maggio 2026
SEZIONE: Reportage
FORMATO: Racconti
AREA: Russia
Si parte da Yerevan e si arriva a Sochi, la città che Stalin amava, che Pushkin celebrò e che le Olimpiadi del 2014 resero celebre al mondo. Si passeggia sotto un radar affacciato sul lungomare , si mangia da Rostic's - il KFC che non si chiama più così - si beve oolong in una sala da tè diventata centro di gravità del viaggio. Poi suonano le sirene, e le atmosfere da eterna vacanza si spezzano. La città però non smette di vivere: palpitante e con lo sguardo fisso sull'orizzonte in attesa di onde che non siano solo quelle del mare.
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Parlare della Russia in tempi di guerra partendo da Sochi, quindi dal sud, si rivela un’esperienza senz’altro sensata, poiché il Caucaso rappresenta per questo paese una risorsa di incalcolabile valore politico, strategico e culturale, a cui si aggiunge un ulteriore elemento di interesse: la relativa vicinanza all’Ucraina attraverso il Mar Nero. Qui infatti si trova la più alta diversità etnica e il maggior numero di minoranze della federazione Russa, un’area sormontata da leggendarie catene montuose e da innumerevoli elogi, da Lermontov a Tolstoj a Pushkin che in questa regione intravvedevano l’onestà di uno stile di vita libero e incontaminato. Scrive infatti Pushkin nel suo noto poema “Il prigioniero del Caucaso”:

[…] Ma con maggior dolcezza ancora osservava egli i costumi di quei popoli, le loro pratiche religiose, il loro modo d’educazione. Ammirava la semplicità, l’ospitalità, l’indole guerresca dei montanari. L’incantava la sveltezza dei loro movimenti, l’agilità dei loro passi, la robustezza delle loro braccia.

Un’area destinata dunque ad essere trasfigurata e nobilitata a causa delle sue bellezze naturali e dei suoi fieri e innumerevoli popoli. Il geografo Al- Mas’udi, uno dei più eminenti enciclopedisti del mondo arabo al suo apogeo (X secolo), definì questa area come Jabal al-Alsun, “la montagna delle lingue”. Sochi in questo rappresenta un punto culminante, situata esattamente fra Mar Nero e le creste del Gran Caucaso è il posto ideale per godere di una vista privilegiata sulla varietà dello scenario caucasico, rappresentando un ponte fra modernità e la tradizione dell’entroterra caucasico, che da qui è facilmente raggiungibile. Oggi Sochi è diventato un centro di villeggiatura particolarmente amato, adatto a riprendere fiato. Il verde infatti, colore della quiete e del riposo secondo Kandinsky, in questa città è preponderante, e non a caso. Stalin scelse di costruire qui la sua dacia e promosse la città intervenendo profondamente con la costruzione di parchi, sanatori, viali, rendendolo di fatto un centro di villeggiatura unico, frutto di enormi investimenti che si aggirarono intorno al miliardo di rubli. L’obiettivo era quello di valorizzare la località per offrire al popolo russo uno sfogo dallo stress della vita urbana. Negli anni ’50 e ’60 si consolida come luogo di riposo privilegiato.

L’aeroporto è situato a 15km dal checkpoint di Psou che porta in Abkhazia e a 40 minuti dal centro di Sochi, nel distretto di Adler. Un taxi ci accompagna all’hotel, il check-in è rapido, la struttura sembra particolarmente attiva. Quando entro in camera però mi accorgo quasi subito che la rete internet ha delle limitazioni importanti, alcune delle quali mi erano ovviamente note (come il blocco di Whatsapp e Google Meet) ma altre mi colgono impreparato. Dal 10 Febbraio 2026 infatti la Russia ha inasprito i filtri contrastando e rallentando l’accesso a Telegram che ad oggi, Aprile 2026, risulta completamente inaccessibile. Io quello che provo a fare è munirmi di uno strumento alternativo, programmando in breve una piccola chat che mi permettesse di mantenermi in contatto con la famiglia. Ci riesco ma fino a un certo punto, poiché il protocollo per la comunicazione in tempo reale funziona a malapena. Metto allora su uno strumento per comunicazioni a “polling” (meno reattiva), perché non avendo immediatamente a disposizione una VPN la comunicazione real time non è una strada che posso scegliere di percorrere. Al momento mi basta.

La mattina dopo ci svegliamo di buon’ora, vado a fare colazione da solo poiché il mio compagno di viaggio è a dieta severa. Non posso fare a meno di accorgermi che la sala da pranzo è letteralmente piena, tanto che fatico a trovare un tavolo vuoto per me solo. Mi ingozzo di medaglioni di pollo e insalata, salgo su in camera a preparare il mio sencha come d’abitudine e incontro il mio compagno di viaggio all’esterno dell’hotel. La prima cosa che decidiamo di fare è banale, banalissima, una passeggiata serena lungo la costa del Mar nero. L’obiettivo di questo viaggio è infatti “passeggiare”, perché è ciò che mi aggrada di più quando visito un paese nuovo, passeggiare senza meta e senza fretta, lasciando che le cose vengano da sé. Noto anche qui tanta gente, sportivi, oziosi, fumatori, persino bagnanti. I numerosi moli che si allungano lentamente nell’acqua sono fotogenici, inizio infatti a cercarne qualcuno da fotografare. Poi il ricordo della guerra si ripresenta improvvisamente. Notiamo un sistema radar che si affaccia sul Mar Nero a garanzia della sicurezza, accanto a un piccolo faro edificato su un livello più alto del lungomare. Ci passiamo di sotto. Il meteo in questi giorni di primavera è instabile, quando il sole viene fuori dalle nuvole rende intollerabili i pantaloni e gli stivali. Quando invece scompare vorrei poter avere con me un anti-vento. Qualche goccia di pioggia incornicia il tutto. Penso che i droni, se vengono, verranno dal mare, laddove l’orizzonte marino si annerisce bruscamente e dà il nome al Mar Nero. Fra il 2025 e il 2026 Sochi ha subito diversi attacchi con droni, che hanno provocato vittime e danneggiato diversi impianti e case private. Il più grave dei quali si è verificato nel luglio 2025, quando una casa privata è stata deliberatamente attaccata nel distretto di Adler uccidendo due donne e ferendo altri undici civili. Gli obiettivi sembrano comunque essere prevalentemente depositi di petrolio, infrastrutture energetiche e anche porti e aeroporti.

La passeggiata si allunga, procediamo verso nord e poi verso sud, poi di nuovo verso nord, rientrando a est nel centro città. Percorriamo il nucleo urbano in lungo e in largo prendendo nota degli eventuali musei che avremmo il piacere di visitare qualche altro giorno. Pranziamo da Rostic’s, il fast food che ha sostituito il KFC alla vigilia delle sanzioni. All’interno è rimasto tutto più o meno simile, ma le ricette e i software dell’amministrazione sono stati sostituiti dalla nuova gestione. Stessa cosa è avvenuta con lo Starbucks e il MacDonalds, rispettivamente diventati lo Stars Coffee e il Vkusno i tochka (Tasty and that’s it). Inoltre vediamo molti allestimenti dei giochi olimpici del 2014 che hanno portato la città verso un riconoscimento internazionale. In occasione di ciò è stata migliorata definitivamente la viabilità costruendo 360km di nuove strade e sono sorti nuovi hotel di lusso. In quella occasione Sochi da meta stagionale divenne un centro attivo tutto l’anno.

C’è però una cosa che riattiva il gusto dell’ozio. La nostra passione per il buon tè. Individuiamo per caso una sala da tè che presto assume il ruolo di nostro centro di gravità. Ci ricarichiamo, bevo dell’Oolong verde, splendido, mistico. Mi dimentico di tutto. Ci ritorneremo più volte durante tutta la durata del viaggio.

Il giorno dopo prediligiamo i musei. L’arte russa rientra, in genere, fra quelle che preferisco. Icone, cinema, pittura, sono tutte nel corredo delle mie preferenze personali. Non potevo mancare questo percorso. Visitiamo anche il museo della storia di Sochi, ne ammiriamo la flora, la fauna, i moti dei venti e le vicende storiche. Degno di nota è il ruolo assunto da questa città durante la seconda guerra mondiale, che assunse le spoglie di una vera e propria “città ospedale” fondamentale.

Roma, Maggio 2026. XXXIV Martedì di Dissipatio

Il terzo giorno dovremmo partire. Colmiamo la prima parte della giornata visitando il giardino botanico subtropicale, un enorme parco di 49 ettari, e il più grande della federazione. Perché dico “dovremmo”? Perché poco prima di acquistare i biglietti di ingresso al giardino si attivano le sirene dell’antiaerea. Per me qualcosa cambia, ma nessuno intorno a me sembra accorgersene, tanto che finisco per chiedermi se non mi stia sbagliando. Da quel momento in poi, la giornata prenderà una piega imprevedibile. Le stesse sirene riprendono a suonare mentre siamo di rientro e ci approcciamo a raggiungere l’hotel per recuperare i bagagli. Sul lungomare il suono delle sirene si accoppia alle note di un musicista di strada che tuttavia non smette di esibirsi. Ci rechiamo in aeroporto e restiamo in attesa del volo che viene posticipato di ora in ora, fino alla definitiva cancellazione. Questa sorpresa ci impone di trovare una soluzione, poiché le previsioni non lasciavano sperare bene: indubbiamente l’aeroporto avrebbe avuto difficoltà anche il giorno seguente. Ragion per cui l’unica opzione era attendere la mattina successiva e, nel frattempo, individuare l’aeroporto più vicino ma sicuro da possibili attacchi da cui poter ripartire il giorno dopo. Il candidato più interessante risultava essere l’aeroporto di Mineralnye Vody, situato nell’entroterra caucasico, a metà strada fra il Mar Nero e il Mar Caspio, nel Krai di Stavropol. Decidiamo di raggiungerlo con un viaggio notturno di 13 ore in Marshrutka, stancante ma sicuro. Col passare delle ore ci convinciamo di aver previsto bene, poiché molti voli da Sochi continuano ad essere cancellati o posticipati. Vediamo il sole sbocciare dalla stazione d’arrivo di Mineralnye Vody, lo ammiro attraverso un parabrezza polveroso, che lo filtra e lo rende meno intollerabile agli occhi. La montagna Gora Zmeyka (testa di serpente) si staglia viva davanti ai nostri occhi. Alle 6 del mattino, nel silenzio completo, sembra tenerci d’occhio immobile.

Decidiamo di riposarci. Farsi 48 ore da una sedia all’altra non è piacevole, ma questo è il riassunto in breve delle penultime giornate. Finalmente un jet civile Sukhoi, progettato da specialisti russi e italiani, ci riporta a Yerevan in un’ora. La sensazione all’atterraggio è quella di essere usciti da una cupola isolante e sorda, poiché gli unici contatti che abbiamo avuto fuori dalla Russia sono stati prevalentemente lenti e testuali e raramente vocali. Riflettiamo su quanto visto, che nonostante l’imprevedibilità la città di Sochi risultava comunque palpitante e viva. Ricordo le note di un pianoforte che, dall’hotel, si disperdevano fra i grattacieli. Che cosa ci resta di tutto questo? L’immensa resilienza di tanta gente che guarda il mare aspettandosi di veder arrivare soltanto le onde.

Rientriamo e già leggiamo di Sochi e del suo habitat: il Caucaso. Perché il desiderio di conoscerlo meglio è forte, e conferma decisamente le parole già scritte di tanti autori già noti. E’ già stato detto tanto di quest’area ma non può bastare a colmare la volontà di riavvicinarsi e conoscerlo di più anche in futuro, svelando a poco a poco i suoi strati, man mano che come tutto si accingerà a cambiare.

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