OGGETTO: Pace senza sovranità
DATA: 02 Aprile 2026
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Visioni
AREA: Italia
Tra piazze che invocano la pace e governi che non possono permettersela, l'Italia resta intrappolata in dipendenze strutturali - militari, tecnologiche, informatiche - costruite in decenni di sudditanza verso Washington e Tel Aviv. Finché "sovranità" resterà una parola lontana dal nostro lessico politico, ogni appello alla dignità non sarà che uno sfogo generoso, destinato a dissolversi senza lasciare traccia.
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La Spagna ha negato l’utilizzo delle proprie basi e del proprio spazio aereo agli statunitensi impegnati nel folle volo vicino-orientale. Subito dopo, l’Italia ha confermato di aver negato Sigonella al patron d’Oltreoceano. Sulla stessa scia: le opposizioni riunite nel famigerato “campo largo” italiano assicurano il riconoscimento dello Stato di Palestina in caso di vittoria nella prossima tornata elettorale. Sullo sfondo, le proteste e le manifestazioni contro Donald Trump e Benjamin Netanyahu infiammano le piazze delle grandi città statunitensi ed europee. Roma inclusa.

Aspirazioni e indirizzi differenti che si fondono con una propaganda rimasta intonsa. Dove comincia l’interesse e dove finisce la buonafede? Quali sono i limiti dell’immaginazione? Se non anche delle fantasie? L’appello più comune nelle vetuste aule e nelle giovani piazze euro-occidentali è quello alla pace. La pace universale, il rispetto del diritto internazionale. Le immagini si contraddicono e si sovrappongono. Appelli alla libertà delle donne iraniane, bandiere palestinesi, denunce contro la guerra “di Trump”. In Italia l’apparente (ma molto evidente) appiattimento su posizioni troppo filo-statunitensi sembra una questione risolvibile. Imputabile alla fazione politica. Che certo non ha fatto nulla per dimostrare il contrario. Nel mondo reale, i vincoli atlantici restano costituiti da una commistione di incapacità politica e antropologica di pensarsi “altri” dal rapporto con Washington; da una presenza militare massiccia; da una dipendenza tecnologica e securitaria del tutto sbilanciata. Non solo a favore della Città sulla Collina, ma anche – ed è l’elemento, in questa fase, più dirimente – nei confronti di Israele.

Si dovrebbe discutere, in tal senso, della convenienza nel 2003 in piena ubriacatura unipolare di appaltare a Tel Aviv il proprio intero comparto in tema di difesa informatica, piattaforme di intelligence. Accordi rimpolpati nel 2023, a ridosso dell’esplosione della guerra per procura (e poi diretta) tra israeliani e iraniani sulla pelle dei palestinesi. Questioni delicate, che influiscono sulla sicurezza italiana. Il tutto avvenuto senza un effettivo dibattito pubblico, puntando sull’assoluta e consolidata eccellenza delle aziende israeliane in questo campo.

Differenze strutturali, giustificano una diversa postura. Aprono spazio alla riflessione e al confronto che dovrebbe esserci, se poggianti su basi solide. Un Sánchez che ottiene plausi e consensi dalle opinioni pubbliche di governi più filo-israeliani (come il nostro), riflette le gravi difficoltà di consenso interno. Al tempo stesso, la Spagna non ha certamente i vincoli politici, storici e tecnologici che l’Italia ha ereditato e talvolta colpevolmente consolidato nei propri rapporti sbilanciati e con Washington e con Tel Aviv. Sottolineando come, al di là delle dichiarazioni pubbliche, la Spagna non abbia troncato i propri rapporti economici con Israele, Madrid ha purtuttavia buon gioco in un rapporto basato su un minore sbilanciamento con l’alleato d’Oltreoceano. Nonché una filiera tecnologica certo agganciata ai prodotti d’eccellenza levantini, eppure “sostituibile”. Non certo inserita nei punti più delicati. Priva della cybersicurezza israeliana, l’Italia non ha alternative di rilievo.

La questione è ben più dirimente del pur notevole senso di colpa collettivo che aleggia ancora in una collettività anziana, funestata dai fantasmi del passato. Dove vanno allora le piazze? Orientare il discorso pubblico e incanalarlo dovrebbe essere il tassello successivo, ma altamente complesso. Promettere riconoscimenti (nobili) ma formali o auspicare a un disarmo o a un disimpegno, senza avere chiari obiettivi strategici (o almeno tattici) è utile per dare sfogo alle proprie legittime e umane aspirazioni al perfettibile e al bene. Come sovente si ragiona in questa parte di mondo. Ancora di più, ciò resta utile a ottenere una qualche via preferenziale alle elezioni. Ricordiamo l’accanimento (dall’opposizione) dell’attuale governo sulla questione palestinese. Trovandosi dall’altra parte risulta tutto più semplice. Ma il clima variamente conflittuale e confuso, pur a suo modo vivace, del dibattito pubblico italiano sembra per ora incapace di partorire soluzioni credibili.

Chiedere maggiore distanza dagli Stati Uniti (o da Trump, come stampa personalistica ci ha insegnato a pensare) e da Israele, ma senza sporcarsi le mani in una serie di profondi investimenti strutturali, cibernetici resta complesso. Si dovrebbe avallare la costruzione di filiere produttive di alta manifattura. Proteggendo i propri dati con sistemi nazionali, o almeno alternativi alla dipendenza da Tel Aviv.

Non possiamo rifiutare gli Stati Uniti e il riarmo contemporaneamente. Autonomia implica responsabilità. Al tempo stesso, il sacro auspicio alla pace deve prodigarsi di opere fattibili. Deve tener conto degli attori in campo, di chi può ottenere cosa e a quali condizioni. Sporcarsi di iniquità e di zone d’ombra. La pace non è una questione di principio, ma è un esercizio di violenza auto-imposta.

La dignità, cui tante volte ci si appella, nel condannare la disastrosa avventura israelo-statunitense contro l’Iran, deve diventare vettore di una rinnovata sovranità. Parola astrusa, spesso disprezzata. Come se interesse e sovranità fossero sinonimo di sopraffazione e imperialismo. E non, piuttosto, il primo e reale (fallibilissimo) strumento per la propria libertà e quella altrui.

“Sapere aude” gridava Immanuel Kant, scandendo i limiti e l’effettiva capacità di azione dell’essere umano. Un appello che in geopolitica si potrebbe tradurre in un appello, semplice eppure rivoluzionario, a non dipendere da altri interessi. Scegliendo di sbagliare per noi stessi, anziché farci trascinare nel baratro da altri.

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