OGGETTO: Una colomba sopra San Pietro
DATA: 12 Giugno 2026
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
AREA: Italia
Brando, alter ego di Tonino Bettanini, riemerge nella Siria devastata dalla guerra civile, tra monasteri cristiani, milizie jihadiste e un carceriere che è insieme nemico e protettore. Ma la liberazione è solo l'inizio: la storia di "Rapiti. Dalla Siria di Paolo alla Roma di Pietro" (Sagep, 2026) si sposta a Roma, dove ogni simbolo può diventare minaccia e ogni volto salvato potrebbe nascondere qualcosa di irrisolto. Un romanzo su come la guerra non finisca mai davvero, nemmeno quando si torna a casa.
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Una colomba sopra San Pietro dovrebbe essere un’immagine di pace. In Rapiti. Dalla Siria di Paolo alla Roma di Pietro (Sagep, 2026), invece, anche la pace sembra dover essere controllata e sospettata. Il cielo sopra il Vaticano non è più soltanto uno spazio simbolico, ma un perimetro di sicurezza, attraversato da paure geopolitiche, calcoli d’intelligence e fantasmi religiosi. Una creatura che dovrebbe portare innocenza entra così in una scena già carica di minaccia, e per qualche pagina il romanzo trova una delle sue immagini più efficaci: il segno cristiano che non riesce più a restare puro, perché la storia lo ha raggiunto.

È forse questa la promessa più interessante del libro di Tonino Bettanini. Non il rapimento in sé, non la cornice mediorientale, non il catalogo delle milizie e delle ferite siriane, ma il momento in cui tutto questo arriva a Roma e si deposita nel cuore visibile del cattolicesimo. La violenza non resta lontana né appartiene più soltanto a un altrove tragico, ma entra nel perimetro di San Pietro, dove ogni gesto può diventare segno, ogni corpo sospetto, ogni simbolo promessa o minaccia. Rapiti funziona soprattutto quando resta dentro questa ambiguità. Quando lascia che una colomba sia ancora una colomba, ma anche qualcosa che potrebbe non esserlo. Quando non scioglie subito il simbolo in spiegazione e permette al lettore di sentire l’inquietudine di una scena in cui fede, terrorismo e liturgia pubblica si toccano senza coincidere del tutto.

Avevamo lasciato Brando, diplomatico italiano creduto perduto, in una lunga zona d’ombra tra Afghanistan e Siria, sequestrato, protetto e minacciato da Namatullah, carceriere ambiguo e militante jihadista che lo tratta insieme come prigioniero, merce di scambio e compagno di fuga. Attorno a lui si muove un mondo frantumato: milizie islamiste, cristianesimo orientale, monasteri siriani, suore trappiste, violenze improvvise, trattative possibili e diplomazie costrette a inseguire gli eventi. Bettanini costruisce così un romanzo che prova a tenere insieme più registri. C’è il racconto di prigionia, con il corpo di Brando consegnato alla paura, alla memoria che torna a pezzi e al rapporto quasi grottesco con il proprio sequestratore. C’è il romanzo geopolitico, attraversato da sigle, fazioni, intelligence, confini mobili e guerre che non finiscono davvero mai. C’è poi il romanzo cattolico, forse il più importante nelle intenzioni dell’autore, dove la Siria non è solo scenario di devastazione, ma terra di monasteri, martiri, comunità cristiane, perdono e promesse. Il passaggio più interessante arriva quando la liberazione smette di chiudere la storia e apre un altro livello di pericolo.

Roma e il Vaticano non rappresentano soltanto il ritorno all’ordine dell’istituzione che rimette le cose al loro posto. Diventano il secondo teatro del pericolo. Ciò che sembrava appartenere alla guerra siriana entra nel cuore simbolico del cattolicesimo romano, portando con sé sospetti, figure da controllare e minacce che non hanno più bisogno di presentarsi con il volto scoperto. La liberazione può essere a sua volta un inganno, un cavallo di Troia, un passaggio contaminato. Il romanzo trova la sua voce più convincente quando smette di inseguire il movimento esterno della trama e resta accanto a Brando e a suor Benedetta, una delle religiose sequestrate insieme a lui. Le loro conversazioni sono forse il punto in cui Rapiti respira meglio. Non perché diventino improvvisamente leggere, né perché il libro rinunci del tutto alla sua tendenza a contestualizzare, ma perché lì il cattolicesimo non resta soltanto sfondo storico o cornice spirituale. Diventa carattere, memoria e modo concreto di stare davanti alla paura.

Benedetta è il personaggio che più di altri riesce a spostare Brando fuori dalla sua postura abituale. Non lo consola soltanto, non gli offre la parte prevedibile della suora forte che oppone la fede alla violenza. Lo corregge, lo provoca, lo costringe a guardare la propria passività. Nei dialoghi sul cattolicesimo passato attraverso il Sessantotto, sulla vocazione, sul ruolo dei laici, sulla comunione, sul perdono e sulla promessa, il romanzo trova qualcosa che altrove emerge con più fatica: una storia religiosa non semplicemente raccontata, ma incarnata in una vita. È anche per questo che tra Brando e Benedetta si crea una tensione più interessante della semplice alleanza spirituale. C’è una complicità trattenuta, una forma di intesa che il romanzo tiene quasi sempre dentro i limiti del pudore, ma che proprio per questo resta leggibile. Benedetta non è solo autorità morale: è presenza, intelligenza, durezza, a tratti perfino malizia. E Brando, davanti a lei, appare meno protetto dal suo ruolo, dalla sua cultura e dalla sua ironia, più costretto a fare i conti con una parte di sé che non riesce del tutto a governare.

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

In queste pagine il cattolicesimo funziona perché non viene soltanto illustrato, ma prende la forma di una memoria concreta, segnata dalle ambiguità di un’epoca: le promesse del postconcilio, le illusioni del Sessantotto e il tentativo di non ridurre la fede né a identità né a rifugio. Bettanini è più efficace quando lascia che tutto questo passi attraverso la provocazione morale di Benedetta e l’intesa sospesa con Brando, senza sciogliere subito il rapporto in dottrina o in azione. Il romanzo mette quest’ultimo in una condizione estrema: rapito, ferito, smemorato, spostato da un luogo all’altro, costretto a dipendere da uomini che potrebbero salvarlo o venderlo. Sulla carta avrebbe tutto per diventare un personaggio spezzato, contraddittorio, a tratti persino sgradevole. E in parte lo è, soprattutto quando la paura lo riduce a voce incerta e memoria che torna per frammenti. Eppure Brando è spesso meno imprevedibile di quanto la vicenda richiederebbe. Bettanini tende a ricondurlo dentro una postura molto composta: l’ironia controllata, il riferimento colto, la misura diplomatica, la lucidità morale dell’uomo che, anche nel disordine, prova a capire, collegare, dare un nome alle cose. Non è un difetto in sé. Anzi, questa misura appartiene al personaggio e alla sua storia. Il problema nasce quando finisce per proteggerlo troppo dall’esperienza che sta vivendo. Quando il romanzo lo lascia davvero in difficoltà, Brando funziona meglio. Funziona quando non sa dove si trova, quando non capisce se Namatullah lo stia proteggendo o usando, quando il ritorno della memoria non è ancora racconto ma confusione fisica, quando davanti a Benedetta si incrina la sua parte più composta.

In quei momenti smette di essere il protagonista che deve tenere insieme la scena e diventa un uomo che non riesce più a tenere insieme se stesso. Il libro, però, non sempre si affida a questa fragilità. Spesso preferisce restituire Brando alla sua funzione: commentare, capire e ricondurre l’esperienza a una cornice morale o storica. Così il lettore finisce per seguire più la traiettoria di un personaggio su cui pesa una visione del mondo già molto definita che lo smarrimento di un uomo davvero sradicato. È una differenza sottile, ma importante, perché il romanzo avrebbe guadagnato da un protagonista meno protetto dalla propria intelligenza e più libero di restare opaco a se stesso. Jocelyne è l’altro punto in cui il romanzo ritrova tensione. Giovane religiosa sequestrata insieme a Brando e alle altre suore, entra nella storia come figura ferita, laterale, quasi protetta dalla propria vulnerabilità, ma poco alla volta diventa meno leggibile. Non sappiamo mai del tutto se guardarla come vittima, pedina, complice inconsapevole o possibile minaccia. Ed è proprio questa incertezza a renderla decisiva nella parte romana del libro. La sua presenza impedisce alla liberazione di diventare davvero un lieto fine. Finché Jocelyne resta accanto a Brando, alle suore e infine al Papa, il lettore avverte che qualcosa non torna. Ogni gesto può essere innocente o preparato, ogni silenzio può essere trauma o copertura, ogni spostamento può sembrare casuale e insieme troppo preciso. Il romanzo, qui, funziona perché lascia aperta una zona d’ombra senza chiarirla subito. Jocelyne sembra appartenere al gruppo dei salvati, eppure porta dentro Roma un margine di sospetto che contamina ogni scena.

Nella parte vaticana, questa incertezza diventa il motore più efficace della suspense. Il Papa rifiuta una sicurezza troppo invasiva, le suore sono chiamate alla scena pubblica, Brando resta diviso tra protezione e sospetto, mentre gli uomini dell’intelligence devono muoversi senza rovinare la narrazione del ritorno alla normalità. Tutto trova in Jocelyne il proprio punto instabile: lei è il corpo che non si riesce a leggere del tutto. Per questo Jocelyne funziona meglio quando resta una mina vagante. Non ha bisogno di essere spiegata troppo, né di essere chiusa subito in una categoria. È vittima e forse pericolo, innocenza e forse strumento, fragilità e forse copertura. Quando il romanzo le concede questa opacità, il thriller respira.

Bettanini conosce e porta dentro il romanzo molte cose: la Siria cristiana, il jihadismo, la diplomazia, il Vaticano, la memoria cattolica, la vulnerabilità simbolica della fede dentro la storia. Rapiti vuole essere un thriller vaticano, una meditazione cattolica, un racconto geopolitico e una parabola spirituale. In alcuni momenti riesce davvero a tenere insieme questi piani; in altri li dispone con troppa cura, come se non volesse lasciare nulla fuori campo. Resta un racconto attraversato da un’intuizione forte: il pericolo non finisce quando si torna al sicuro, cambia forma, entra nei simboli, si nasconde proprio dove la pace sembrava più riconoscibile.

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