C’era un piano: entrare a pieno regime a marzo, costruire un Super Election Day che incastrasse Milano, Roma e le elezioni nazionali in un’unica ondata, sfruttare l’eventuale vittoria referendaria come volano per un cambio di stagione politica. Il piano era buono. Poi è arrivato Trump, ha aperto un fronte di guerra con l’Iran, e ha rotto i piani di tutti quanti, indistintamente, senza riguardo per alleanze o colori politici. Il referendum è andato esattamente al contrario di come doveva andare. Perso. È stato perso, sopratutto, perché la fascia 18-25 anni ha votato contro Trump, contro Netanyahu, per la Palestina – e di conseguenza, per effetto domino, gli effetti si vedranno un po’ ovunque. È qui che si è spezzato qualcosa, ovvero quel tocco magico di Giorgia Meloni. Evaporato, quasi come se non fosse mai esistito.
Dal 23 marzo è iniziata, per il governo, una discesa verso l’abisso che oggi si misura in punti di consenso, in un’agenda economica che non può permettersi di essere espansiva, in una manovra finanziaria che già si sapeva non avrebbe dato segnali di crescita e che pertanto non va nemmeno votata in questo momento. Gli indicatori del primo trimestre hanno cambiato la musica. Il governo lo sa e ha modificato la sua strategia di conseguenza: niente elezioni anticipate, niente azzardi. L’obiettivo dichiarato, nei corridoi che contano, è uno solo, cioè tirare a campare fino a fine legislatura e sperare che il vento cambi.
Il problema è che dall’altra parte del campo il vento si è già sentito, e qualcuno ha cominciato a navigare. Nei palazzi dell’opposizione non si parla più di tattica, ma di governo. Circolano già le liste dei ministri per il dopo Meloni. Quella che potrebbe sembrare euforia è la consapevolezza che la finestra si è aperta, e che chi non si posiziona adesso rischia di trovare la porta chiusa. Chi muove le pedine in questo momento si chiama Goffredo Bettini, che lavora nell’ombra con la pazienza di chi ha già vissuto più stagioni politiche. Ma il nome che tiene il campo è quello di Matteo Renzi, nella sua versione più classica e più insidiosa: il sabotatore seriale. Renzi usa Conte, Conte usa Renzi. Si odiano con la stessa intensità con cui si rendono reciprocamente utili. È un matrimonio di interesse costruito sull’odio, che funziona specialmente perché entrambi sanno che l’alternativa è l’irrilevanza. Il quadro si complica ulteriormente con Grillo, che vuole ritirare il marchio al Movimento 5 Stelle sottraendolo a Conte – mossa che, paradossalmente, a Conte va quasi bene. Perché questi, liberato dal simbolo e dalla zavorra grillina, punta a fare l’OPA sul PD. E il PD, a sua volta, vuole liberarsi di Schlein. È un gioco di scatole cinesi in cui tutti vogliono sbarazzarsi di qualcun altro, e in cui la domanda finale è: chi comanda il campo largo?

Gli scenari sul tavolo sono essenzialmente due. Il primo: si divide il PD, con una parte che rimane fedele al Quirinale – la logica del 2029 – e Conte che va a Palazzo Chigi. Il secondo, più elegante e più difficile da costruire: si cerca un candidato terzo, accettabile sia per il PD che per il Quirinale, che non sia né Schlein né Conte. In questo caso Conte si accontenterebbe del Colle. L’architettura è complessa, ma i mattoni ci sono, e la cosa più significativa è che in questa operazione si sta muovendo anche Massimo D’Alema, che con Renzi aveva un conto aperto da anni e che ora, invece, si stanno riavvicinando per fare i kingmaker: è il segnale che qualcosa si sta muovendo sotto la superficie, non la solita fibrillazione da sondaggi. Tutto questo non è passato inosservato alla maggioranza. Sia il centrodestra che l’opposizione, con lucidità insolita, si sono resi conto della situazione: il vento è cambiato, l’opposizione si prepara per dopo, e la finestra delle elezioni anticipate si è chiusa.
Il tema vero è che al momento le elezioni spaventano tutti, nessuno vuole andare a votare, perché tutti sanno che oggi andare a votare significa perdere. Perdere Milano, perdere Roma, perdere le elezioni nazionali. Il calcolo è condiviso trasversalmente: è un bel casino, come si dice a mezza bocca. In questo quadro c’è una vittima illustre che vale la pena segnalare: Carlo Calenda. Gli avevano detto che questo sarebbe stato il suo momento, a patto di una vittoria referendaria e di un sostegno a Meloni. Lui ci aveva creduto. Aveva costruito il suo posizionamento su queste premesse. Oggi le cose stanno diversamente, e così si trova fuori da tutto – o quasi. Galeotto fu Renzi che lo fregò con la consueta precisione chirurgica. Ormai si sa che quando si muove, Renzi, lascia dietro di sé solo cadaveri.
E arriviamo così all’unica variabile che può davvero rimescolare le carte entro settembre 2027. Si chiama Jordan Bardella. O Marine Le Pen, se la magistratura francese – che si pronuncia a luglio – la lascia in campo. È l’unico scenario esterno capace di ridare ossigeno alla narrativa di Meloni e trasformare una navigazione difensiva in una offensiva politica europea. Il ragionamento è questo: se Trump arriva al midterm americano indebolito e l’America si depotenza, e se nel frattempo in Francia vince la destra – Bardella o Le Pen – Meloni ha in mano la possibilità di giocarsi tutta la partita su un asse franco-italiano, di costruire il blocco conservatore europeo e di rifugiarsi in Europa come spazio di legittimazione. Se nel frattempo cade anche Sanchez in Spagna e vince la destra iberica, il quadro si consolida ulteriormente e Meloni non è più appendice di nessuno, ma pilastro di un’architettura continentale. È il grande turning point. L’unica grande chance per fare l’ultima tirata prima delle elezioni – dopo la sentenza francese di luglio, tra giugno e ottobre, con la volata finale da costruire prima del 2027. È un piano con molte variabili indipendenti, tutte al di fuori del controllo di Palazzo Chigi. Ma è l’unico piano che esiste. Perché è chiaro, in questo momento, che il vento non soffi dalla parte del governo, e nessuno al suo interno è disposto a scommettere che cambierà da solo.