Allo scoccare del 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno scatenato la propria guerra contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Tassello ulteriore dello sfacelo di un mondo pensatosi vertice filosofico e politico della storia. Sono scadute, una dopo l’altra, le menzogne che hanno regolato i nascosti rapporti di forza tra le comunità umane. In primis, il primato del diritto internazionale. In secondo luogo, la pace come destino ultimo dei Sapiens.
Oggetto di verifica e di contestazione in ambiti sempre crescenti della cultura e dell’informazione, il rapporto tra l’uomo e la guerra, nonché la propensione o meno naturale della scimmia nuda verso la distruzione dei propri simili, va ricompresa entro un perimetro di complessità. Esercizio che è molto complesso, ma che assomiglia con le dovute differenze alla consapevolezza, che non dovrebbe mai sfuggirci, della nostra mortalità e precarietà sulla terra, nonché dell’aggressività latente agli animali uomini.
Sfogliando Gianluca Sadun Bordoni e il suo “Guerra e natura umana” (Il Mulino, 2025) la vertigine è quasi palpabile. Sfibrando gli ultimi residui di una narrativa biologica, scientifica, sociologica e politologica che ancora investono (parzialmente) facoltà universitarie, atteggiamento medio della popolazione, specialmente italiana, e scuole, viene disvelato l’unico dato tangibile: la tragedia dell’esistente, la tragedia dell’umanità. Comunque la si voglia declinare, nelle sue espressioni più o meno “civilizzate”, si trasla in una tensione vieppiù inarrestabile verso l’oblio. Come Ulisse nel XXVI Canto dell’Inferno di Dante Alighieri, gli uomini in quanto Sapiens vivono di gioie e di autodistruzione:
“L‘homo sapiens uscì dall’Africa, tra 50.000 e 100.000 anni fa, colonizzando rapidamente il mondo. L’estensione della sua vittoriosa avventura sulla terra potrebbe dunque coprire un arco temporale più breve di quanto l’acquisita superiorità ecologica potrebbe consentirgli”
Fu la guerra a forgiare l’umanità. Non in quanto naturale, ma in quanto adattamento evolutivo, votato ad affermarsi su tutte le altre specie viventi. Comprese altre specie umane, come i Neanderthal, questi ultimi in grado di dominare incontrastati l’Europa per almeno 300.000 anni. Non è dato all’efficienza, sia essa tecnica, biologica, organizzativa, promettere a chi ne compete la durata, né l’immortalità. Di tutte le specie viventi, le peculiari caratteristiche dei Sapiens li hanno resi dominanti, non per questo superiori. Soprattutto, nessuno ha promesso loro un dominio che possa estendersi oltre le poche decine di migliaia di anni scarsi in cui si è sviluppata la sanguinosa epopea dei figli di Adamo ed Eva.
Né essi scelsero, realmente, ma fu semmai la biologia a selezionare. Mai nella storia naturale della Terra o del cosmo è data considerazione più erronea dell’apparente razionalità dell’evoluzione. Essa avanza per tentativi, errori. Può condurre a vicoli ciechi e buchi neri, oltre i quali nessuna specie, neppure la più prolifica, è in grado di sopravvivere.
La vulgata vorrebbe l’umanità divenire aggressiva e guerrafondaia solo dopo l’uscita da uno stato di pace primigenia, il mitologico “stato di natura”. Tanto piacque, e fu però ridimensionato, da uno dei suoi ideatori Jean-Jacques Rousseau, quanto divenne imperante nelle riflessioni filosofiche, politiche e persino biologiche del contesto globale post-seconda guerra mondiale e post-guerra fredda. Al culmine di una vita terrestre finalmente ritenuta avviata sulla strada delle magnifiche sorti e progressive. Cancellando confini, identità, religioni e talvolta persino lingue, nel nome di una globalizzazione che fu americanizzazione al cubo. La sensazione, al tramonto dei decenni unipolari, fu di spaesamento. Oggi, ci si nasconde sotto la coperta. Non vogliamo vedere, né vogliamo ammettere che gli stessi esseri umani possano concepire la sopravvivenza della specie e l’insensatezza dei massacri bellici. Ma proprio i massacri furono la base dell’epopea dei Sapiens, nonché degli altri cugini, fuoriusciti dal continente africano per diffondersi come un morbo su tutta la Terra.

Jane Goddall, forse la più celebre primatologa del secolo scorso, inorridì dinanzi a un vero e proprio conflitto tra gruppi di scimpanzé, in cui fu compiuta una vera strage, condita di cannibalismo e infanticidio. Fu la cosiddetta “guerra di Gombe”, del 7 gennaio 1974. Sipario su chi anche nei nostri cugini scimpanzé, aveva visto quella innocenza originaria neo-rousseauniana.
Varrebbe allora la pena rispolverare Thomas Hobbes. Non solo e non tanto per la prospettiva ritenuta pessimistica, dell’anarchia “intollerabile” per l’essere umano in quanto tale. Ovvero, la naturale tendenza degli uomini a sottomettersi e farsi la guerra, finché il Dio Mortale, lo Stato, il Leviatano non è in grado di imporre con la forza il monopolio della violenza. Semmai, perché proprio il Leviatano non è viatico alla fine delle guerre, ma è il suo ulteriore perfezionamento. La sicurezza acquisita alimenta la paura verso l’altro. Sovrastrutture linguistiche, culturali, religiose, accentuano le differenze. Ma alla base rimane la struttura, fatta di difendibilità di un territorio, di acquisizione di risorse, di potere e prestigio dei propri capi o delle proprie gerarchie di potere.
La stessa vita umana parrebbe impossibile senza società, se non nelle manifestazioni più acute e clamorose di eremitismo, emblema dell’eterna contrapposizione del singolo e della società. L’anarca è anti-sociale. Per questo non può godere pienamente dei frutti, ma neanche negli svantaggi della civilizzazione:
“La società umana è possibile solo in quanto lo strapotere del singolo venga arginato dal potere della collettività”
La collettività è portatrice di disagio. Un disagio profondo, insanabile. Lo stesso di Freud descrisse la transizione violenta dalle pulsioni al dominio delle stesse. Ricondotto entro una cornice sociale, la repressione divenne il prezzo pagato per la sicurezza.
Con un monito sempre vivo: la civilizzazione, come la pace, non sono dati di fatto ma dovrebbero stupire. La vita dei Sapiens sulla Terra, trascorsa per il 95% della loro storia in forma di cacciatori raccoglitori, in bande e orde armate pronte a saccheggiarsi a vicenda, prendendo possesso dei propri capi di bestiame o terreni, è storia di violenza. Traslata nel conflitto tra gli Stati, essa non è venuta meno con la diminuzione delle tensioni interne.
L’inganno della civiltà è stato credere che la pacificazione e la democratizzazione interna fossero veicoli di pacificazione anche nei rapporti tra gli Stati. Ma non esiste Leviatano internazionale, né le condizioni per un’egemonia unipolare sembrano vicine, tramontate le smodate ambizioni di Washington.
Nell’equilibrio di potenza, nella ricerca faticosa, sanguinosa e sporca dell’accordo e della pace, della convivenza limitata e circoscritta, risiedono tentativi maldestri e vieppiù fallimentari di tenersi in piedi. Mentre la guerra, ritenuta ormai superabile, dimostra di essere orrenda ma viva. Ritenuta superabile solo laddove, per sottomissione ad altri come nel caso degli europei, si è scambiata la propria esistenza pacifica con il destino ultimo dell’uomo. Un risveglio amaro. Che nessuna democrazia e nessun appello al diritto internazionale potranno forse arrestare:
“Dopo aver sbaragliato le altre specie umane, potrebbero gli uomini distruggere se stessi? Potrebbero essere questi i termini estremi dell’esperienza umana? La sola ipotesi fa vacillare la mente”