OGGETTO: I popoli al centro
DATA: 24 Novembre 2025
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
Nell’ultimo libro di Dario Fabbri - Il destino dei popoli. Come l’umanità ha fatto la storia e creato il nostro tempo (Gribaudo, 2025) - l’autore restituisce la Storia alla sua più autentica materia prima: gli esseri umani. Fabbri indaga come le comunità si trasformino nel tempo attraverso paure, ambizioni e assimilazioni, ponendo l’antropologia al centro della geopolitica.
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Gli Stati, le collettività, le comunità politiche sono composte di una sola, fondamentale, materia prima: gli esseri umani. Dunque la storia, resa sovente nella nostra narrazione in un susseguirsi di sovrani, partiti, religioni e ideologie, non è che il lungo cammino, tragico e spesso violento dei popoli. Nel suo ultimo lavoro “Il destino dei popoli. Come l’umanità ha fatto la storia e creato il nostro tempo”, Dario Fabbri ha tentato di fare ciò che apparentemente, alle nostre latitudini, è impensabile: restituire la storia alla sua materialità. Agli esseri umani nella propria interezza, nelle proprie virtù, brutture e vizi. Senza idealizzazioni e senza dare eccessivo credito alla macrocategoria della sovrastruttura, costituita da religioni, ideologie, partiti e “leader”.

La struttura antropologica informa la sovrastruttura, specialmente e inesorabilmente. Ma la struttura è mobile, muta con il mutare biologico dei popoli. La storia avanza travolgendo qualunque ostacolo. La materia umana si modella e si rimodella come un grande organismo dalle innumerevoli sfaccettature. I popoli non esistono per inconcepibili teorie razziali o per esasperati etnicismi. Esistono proprio negando questi ultimi. Le popolazioni sono il frutto di fusioni, ibridazioni, assimilazioni. I popoli divengono altri perché conquistati, perché assorbiti. Oppure per il semplice e umano fascino che esercitano civiltà percepite come superiori in un dato momento storico.

Così i greci, rimasti linguisticamente e culturalmente ellenici anche dopo la conquista e l’assorbimento nell’ecumene romana. Salvo riconoscersi gradualmente come romani. L’impero romano d’Oriente, con capitale Costantinopoli, dal 395 d.C. fino al 1453 si proclamò orgogliosamente romano, pur essendo in tutto e per tutto un impero greco. Identico meccanismo trasformò quelle stesse popolazioni ellenofone in turche. Ancora una volta fu la fascinazione culturale e anche religiosa a rendere buona parte dei greci d’Asia minore popolazioni perfettamente assimilati al nascente impero ottomano.

L’assimilazione è processo complesso. Spesso violento. Non compete a collettività mediamente anziane e fuori dal tempo e dalla storia. Nella vecchia Europa occidentale si parla più spesso di integrazione. O al massimo di orgogliosa (e suicida) espulsione di elementi non autoctoni. Come se le grandi civiltà non avessero rivitalizzato costantemente la propria popolazione mediante energie esterne. Così gli Stati Uniti, in grado di riconvertire il proprio canone prettamente anglosassone in teutonico, assimilando e anglicizzando nello scorso secolo buona parte dei tedeschi giunti in America. In modo che circa cento milioni di statunitensi dichiarano oggi almeno un antenato teutonico.

Allo stesso modo, la fascinazione esercitata dall’impero di Washington sul mondo (autoproclamato) “occidentale” o “libero”, riporta alla mente la stessa ostinata tendenza dei greci a definirsi romani. Parlare inglese sarebbe oggi sinonimo di cultura superiore, in quasi tutta la nostra pedagogia. A scuola, come all’università. Utilizzare anglicismi denota una patente di “apertura mentale” (qualsiasi cosa voglia dire). Ciò è perfettamente in linea con la nostra condizione di dipendenza da Washington.

Roma, Novembre 2025. XXIX Martedì di Dissipatio

Una lingua non è mai neutra. Né possiamo accontentarci di definire gli altri popoli a partire dai nostri codici e dalle nostre interpretazioni. Il mondo “libero”, di cui si proclama portatore l’Occidente a guida americana (chissà ancora per quanto), è definito a partire dal concetto prettamente germanico e latino di libertà. Libertà è sovente sinonimo di “individualismo” in Occidente. Ma libertà significa “caos”, ad esempio, in Russia. Emblema di egoismo e autoreferenzialità.

La lingua come espressione dell’umano è dunque matrice prima di incomprensioni. L’umanità piatta, globalizzata e identica in ogni angolo del pianeta non esiste e non è mai esistita. Frammentata e complessa, richiede un esercizio di immersione nei vari contesti che è perlopiù sconosciuto e molto complicato.

Incapaci di metterci, anche individualmente, realmente nei panni dell’altro, non siamo certamente capaci di guardare al mondo con gli occhi di altri popoli o di altre epoche. Partendo, dunque dalla loro psiche, dalle loro credenze. Scavare nel sostrato antropologico significa in effetti dissezionare anche fenomeni visibili come le religioni o le idee:

“Se liberi di agire i popoli producono o sposano le ideologie che meglio aderiscono al loro sentimento, che ne veicolano le ambizioni, che segnalano la collocazione nel mondo”

Guardare nelle profondità, alle radici, alle pulsioni, alle tensioni interne ed esterne, alla geografia prima che al fenomeno sovrastante è psicanalisi pura. I sintomi sono importanti solo se ci permettono di risalire alla fonte di un disagio e di un comportamento i quali, altrimenti, restano incomprensibili, criticabili o ridotti a tappe passeggere nel lungo (discutibile) cammino dell’uomo verso le magnifiche sorti e progressive. Quelle decise dall’Occidente per il “resto del mondo”. Altro esercizio complesso.

Gettati nel tempo e nella storia, gli esseri umani raggruppati in comunità hanno scelto e scelgono sovente ogni giorno, in maniera più impulsiva che razionale, la propria collocazione del mondo. Figlia della propria biologia e delle circostanze del momento. Così la vetusta demografia euro-occidentale comporta cautela, attenzione al futuro, astrazioni, ricerca della pace e conservazione del benessere. Acuita dall’appartenenza (leggasi: sudditanza) all’impero statunitense. Unico depositario del monopolio della forza. Oggi non più desideroso di difenderci, per la disperazione di chi sta correndo malamente ai ripari con raffazzonati programmi di riarmo.

Dove i popoli sono (o furono) ancora giovani, balenano tentativi di tenere assieme tutto l’apparato. Nel disperato tentativo di convivere e sopravvivere per non essere cancellati dalla storia. Per non perire. Semmai, addirittura, per emergere.

La paura, il sentimento più antico dell’uomo come scrisse il grande H.P. Lovecraft, ha spinto e spinge i popoli a ridefinirsi in continuazione. Come i francesi, che sciolsero le proprie tensioni interne e centrifughe nell’individualismo ateo della rivoluzione. Così anche i russi, i nordcoreani o i cinesi, che mediante il marxismo (e non per effetto di questo) tentarono di mettere fine alle proprie incoerenze interne. Incardinando nella più occidentale delle filosofie, l’ultima eresia del cristianesimo, la propria volontà di potenza e di sopravvivenza. “La storia siamo noi” cantava De Gregori. E non attende né mai ha atteso nessuno. Neanche chi, sospeso in un tempo inesistente scambiato per eterno, ha creduto che i popoli fossero una categoria del passato.

I più letti

Per approfondire

Perdonare o punire

Carlo Bordoni, in Furor (Luiss University Press, 2023), racconta la crisi di un mondo che si scopre sempre più indulgente verso la violenza.

La rivoluzione fallita dei tecno-utopisti

Ne "Il processo a Julian Assange" (Fazi Editore, 2023), Nils Melzer ripercorre la vicenda del fondatore di Wikileaks, ammantando la sua storia di tinte cristologiche.

I predatori al potere

Nella sua ultima fatica uscita per Einaudi, “L’ora dei predatori. Il nuovo potere mondiale visto da vicino”, il political advisor di Sciences Po Giuliano Da Empoli ricostruisce le mosse degli amministratori del governo ai tempi dei tecno-caudilli e tycoon che popolano i parlamenti e le stanze dei bottoni: la posta in gioco è il tracollo della politica per come la si intendeva e l'ascesa di una sua nuova forma, più violenta e meno moraleggiante.

Memorie dall'inferno

Michel Houellebecq ha scritto Qualche mese della mia vita (La nave di Teseo, 2023) per mettere in discussione l'unica fonte di piacere della sua vita: il sesso.

Esistere al di là del tradizionalismo

Contro una polverosa idea di conservazione viene in soccorso Duccio Demetrio, che in "All'antica" (Raffaello Cortina Editore, 2021) propone una memoria capace di non farci vivere di solo presente.

Gruppo MAGOG