OGGETTO: Leone XIV, un anno dopo
DATA: 08 Maggio 2026
SEZIONE: Società
Dalla politica estera ai fronti interni, l’eredità di Francesco non si annunciava di facile gestione. E così è stato, nonostante la tempra (inaspettata) di un Pontefice inedito. Il primo anno di Robert Prevost è stato tutt'altro che un rodaggio tranquillo. Il Papa americano, salito al soglio di Pietro l'8 maggio 2025, che molti immaginavano inoffensivo, si sta rivelando il più scomodo degli interlocutori.
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Doveva essere un pontificato per la pace in tutti i sensi, come Prevost aveva specificato in occasione del suo discorso d’apertura del pontificato, e ad un primo sguardo così effettivamente è stato. Alla fine del primo anno (la fumata bianca fu proprio l’8 maggio 2025), sicuramente si può dire che Leone XIV abbia dedicato gran parte del suo impegno proprio a questo tema. Al netto del fatto che si disponga ancora di pochi elementi ‘ufficiali’ per giudicare la direzione di un papato (per intenderci, nel suo primo anno Francesco aveva già emanato l’enciclica Lumen fidei, l’esortazione Evangelii gaudium, e ben quattro costituzioni apostoliche; Leone XIV ha per ora all’attivo la sola esortazione Dilexi te, oltre che il consueto numero di discorsi, lettere apostoliche e omelie comune anche ai suoi predecessori), molte indicazioni interessanti possono essere ricavate dalle azioni di un pontefice che, forse inaspettatamente, non è risultato essere meno impattante sull’opinione pubblica del predecessore.

Partendo proprio dalla pace nel suo significato più ovvio, gli eventi del 28 febbraio hanno finito per portare sulle prime pagine le opinioni di un capo religioso come non accadeva da tempo. Nonostante la posizione dottrinale della Chiesa Cattolica in materia bellica abbia subito importanti oscillazioni nel tempo e in particolare dal secondo dopoguerra, portando anche a considerazioni stimolanti e controverse come quelle iniziate da Giovanni Paolo II sul principio di ingerenza umanitaria con riferimento alla sola (è il caso di ricordarlo) situazione della ex-Jugoslavia, in tempi più recenti l’opposizione alla guerra tout court ha rappresentato la via più percorsa dai pontefici. A titolo d’esempio, basta ricordare i ripetuti riferimenti di Benedetto XVI al tema della ‘inutile strage’ che riportava alla memoria occidentale i fatti della Prima guerra mondiale, ma anche il conio da parte di Francesco dell’espressione “Terza guerra mondiale a pezzi” e la condanna dell’invasione russa in Ucraina (al netto di alcune dichiarazioni da interpretare, come quelle alla Civiltà Cattolica del maggio 2022) e della campagna israeliana in Palestina, posizioni sulle quali si è assestato anche Prevost. Se è inutile riassumere qui il già ben noto scambio ad alta tensione tra Leone XIV ed il presidente USA Trump, molto più interessante è invece provare a dedurne qualche elemento utile ad interpretare il profilo di Leone XIV.

È sicuramente condivisibile l’analisi di Massimo Franco, che vede in Leone XIV un attore globale piuttosto difficile da gestire per il trumpismo, sia dal punto di vista della comunicazione che da quello delle effettive scelte di campo. Sotto questo aspetto, Francesco era molto più polarizzante e, di conseguenza, funzionale alla narrativa MAGA del nemico esterno, progressista e inviso a una buona parte del cattolicesimo americano stesso. In questo senso, tuttavia, bisogna aggiungere vari elementi. Ad esempio, è utile notare come Leone XIV goda al contempo di una solida rete di contatti all’interno dell’episcopato nordamericano (compreso quello più “tradizionalista”), pur conservando, com’è ormai noto a tutti, un forte legame con l’America latina e con tutto ciò che ne deriva. Questa sorta di “doppio binario”, unito alla chiara volontà di non farsi tirare troppo per la giacca da nessuna forza politica (anche se non sempre con successo), permette all’attuale pontefice di apparire come una figura che parla ad una platea paradossalmente molto più ampia e variegata di quella su cui poteva contare, at the end of the day, il “globalissimo” Francesco. Questa è la base fondamentale che permette di capire perché si assista, oggi, ad un rinato presenzialismo del papato romano.

Dopo Giovanni Paolo II, era ormai più che lecito dubitare della reale capacità di influenza rimasta nelle mani dei Pontefici; tanto più che gli appelli ai princìpi evangelici sono cresciuti nei decenni proporzionalmente alla diminuzione della loro efficacia. Oggi, forte della percezione che vi sia attorno alla sua figura un consenso non indifferente all’interno della stessa Chiesa Cattolica, il papa ritorna ad essere considerato, volente o nolente, un capo di Stato la cui influenza e le cui dichiarazioni possono infastidire ed avere risvolti concreti. In questo senso va la particolare preparazione che ha preceduto l’udienza del 7 maggio del vicepresidente Marco Rubio in Vaticano. Anche se la cosa ha ricevuto poche attenzioni almeno da parte della stampa italiana, Prevost prima di Rubio ha ricevuto l’arcivescovo metropolita di San Francisco Salvatore Joseph Cordileone, nome ben noto al mondo conservatore. Lo stesso giorno (29 aprile 2025), poi, il cardinale vescovo emerito di New York Timothy Dolan ha raggiunto il Pontefice per uno scambio di saluti al termine dell’udienza generale settimanale in Vaticano. Dolan era considerato, anche grazie agli endorsement di Trump, il delfino della Casa Bianca al conclave del 2025, salvo poi andare in contro ad un rapido calo di popolarità. Difficile però pensare che il suo ruolo sia cambiato sostanzialmente.

La Chiesa americana, Roma e Washington continuano a dialogare regolarmente al di là delle intemperanze dell’inquilino dello Studio Ovale: l’incontro tra Leone XIV e Rubio è da inquadrare quindi in questa ottica di incessante comunicazione, e non certo come un tentativo di cospargersi il capo di cenere da parte dell’amministrazione USA. D’altro canto, la carta Rubio è da leggere anche in senso ulteriore: Rubio parla ai cattolici molto di più di quanto ormai possa fare Vance, corretto nelle sue “scorribande” teologiche da Prevost già prima che quest’ultimo diventasse papa, vicino alla base MAGA e quindi non propriamente ai cattolici d’America (spesso si dimentica che il movimento è in grossa parte sostenuto dagli evangelici americani, e che di ispirazione evangelica era ed è rimasto anche Turning Point USA) e stretto amico di Peter Thiel, il cui utilizzo della teologia cristiana è tristemente noto anche al grande pubblico. Non è casuale quindi la sottolineatura trapelata in queste ore successive all’incontro, per cui Rubio e Leone XIV sarebbero stati protagonisti di un incontro dai toni cordiali e distesi, dominato da una grande attenzione per le reciproche sensibilità, avvicinate dalla comune esperienza latino-americana. Nessun disgelo nei confronti di Donald Trump, ma al tempo stesso un’ottima intesa da intascare per Rubio in vista del 2028 ed asset su cui Vance, quasi sicuramente, non potrà contare.

Roma, Aprile 2026. XXXIII Martedì di Dissipatio

Ma la grande abilità mostrata da Leone XIV nelle ultime settimane nel rimarcare la propria autorevolezza morale, anche laddove si siano compiute e si stiano tuttora compiendo scelte di natura politica, non deve ingannare. La Santa Sede continua ad avere alcuni fronti aperti particolarmente spinosi. Proprio su questo tema, va sottolineato la grande tensione che continua a caratterizzare le relazioni tra Vaticano e Cina. In Italia è passato pressoché sotto silenzio quanto accaduto all’imprenditore cattolico di Hong Kong Jimmy Lai, condannato in via definitiva il 9 febbraio a vent’anni di carcere (ma già detenuto dal 2021). Se nei confronti dell’amministrazione Trump sembra relativamente facile esprimersi apertamente e con toni severi, Prevost stesso ha dichiarato all’emittente cattolica EWTN News di “non poter commentare” il caso di Lai. Anche in questo caso, la scadenza degli “accordi segreti” del 2018 (già rinnovati nel 2024) tra Cina e Vaticano è il 2028: presentati dal segretario Parolin come un importante passo di ‘pazienza’ della diplomazia contro le critiche piovute da gran parte del mondo cattolico, gli accordi prevedono un diritto di veto da parte del Vaticano sulle nomine dei vescovi cinesi, probabilmente (ma a questo punto è ormai sicuro) a patto di una profonda prudenza (eufemismo) richiesta a Roma nel commentare ciò che accade tra Cina, Hong Kong e Taiwan.

Di pace ce n’è ben poca anche sul fronte interno rappresentato dalla Deutsche Bischofskonferenz (Conferenza episcopale tedesca – DBK) e dallo Zentralkomitee der deutschen Katholiken (Comitato centrale dei cattolici tedeschi – ZdK), le due anime del controversissimo Synodaler Weg chiusosi nel 2023 ma i cui strascichi ancora non accennano a diminuire. In Italia ha fatto un certo scalpore la battuta con cui Leone XIV ha liquidato la domanda rivoltagli durante la conferenza stampa di ritorno dal viaggio apostolico in Africa del 23 aprile, domanda che verteva proprio sulle posizioni recentemente ribadite dal cardinal Marx sulle benedizioni alle coppie omosessuali.

Se è vero che, come ha sostenuto Prevost, l’unità della Chiesa non dovrebbe (e non dovrà) reggersi su questioni di natura sessuale – le quali, come sembra di capire dal contesto dell’intervista (qui un’analisi interessante), non sarebbero neanche tra le più rilevanti in ambito morale – resta però il fatto che la questione è grave e peggiora sempre più col passare del tempo. Nell’autunno del 2024, il vescovo Stephan Ackermann aveva inviato un Vademecum sulle benedizioni per le coppie ‘irregolari’ in generale che avrebbe poco dopo (nell’aprile del 2025) ricevuto l’approvazione definitiva da parte sia della DBK che dello ZdK. Tutto questo, nonostante lo stop esplicito di Roma (e di Francesco), comunicato durante l’incontro in Vaticano con i vescovi tedeschi del novembre 2025. Il pasticcio ha assunto dimensioni ancora più preoccupanti dopo che qualche giorno fa, il 4 maggio, è trapelata la lettera firmata dal cardinale Victor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero (ex Congregazione) per la Dottrina della Fede, scritta ben un anno prima, il 18 novembre del 2024. I vescovi tedeschi non soltanto avrebbero ignorato de facto lo stop arrivato in occasione dell’incontro, ma da quanto emerge questa comunicazione da parte del Vaticano non sarebbe stata nemmeno la prima, né tantomeno l’unica. 

Si potrebbe continuare a lungo nell’approfondimento della vicenda, ricollegando agevolmente per esempio la nomina di mons. Filippo Iannone nel settembre 2025 a Prefetto dei Vescovi alla sua nota vicinanza alla Conferenza episcopale tedesca. Ma i potenziali scontri che attendono la Chiesa di Leone XIV al varco nel prossimo futuro sono molteplici. Dalle ordinazioni illegittime ormai prossime della Fraternità san Pio X previste per il 1 luglio 2026 (e per le quali si vocifera già di decreto di scomunica in arrivo, con un deciso passo indietro rispetto alla revoca del 2009 e alle concessioni fatte da Francesco), all’imbarazzo nei rapporti con la chiesa anglicana d’Inghilterra, verso la quale la diplomazia ‘ecumenica’ è viva (si vedano i recenti incontri con l’arcivescovessa di Canterbury Sarah Mullally e con Re Carlo) ma incrinata dalla costante emorragia di conversioni da Oltremanica verso Roma. 

Se si considera il fatto che della teologia di Leone XIV ancora sappiamo ben poco (e potrà sicuramente aiutare in questo senso il libro in uscita in questi giorni, Liberi sotto la grazia, che raccoglie scritti del Pontefice pre-elezione), e che il pontificato di Prevost sembra destinato con ogni probabilità ad essere ragionevolmente lungo, è lecito alla luce di questo primo anno dal conclave del 2025 attendersi un periodo in cui il volto della Chiesa Cattolica potrà tornare a incidere concretamente sulla scena del mondo come forse non faceva da almeno vent’anni a questa parte.

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