Intervista

Giampiero Massolo: «Bisogna cercare maggiore autonomia strategica. Ma autonomia non vuol dire indipendenza. L'Europa non sarà indipendente dagli Stati Uniti»

«Occorre non precludersi altre relazioni e rapporti con attori chiave quali Sud-est asiatico, Giappone, Corea del Sud, Australia, India e perfino con la Cina. Ciò però con la consapevolezza che oggi nessuno può più guardare alle relazioni internazionali soltanto in termini di convenienza. Anzi, il panorama contemporaneo ci ha insegnato che il criterio della sicurezza prevale, e deve prevalere sempre, su quello della convenienza»
Giampiero Massolo: «Bisogna cercare maggiore autonomia strategica. Ma autonomia non vuol dire indipendenza. L'Europa non sarà indipendente dagli Stati Uniti»
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Dalla fine della storia all’idea di un mondo piatto il recente disordine internazionale ha sepolto le certezze della globalizzazione, mettendo in discussione gli automatismi transatlantici e le illusioni avveniristiche europee. Prima la guerra in Ucraina, poi le conflittualità in Medio Oriente hanno, infatti, imposto il ritorno di criteri ineludibili quali sicurezza, resilienza, autonomia, potenza. In questo quadro torna necessaria la tradizione realista delle relazioni internazionali. “Realpolitik: il disordine mondiale e le minacce per l’Italia” si presenta pertanto come una bussola per recuperare quelle lezioni e leggere il presente senza nebbie ideologiche analizzandone i meccanismi più intricati con visione e pragmatismo. Per cogliere questi nodi abbiamo intervistato il suo autore, l’ambasciatore Giampiero Massolo, vicepresidente di Mundys, già direttore del DIS, segretario generale della Farnesina, presidente dell’Ispi, ambasciatore di grande carriera e consigliere diplomatico, tra i più acuti conoscitori della scacchiera internazionale.

-Nel libro Realpolitik lei sostiene un’idea di realismo nelle relazioni internazionali capace di giocare su più tavoli. A quale multiallineamento devono guardare Europa e Italia?

Vorrei chiarire alcuni aspetti. Occorre uscire dall’equivoco secondo cui realismo politico significhi cinismo. Non vuol dire questo. Significa, invece, guardare il mondo per come è, con pragmatismo.

Allo stesso tempo è necessario comprendere che, nonostante il rapporto transatlantico resti insostituibile, ciò non impedisce di seguire due direttrici fondamentali per muoversi nel contesto internazionale.

-Quali?

In primo luogo, cercare maggiore autonomia strategica. Autonomia non vuol dire indipendenza. L’Europa non sarà indipendente dagli Stati Uniti. Vuol dire però gestire in prima persona alcuni aspetti chiave legati alla sicurezza e ai rapporti di vicinato. In quest’ottica rafforzare l’Italia significa rafforzare l’Europa e renderla, nel rapporto transatlantico, non soltanto fruitrice di sicurezza, ma anche fornitrice.

La seconda direttrice è non precludersi altre relazioni e rapporti con attori chiave quali Sud-est asiatico, Giappone, Corea del Sud, Australia, India e perfino con la Cina. Ciò però con la consapevolezza che oggi nessuno può più guardare alle relazioni internazionali soltanto in termini di convenienza. Anzi, il panorama contemporaneo ci ha insegnato che il criterio della sicurezza prevale, e deve prevalere sempre, su quello della convenienza.

Multiallineamento significa dunque tenere saldo il legame con gli Stati Uniti, ma allo stesso tempo costruire un’autonomia europea e italiana capace di dialogare con altre potenze, sapendo che con realtà come la Cina serve estrema cautela. Ciò non significa non dialogare; significa farlo andando però con i piedi di piombo.

-Come vede l’evoluzione delle relazioni tra gli Stati Uniti e gli europei?

Il rapporto transatlantico è solido e conveniente per entrambe le parti. Al di là delle intemperanze e del chiasso politico, esso resta una reciproca necessità. L’Europa ha bisogno degli Stati Uniti e continuerà ad averne bisogno. Non esiste, infatti, una deterrenza credibile verso una Russia aggressiva come quella di Putin senza una presenza americana in Europa.

Ma anche Washington ha bisogno dell’Europa. Le basi restano strumenti essenziali per la proiezione strategica americana verso Golfo, Medio Oriente e Indo-Pacifico, come abbiamo visto con la guerra in Iran. Inoltre l’Europa resta funzionale per Washington anche nella competizione globale con la Cina e quindi una rescissione di tale rapporto è molto improbabile. 

-Il Vecchio continente, però, sul fronte della sicurezza si è molto disinteressato…

L’Europa ha perso molto tempo. Ha confidato nell’idea che la sicurezza potesse continuare a essere garantita stabilmente e senza corrispettivo dagli Stati Uniti. Almeno dalla seconda amministrazione Obama, e poi ancora di più con Trump, è emerso che la sicurezza ha un costo.

La vera discontinuità a cui stiamo assistendo non è quindi la fine dell’alleanza, ma la fine dell’illusione che l’alleanza possa vivere senza contributi proporzionati e senza una responsabilizzazione europea. L’Europa deve quindi assumere una quota crescente della propria difesa e del proprio destino. Innanzitutto nel proprio interesse. 

-La guerra in Ucraina ha accelerato questa necessità?

Certamente. Di fronte alla guerra in Ucraina, l’Europa ha iniziato a costruire elementi di autonomia, a ragionare sulla propria difesa, anche attraverso la formula dei “volenterosi”, e a rafforzare apparati militari finora trascurati. Tanto che oggi l’Europa, più degli Stati Uniti, è il principale sostenitore di Kiev. Questo impegno, però, non è ancora sufficiente.

Il vincolo transatlantico va reso più maturo. Se l’Europa non vuole Stati Uniti più distanti o più esigenti, deve dimostrare di essere un alleato capace di assumersi responsabilità concrete. Il problema, quindi, non è scegliere tra rapporto transatlantico e autonomia strategica, ma capire che entrambi sono strettamente correlati. Un’Europa debole rende più fragile anche la Nato; un’Europa più capace, invece, rende il legame con Washington meno passivo e più solido.

-Da dove partire?

Intanto gli europei devono rafforzare la propria postura di difesa. Non basta una difesa chiusa nei trattati comunitari. Serve una sicurezza dell’Europa, più larga e politica, capace di coinvolgere Paesi non UE: inevitabilmente il Regno Unito, ma anche la Norvegia, domani l’Ucraina e, in prospettiva, la Turchia.

A questo vanno affiancate collaborazioni con le grandi democrazie asiatiche e oceaniche: Giappone, Corea del Sud, Australia. Si tratta però di un percorso che necessita di forte pragmatismo e buonsenso.

-Come valuta la risposta dell’Europa al conflitto in Medio Oriente?

La guerra in Iran, dalla chiusura dello Stretto di Hormuz alla chiamata alle armi di Trump, ha mostrato le insufficienze europee. Il ritardo accumulato, però, non è solo militare: è anche industriale, culturale e politico. I governi europei hanno pochi mezzi, vincoli di bilancio stringenti, opinioni pubbliche impreparate e una cultura strategica indebolita da decenni di pace delegata. La chiamata americana è arrivata quindi nel momento in cui gli europei non dispongono ancora degli strumenti necessari.

L’Europa è pertanto in difficoltà: le si chiede di intervenire in un conflitto che non ha contribuito a innescare, sul quale non è stata consultata e rispetto al quale viene chiamata a posteriori. Sarebbe quindi auspicabile, da parte americana, una maggiore comprensione delle condizioni in cui si trovano gli alleati. Ma questi ultimi non possono disinteressarsene completamente. Serve quindi un ruolo adeguate alle proprie possibilità e capacità attuali. 

-Ad esempio?

L’Europa potrà intervenire a cessate il fuoco avvenuto, svolgendo un ruolo nel negoziato e nella garanzia di riapertura dello Stretto.

Roma, Aprile 2026. XXXIII Martedì di Dissipatio

-Come vede l’evoluzione dello scontro con l’Iran e il rischio di una successiva escalation?

Su Iran e Stati Uniti pesano due aspetti che rendono difficile una soluzione nel breve periodo. Il primo è la sfiducia: nessuno ritiene credibile l’altro. Il secondo è la convinzione, da entrambe le parti, di avere il coltello dalla parte del manico.

L’Iran conta sul fatto che il blocco di Hormuz costringa Trump a scendere a più miti consigli. Washington ritiene invece che il controblocco possa provocare una riduzione delle esportazioni energetiche iraniane, arrecando danni molto gravi al regime e costringendo Teheran ad una trattativa vantaggiosa.

-Siamo a una sorta di tiro alla fune…

Sì. Entrambi giocano sul tempo, ma Trump ne ha meno: le reazioni dei mercati, l’aumento del prezzo della benzina e i malumori della sua base elettorale in vista del midterm incombono sul suo mandato.

Pesano anche le divisioni iraniane. Da una parte c’è un’ala che vuole negoziare, così da salvare il salvabile e mantenere il regime; dall’altra c’è l’ala dei Pasdaran, che sembra prevalente, e vuole continuare il conflitto sperando che il logoramento economico e la pressione istituzionale costringano Trump a cedere. È questa la ragione per la quale l’Iran non si è, o non si è ancora, presentato ai colloqui con gli Stati Uniti.

-Cosa aspettarsi dai negoziati?

Credo che, nonostante vi siano necessità materiali per arrivare alla fine del conflitto, le premesse siano estremamente sconfortanti. L’Iran chiede ciò che gli Stati Uniti non possono concedere: il controllo di Hormuz e il pagamento dei danni di guerra. Gli Stati Uniti, dal canto loro, chiedono una vittoria chiara: Hormuz libero e la rinuncia piena e inappellabile dell’Iran all’arricchimento nucleare.

-Qual è il rischio?

I negoziati potrebbero non aprirsi, nonostante la mediazione pakistana e il ruolo cinese alle sue spalle, oppure potrebbero aprirsi e fallire. In quel caso resterebbe come unica strada l’escalation: prima aerea e navale, per fiaccare le capacità iraniane; poi, se non bastasse, attraverso iniziative terrestri limitate contro il terminale di Kharg, le isole dello Stretto o le coste meridionali dell’Iran. Sarebbero però ipotesi estremamente gravose. Non ci sono pertanto soluzioni facili. Gli Stati Uniti hanno interesse a uscire dallo stallo; l’Iran ha la stessa necessità ma se crede di essere in vantaggio e di riuscire a rendere più flessibile Washington prendendo tempo, potrebbe procrastinare. Staremo a vedere.

-Quali conseguenze può avere questo scontro sul quadro regionale?

Decisiva, in questa valutazione, sarà la durata del conflitto. Prima finirà lo scontro, più limitati saranno i danni economici, energetici e infrastrutturali. Però a mio avviso emerge che nell’immediato i Paesi del Golfo sono le principali vittime politiche della crisi.

-Perché?

Perché avevano cercato di frenare l’intervento americano-israeliano e non sono stati ascoltati. Successivamente, soprattutto Emirati e Sauditi, hanno detto: se avete colpito, andate fino in fondo. Anche in quel caso non sono stati ascoltati. È il segno di una sostanziale irrilevanza politica in questa dinamica.

La guerra asimmetrica iraniana, fatta di droni e missili, ha inoltre incrinato il loro modello di sviluppo. Anche questo avrà un peso nel medio e lungo termine.

I loro progetti, basati su turismo, finanza e rendita energetica, dovranno essere ripensati se la regione diventerà più instabile.

Certo nel breve periodo non hanno alternative all’allineamento con Stati Uniti e Occidente. Dopo il conflitto si aprirà però una riflessione: continuare a dipendere da Washington, che ne ha evidenziato l’irrilevanza politica? Cercare accordi diretti con l’Iran? Tornare agli Accordi di Abramo e alla normalizzazione con Israele? Non possono deciderlo ora, ma dovranno farlo.

-E come vede il rapporto di Trump per i partner asiatici?

Giappone, Corea del Sud e Australia sono in prima linea nella competizione con la Cina. Anche loro sono chiamati a contribuire alla sicurezza collettiva, ma devono capire fino a che punto affidarsi agli Stati Uniti.

Il loro rischio è che Washington possa privilegiare accordi diretti con Pechino, puntando su una logica di coesistenza tra superpotenze. Se questa logica di equilibrio dovesse prevalere, gli alleati dovranno capire quale spazio di sicurezza resti loro. 

-Da ex direttore del DIS, come vede il rimodellarsi dell’anglosfera e la crisi dei Five Eyes?

Il ripiegamento americano sul “my country first” ha conseguenze per tutti, anche per l’anglosfera. In primo luogo, il Regno Unito sperimenta difficoltà evidenti. Ma non bisogna esagerare la portata di questa crisi.

Nell’anglosfera restano due elementi forti e determinanti. Il primo è una cultura politica e strategica condivisa, segnata da un modo comune di guardare il mondo. Il secondo riguarda perimetri giuridici e ordinamentali che rendono possibile, nei Five Eyes, ciò che con molte democrazie europee sarebbe più difficile.

Ciò non esclude che gli Stati Uniti possano avere rapporti più intensi con Paesi esterni ai Five Eyes. Ma sono rapporti dettati dalle contingenze. Il nucleo anglosassone resta solido, anche nelle tensioni. Potrà rimodellarsi, adattarsi all’Indo-Pacifico, coinvolgere di più Australia, Regno Unito e Commonwealth, ma difficilmente verrà meno. La sua forza sta meno nelle dichiarazioni politiche del momento e più nella profondità storica, culturale, militare e giuridica che lo tiene insieme.

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