OGGETTO: Lezioni animali sulla guerra e sulla pace
DATA: 03 Ottobre 2025
SEZIONE: Storie
FORMATO: Racconti
Dalle colline di Gombe al Congo: gli scimpanzé che tendono imboscate e i bonobo che si riconciliano con un abbraccio raccontano due metà della nostra natura. Jane Goodall e Frans de Waal hanno mostrato ciò che preferiamo dimenticare: la pace non è contro natura, ma siamo noi ad averla resa eccezione.
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Il 1° ottobre 2025, mentre i telegiornali scorrevano l’ennesima sequenza di notizie di guerre, bombardamenti e fronti aperti in ogni angolo del pianeta, è arrivata una notizia diversa, ma non meno epocale: la morte di Jane Goodall, 91 anni, la donna che più di ogni altra ha rivoluzionato il nostro sguardo sugli scimpanzé – e dunque sulla nostra stessa natura. Che cosa resta oggi, alla morte di Goodall, della sua lezione sulla natura umana? Forse il ricordo di un metodo radicalmente opposto a quello che, decenni dopo, avrebbe dominato le neuroscienze: mentre macachi vengono immobilizzati con elettrodi fissati al cranio, all’interno di laboratori sotterranei blindati, e poi sezionati in sottilissime lamelle per cercare nei neuroni la chiave della coscienza, Jane Goodall aveva già mostrato che l’essenziale si poteva cogliere osservando i corpi vivi, i gesti, le relazioni, le alleanze dentro il loro ambiente naturale.

Negli anni Sessanta Konrad Lorenz sosteneva che l’uomo fosse l’unico animale capace di uccidere sistematicamente i propri simili. Gli altri, diceva, erano trattenuti da freni istintivi: la tigre mostra le zanne ma si ferma, il lupo azzanna senza finire il colpo. Solo l’uomo, armato di tecnologie troppo potenti, avrebbe perso ogni inibizione naturale. Un errore di progettazione, un potenziale omicida per definizione. Poi arrivò Jane Goodall. E quel mito si sgretolò. Dalle colline di Gombe, con un binocolo e una pazienza infinita, mostrò che anche i nostri parenti più prossimi conoscono la guerra: spedizioni punitive, imboscate, eliminazione sistematica dei maschi rivali. Non la furia cieca di un istinto, ma l’organizzazione di veri e propri conflitti. Solo in seguito si cominciò a riconoscere che l’omicidio intra-specifico è diffuso anche altrove: leoni che eliminano i cuccioli dei rivali, iene che si azzannano fino alla morte, perfino formiche che combattono guerre di sterminio. Il catalogo della violenza animale si è allungato negli anni, ma la svolta l’ha imposta Goodall: se persino gli scimpanzé uccidono, allora la guerra non è un’esclusiva umana. Come scrive Jared Diamond: «Di tutti i caratteri peculiari dell’uomo – l’arte, il linguaggio, le droghe – il genocidio è quello derivato più direttamente dai nostri progenitori animali.» (Il terzo scimpanzè, p. 359).

Eppure neanche gli scimpanzé “violenti” vivono in un’anarchia permanente. Hanno bisogno di regole. E, sorprendentemente, sanno farle rispettare. Se Jane Goodall ha mostrato al mondo che gli scimpanzé possono fare la guerra, Frans de Waal – morto anche lui di recente, nel 2024 – ha insegnato che sanno anche fare politica. Non fu suo allievo diretto, ma certo un erede: ne proseguì la rivoluzione metodologica, osservando i primati non come macchine biologiche da sezionare, bensì come individui immersi in un tessuto di relazioni. Dove Goodall aveva demolito il mito dell’animale pacifico, de Waal ha demolito quello dell’animale amorale. Ha raccontato gerarchie e alleanze, vendette e riconciliazioni, regole sociali e perfino gesti di mediazione. Ha mostrato che la vita dei primati non è soltanto dominio, ma anche negoziazione. Allo zoo di Arnhem, per esempio, era stata introdotta una norma semplice: niente cena finché tutti non fossero rientrati nelle gabbie notturne. Una regola imposta dagli umani, ma interiorizzata dagli animali. Una sera due giovani femmine si attardarono. Il pasto venne rinviato per l’intero gruppo e i guardiani, temendo ritorsioni, decisero di farle dormire altrove. Non servì: il giorno dopo la punizione arrivò comunque. E funzionò, perché quella sera furono le prime a rientrare. Insomma: gli uomini sanno scrivere le regole, ma gli scimpanzé talvolta sono più bravi a farle rispettare.

Ma le regole non servono solo a scandire i ritmi quotidiani: possono limitare anche l’arbitrio del più forte. Lo dimostra un altro episodio narrato da de Waal, quando il maschio alfa Jimoh stava inseguendo il giovane Socko, colpevole di essersi accoppiato con una delle sue femmine preferite. Una scena di dominio come se ne vedono tante. Ma stavolta accadde qualcosa di imprevisto. Una femmina di rango elevato emise un verso di disapprovazione. Le altre, una dopo l’altra, si unirono. Prima si guardarono tra loro, poi, come se stessero davvero “mettendo ai voti” la questione – per usare le parole di de Waal – diedero il via a un coro assordante. Jimoh si fermò. Con un ghigno nervoso comprese il messaggio: non aveva più il consenso del gruppo. La morale? La guerra è per l’esterno: dentro il branco prevale l’esigenza di coesione, di mediazione, di controllo collettivo sugli eccessi. Ed è qui la differenza: negli scimpanzé la violenza interna resta episodio, contenuto da regole e disapprovazione collettiva. L’aggressione non diventa mai sistema: il branco ha interesse alla coesione, e sa imporla. Nell’uomo, invece, la violenza tra simili non solo sfugge al controllo, ma può essere organizzata e moltiplicata: non più risse per rivalità amorose, ma persecuzioni, guerre civili, genocidi.

È la comunità stessa che a volte legittima e amplifica l’aggressione. E questo conferma la nostra idea: fin dai tempi del Leviatano di Hobbes abbiamo interiorizzato l’immagine dell’homo homini lupus e creduto che la civiltà consista, in fondo, nel tenere a bada un istinto predatorio con regole, leggi, Stati. Così, quando qualcuno sceglie la via della non violenza – Gandhi, Martin Luther King, Mandela – ci affrettiamo a celebrarlo. Gli dedichiamo piazze, anniversari, Premi Nobel. Non perché rappresenti la normalità, ma perché ci rassicura sapere che qualcuno, da qualche parte, riesce a resistere alla propria radice più oscura. Ma siamo sicuri che sia davvero questa la nostra essenza? Eppure il nostro retaggio evolutivo ci ha lasciato anche un’altra eredità, più nascosta ma non meno reale. C’è un altro ramo della nostra famiglia evolutiva che ha imboccato una strada diversa. Sono i bonobo, i nostri parenti genetici più vicini – più ancora degli scimpanzé – e hanno risolto il problema della violenza con una scelta radicale: il sesso. E con esso, la pace. Sì, proprio così: i bonobo – i cugini dimenticati che vivono al di là del fiume Congo – non si ammazzano, si accoppiano. Di fronte a un conflitto non reagiscono con i denti, ma con i corpi: si sfiorano, si accarezzano, si strofinano. La tensione cala, il gruppo si ricompone. Se gli scimpanzé ci hanno mostrato la logica della guerra organizzata, i bonobo ci mostrano l’altra possibilità: incontri pacifici tra gruppi estranei, scambi di cibo, grooming, perfino accoppiamenti “inter-gruppo” come forma di pacificazione.

Qui le coalizioni femminili limitano l’aggressività maschile e il sesso diventa linguaggio politico: non solo riproduzione, ma strumento di alleanza e di riduzione della tensione. I bonobo ci ricordano che la pace non è contro natura. È un’eredità tanto reale quanto quella scimpanzé, ma noi l’abbiamo rimossa, come se non fosse mai esistita. La pace non è un miracolo umano: è un’eredità evolutiva che abbiamo dimenticato. Se l’uomo sceglie di non aggredire un estraneo non fa nulla di straordinario: segue semplicemente l’eredità dei bonobo, che è parte integrante della sua natura tanto quanto quella guerrafondaia degli scimpanzé. Se invece uno scimpanzé – che ha la guerra inscritta nel proprio comportamento fuori dal branco – sceglie di non attaccare un rivale, compie qualcosa di eccezionale, contro la sua stessa natura. Un gesto che vale più di mille sermoni. Gli scimpanzé non sanno cos’è il Nobel per la pace. Forse per questo lo meriterebbero più di noi.

Ecco perché, se vogliamo davvero prendere sul serio la lezione di Goodall, dovremmo ammettere che il riconoscimento spetterebbe a loro, non a noi: agli scimpanzé che riescono a sospendere la violenza, più di quanto spesso sappiamo fare noi umani. Perché l’uomo, invece, mostra il suo paradosso qui: non solo perpetua guerre contro l’estraneo, come gli scimpanzé, ma pratica violenza all’interno del proprio gruppo, come nessun altro primate. In questo tradisce entrambe le eredità: quella degli scimpanzé, che dentro il branco mantengono regole e coesione, e quella dei bonobo, che estendono l’empatia oltre i confini. La verità è che celebriamo la pace perché ci appare come un’eccezione, ma negli animali vediamo che è già possibile, anche se fragile. Noi, che ci consideriamo razionali, abbiamo ancora da imparare dalla scimmia armata che depone il colpo e dalla scimmia pacifica che preferisce l’abbraccio. Forse è questo che resta, oggi, della lezione di Jane Goodall: la pace non è contro natura, ma siamo noi ad averla resa tale.

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